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Full text of "Giornale di filologia romanza"

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N.° 4< T - IL F«c. 1,1,. 


Gennajo 


1879 


GIORNALE 


FILOLOGIA ROMANZA 

DIRETTO 

SA 

ERNESTO MONACI 


TORINO ROMA FIRENZE 
ERMANNO LOESCHER E C.° 


Via dal Corso, 307. 


PARIGI 

Libreria A. Franck. 


LONDRA 
Trùbner e C. 


HALLE 

Libreria Lippert 
(M. Nlemeyer). 


bigittzed by 





CONTENUTO DI QUESTO FASCICOLO 


N. Caix, Sulla declinazione romanza .... 
N. Caix, Sull’influenza dell’accento nella Conjugazione 
P. Vigo, Delle Rime di Fra Guittone d’Arezzo . 

W. Forester, Un testo dialetttale italiano 

P. Rajna, Tosto . .. 

Varietà 


pag. 1 
» 10 


F. d'Ovidio, Ancora del perfetto debole. ....*• 

N. Caix, Sud’ etimologia spagnuola . 

N. Caix, Malato . 

A. D'Ancona, Osservazioni ad un articolo del Prof. A. Borgognoni 

Std Sonetto . 

P. Rajna, Postilla cdV art. un Serventese contro Roma 

Rassegna bibliografica 

U. A. Canello , Die Biographie des Trchadors GuiUem de Capestaing 
und ihr historischer Werth von Emil Beschnidt .... 
A. D’Ancona, E. Molteni, Le Opere volgari a stampa dei secoli XIII 
e XIV , indicate e descritte dal comm. Francesco Zambbini. 

G. Navone, Die SicManische DicMerschule des dreizehnten Jahrhun - 

derts von Adolf Gasparv. 

A. Zen atti, I novellieri italiani in prosa indicati e descritti da G. B. 

Passano . . ,. 

Bollettino bibliografico 


Periodici 


Notizie 


GIORNALE DI FILOLOGIA ROMANZA 


19 

44 

57 


63 

71 


72 

73 


75 

79 

100 

104 


106 

115 

118 


Ogni volume di 16 fogli di stampa (256 pagine in 8° gr.) distribuiti per fasci¬ 
coli, possibilmente trimestrali, da 4 a 8 fogli cadauno, costa 10 lire in Italia, 10 mar¬ 
chi in Germania, 12 franchi negli altri paesi dell'estero. — Gli abbonamenti si fanno 
per volumi e si ricevono dagli editori (E. Loescher e C.° Roma, Torino, Firenze) 
e da tutti i principali libraj. 

Per quanto s' attiene alla compilazione, e per l'invio dei mss., cambj ed altre 
stampe l'indirizzo è al prof. E. Monaci, Roma , Piazza della Chiesa Ruova, 33 , 
per quanto poi si riferisce alla amministrazione l'indirizzo è al signor Ermanno 
Loescher e C.° Roma, Via del Corso, 307 • 




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GIORNALE 

DI 

FILOLOGIA ROMANZA 

DIRETTO 


ERNESTO MONACI 



ROMA 

ERMANNO LOESCHER E C.» 

Vi* del Corso, 307. 


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INDICE 


N. Caix, Sulla declinazione romanza.pag. 1 

N. Caix, Sull’influenza dell'accento nella Conjugazione ... » 10 

P. Vioo, Delle Rime di Fra Guittone d’Arezzo. » 19 

W. Foesteb, Un testo dialettale italiano . » 44 

P. Rajna, Tosto . » 57 

F. Novati, Il Pater Noster dei Lombardi . » 122 

R. PtJTELLif Un nuovo testo veneto del Renard . » 153 

G. Ber?» aedi , Noterella al verso 46 del III deir Inferno ... » 164 

F. Setteoast, Jacos De Forest e la sua fonte. » 172 

A. D’Ancona, Strambotti di Leonardo Giustiniani . . . . » 179 

G. Salvadori, Storie Popolari Toscane . * 194 

A. Thomas, De la Confusion entre r et s z en proven 9 al et en fra^ais. » 205 

Varietà. 

F. D’Ovidio, Ancora del perfetto debole. » 63 

N. Caix, Sull’etimologia spagnuola. » 66 

N. Caix, Malato . » 71 

A. D’Ancona, Osservazioni ad un articolo del Prof. A. Borgognoni 

sul Sonetto. » 72 

P. Rajna, Postilla all’art. « un Serventese contro Roma »... » 73 

I. Giorgi, Aneddoto di un Codice Dantesco . » 213 

G. Levi, Poesie civili del secolo XV . » 220 

G. Salvadori, Due Rispetti Popolari . » 230 

A. Gianandrea, Della novella del Petit Poucet . . . . . » 231 

« Rassegna bibliografica 

Beschnidt E., Die Biographie des Trobadors Guillem de Capestaing 

und ihr historischer Verth (U. A. Canello). » 75 

Zambrini F., Le Opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV indi¬ 
cate e descritte (A. D’Ancona, E. Molteni). » 79 

Gaspary A., Die Sicilianische Dichterschule des dreizchnten Jahrhun- 

derts (G. Navone). » 100 

Passano G. B., I novellieri italiani in prosa indicati e descritti (A. 

Zenatti). » 104 

Zumbini B., 17 Filocopo del Boccaccio (E. Monaci). » 234 

Fobnaciari R., Grammatica italiana deWuso moderno (G. Navone) . » 237 

Baeagiola A., Italienische Grammatikmit Berucksichtigungdesiatemi- 

schen und der romanischen Schwestersprachen (G. Navone) . . » 239 


210690 


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INDICE 


iv 

Bollettino bibliografico 

Num. 4.°...pag. 106 

Num. 5.°. >241 

Periodici 

Archivio glottologico italiano. . ..pagg. 115, 251 

Revue dea langues romanes. » 115, 251 

Romania. » 115, 251 

Romanische Studien. » 252 

Zeitschrift fiir romanische Philologie. >116, 253 

Notizie 

Gennaio 1879.pag. 118 

Luglio 1879. > 254 


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GIORNALE DI FILOLOGIA 
ROMANZA 

... p*triam diventa gentlbns imam. 

Rutilio Namazuko. 

N.° 4 GENNAJO 18 7 9 


SULLA DECLINAZIONE ROMANZA 


I. L’articolo italiano 

Fra le varie questioni sollevate sull’ origine e sulla storia della de¬ 
clinazione romanza, intorno alle quali mi propongo esporre alcune mie 
osservazioni, la prima che si presenta è quella che riguarda l’Articolo 
italiano, c Egli è spesso difficile e ingrato studiare sotto l’aspetto 
etimologico delle parole di così piccola dimensione », nota giustamente 
a tal proposito il Diez, e ciò spiega come le difficoltà che su questo 
punto si presentano non sono state tutte ben chiarite, e come i gram¬ 
matici volentieri le sorvolino, benché a parecchi non sia sfuggita l’in¬ 
sufficienza delle ricerche fatte per rendere ragione della varietà di forme 
dell’articolo italiano e per spiegarne le relazioni. Il primo tentativo 
metodico è quello del Gròber: « Zo, Zi, iZ, im Altitalienischcn », Zcitschr. 
fur rom. Phttol. I, 108. Trovando poco spiegabile l’uso promiscuo di il 
e lo nell’italiano, e notata l’insussistenza delle differenze che nell’uso 
delle due forme alcuno aveva voluto vedere, il Gròber cercò mostrare 
che le due forme si riducono in origine ad una sola; vale a dire che 
il non è una forma a sé, primitiva al pari di lo e nata dalla prima sil¬ 
laba di iZZe, ma una forma nata posteriormente da Z enclitico, che alla sua 
volta non sarebbe che un lo apocopato. E questa sua teoria egli non ha 
mancato di corroborare con diligenti e larghe indagini negli antichi testi 
italiani. A me si presentò sempre come più persuadente, ad eliminare 
alcune almeno delle difficoltà su cui insiste il Gròber, un’altra spiega¬ 
zione basata sul criterio che mi pare fondamentale nello studio della 
varietà e promiscuità delle forme letterarie italiane e sopratutto delle 
differenze tra l’uso della poesia e quello della prosa molto notevoli 
anche in questa parte, voglio dire il criterio di una primitiva base 

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X. CAIX 


[(HOKNALS DI FILOLOGIA 


meridionale della lingua letteraria, che, come in più occasioni ho cer¬ 
cato mostrare, rende ragione di non poche altre anomalie ed incertezze. 
Posteriori osservazioni ed uno studio comparativo degli antichi mss. mi 
hanno per una parte confermato per l'altra completata codesta spiega¬ 
zione, che verrò di mano in mano svolgendo nello stesso tempo che 
prenderò ad esame gli argomenti del Gròber e cercherò mostrare per¬ 
ché mi paia errata la sua teoria. 

Uno degli argomenti del Grober è « V irregolarità fonetica consistente 
nel mantenimento dell* i in posizione di illuni, mentre egli, ella, eglino, 
elle, quello, ecc. non meno che l’articolo dialettale el, e\ mostrano con¬ 
cordemente un e regolarmente sviluppatosi dalla stessa base, non che il 
completo isolamento di una forma con i da ille, che non può ravvisarsi 
neppure nelle forme del, al, del, nel, ecc. che sono piuttosto regolari 
accorciamenti prodotti dalla consueta apocope di o che segue a l negli 
antichi de lo, a lo, ne lo ecc. »....« Perocché nella teoria del Diez, 
Gratnm . II 3 27, secondo la quale il non sarebbe meno antico di cl e si 
spiegherebbe colla tendenza dell’italiano a mantenere l’i iniziale, come 
p. e. in in, indi, intra, infante vengono inesattamente trascurati i re¬ 
golari egli, élla ecc. e le forme come en, ende, entro, entrare, endice, 
empiere ed altre che contrastano all’esistenza della tendenza accennata, 
e si viene a considerare il fenomeno fonetico dello spostamento dell’ * 
all’e ili modo del tutto astratto e non come egualmente basato sopra 
un mutamento nel meccanismo dell’articolazione dell’originario i t nel¬ 
l’organo italiano ». Questo ingegnoso ragionamento prescinde da una 
considerazione che qui è fondamentale, cioè ohe l’articolo è una proclitica, 
che subordinandosi all’accento della parola segueute, viene a costituire 
con questa una sillaba atona, la cui vocale si sottrae perciò alle leggi 
comuui del vocalismo tonico romanzo, per conformarsi alle speciali ten¬ 
denze che in ciascuna lingua determinano le modificazioni del vocalismo 
atono. Quello dunque che vale per ille pronome che sta spesso da sé 
ed ha proprio acceuto, non vale per ille articolo che non lo ha mai. 
Quindi se abbiamo una lingua che all’atona segua diverse norme che 
alla tonica, dovrà modificare diversamente la parola secondo il posto che 
essa occupa nel discorso, e il doppio riflesso di ille secondo che esso 
è articolo o pronome, cioè secondo che è atono o tonico, non che co¬ 
stituire un’anomalia, dovrà considerarsi come perfettamente regolare. 
Ora, che il toscano centrale e in ispecie il fiorentino preferisca all’atona, 
sopratutto all’iniziale, Vi all’e, non mi occorre qui di dimostrarlo, dopo 
i tanti fatti che ho altrove addotti, i quali provano che non solo in 
questo dialetto Vi latino si mantiene dove altri dialetti cominciando 
dal senese e dall’aretino lo convertono in e, ma che in esso tende a 
passare in i anche Ve latino, quando speciali influenze consonantiche 
non lo impediscono (Osserva*, sul Vocal. ital . XI). La nota del Diez 



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homaxza, n.° 4 ] SULLA DECLINAZIONE ROMANZA 


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andrebbe però modificata in questo senso, che invece di « iniziale » si 
dovrebbe porre « atono, specialmente iniziale », e così negli esempi 
che egli dà, andrebbero eliminati quelli di i tonico, come indi, intra, 
inguine , perché in questi la conservazione dell’i spetta ad altra tendenza, 
cioè a quella che in toscano mantiene talvolta Vi tonico davauti a n 
complicato (ptngere ecc.). Dalla stessa confusione proviene la falsa affer¬ 
mazione del Diez che egli stia pernii, perché questo avrebbe avuto 
suono disaggradevole, mentre, come vedremo, anche la forma igli oc¬ 
corre, ma solo all’atona. Del resto gli altri esempi in, infarto, infermo , 
Ispagna sono perfettamente a proposito, poiché in quando è particella 
essendo atono non meno che quando è in composizione, mantiene il suo 
i, nella stessa maniera che ittc mantiene l’t e come particella atona (il) 
e come componente di Iddio. E si potrebbero citare anche esempi di e 
iniziale latino passato in i davanti a l: cilestro , spilonca , e in sillaba 
mediana: Lancilotto , dall’aut. Lancelotto = fr. Lancelot. Tra gli esempi 
che cita il Grober in contrario en non è del puro toscano, e gli altri 
poggiano sull 1 accennata confusione tra atona e tonica, perché entro, 
éndice , empiere offrono e da i tonico in posizione. Anche in entrare 
Ve è dovuto all’influenza delle forme toniche entro -i -a, come in temere 
a quella di temo ecc. (cfr. per contrario timone per temone ), in piegare 
a quella di piego == plico ecc. La diversa forma perciò presa da ille, 
secondoché è adoperato come pronome o come articolo, è perfettamente 
regolare e rispondente alle diverse tendenze che segue il fiorentino per 
le vocali atoue e per le toniche. Una riprova di ciò è il vedere che 
ille anche quando è pronome congiuntivo e perciò atono mantiene il 
suo i : il vidi, il dissi ecc; mentre se al pronome atono con i precede 
un’altro con accento proprio, questo ha un e: egli (o elii), il vide — ille 
illnm vidit . E, come abbiamo detto, anche al plurale il proli, cong. 
mantiene in alcune antiche scritture il suo i: igli vide = li vide ecc. 
onde etti igli videro = illi illos viderunt. luvece molto difficile è ad am¬ 
mettere la spiegazione del Grober che vede in il « una nuova forma¬ 
zione nata da l enclitico per prostesi di un i sull’analogia di altre forme 
con i mobile (i-vi ecc,) » poiché nessun esempio analogo viene in ap¬ 
poggio di siffatta congettura. D’altronde se il Grober ammette che 
l’aret. el venga da ille c poiché in esso Ve non può essere egualmente 
prostetico », come si può separare el da il? Per noi aret. el sta al fior. 
il, come l’aret. en al fior, in, come l’aret. encomenmre al fior, incomin¬ 
ciare ecc. 

Altro argomento è « il difetto di prove per l’esistenza di il in do¬ 
cumenti anteriori al 300 ». 11 Grober argomenta codesto difetto dalla 
natura asillabica di il nei primi poeti, e dall’uso sempre più raro che 
ne vediamo fatto dai prosatori quanto più risaliamo addietro. Egli nota 
che mentre « Matteo Spinello (1208) non conosce che lo li », nel Tra- 


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4 


N. CAIX 


[giornale di filologia 


duttore di Albertano (1279) troviamo già il, i, ma solo dopo le parti- 
celle terminate in vocale ; che in Ristoro d’Arezzo (1282) lo è più fre¬ 
quente di cl e al piar, li è solo in uso, mentre in una versione di Egidio 
Colonna (1288) lo, li è più raro che il, i , il quale va sempre acquistando 
piede nelle scritture posteriori, finché riesce a prevalere. « Perciò»con¬ 
siderato il tardo apparire di il, il suo uso solo poco a poco fatto fre¬ 
quente e la sua natura enclitica negli antichi poeti e prosatori, non 
pare si possa accordargli lo stesso valore che a él e derivarlo da questo ». 
Ma anche in queste diligenti osservazioni del Grober non è stato tenuto 
conto delle speciali tendenze dialettali, che qui erano tanto più neces¬ 
sarie in quanto che si riflettono appunto nello speciale carattere della 
lingua della prosa di fronte a quella della poesia. Non si può mettere 
la Cronaca di Matteo Spinello che è in napoletano accanto alle prose 
toscane. Lasciando stare che quella Cronaca è ora considerata una 
falsificazione, e non può aver valore come documento della lingua del 
sec. XIII, è certo che nel napoletano e in generale nei dialetti meri¬ 
dionali lo li è, per quanto mi consta, il solo articolo adoperato, ed è 
naturale che sia anche il solo che s'incontra in quella Cronaca. Ma 
si può dire il medesimo degli altri dialetti? Se nel Traduttore di Al¬ 
bertano il, i occorre solo dopo le particelle terminate in vocale, vi sono 
scritture toscane più antiche e più popolari di quella in cui il, i è quasi 
la sola forma adoperata. In registri fiorentini inediti trovo all’an¬ 
no 1255: il podere; — tutto il loro podere ; — il primaio peqo ; — il se¬ 
condo posto ivi apresso; e al 1259: questi sono i chonfini ecc. Nelle Lettere 
volgari del sec. XIII trovo, tenendomi solo alle prime cinque che por¬ 
tano la data del 1253: molto servizio il quale; — in Peroscia il deto 
giovili; — servire il comune; — intendeste i patti ; — sono i due ecc. 
Non si può dunque mettere in dubbio che il sia nel toscano centrale 
altrettanto antico che el nell’aretino e nei dialetti del Nord. Che del 
resto lo sia nel sec. XIII anche in Toscana altrettanto usato non è 
a negare, e rimarrà a studiare in quali relazioni stessero in origine le 
due forme, se cioè l’uso ne fosse assolutamente indifferente o regolato 
da certe condizioni,,^ se la prevalenza dell’una o dell’altra si collegasse 
con certe suddivisioni dialettali (1), ma è certo che le due forme, per 
quanto giungono i documenti, sono egualmente antiche e che nulla ci 
autorizza a supporre in il una più recente formazione nata da l enclitico. 

L’ argomento tratto dalla natura asillabica di il nei poeti non 
prova più di quello che proverebbe la natura similmente asillabica di in 
tanto separato che in composizione. Il Grober nota che in Dante non 


(1) È notevole p. e. che l’uso prevalente di lo nel traduttore d’Albertano che era 
di Pistoja, concorda colTuso che prevale in antiche carte pistojesi. 


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romanza, n.o 4 ] SULLA DECLINAZIONE ROMANZA 


5 


si contano che 9 casi di il sillabico che abbiano la sanzione dei prin¬ 
cipali codici, mentre nelle 100 canzoni finora pubblicate del codice Va¬ 
ticano non vi sono che 3 casi di il ed uno di i sillabico. Ma se il 
Grober vorrà rinnovare la stessa ricerca per la prep. in troverà non 
meno scarsi i casi di in sillabico nei poeti. E la cosa non potrebbe 
essere altrimenti. Le parole italiane terminando tutte in vocale, accade 
che nel discorso l’i di il e di in o formi dittongo colla vocale prece¬ 
dente o venga da questa assorbito; ma e in un caso e nell’altro esso 
non può far sillaba a sé. Sia dunque che scriva tra 7 sì e 7 no o tra 
il sì e il no l’articolo il fa sempre sillaba colla vocale che precede, e 
quindi nel mezzo dei verso non può che essere asillabico ; ma il mede¬ 
simo si può dire di in potendosi, senza alterazione del verso, scrivere 
e ’n cor o e in cor ecc. Quindi anche nel cod. Vaticano, senza altera¬ 
zione del verso: 

XL, 44 Di tutto il inondo . . . 

XCIX, 25 Istringie il core . . . 
ivi, 31 Tal è il disio . . . 

XXIX, 12 Perdo il savere . . . 

XLIX, 33 Sicome il ferro . . . 

che potrebbero anche scriversi : tutto 7 mondo ecc. L’unico caso in cui 
il poteva far sillaba a sé era in principio di verso, e infatti i pochi casi 
di il sillabico che il Grober ha riscontrato nel cod. Vat. sono in prin¬ 
cipio : 

XXXII, 23 II dolze mi amore . 

LVIII, 14 I be' sembianti d altra mi facia. 

XCYII, 42 II vostro piagimento. 

e così i casi riscontrati in Dante: Farad . XIII, 126; XV, 147; XXIII, 
92; XII, 140; XVI, 98; XXIII, 88; XXVII, 107; XXVII, 78; eccet¬ 
tuato un solo: Par. XXVI, 115. 

Nè vale il dire che in poesia si ammetteva spesso il troncamento 
delle parole il cui tema finiva in liquida o nasale; poiché siffatto tron¬ 
camento non era usato che quando la misura del verso lo richiedeva, 
e però essendo per questa indifferente lo scrivere vene in cor, vene ’n 
cor o ven in cor, ven il re o vene 7 re ecc. i poeti preferivano evitare 
il troncamento e scrivere vene ’n cor , vene 7 re ecc. come i più antichi 
e genuini codici dimostrano. Insomma codesto asillabismo dell’articolo 
non è che una delle varie forme d’eliminazione dell’iato. Se non che 
mentre nei casi ordinari l’iato si elimina col sopprimere la vocale fi¬ 
nale della prima parola: quest'altro, Vamico ecc. quando si trattava di 
una parola cominciante con i, che è la vocale più sottile e leggiera, 
facilmente nella pronuncia prevaleva la prima ; onde le grafie : lo ’nfermo, 
lo 'nccnso, la ’nvidia, sta ’n cor, c similmente tutto .7 mondo ecc. Solo 


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N. CAIX 


[giohnale di filologia 


più tardi per opera dei grammatici prevalse, per analogia, di scrivere 
pure: Vinfermo, Vincenso ecc. Ma per il V antica grafia, almeno nei 
poeti, non è del tutto abbandonata. In ogni caso tanto U che in man¬ 
tengono il loro valore sillabico in principio del discorso nella prosa, e 
in principio del verso in poesia. E come in questa non è frequente il 
caso di cominciare un verso coll* articolo, e così sono pure rari i casi di 
il sillabico. Ma non vorremmo che si considerassero insieme Dante e i 
poeti meridionali, perocché se questi trovavano nel loro dialetto il solo 
lo, li , Dante trovava nel suo fiorentino anche il e non è punto difficile 
che se ne servisse nel verso. Infatti mentre negli altri poeti non si 
trova esempio di il sillabico che in principio del verso, in Dante ab¬ 
biamo un esempio anche nel mezzo, Farad . XXVI, 115: 

Or, figlimi mio , non U gustar del legno. 

Da questo scaturisce poi un’altra conseguenza, che cioè nulla osta che 
in Dante si possa ammettere anche un numero maggiore di casi di il 
sillabico, dove i migliori codici in ciò s’accordino, mentre per i poeti 
meridionali anche i pochi casi notati divengono sospetti. Se il Grober 
non ha notato in Dante che 9 casi sicuri, ha osservato però che se¬ 
condo una parte dei codici il numero sarebbe maggiore. Invece nei 
poeti meridionali il numero dei casi sicuri si restringerà ancor più quando 
ci facciamo ad esaminarli da vicino. E così 

XCIX, 5, il avoreo clima 

va messo da parte poiché non dà senso, e il cod. Palat. dà Havorco. 

XXXII, 23, il dólze mi amore 

va corretto perché il raccomandala dal verso seguente, richiesto dalla 
rima, mostra che qui amore era stato usato al femminile, secondo l’uso 
provenzale, ciò che doveva suonare strano al copista il quale tornò a 
fare amore mascolino. Nello stesso modo troveremo in un ms. la fiore , 
V alta fiore corretto in il fiore , V alto fiore in altri mss. Cosicché il passo 
succitato andrebbe letto: 

Oi alta potestate 
Temuta e dottata 
La dolze mi 1 amore 
Ti sia racomandata. 

L’esempio a XCVII, 42 è di un Neri Poponi che non sappiamo di 
qual parte d’Italia sia; onde l’unico esempio sicuro di poeta meridionale 
sarebbe quello di Giacomino Pugliese 

LVIII, 14 I he 1 sembianti c'altra mi facìa 
che così isolato non è dubbio doversi attribuire al copista. 


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romanza, n.‘ il SULLA DECLINAZIONE ROMANZA 


7 


Maggiore è il numero di esempi di il, i in mezzo al verso. Ma 
qui sebbene, come ho cercato mostrare, la ragione dell’asillabismo non 
possa togliere importanza al fatto, è certo che l’alterazione del copista 
era molto più facile, e che data in questo V abitudine a scrivere e a 
usare nel discorso il , i, inclinasse a scrivere tutto il mondo anziché tuttol 
mondo ecc. E infatti il confronto dei codici riduce a un minor numero 
i casi di il, i , che troviamo nel Vaticano. Riscontrati alcuni passi di 
questo codice contenenti quella forma d’articolo coi corrispondenti del 
Palatino avremo: 

VAT. PÀL. 


XCIX, 25 
iiv, 31 
ivi, 36 
XCV11I, 20 
XXIX, 12 


istringie il core 
tal è il disio 
laonde il disio 
ponire i mali 
perdo il savere 


stringe lo core 
tal è ’l . . . 
lau’l . . . 
punir li mali 
perdo savere 


E se nel Palatino pure si hanno esempi di il benché molto rari, 
anche questi, quando ci è dato riscontrarli in altro codice più autore¬ 
vole, nel famoso Laurenziano, si riducono a un numero minore. Onde 
è lecito argomentare che nei poeti meridionali il solo articolo in- uso 
fosse lo , li , cosa assai naturale chi pensi che quella è la sola forma 
nota ai dialetti del Mezzogiorno. Ma d’altra parte la sostituzione di 
il a lo e a l nato da lo per parte dei copisti toscani, prova in questi 
l’abitudine a scrivere e a pronunciare il, ciò che bene s’accorda con 
quanto abbiamo detto più sopra sull’uso dell’articolo nelle più autiche 
scritture. Quando dunque troviamo l enclitico in poesia, la sua prove¬ 
nienza può essere diversa secondo la patria del poeta, poiché può pro¬ 
venire da il per contrazione dell’ i colla vocale della parola precedente, 
o da lo per apocope dell’o; cosicché 

tutto l mondo - tutto (i)l mondo - tutto l(o) mondo. 

Non mi pare che si possano ammettere in poeti meridionali nep¬ 
pure gli esempi di el che figurano qua e là nella stampa del codice 
vaticano : 

1, 36 eh* el mi’ lavoro. 

XXXVI, 4 però eh’ el meo servire. 

XL, 60 più eh’ el cor . 

LV, 26 eh’ el mio amore. 


in cui si deve dividere chel. La medesima differenza tra i dialetti me¬ 
ridionali e quelli dell’Italia Superiore, proveniente dalle diverse tendenze 
ritmiche, si nota ancor più chiara nell’articolo indeterminato uno, da 
cui si fece da una parte un, dall’altra no nu; onde 

il: il-[lo] = un: ttn-[o] 
lo: [il]-lo = no(ntt) : fVJ- mo. 


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8 


N. CAIX 


[GIORNALE DI FILOLOGIA 


Per la stessa ragione anche ille pronome ha per lungo tempo mantenuto 
le due forme in Toscana, cioè il accanto a lo: il vidi, il vi dirò, il vi 
manda s’incontrano anticamente non meno spesso che lo vidi ecc. E 
quello che è più notevole, s’incontra pure in mss. fiorentini igli per 
gli — dat. illi: igli disse , igli avea ecc. tanta era la tendenza a mante¬ 
nere la prima sillaba di ille. Per questo l’origine delle forme oblique 
del , al, dal, si presenta come molto incerta. Il Diez le considera come 
formate con il, il Grober come derivate da Zo, e anche le opinioni dei 
grammatici italiani sono divise. Dopo quanto abbiamo detto, foneti¬ 
camente tanto è possibile del, cioè de ’Z per de il (cfr. e ’Z = e il), 
come del da de Zo, sicché i due processi potevano pure andare di pari 
passo e concorrere insieme allo stesso risultato. Anche l’esame delle 
così dette preposizioni articolate parrebbe mostrare come in origine, 
essendo tanto in uso il che Zo, si preferì ora l’una ora l’altra forma 
secondo la pronuncia richiedeva. Mentre col si trae bene da collo — con 
lo (cfr. noi da nollo ■=■ non lo), nel, innel accenna ad in iZ[Zo] e per s’ac¬ 
compagna ancora coll’ uno e coll’ altro ( per lo più non per il 2 )iù). Ma 
le ragioni ritmiche che facevano prevalere la prima sillaba di un ilio 
isolato, non sussistevano più quando questo era preceduto da una par¬ 
ticella, e d’altra parte se i casi obliqui si fossero formati con iZ, dif¬ 
ficilmente si sarebbe perduta ogni coscienza della composizione di del, 
al , dal, e compiuta in modo così perfetto la fusione dei due elementi; 
poiché anzi il fiorentino, a misura che il venne acquistando sempre più 
spiccata individualità, sentì il bisogno di farne sentire la presenza an¬ 
che nei casi obliqui, pronunziando di il, a il, da il come oggi si usa 
dal popolo. Nè basta a provare che il vi abbia contribuito, il plurale 
dei, ai , dai, potendosi questi trarre da degli, agli, dagli ideili, olii, 
atti = de li, a li, da li in perfetta corrispondenza con dello, allo, dallo — 
de lo ecc. È vero che abbiamo nel che pare supporre in, d, ma qui 
potè la forma venir determinata sull’analogia di del che apparisce spes¬ 
sissimo in composizione con in, onde indei per innel, nel, indcla, indetta, 
accanto a innetta, nella, in dei per dei come è certo che si deve all’a¬ 
nalogia di de lo la forma pure frequente nei codici ne lo che dovrebbe 
essere sempre netto se derivasse da in ilio. 

Dalle cose dette mi sembra dunque risultare: 

I. In italiano le due forme di articolo il e lo sono egualmente an¬ 
tiche e primitive. 

II. Il, nato dalla prima sillaba di die come un dalla prima di unns, 
ha mantenuto Vi malgrado la posizione per la preferenza che all’atona 
suol dare all’i sopra Ve il toscano centrale e sopratutto il fiorentino, di 
cui è principalmente propria codesta forma d’articolo: mentre i dialetti 
che, cominciando dall’aretino, preferiscono e all’atona, hanno, come lo 
spagnuolo, cl. 


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romanza, N.° 4| SULLA DECLINAZIONE ROMANZA 


9 


III. Lo si incontra già in molte antiche scritture toscane accanto 
a il, ma pare essere state il solo in uso nei dialetti meridionali e il solo 
adoperato dai poeti siculi. 

IV. L enclit. dove corrispondere nei poeti siculi a lo, ma nei poeti 
toscani anche a il e con questo fu poi scambiato dai copisti nei codici. 

V. Alla formazione delle forme oblique del , al, dal difficilmente pos¬ 
sono aver contribuito altre combinazioni che quelle con lo. 

N. Caix. 

PS. Nel finire la correzione di queste pagine ricevo dalla genti¬ 
lezza del Prof. Grober un’altro Studio: « Gli, egli, ogni; » Zcitschr. f. 
rom. Pini. II, 594 ss,, in cui, conformemente alla teoria sopra esaminata, 
si cerca di trarre anche il plur. i da li. Secondo quanto ho detto sopra, 
i viene per me da igli ~ illi, e ne dirò in altro articolo le ragioni. 


1 * 


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X CAIX 


[r.IOHXAI-K m FILOI.OOIA 


10 


SILL INFLUENZA DELL'ACCENTO NELLA CONIUGAZIONE 

MANDUCARE , ADJUTARE 


Le ir regolarità prodotte nella conjugazione dallo spostamento del- 
r accento nelle varie persone furono spesso notate pei verbi che hanno 
per vocale radicale è ed 6, che si dittongano sotto l’accento e riman¬ 
gono generalmente invariate quando 1* accento passa sulla desinenza. 
In analoghe condizioni si verifica il fenomeno spagnuolo, pel quale la 
vocale radicale modifica all’atona secondo certa tendenza dissimilativa, 
evitando i-i ma serbando i-ié, i-ió, e preferendo in qualche caso o-i ad 
u-i che può pure dirsi una parziale dissimilazioue (s lento sentimos sin - 
tió, dnermo dormimos durmió). E collo spostamento dell 1 accento vanno 
spiegate le irregolarità dei tre verbi italiani: udire , uscire, dovere , sui 
quali non sarà qui inutile qualche maggiore schiarimento che farà me¬ 
glio intendere il fenomeno analogo che avremo a studiare in manducare 
e adjutare . 

Avdihe. Questo verbo ha uu o al presente nelle persone coll’accento 
sulla radice, e n nelle altre persone dello stesso tempo e nel resto della 
conjugazione. Indie.: odo -i - e - ono , ma udiamo, udite ; Congiunt.: oda , 
•ano, ma udiamo , -iato; e così udiva, udii, udissi ecc. 

Ma questa conjugazione non è costante nei testi antichi e può dirsi 
anzi affatto fiorentina. Già nel Traduttore di Albertano, che è di Pi- 
stoja, le forme con o atono si alternano con quelle con u: udire 48, 
ma odirà 46, odisse 9 ecc. Così odirc nelle Leti. Senesi 22 ecc., odimo 
nel cod. di Ristoro d’Arezzo 8 ecc. e così comunemente nelle scritture 
del centro d’Italia (Ossew. sul Voc. ital . § X). Il fenomeno va dunque 
spiegato colle tendenze che segue il vocalismo atono fiorentino, in cui 
au tonico dà o, ma au atono può passare all’w non meno che Vo pri¬ 
mitivo. Come si ha pulire, uccidere , ufficio da polire ecc. così uccello 
per occello — aueellus (ven. osclo), lusinga — ant. losinga = prov. Zaw- 
zenga, e ant. urccchia per orecchia — auricula, mentre o = au in oca = 
avica, lode — lans ecc. Così udire — odirc — audire ma odo =audio ecc. 

Exiuk. Preseuta e alla tonica, u e anticamente anche i accanto 
a c all’atona: Indie.: esco -i - e - ono , ma usciamo •ite accanto ad esclamo 
- ite; Cong.: esca - ano , ma usciamo - iato accanto ad csciamo -afe; e 
così usciva esciva , uscii escii ecc. Anticamente anche i, sopratutto se la 


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romanza, n.° 4 ] SULL 9 IXFL CENZA DEL V ACCENTO 


11 


tonica era pure i: iscite, isciva. Questo ultimo mutamento era conforme 
alle tendenze del fiorentino che preferisce all 1 iniziale i all 1 e, mentre il 
mutamento in u era dovuto ad influenza di uscio, come nel corrispon¬ 
dente ant. fr. ussir. 

Deb ere . Pure e sotto l’accento, ma comunemente o all 1 atona. Indie. : 
devo -i -a -uno, ma dobbiamo, dovete; Cong. : deva -ano ma dobbiamo, dob¬ 
biate; e così doveva, -ei ecc. La vocale atona si è modificata in forza 
della nota affinità tra o (w) e le labbiali, come in %>iovano = pievano, 
dovizia = divizia, rovescio — reversus, rovistarci revisitare ecc. Ma 
questa norma non è generale nelle scritture antiche, e spesso s’incontra 
deviamo, devete , deveva ecc. 

In tutti e tre questi verbi si nota dunque che accanto alla conju- 
gazione etimologica che manteneva sempre intatta la vocale radicale, 
se ne venne formando un’altra colla vocale iniziale modificata nelle per¬ 
sone accentate sulla desinenza secondo speciali tendenze fonetiche, e se¬ 
condo le note affinità che all 1 atona si mostrano tra certe vocali e certe 
consonanti. Questa seconda conjugazioue che potrebbe dirsi fonetica, 
essendo fondata sulle proprietà del vocalismo atono, fu di sua natura 
difettiva, perché sebbene riuscisse a prevalere totalmente nelle persone 
accentate sulla desinenza, non potè, neppure per forza di analogia, in¬ 
fluire a far mutare la vocale accentata delle altre persone. Così questi 
tre verbi hanno oggi una conjugazione mista, cioè fonetica nelle forme 
accentate sulla desinenza, etimologica nelle altre. 

Il medesimo fenomeno si osserva nei riflessi di manducare e di adju- 
tare . Il Forster, Zcitschr . f. rom. Ditti,, 1 562, poi il Cornu e il Me- 
yer, Romania 1878 p. 420 ss., studiarono già colla solita dottrina i 
vari riflessi di manducare, soprattutto nel francese e nel provenzale, e 
dimostrarono come le irregolarità nella conjugazione di quel verbo dipen¬ 
dano da una parte dalla diversa posizione dell’accento nelle diverse per¬ 
sone e forme, dall’altra dall’analogia per la quale si estesero alla to¬ 
nica le alterazioni che in origine avevano luogo all’ atona. Il Cornu 
poi sagacemente riuniva sotto uno stesso capitolo, come dipendenti dalla 
stessa legge, i riflessi di adjutare e di *rationare, avvertendo che mentre 
in manducare e adjutare furono le forme a desinenza tonica che deter¬ 
minarono le altre, per *rationare si ebbe il processo inverso. Ora qual¬ 
che cosa di analogo si riscontra anche in italiano, ma con due notevoli 
differenze dal francese. La prima è che l’italiano, meno propenso al¬ 
l’elisione, preferisce modificare o alleggerire la vocale atona anziché 
sopprimerla, e la modificazione si fa, come abbiamo veduto in dovere , 
secondo le affinità consonantiche. La seconda è che in italiano la conju- 
gazione fonetica si mantiene, come già abbiamo veduto nei tre verbi 
citati sopra, sempre difettiva e non riesce mai a soppiantare la conju¬ 
gazione etimologica nelle forme in cui il radicale porta l’accento, ben- 


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12 


K. CAIX 


[giornale di filologia 


ché divenga decisamente prevalente nelle altre. Differenza questa se¬ 
conda che dipende in parte dalla prima. Perocché nel francese cadendo 
all’atona la vocale, la sostituzione per analogia delle forme della conju- 
gazione fonetica a quelle dell* etimologica si riduce ad una trasposizione 
d’accento (cfr. mdnge e mangù ), mentre in italiano non cadendo ma 
mutando la vocale, la sostituzione di un suono ad un altro sotto l’ac¬ 
cento riesce molto difficile. Non c’è esempio di un dovo per devo , nè 
di un usco per esco ecc. L’eccezione che qui fa ajidare va spiegata, come 
vedremo, coll’influenza francese. 


MANDUCARE 


I riflessi di questo verbo in italiano, lasciando da parte il sincopato 
mangiare , presentano nella sillaba radicale ora «d, ora n, e davanti al 
c ora u ora i : manduc- manne- mandic- manie-. Ma queste forme non 
erano punto usate indifferentemente. Già il Cornu notò che nel Ritmo 
Cassinrse abbiamo u sotto l’accento e i fuori d’accento: manduca , ma 
mandicarc, mandicate. Da molto tempo avevo notato il medesimo fatto 
nel toscano. Nel cod. magliab. del Volgarizzamento di Albertano leggo: 

« Meuo dorme e manùca cui pensiero d’amore molesta » (p. 22). 

« E Salomone disse : Guai a tte terra lo cui re è fanciullo e li cui 
prencipi la mattina manùcano » (p. 39). 

Ma per contrario: 

« Con questo cotale non vi mescolate nè co llui non manicate » 
( P- 35). 

« Onde disse Seneca nelle Pistole: Innanzi è da porre mente al 
convito cun kenti uomini tu manuche o bei. Manicare senza amico è 
vita di leone e di lupo. Et lo profeta disse: Cun quello k’è superbio 
d’occhi e insatiabile di cuore con lui non manicava » (p. 19). 

Quest’ultimo passo è il più notevole, vedendovisi a piccolo inter¬ 
vallo adoperate le due forme secondo l’accennata regola dell’accento. 
Altri esempi del sec. XIII trovo in un mss. contenente gli Statuti di 
S. Maria del Carmine, Cod. mgl. Vili, 1493, n.° 9, in cui si legge ma - 
niellare o manikare (f. 5. T ). 

Auclie in Dante la stessa alternativa: 


Ma per contrario: 


E come '1 pan per fame si manùca . 

Inf. XXXII, 126. 


E quei pensando eli’ io ’1 fessi per voglia 
Di manicar . 

Inf. XXXili, 51-60. 


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romanza, n.° 4] SULL 1 INFL UENZA DELL 1 ACCENTO 


13 


Nel primo caso le edizioni hanno manduca, ma l’antico cod. magi. 
E, 5, 2, 54, il più autorevole sotto l’aspetto ortografico, ha manucha 
e credo sia questa la vera lezione, perché qui troviamo la stessa alter¬ 
nativa notata più sopra, e non s’intenderebbe, se Dante avesse qui 
adoperato un latinismo, scrivendo manduca , perché non avrebbe poco 
più sotto usato pure manducare in luogo di manicare. È inoltre a no¬ 
tare che anche nel sec. XIV e posteriormente sono frequenti gli esempi di 
siffatte forme. Così nel Vocab. della lingua Hai. del Tommaseo: « Dove 
si manuca Iddio mi vi conduca. » « Manicano pesci di mare. » « Mani¬ 
cano un morsello di pan grosso. » « Credete voi che egli vi manichi? » 
E invece quando si tratti di forme accentate sulle terminazioni, sempre 
i ; e negli esempi dello stesso Vocab. si trova: manicare , manicai , manicò 
manicaronne. Nel sardo occorre la forma mandigare che ben corrisponde 
al mandicare nel Ritmo Cassinese. Il solo esempio sicuro con u all’atona 
è la forma che Dante, De Vulg. Eloq . I, 13, rimprovera ai Fiorentini: 
manuchiamo introcque , che dalle parole di Dante si capisce essere stata 
affatto plebea, e che può considerarsi come dovuta all’influenza delle 
forme con u tonico, ma che non prova un uso esteso di altre forme 
simili. Quanto a manducare non occorre che in traduzioni dal latino 
e in scritture in cui abbondano i latinismi e non può ritenersi che 
come forma letteraria. 

Il paradigma di manicare segue perciò passo a passo quello dei ri¬ 
flessi francesi e provenzali, quali si trovano raccolti nei citati studi del 
Forster, del Cornu e del Meyer. 

PRESENTE 

INDICATIVO 


IT. A. FR. PROV. 


Sing. 

montico 

mangn, mengue t menjus 

manduc 


manticlli 

manjues , mangues, mainjus 



montica 

manjuet, menjuc, manjut 

manduja , menuga , manjuja 

Plur. 

manichiamo 

menjon 

manjam 


manicate 

mangiez, mengiez 



mamichano 

menjuent, menguent 




CONGIUNTIVO 


Sing. 

manticlle -i . 

mengue (l.«) 

manjuc (3.*) 


(1.* 2. a c o.*) 

majuce (3.*) 


Plur. 

manichiamo 

mavjum 

manjem 


manichiate 

mengiez 

manjetz. 


manùcliino 

manjucent 



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14 


A r . CAIX 


[GIORNALE 1)1 FILOLOGIA 


IMPERATIVO 

IT. A. FR. 

Sing. manùca manjoue, -ju, -jue 
Plur. manichiamo mangons, menjons 
manicate mengiez 

Negli altri tempi sempre forme con i: 

IT. A. FR. l'UOV. 

Impf. manicava manjowe 

Perf. manicai manjai, -gai 

Piucpf. Sogg. manicassi manjasse 

Infili. manicare (e così munger, -gier (mengei-ai,-creie) manjar 

manicherò, -erei) 

Part pres. manicante manjant 

Part pass. manicato manjed manjat . 

Dal quale confronto si vede che dove V accento cade sul radicale 
tanto l’italiano che il francese e provenzale mantengono 1 ’«#, mentre 
quando l’accento cade sulla desinenza l’italiano muta Yu in i e le altre 
due lingue lo sopprimono. La causa è la medesima, cioè il mutamento 
di accento che porta seco l’indebolimento della vocale; ma questo in¬ 
debolimento da una parte si limitava ad un assottigliamento del suono, 
dall’altra giunge alla sua totale estinzione. Ma si può ritenere che la 
eonjugazione di manducare qual è nei più antichi testi italiani dove già 
essere, almeno in parte, nel latino volgare. Il Meyer parla, per il pro¬ 
venzale, di una base mandugare , ma il Cornu ammette anche per il do¬ 
minio fr.-prov. un « intermedio mandicare », e cita, come esempi di 
mutamento di u atono in i, l’it. ginepro =jùnipcrum ì e il prov. cornimi 
da commnnis. Più concludente sarà qui il considerare che a produrre 
nel latino volgare una forma mandicare concorrevano e le affinità fo¬ 
netiche, e le analogie morfologiche. L’affinità tra i (dial. e) e le gut¬ 
turali era antichissima e generale nel latino (Corssen, Ausspr. II, 307 ss.), 
e siffatta affinità è uno dei caratteri più spiccati che l’italiano ha ere¬ 
ditato dal latino, come ho mostrato altrove (Osscrv. sul Voc . ital . §. IV). 
Nel caso presente concorreva di più l’analogia coi numerosi derivati in 
Acare . Le due cause unite mutarono collocare in colicare , coricar e , che 
nei dialetti che sostituiscono eai divenne colecare , culcgar ecc., mentre 
altrove e particolarmente nel dominio fr.-prov. si arrivò alla sincope: 
colgar , coucher. Similmente da manducare ben presto mandicare che già 
troviamo nel Ritmo Cassinese; onde da una parte il sd. mandigarc , il 
tose, manicare , il dial. manecare , dall’altra il fr. munger , prov. manjar 
che stanno a manducare come venger , venjar a vind[i]care. Iufine a 
mandicare accennano anche le forme dialettali francesi citate dal Cornu 
che suppongono un a o i iniziale nato per assimilazione alla vocale 
seguente : mandic - mundcc - onde mindic - mcndcc -. Mentre poi nel 


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romanza, x. w 4J SUL V INFL UEXZA DELI/ ACCEXTO 


15 


francese l’influenza delle forme sincopate si è fatta sentire anche nelle 
persone che iu origine avevano l’accento sull’tt, così si trova in italiano 
nuo sporadico manuchiamo per manichiamo che è uua continuazione se non 
un ritorno alla vocale latina per influenza di manùco ecc. Ben presto 
poi troviamo nei testi del sec. XIII la forma sincopata mangiare che 
ritengo forma francese o del Nord d’Italia, ma che non è meno estranea 
al toscano di quello che lo siano vengiare e giuggùxre . Ancora nel se* 
colo XIV le due forme italiana e francese si disputavano il terreno, 
come si può vedere dai seguenti esempi tolti al Vocab. del Tommaseo: 

« Mangiare conviene all’uomo acciocch’e’ viva e non vivere ac- 
ciocch’ e’ manticlli ». 

« Credete voi che egli vi matmchi? I morti non mangiano gli uo¬ 
mini ». (Boccaccio). 

In seguito la forma italiana divenne sempre più rara, ed oggi non 
vive che nel diminut. manicaretto . 

Anche manicare dunque aveva una conjugazione mista, parte fo¬ 
netica parte etimologica; e se v’è qualche indizio di estensione della 
conjugazione etimologica nelle persone accentate sulla desinenza ( ma - 
nuchiamo), niun indizio vi ha di forme della conjugazione fonetica che 
per analogia abbiano preso il posto delle altre, cioè d’un manico per 
manùco ecc., e la conjugazione sarebbesi mantenuta mista, se non vi 
fosse stata sostituita la forma francese mangiare , in cui il processo ana¬ 
logico riuscì a cancellare ogni traccia della conjugazione etimologica. 


ADJUTARE 

Il Darmesteter, Romania 1876, p. 454-5, mostrò come le irregolarità 
del vb. frane, aidier dipendessero da ciò che le persone accentate sulla 
terminazione perdevano I’m, mentre quelle accentate sul radicale lo man¬ 
tenevano. Egli notava poi come quel verbo presentasse alcune # forme 
difficili a spiegare ( aie , dient corrispondenti ad aiue , aiuent ecc.). 11 
Cornu, nel citato studio, dando l’elenco delle forme di quel verbo nei 
più antichi testi fraucesi, non solo notò che le forme con i accentato 
stanno accanto a quelle con u accentato, ma eziandio che forme con u 
nelle persone coll’accento sulla desidenza stanno accanto alle corrispon- 
denti con i, e che anzi nel Salterio di Oxford la conjugazione di aiucr 
è completa; onde conveniva fare larga parte all’analogia in questa con¬ 
fusione di forme che scompigliava la regolare distribuzione voluta dal¬ 
l’accento. Di più egli supponeva che forme sorte per analogia, cioè 
aie per ame, dit per ai ut abbiano dato luogo ad altre forme in cui di 
è pure dovuto all’analogia (diclait ecc.); e così aidier avrebbe prodotto 
aie poi aide, donde il mod. aule. 


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10 X. CAIX [giornale di filologia 

In italiano la conjugazione di ajutare presenta ancora dei lati oscuri. 
In Dante abbiamo: 


Ajutà: 


Ajùti: 

Ajùtan : 
Ajùtino: 


Ajùtami da lei, famoso saggio. 

L 'ajùta sì ch’io ne sia consolata. 
Gridando: Buon Vulcano ajùta ajùta . 
Dall’alto scende virtù che m’ ajùta. 

Con buona pietate aiuta il mio. 

Perchè la mano ad accertar s’ ajùta. 
Che più la perde quanto più s’ ajùta? 
Ma or m ’ajùta ciò che tu mi dici. 
Dicendo: padre mio, che non m'ajùti? 
Ed Urania m'ajùti col suo coro. 

Ed ajùtan l’arsura vergognando. 

Ma quelle donne ajiUino il mio verso. 


Inf. I, 81. 

» II, 60. 

» XIV, 57. 

Purg. I, 68. 

» V, 87. 

* XII, 130. 

» XXXIII, 84. 
Par. Ili, 69. 

Inf. XXXIII, 69. 
Purg. XXIX, 41. 

» XXVI, 81. 
Inf XXXII, 10. 


cioè 12 forme coll’accento sul radicale in cui u si mantiene. 


Inoltre : 


Se orazione in prima non m 'aita. Purg. IV, 133. 

Se buona orazion lui non aita. » XI, 130. 


cioè due casi di forme accentate sulla radice con i, ma tutt’e due in 
rima. Invece coir accento sulla terminazione: 


Ben si dee lor aitar lavar le note. 

Per ajutarmi al millesmo del vero. 

O Muse, o alto ingegno, or m'ajutate. 
Ajutó sì che piace in Paradiso. 


Purg . XI, 34. 
Par. XXIII, 58. 
Inf. II, 7. 

Par. X, 105. 


Nel primo di questi 4 versi vari codici danno alar, e nel terzo l’an¬ 
tico cod. magliab. ha atate. Si vede che Dante nelle persone coll’ ac¬ 
cento sulla radice, come nei primi 12 esempi , usava forme con u 
fuorché dove la rima richiedesse l’i, come nei due versi citati del Pur¬ 
gatorio. Per contrario nelle forme coll’accento sulla terminazione egli 
pare ayer usato aitare quando gli occorreva una sillaba di meno, ed aju¬ 
tare quando il verso voleva una sillaba di più. Quanto ad atate nel 
terzo verso non può che essere alterazione del copista, poiché si richie¬ 
derebbe per lo meno ditate , e del resto il copista stesso negli altri due 
versi scrive ajutarmi , ajutò. Anche in Francesco da Barberino abbiamo 
da una parte aitare 43, 139, 269 ecc. dall’altra ajutranno 274. Ciò che 
si nota in Dante trova conferma nelle prose toscane, come nell’uso po¬ 
polare moderno. Mentre è generale il mantenimento dell’u nelle forme 
in cui questo porta l’accento, si trova invece che le altre hanno il dit¬ 
tongo ai che dà spesso luogo per contrazione ad a: aitare , alare . Nel 
Volgarizzamento d’Albertano non solo il verbo, ma anche il nome aiu¬ 
torio , benché d’origine letteraria, suona aitorio ed aiorio . Questo spiega 
la misura aitare e l’alterazione in alare così frequente nei mss. toscani 


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romanza , s»° 4] SULL' INFL UENZA BELI/ACCENTO 


17 


che la Crusca crede bene accettarla anche per Dante. Ma nello stesso 
tempo ajtifare mantenne intera la sua conjugazione, e così riuscì più 
tardi a prevalere, anche nelle forme a termiuazione tonica, sopra aitare 
atarc . Invece V opposta influenza delle forme di aitare sopra quelle 
con u tonico è non meno difficile ad ammettere per questo verbo che 
per gli altri. Il trovarsi aita così di raro usato in Dante e solo in rima 
fa molto dubitare della popolarità di codesta forma, che anche oggi 
suona come affatto letteraria. In Ciullo, secondo il cod. Vatic., si avrebbe 
anche fuor di rima: 

A meve non aitano amici nfc parenti. XXITI, 1. 

e invece nel verso antecedente aiotarc contro ogni verisimiglianza. Ma 
comunque sia di ciò, forme come aita , aitano si possono facilmente am¬ 
mettere e spiegare nei primi poeti coll 1 imitazione letteraria: Tinfluenza 
dell* analogia delle forme a terminazione tonica sulle altre potè facil¬ 
mente farsi sentire nelle sfere letterarie per lo studio delle forme franco- 
provenzali. I poeti trovando un fr. aule da aidier poterouo foggiare 
un it. aita da aitare quando la misura o la rima lo richiedeva. Siffatta 
influenza straniera è evidente nelle forme indebolite aula, aldi usate in 
rima da Guittone, ed è notevole che la prosa che più abbonda di tali 
forme è la versione del De Regimine Princ. condotta sopra un’anteriore 
versione francese. In questa troviamo non solo atto -i, ma anche un 
sost. masch. aito = fr. aule . Questa derivazione suppone in ogni modo 
un infinito aitare che così misurato troviamo aucora nel Petrarca. Ora 
qui torna in acconcio osservare col Diez che se aidar aider ben si spie¬ 
gano da affare, non così P it. aitare. Si deve tener conto della poca 
propensione dell’italiano a siffatte elisioni a cui preferisce in generale 
l’alleggerimento della vocale modificata secondo le affinità latine. An¬ 
che qui inclino ad ammettere lo stesso processo che per manducare. 
Come questo ha dato mandicare, così ajutare dove dare *ajitarc in con¬ 
formità colle leggi fonetiche latine e italiane e colle analogie morfolo¬ 
giche. L’affinità tra i e le dentali come divenne ben presto generale 
nel latino (Corssen, Auss. II, 292 ss.) è non meno caratteristica del to¬ 
scano centrale (Osserv. sul Voc. ital . §. Y.) e qui era pure favorita 
dall’analogia coi numerosi derivati in - ifare . Le due cause unite come 
mutarono computare in compitare, così molto presto anche ajutare 
in *ajifare donde, caduto il j (cfr. maestà , Gaeta), aitare, da cui poi 
aitare afare , usato in origine solo nelle forme a terminazione tonica, 
poi per imitazione letteraria anche nelle altre quando la rima lo richie¬ 
deva. Ma ajutare che aveva la conjugazione completa e che era il solo 
usato nelle forme a radicale accentato, finì per prevalere totalmente 
anche nelle altre. Il contrario è avvenuto nel francese. Benché le 
forme con u siauo frequenti e nel Salterio d 1 Oxford la conjugazione di 


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18 


SULL 9 INFL. DELL' ACCENTO [giornale di filologia 


aiuer appaia completa, si vede che ben presto, come in manducare , le 
forme sincopate hanno avuto un’influenza prevalente sulle altre, cosic¬ 
ché aidier non solo ha preso il campo di aiuer ma, come abbiamo ve¬ 
duto, ha dato qualche rinforzo all’it. aitare . Rimarrebbe in ultimo a 
decidere, ciò che par molto difficile, se la base del fr. aider sia vera¬ 
mente affare o non piuttosto *ajitare. Secondo il Cornu aie verrebbe 
da aiiic per influenza di aidier e viceversa aier aidier da influenza delle 
forme con i tonico. Come però il Cornu suppone uu mandicare per 
manducare , così par lecito supporre qui due basi originarie ajutare e 
*ajitare, ciascuna con una conjugazione abbastanza completa, le cui 
forme si sarebbero intrecciate, finché prevalse aidier quando l’iato della 
sillaba iniziale aveva dato luogo al dittongo. Così anche l’origine di 
codesto iato avrebbe, come nell’italiano, una più naturale spiegazione. 

N. Càix. 


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ROMANZA, N.° 4] 


DELLE RIME 

DI FRA GUITTONE D’AREZZO 


19 


Chi volesse leggere le poesie di Fra Guittone d’Arezzo, sarà dopo 
breve tempo stanco ed oppresso per sovrabbondanza di parole quasi 
inintelligibili, per frasi complicate, contorte, e talora stranissime. Ma 
s’egli non si spaventi di questo male, e stia saldo nel fatto proponi¬ 
mento, s’ avvedrà subito che di mezzo a tutto quel fango brilla qualche 
perla; o, per esprimermi in senso proprio, fra il cattivo ed il comune 
abbiamo ancora del buono e dell 1 originale. Ed invero, se in Guittone 
troviamo sovente ripetizione di idee e di pensieri, numero eccessivo e 
continuo di antitesi e bisticci, e periodare spesso troppo intralciato; 
egli è notevole da un altro cauto perché non poco si stacca dalla scuola 
provenzaleggiante, intrecciando V erotico col religioso ed il morale e 
dando alla forma poetica un avviamento novello. Egli dopo aver pro¬ 
posto di darsi la morte se le pene d’amore non varranuo ad ucciderlo, 
viene a più saggi consigli, delibera di abbandonare il mondo, riconosce 
solo dal cielo ogni conforto; quindi iuueggia a Dio, a’ suoi sauti, alla 
Vergine Madre, consigliando a tutti la fuga dai vizi, il disprezzo del 
secolo e di ciò che a lui piace, e Pesercizio delle cristiane virtù. Ecco 
dichiarato, se non m’inganno, come nascono le tre categorie delle rime 
di Guittone, erotiche, morali e religiose, che colla maggior brevità pos¬ 
sibile verremo paratamente considerando. 


I 

E prima di tutto è da dir qualche cosa sulla vita di Guittone: in¬ 
certo è l’anno della sua nascita, che fu però in Santa Firmina a due miglia 
da Arezzo fra il 1220 e il 1230. Quanto sul Poeta nostro sappiamo, da 
lui stesso il sappiamo; perché, per buona fortuua, se altre fonti ci mancano, 
è concesso a noi di ricavare qualche notizia dalle sue lettere e dalle 
sue poesie. Suo padre, Viva di Michele, fu Camarlingo del comune di 
Arezzo, e si unì in tal ufficio il figlio che, quantunque immerso in cure 
penose, pur seppe trovar tempo ed agio allo studio della poesia e della 
letteratura latina. Dai versi di Guittone si conosce che questi non di* 


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20 


P. VIGO 


[GIORNALE DI FILOLOGIA 


inorò sempre in Arezzo; in nessuno scritto del Poeta si trova manifesta 
ragione di ciò; ma la congettura del prof. Romanelli (1) mi sembra ra¬ 
gionevole e giusta. Nella storia del medio evo è famoso per le guerre 
di parte nelle città italiane il secolo in cui nacque Guittone: anche in 
Arezzo, nell* età giovanile del poeta, la pace dei cittadini veniva turbata 
non pure da guerre e scorrerie di masnade nemiche, ma altresì dagli 
interni dissidi delle fazioni che ponevano nelle famiglie V inquietudine 
o la discordia. Il poeta quindi può essersi allontanato dalla patria sua 
per fuggire la vista di tanti mali. Mi pare infatti eh’e’lo dica aperto 
nei versi che seguono : 

Gente noiosa e villana, 

E malvagia e vii signorìa, 

E giudici pien di falsìa, 

E guerra perigliosa e strana 
Fannomi, lasso, la mia terra odiare, 

E F altrui forte amare. 

Però m’ei dipartuto 
Di essa, e qua venuto (2). 

Senonche egli deplora di essersi dovuto allontanare dalla nativa città ed 
aggiunge: 

E se pace e ragione 
Lì tornasse a durare, 

Sempre vorria là stare (3). 

E della patria fa ognora ricordo con sconfortante mestizia. Dove pas¬ 
sasse i giorni dell’esilio spontaneo, non saprei dire: certo fu Guittone 
talora fuor di Toscana, perché mandando alla donna amata i suoi versi 
così egli canta: 

Va, mia Canzone, ad Arezzo in Toscana (4). 

Tornato in patria si die a vita claustrale e morì nel 1294 avendo fon¬ 
dato Panno innanzi il monastero di Santa Maria degli Angeli in Fi¬ 
renze in via degli Alfaui (5). 

Gli studi a cui con tauto amore si applicò nell’età giovanile, non 
furono sterili pel nostro autore, il quale secondo il vezzo del tempo si 
die alla poesia. Di vario genere, come abbiamo dianzi accennato, sono 
le sue rime: le amorose in maggior numero ma non di maggiore im- 


(1) Di Guittone d’ Ave zzo. Campo- 
busso, 1873, cap. IV', pag. 32. 

(2) Canz. 37, St. 1. 

(3) linci. St. VII. 

(4) Ibid. St. X. 


(5) Il Diploma contenente i patti per la 
fondazione di questo monastero esiste ned 
R. Archivio di Stato in Pisa (Diplomatico, 
San Michele in Borgo, 1203, lnd. VI) o 
noi lo daremo nell'Appendice. 


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ROMANZA, N.° 4] 


DELLE RIME DI FRA G FITTONE 


21 


portanza per noi. Esse non per Lordine, ma pei sentimenti che le in¬ 
formano, si possono suddividere in poesie dove Guittone ammaestra e 
consiglia i fedeli d’amore; e poesie dove parla di sé come amante, e in 
che si riferisce propriamente alla donna sua (1). Col sonetto i cui primi 
versi sono 

Mi piace dir com’io sento d’amore 
A prò di que\ che men sanno di mene (2), 

hanno principio gli ammaestramenti di Guittone. Dice il poeta esser 
l’amore una passione che tutti provano, ma non certo nel modo mede¬ 
simo: chi però non è profano all’amore conosce a maraviglia quanto 
sia grande la sua possanza che toglie ogni altro affetto ed ogni altra 
preoccupazione dell’anima. Poiché ognuno è costretto porre l’affetto in 
donna, è da vedere il modo di far ciò. Prima che l’amante manifesti 
alla fanciulla amata il suo cuore, miri se a lei piace o no: ove alla donna 
piaccia, e voglia costei ricambiarlo dell’amore ch’egli le ha chiesto, non 
tema di manifestarsi: rivelato che si è, la ricliiegga di un secondo ab¬ 
boccamento altrove; e se il luogo è celato, dice il nostro frate poco 
nobilmente : 

Basci ed abbracci, e se consentimento 
Le vede alcuno, prenda ciò che più monta (3). 

La donna amata, continua il poeta, si può trattare in modi assai di¬ 
versi; e per far ciò conforme alle regole conviene por mente al grado, 
all’indole, alla natura di lei; e quindi è d’uopo conformarsi ai vari casi 
che possono occorrere: 

Ché tal vuole minaccia, e tal pregherà, 

E tal cortese dire, e tal villano; 

E tal parola umile, e tale fera (4). 

Deve l’iiomo servire umilmente la donna diletta, ma non mostrarsi mai 
innamorato di lei oltre misura: perocché potrebbe darsi che inorgo¬ 
glita di questo affetto mirabile e più che ordinario, divenisse imperiosa 
e superba coll’amatore: ed in questo caso è mestieri 

ver lei farsi orgoglioso, 

E dimostrar che dell’amor si teglia, 

E di meglior di lei farsi amoroso (5). 

Del resto, è ben piccola cosa quello che può essere iuseguato; e nel- 


(1) Romanelli, Op. cit., Capo VI, (3) Sonetto ISO. 

pag. 41. (4) Sonetto 1S1. 

(2) Sonetto 113. (3) Sonetto VX,. 


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P. VIGO 


22 


[giobxale di filologia 


l’oprar conforme alle regole dell’arte amatoria deve ciascuno esser gui¬ 
dato dal senno suo proprio. 

Ma notevolissimo e degno di tutta l’attenzione è il contrasto che 
produce l’amore nell’animo del poeta aretino. Egli infatti ora si ral¬ 
legra per la gioja che gli porta (1), ora si attrista perché ridotto da 
esso a pessima condizione (2), e sdegnato inveisce contro di lui per¬ 
ché sola cagione delle umane infelicità (3). Di più la donna del suo 
cuore non gli appare sempre la stessa : ora è trista, spietata, vil¬ 
lana (4); ora buona, pietosa, gentile (5). In questo caso il poeta si 
rallegra di aver posto i suoi affetti in loco degno, e scrive sonetti per 
invitare i fedeli d’amore a farle onoranza: nel secondo passa al bia¬ 
simo, si duole di averla amata, e maledice quanto ha avuto parte nelle 
sue relazioni amorose: 


Deh! che mal aggia e mia fede, e mio amore, 

E la mia gioventute, e il mio piacere; 

E mal aggia mia forza, e mio valore, 

E mi’arte, e mio’ngegno, e mio savere. 

E mal aggia mia cortesìa, e mio onore, 

E mio detto, e mio fatto, e mio podere; 

E mia canzon mal aggia, e mio clamore, 

E mio servire, e mio mercé cherere (6). 

Talora si trova nelle poesie erotiche di Guittone qualche pensiero gen¬ 
tilissimo. L’immagine della sua diletta gli è sempre dinanzi agli occhi: 

Tantosto, Donna mia, 

Com’eo vo’ vidi, fui d’amor sorpriso; 

Né giammai lo mio avviso 
Altra cosa, che voi, non divisoe (7). 

La partenza d’Arezzo gli è doluta solo per aver dovuto lasciare la donna 
sua nello sconforto e nelle pene: 

Solo però la partenza 
Fummi crudele e noiosa, 

Ché la mia gioia gioiosa 
Vidi in grande spiacenza, 

Che dissemi piangendo, amore meo (8). 

Da lungi è essa il suo unico pensiero; e molte canzoni sono inviate ad 
Arezzo per confortarla, per ricordarle che le è sempre fedele: non cre- 


(1) Canz. XXIX. 

(2) Canz. XXXI. 

(3) Canz. XXXVI. 

(4) Canz. XXVII. 


(:») Canz. XXV11I. 

(<») Sonetto 77. 

(7) Canz. XXV, St. HI. 

(8) Canz. XXXVII, Si. Vili. 


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ROMANZA, N.°4| 


BELLE RIME DI FRA GUITTON E 


23 


diate, le dice, o mia Dorma, chela lontananza mi faccia dimenticarvi; 
un cuore ben fatto affina 1* affetto suo quando la sorte lo tien disgiunto dal 
caro suo bene (1); ed a consolarla impromettele un vicino ritorno (2). 

Nella seconda categoria delle poesie erotiche di Guittone poniamo 
eziandio quei sonetti che contengono un dialogo fra lui e la sua donna : 
lo che riporta subito la mente nostra alle temoni assai famose nella 
primitiva poesia volgare. Esporrò la sostanza della più importante fra 
le tenzoni del poeta aretino. Comincia Guittone richiedendo d’amore 
la donna, dicendole d’esser preso di lei sì forte da scordare ogni altra 
cosa. Risponde la donna di essere dispostissima ad accondiscendere a 
lui; perocché le fa fede che i suoi desideri partono veramente dal cuore 
e le promette d’esserle sempre fedele. Il poeta ringrazia la donna della 
risposta sì gentile, che egli pensa 

.che mai donna altra fiata 

Parlasse tanto dibonaremente ... (3) 

e la consiglia a non temere; che le sarà costaute e pronto ad obbedire 
ai suoi cenni. Essa che si dice accorta per modo che lei non sedur¬ 
rebbero punto i consigli di colui che è lupo sotto veste d’agnello, es¬ 
sendo troppo chiare e manifeste le parole dell’amatore, protesta di ac¬ 
coglierle con benevolenza. Sicuro dell’amor della douna, Guittone non 
cape in sé dalla gioia (4), e conforme alle sue massime (5) chiede alla 
giovane di parlarle altra volta in altro luogo. Ciò è preso in senso 
cattivo: la tua domanda, dice la donna al poeta, non può aver niente 
d’onesto e di buono (6). Infatti non abbiam convenuto di amarci? 
Non sei stato tu forse già da me assicurato? E inutile quindi quel luogo 
nascosto, quel novello ritrovo che tu desideri: ond’è che la tua domanda 
dev’essere fatta per qualche ragione non bella, ed io ti rispondo che 
ciò mi offende e m’indigna. Vanne, che non sai essere un vero ama- 
dore, sibbene falso e fìnto: fuggi da me e cercati altra amante (7). Il 
poeta piange e si dispera per ciò: prima di partire da lei o fare a lei 
cosa dispiacente dice di voler mille volte morire; ma la donna è ine¬ 
sorabile e così parla al poeta: 

Dunque ti parti, e se dì che non puoi 
Mutar la volontà del tuo coraggio, 

Come dunque mutar credi l’altroi? 

Or pensa di tener altro viaggio. (8) 


(1) Canz. XXXII, St. II. 

(2) Canz. XXXVIII. 

(3) Sonetto 22. 

(4) Sonetto 64. 


(5) Si veda sopra alla pag. 21. 

(6) Sonetto 65. 

(7) Sonetto 67. 

(8) Sonetto 71. 


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1\ VIGO 


[giornale di filologia 


Così termina questa specie di tenzone che ha un fine del tutto diverso 
da quella forse di poco anteriore attribuita a Ciullo d’Alcamo. 

E qui cessiamo l’esame delle poesie erotiche del frate aretino: ma 
da quante ne potessimo riferire si dedurrebbe che egli sebbene sempre 
in parte fedele all’ artificio scolastico ed alla tradizione provenzale, 
pure nello stesso figurarsi benevolenze, sdegni e rancori, nel pro¬ 
porre di non mostrarsi troppo innamorato di una donna, viene, se non 
m’inganno, ad esprimere nuovi affetti e nuovi sentimenti e schiude il 
sentiero ad un novello genere di poesia. La scuola siciliana aveva pro¬ 
gredito pochissimo nella materia e nella forma: l’amore pe’poeti di 
questa scuola si rivolge entro termini puramente convenzionali: hanno 
essi poi per la donna loro, se mi è permesso esprimermi così, un vero 
culto idolatra. Invece per Guittone, come osserva ben a proposito 
Claudio Fauriel (1): « La dame rìcst pas tout à fait une divinile , à la 
quelle il rìy ait que des hymncs à adresser. C’cst une femme à la quelle 
il peut plaire , qii il peut offenser, da moins , sans en avoìr Vintcntion , à 
la quelle il peut avoir à demander pardon , qu J U peut perdre, avec la 
quelle en un mot il peut eprouver ious les contrastes de Vamour ». La 
scuola poi dei poeti che in molte altre parti d’Italia era sorta, non fa 
per lo più che attenersi a quella nata e svoltasi nella corte di Fede¬ 
rigo II : Guittone d’Arezzo invece, come abbiamo accennato, se ne stacca 
alquanto; fa che la poesia amorosa spazi in un campo più largo e si 
allontana in qualche parte dai modi propri della scuola provenzaleg- 
giante. 


II 

Nel mezzo del cammin della vita Guittone d’Arezzo, abbandonata 
la iella e piacetitiera consorte ed i figli (2) (lasciando loro però di che 
vivere agiatamente) si ascrisse fra i cavalieri di Santa Maria Gloriosa. 
Questo ordine istituito nel 1209 in Tolosa ebbe per iscopo di difendere 
la fede cattolica travagliata allora dalle eresie degli Albigesi, di soc¬ 
correre le vedove ed i pupilli, di insorgere contro le usure pubbliche 
e le private (3). La nuova congregazione ci si mostra fin da principio 
con aspetto tutto suo proprio. Ebbe essa infatti non solo carattere 
militare e religioso, ma altresì forma di confraternita laica: ed in- 


(1) Dante et Ics origines de la languc 
et de la littcraturc italiennes. Paris, Aug. 
Duranti, MDCCCLIV, voi. 1, pag 347-48. 
{2) Canz. Vili, St. IV. 


(3) Federici, Istoria dei Cavalieri 
gaudenti. In Vinegia 1787, Stamperia Co- 
leti, voi. I, pag. 3. 


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ROMANZA, N.° 4J 


DELLE LIME DI EDA G VITTO NE 


25 


vero il matrimonio non faceva impedimento a chi volesse entrarvi; e i 
cavalieri conjugati quantunque portassero abito ed insegne monastiche, 
osservassero pratiche devote e fossero soggetti al generale dell’ordine; pur 
nondimeno erano retti da un priore speciale, stavano sotto la giurisdi¬ 
zione dei vescovi diocesani e non facevano voti di castità e di povertà. 
Si avevano poi i frati conventuali che menavano vita claustrale (1). 

L’ordine de’ Cavalieri di Santa Maria Gloriosa dalla Liuguadoca 
passò in Italia e nel 1233 fu istituito in Parma per opera del Beato 
Bartolommeo da Vicenza (2). Nella nostra penisola la congregazione 
di cui parliamo ebbe forma più stabile, e più conveniente a società re¬ 
ligiosa, insignita, come fu, dai privilegi de’sommi pontefici. Gregorio IX 
l’approvava nel 1234 e solennemente la confermava Urbano IV nel 1201 : 
dopo di che si propagò in tutte le città d’Italia. Quivi ai fini che 
si era antecedentemente prefissi, un altro ne aggiunse l’ordine novello. 
La nostra nazione, nel secolo XIII, più che in altro tempo del medio 
evo, era funestata dagli odi di parte: la milizia de’cavalieri di Maria 
si propose quindi, prescrivendole ciò Urbano IV in una sua bolla, di 
calmare i tumulti, di togliere le discordie, di estinguere le ire domesti¬ 
che (3). Senonché dai santi propositi per tempissimo deviaudo e pensosa 
dei comodi propri più che dell’altrui bene, la congregazione della Ma¬ 
donna fu detta de’ cavalieri Gaudenti o con ischerno maggiore de’ Cap¬ 
poni di Cristo (4). 

Guittone d’Arezzo pochi anni dopo la solenne confermazione di 
papa Urbano, prima cioè del 12(39, entrò fra i Cavalieri Gaudenti, e ci 
attesta il Federici che egli fu propagatore zelantissimo di quest’ordine 
in tutta la Toscana e ben presto provinciale (5). Ascritto alla divota 
milizia cominciò ad osservarne con tutta esattezza le regole: e non 
poteva essere altrimenti; perchè egli, come apparisce dalle sue stesse 
poesie, è pentito de’falli trascorsi, e vuol farne onorevole ammenda 
ponendosi al servigio di colei che fu detta avvocata dei peccatori. 

Guittone d’Arezzo deplora in più luoghi delle sue rime di aver male 
usato degli anni giovanili passandoli in godimenti sensuali e mondani; 

Vergogna ho, lasso! ed ho me stesso ad ira, 

E doveria via più, riconoscendo 


(1) Fedbrici, Istoria dei Cavalieri ec. 
pag. 119. 

(2) Ibidem, pag. 178-179. 

(3) Ibidem, pag. 58. 

(4) La denominazione di Gaudenti ai 
cavalieri di S. Maria,deve essere stata di ben 
|H>co posteriore alla istituzione dell’ordine: 


in Guittone di Arezzo, Canz. Vili, St. 5, 
troviamo : 

Don aggia chi noi pria chiamò Gaudenti, 
Ch’ogni uomo, a Dio rendnto. 

Lo piu diritto nome è lui gaudente. 

(5) Ibidem, pagg. 329 e 373. 

2 * 


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20 


P. VIGO 


[giounalk di filologia 


Che male imi la fior del tempo mio. 

Perché non lo mio cor sempre sospira? 

E "li occhi perché mai finan piangendo ? 

E la bocca di dir mercede, o Dio? (1) 

Egli ha sottomesso ogni cosa non al servigio di Dio, ma a quello dei 
vizi; e di tutte le potenze dell’anima sua, anziché usarne al servigio del 
Signore, si servì ad oltraggio di lui, a danno degli altri ed a morte 
dell’anima propria (2). Vergognandosi cotanto del passato, è naturale 
che pel frate aretino il giorno in cui egli si ritrasse dalla vita pec¬ 
caminosa, sia quello che ridonò la pace alla sua mente ed al suo cuore. 

Entrato in una via migliore Guittone si rallegra seco stesso, e si com¬ 
piace della vergogna e del dolore che sente pei falli trascorsi, anzi tanto 
è più lieto del pentimento quanto maggiori sono stati gli errori; quindi 
volgendosi alla Vergine la ringrazia dicendole: Per favor vostro, io son 
fuori della strada di perdizione, perché voi 

A vostro cavalieri 

Mi convitaste, e mi degnaste amare, 

E del secol ritrare (3). 

Del cangiamento operatosi in lui rende il poeta dovute grazie a Dio 
ed a Maria, e così nascono le sue poesie religiose che hanno non piccola 
importanza per noi. 

La canzone XI è dedicata a Gesù Cristo ed è piena di amore verace 
e di fede sincera. In essa il nostro poeta cominciando dalla incarna¬ 
zione, si ferma strofa per strofa a considerare la vita, la passione, la 
morte e la risurrezione del Verbo umanato. Sebbene assai rozze, pure 
per forza d’espressione e nobiltà di concetto, meritano di essere riportate 
le strofe seguenti: 


0 bon Gesù, tu troppo amando 
La carne nostra, vii tanto, prendesti; 

Scendesti a terra, noi a ciel montando, 

E facendo noi Dii, uom te facesti; 

Riccor, onore, gioia a noi donando, 

Povertà nostra e ointa e noi’prendesti, ecc. (4) 


0 bon Gesù, noi vedemo te, 

Come mendico, a piede afflitto andare; 
Affamato, assetato, e nudo se’; 

Nè magion hai, nè cosa alcuna pare: 


(1) Canzone II, St. I. (3) Canz. Ili, St. 3. 

(2) Canz. Ili passim. (4) Canz. XI, St. 3. 


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ROMANZA, N.° 4] 


BELLE LIME DI FRA GUITTONE 


Or non se’ tu di cielo e terra Ite, 
lticco, cui. e quant’ è senza alcun pare ? 
Oh perché tanto abbassare, 

E farte di maggio minore (1). 


0 bon Gesù, tu contristato, 

Tu di cielo e di terra ogni allegrezza: 

È preso il solvitor d’ogni legato; 

Laidita e lividata ogni bellezza; 

Onore tutto e piacer disonnato; 

E dannata giustizia a falsezza; 

E disolata è grandezza; 

E vita è morta a dolore (2). 

E la Vergine Maria, al cui culto si era consacrato, invocava così: 

Graziosa e pia 
Virgo dolce Maria 
Per mercé ne invia a salvamento. 

Inviane a bon porto, 

Vero nostro conforto, 

Per le cui man n’è porto tutto bene. 

In la cui pietanza 
Tutt’fe nostra speranza, 

Che ne doni allegranza e tolla pene (3). 

Viva e surgente vena, 

La qual ben tutto mena, 

Preziosa Reina celestiale, 

Per tua santa mercede, 

Sovra di noi provede, 

Ché forte ciascun sede, forte male. 

Ma tu, che poderosa, 

Cortese e pietosa 

Se’tanto, metti in noi consolamento (4). 

Auco lo ispirauo le quasi contemporanee istituzioni di San Domenico 
di Guzman e di San Francesco d’Assisi: allo strenuo difensore della 
Chiesa, al propagatore zelantissimo della fede cattolica, al persecutore 
inesorabile dell’eresia, fra Guittoue d’Arezzo canta: 

, 0 nome ben seguitato, 

E onorato dal fatto, 

Domenico degno nomato 
A domino dato for patto (5). 


(1) Canzone XI, St. 5. 

(2) Ibidem, St. 7. 

(3) Canz. XII, St. I. 


(4). Ibid. St. ult. 

(•>) Canzone Xlll, St. 2. 


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1\ VIGO 


[giornale di filologia 


Agricola a nostro signore, 

Non terra, ma cori coltando; 

Fede, speranza, e amore 

Con vivo valore sementando; ecc. (1) 

Concetti che poterono forse ispirare al divino Alighieri quei bei versi 
dei duodecimo del Paradiso : 


Quinci si mosse spirito a nomarlo 
Dal possessivo di cui era tutto. 

Domenico fu detto; ed io ne parlo 
Siccome dell’agricola, che Cristo 
Elesse all’orto suo per aiutarlo. 

Tu, o Domenico, continua il poeta aretino, hai insegnato agli igno¬ 
ranti, hai sanato gli infermi, come salda colonna hai sorretto ciò che mi¬ 
nacciava cadere ; tu sei vero e forte campione della Chiesa. Prima di te 

Orrore e stoltezza abbondava, 

E catuno stavane muto; 

Fede e vertù amortava; 

Ond’ era il secol perduto ecc. (2). 

ma Dio provvide ai mali della società cristiana, e mandò te a ripararvi. 

Né minore ammirazione mostra fra Guittone d 1 Arezzo pel Poverello 
di Assisi: anzi starei per dire che riguardo ad esso, il nostro poeta è 
fedele interprete del sentimento dell 1 età sua che lo fece di poco inferiore 
a Gesù Cristo. Guittone trepida a dover parlare di lui; si dice indegno 
di far ciò, e a tale impresa disadatto; e si paragona ad un fanciullo che 
viene in campo a tenzone con un valoroso e sperto cavaliere. Quando ha 
vinto questa trepidazione e questo timore, il poeta ci dipinge la missione 
del Patriarca d’Assisi, con versi che sono certo de’ migliori che s’abbiano 
del frate aretino. Sentite infatti come fa cantar la sua musa per San 
Francesco : 

Sformata e quasi morta era salute, 

Errore e vizio contra essa pugnando, 

Quando tu con magna ogni vertute 
Levasti forte, e prò lor contrastando. 

Lingue parlanti inique hai fatte mute, 

E mute parlatrici a bon trattando. 

Cieco era il mondo- tu failo visure: 

Lebroso ; hailo mondato : 

Morto; l’hai suscitato: 

8ccso ad inferno; failo a ciel montare (3). 


0) Conz. XIII, St. vv. 1-4. (2) Il.id. St. f*. vv. 1-4. (3) Cjuiz. XIV, St. 10. 


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ROMANZA, N.° 4] 


BELLE RIME DI FRA G FITTONE 


29 


Nobilissime adunque e degne di tutta l 1 attenzione dello studioso 
delle lettere nostre sono le poesie religiose di fra Guittone; tanto più 
poi se si consideri che in Toscana prima di lui, la religione non era 
stata ispiratrice feconda, ai poeti della lingua volgare, i quali di pre¬ 
ferenza si erano dati a comporre rime amorose. 


Ili 

Nello scrivere le poesie morali, Guittone d’Arezzo adempieva ad un 
obbligo dell’Ordine suo il quale, come sappiamo, oltre di esaltare Dio 
e la Madonna, doveva inculcare l’odio al vizio, il desiderio della virtù, 
la pace e la tranquillità fra i popoli e le famiglie. Il sentimento mo¬ 
rale si manifesta nel frate aretino non poco nobile ed elevato. Egli 
dice che dall’uomo deve temersi più l’onta che la morte e che Dio ci 
ha creati non a mangiare o a dormire, ma ad oprare il bene, ad operare 
conforme a virtù (2). Questa, unica e indispensabile condizione per viver 
felici; che ogni diletto che vieu dal peccato o col peccato si accompagna, 
è misto a pentimento e a dolore (2). Ed ogni peccato è leggero appetto 
a quello di non credere iu Dio, lo che è proprio da stolto: non solo 
fanno testimonianza di lui le sacre carte in cui egli ha parlato, e 
tutte le popolazioni che lo confessano, e tutti i saggi filosofi, e tutti i 
martiri; ma c’è altresì il buon senso naturale che ci forza a crederlo: 
perché 

È impossibile già che figlio sia 
Se non padre fu pria ; 

E Be pria nullo, chi secondo addusse? 

E se da uomo uom mosse, 

Fera da fera; terra e ciel da cui? 

In cui ordin, bellore 
Tal è e tanto valore (4). 

Dell’esistenza di un altra vita, dice Guittone, ci è prova il fatto che 
non si trova nel mondo piena felicità: il perché, non avendo quivi 
l’uomo dabbene vera e perfetta ricompensa delle opere buone, ne deve 
esser retribuito dopo la morte. Afferma il poeta di compiacersi più 
che in ogni altra cosa nel vedere un ricco limosiniero, un cavaliere che 
difenda giustizia, un mercante onesto e veritiero, una donna saggia, 
fida all’amante, paziente, non loquace, casta e casalinga; un pontefice 
che adduca concordia ov’è guerra di parte (4): dappoiché l’anima 


(1) Canz. I. .(4) Canz. VII, Si. 3. 

(2) Canz. VI, St. 3, $t. 3. (\) Canz. X, 6t. 4. 


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80 


P. VIGO 


[oi ORNALE DI FILOLOGIA 


umana non solo si appaga dell’ esercizio della virtù ma si sublima ezian¬ 
dio agli esempi di essa. Felici coloro che non pongono nelle cose mortali 
la speranza e l’affetto, e che intendono servire al Signore. Essi liberi 
dalle angoscie e dai turbamenti della vita del secolo, godono pace sicura (1). 

Fu anche ufficio de’cavalieri Gaudenti (e ciò risponde a quell 1 ideale 
cavalleresco tutto proprio del medio evo) il difendere sempre le donne. 
Questa cosa fa Guittone d 1 Arezzo in varie sue poesie ma più special- 
mente, o, come sogliamo dire, di proposito, nella Canzone quarantesima 
seconda. Gli uomini tutti, egli dice, hanno preso il malo abito di porre 
in dispregio le donne, ma io vo 1 ribellarmi a quest'uso generale, pren¬ 
dendo la difesa di quelle: l'uomo, coutinua Guittone, ha signoria sulla 
donna non per diritto e ragione, ma per usanza malvagia: ma la donna 
è tanto migliore dell 1 uomo, che ben ella si meriterebbe la preminenza; 
infatti non da lei ma dall'uomo si compiono i delitti che funestano 
ognora la terra. Il sesso femminile inoltre è negli affetti più eccellente 
e pregevole dell'altro: quando la donna s'induce ad amare è più co¬ 
stante e più tenera dell'uomo, e più forti provando gli stimoli sensuali, 
sa resistere ad essi molto maggiormente di noi. E poi da dirsi la fem¬ 
mina più nobile dell'uomo per la ragione che Dio 

De limo terrete Tuoni fece e forinone, 

E la donna delTuom, siccome appare. 

Adunque b troppo più naturalmente 
Gentil cosa, che Tuomo, e meglio è nata, 

9 E più sembra ch’amata 

Ella fosse da Dio nostro Signore (2). 

Il quale, invero, per redimere il genere umano non volle trovare altro 
mezzo che una donna. Dalla donna noi riceviamo tutto quanto pos¬ 
siamo avere di meglio, perocché mercé sua si svolgono quei buoni germi 
che in noi sono nascosti, 

. . ngegno, forza, ardimento, podere ecc.* (8) 

e conclude che tutto 


... il senno e lo valor, ch’ha Tuomo, 

Dalla donna tener lo dea, si corno 
Ten lo scolar dal suo maestro l’arte (4). 

Viene quindi a dire che le donne debbono esser gelose custodi di ogni 
virtù: le ammonisce a guardarsi dalle insidie altrui; le consiglia a ser- 


(1) Canz. XX. . (3) Ibid. St. 7. 

(2) Cauz. XL1I, St. 6. (4) Ibid. St. 7. 


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ROMANZA, N.° 4] 


DELLE RIME DI FRA GUITTONE 


31 


bare la castità che tanto le innalza agli occhi nostri, ed è unico 
mezzo di perfezione verace: 

Vivere in carne fuor voler carnale 
È vita angelicale (1); 


anzi : 


Angeli castità hanno for carne; 

Ma chi l’have con carne 

In tant’è via maggior d’Angel dicendo (2). 

In una serie di 11 sonetti (3) Guittone d’Arezzo scruta l’indole dei 
principali vizi umani mostrandone i tristi effetti: nei versi seguenti (4) 
parla delle virtù contrapposte, facendo di tutto come un piccolo trat¬ 
tato di morale. 

Prima di dare un cenno sulle poesie politiche di fra Guittone 
d’Arezzo ci pare acconcio l’avvertire che noi le rannodiamo colle mo¬ 
rali per questa cagione. Un altro degli obblighi e dei più rigorosi de’Ca¬ 
valieri di Santa Maria fu la diffusione della pace non pure fra le fa¬ 
miglie, ma fra i popoli ancora: cosicché Guittone d’Arezzo scrivendo 
siffatti versi non dava che un insegnamento morale secondo i precetti 
dell’Ordine: ecco perché abbiamo serbato questo posto alle poesie poli¬ 
tiche, e non ne tacemmo una categoria a parte. 

Leggendo le rime politiche del frate Aretino, si conosce a prima 
giunta ch’egli appartiene alla fazione guelfa; e ai seguaci di questa 
parte viene appunto diretta quella canzone, che è senza dubbio la più 
importante in quest’ultimo gruppo di poesie del Gaudente d’Arezzo. 
Ognuno intende eh’ io voglio riferirmi ai versi scritti da Guittone dopo 
la memorabile battaglia di Montaperti (1260) che fu, come tutti sanno, 
una vera rovina della guelfa Firenze. Nella canzone XLI, una delle 
più note fra le poesie di Guittone, si duole questi e piange a veder Fi¬ 
renze a sì cattivo stato condotta; quella Firenze che tante speranze 
dava di sé; che 

. . . riteneva modo imperiale, 

Acquistando per suo aito valore 
Proviucie e terre, e presso e lunge, mante. 

E sembrava che far volesse impero 
Sì come Roma già fece; e leggiero 
Gli era: ché alcun no i potea star avante (5). 


(1) Canz. XLIII, St. 5. (4) Son. CXXX. 

(2) Ibid. (5) Canzone XLI, St. 2. 

(3) Dal son. CXXII al CXXXII. 


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32 


P. FIGO 


[giornàlk di filologia 


Se non che al lamento succede l’ironia, quasi rimproveri ai Fio¬ 
rentini d’esser caduti sotto gli Uberti e gli Alemanni per colpa pro¬ 
pria; quell’ironia che è stata frantesa per modo dal signor Perreus che 
ei non ha dubitato di asserire appartenere Guittone d'Arezzo alla fa¬ 
zione ghibellina (1). 0 voi, dice il poeta, che siete in Firenze, ponete 
mente alle mie parole. Poiché avete in casa gli Alemanni, serviteli bene 
e fatevi da loro mostrare le spade con cui vi hanno ferito i volti, ed 
ucciso i parenti. Ad oprar queste cose dovettero essi faticare non poco: 
quindi mi piace che voi in compenso diate a costoro molta della vostra 
moneta, ed ugualmente 

Monete mante e gran gioi’ presentate 
Ai Conti, ed agli Uberti, e agli altri tutti, 

Oh’ a tanto grand’ onor v’ hanno condutti, 

Che miso v’hanno Siena in podestate. 

Pistoja, e Colle, e Volterra fann’ora 
Guardar vostre castella a vostre spese; 

E ’l Conte Rosso ha Maremma e T paese : 

Montalcin sta sicur senza le mura; 

Di Ripafratta teme ora il Pisano; 

E ’l Perugin, eh ’l lago noi folliate; 

E Roma vuol con voi far compagnia, 

Onore e signoria. 

Adunque pare che ben tutto abbiate 
Ciò che disiavate, 

Potete far cioò Re del Toscano (2). 

Questa ironia continua fino al termine della canzone che si chiude 
così : 

Baron Lombardi, e Romani, e Pugliesi, 

E Toschi, e Romaguuoli, e Marchigiani, 

Fiorenza, fior che sempre rinovella, 

A sua corte v’appella; 

Che fare vuol di se Re dei Toscani 

Da poi che gli Al umani 

Have conquisi per forza e i Senesi. 

Ma un’altra cosa si manifesta nelle poesie politiche di fra Guittone: 
l’amore, cioè, che il poeta nutre grandissimo per la propria città: al 
vedere che questa da prospera e floridissima condizione è venuta a ben 
deplorevole stato, lo prende compassione e dolore. Nella canzone XI 
fa Guittone un contrapposto fra l’antecedente felicità del comune di 
Arezzo e la posteriore miseria: e dopo avere inveito contro la iniqua 
ecrudelgeute che ne è stata cagione, grida in questo modo ai cittadini: 


(1) Ifistoirc de la rcpublique de Florence, li, 107 e vedasi pure questo Giorn. 1,53. 

(2) Canzone XLI, St. 0. 


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ROMANZA, N.° 4) 


DELLE LIME DI FRA GUITTON E 


VA 


Crudeli, aggiate mercede 
De 1 figliuoli vostri e di vui: 

Ché mal Laverebbe altrui 
Chi sé stesso decede. 

E se vicina, né divina amanza 
Non mette in voi pietanza, 

E1 fatto vostro istesso almen la i metta (1). 

Colle Canzoni si volge il poeta ad alcuni celebri personaggi del¬ 
l’età sua. Al Conte Ugolino, al giudice di Gallura (2) e ad altri, per¬ 
ché della loro potenza, o degli offici loro si valgano come comanda Iddio 
a tutta pace e prosperità delle genti; a Corso Donati, capo di parte 
Nera in Firenze, per consigliarlo a crescere valore e virtù all’animo suo 
nelle occorrenze (3) ; a Marzncco degli Scornigiaui da Pisa, per lodarlo 
di un atto nobile e generoso (4); a Ranuccio da Casanova, per fargli 
parola delle virtù prescritte dall’Ordine ai Cavalieri Gaudenti (5); e 
queste Canzoni in forma di lettere, e come tali pubblicate dal Bottari 
tra quelle del Frate, rendono conforme al vero il giudizio del Carducci, 
che Guittone d’Arezzo, cioè, aspiri a quella poesia politica concionatrice 
levata poi sì alto dal Petrarca (6). 

Esaminati più brevemente che abbiamo potuto i diversi generi delle 
poesie di fra Guittone, vediamo di stabilire qualche cosa riguardo al 
luogo eh’ egli occupa nella storia delle lettere nostre. La scuola si- 
cula si attiene strettamente al fare dei Provenzali, ed è fedele seguace 
dell’arte loro convenzionale. Volendo parlare colla maggiore esat¬ 
tezza possibile, ricavando le consegenze dagli studi che abbiamo fatti, 
non potremmo dire che Guittone d’Arezzo faccia parte di quella. 
Inclineremmo a dividere la scuola toscana in due gruppi distinti: l’uno 
popolare, il quale, dopoché il reggimento a comune ebbe in Firenze 
il massimo suo svolgimento, quivi crebbe come sotto cielo propizio; 
l’altro, rappresentato specialmente dai poeti pisani Baceiarone, Pan- 
nuccio, Lotto di Ser Dato, Pucciandoue Martelli, latiueggiaute; il 
quale nondimeno è indipendente dai bolognesi: poiché mentre questi 
per l’intrinseco delle loro poesie si ricongiungono, o meglio cer¬ 
cano di ricongiungersi ai poeti latini e seguono le tradizioni dell’arte 
e della scienza antica così svisate come le avea il medio evo; quelli 
soli nella siutassi si attengono ai classici, sforzandosi di modellare 
la loro costruzione poetica sull' esempio dell’ antichità (7). A questa 
scuola meglio che ad ogni altra accosterei Guittone d’Arezzo: senou- 


(1) Canz. IX, St. 5. 

(2) Canz. XXIII. 

(3) Canz. LIV. 

(4) Canz. LVIII. 


(5) Canz. LIX. 

(0) G. Carducci, Studi Letterari. Livorno, 
Frane. Vigo Kdit. 1874, png. 35. 

(7) D'Ancona, Corso Universatario di Lett. It. 

3 


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34 


1>. VIGO 


| GIOEXALE DI FILOLOGIA 


che egli ha tratti proprio particolari e caratteristici che ci impediscono 
di farnelo seguace scrupoloso e fedelissimo. Il nostro frate infatti è 
anello di congiunzione tra il fare latineggiante e la maniera dei Pro¬ 
venzali a cui si attiene pei bisticci e le antitesi continuate, che furono 
nn assai brutto vezzo dell’ultima poesia ocitanica. E i bisticci e le an¬ 
titesi continuate sono in verità più che abbondanti nelle rime di Guit- 
toue; basti citare: alter altezza (Canz. Ili, St. 3 v. 7) e 

0 vita vital, per cui e’ vivo 
For cui vivendo moro, e vivo a morte; 

E gaudio, per cui gaudo, e son gioivo, 

For cui gaudendo ogni dolor mi sorte; ecc. (1) 

E gradite grazire Le grazie e i piacer suoi (C. XVII, st. 2 vv. II 
e 12), Sfiorata fiore (Cauz. XLI st. 2 v. 1), gioia giojosa (Canz. XLV, 
st. 1 v. 1 ). Ma v’ è ancora di più. Spesso il poeta unisce insieme pa¬ 
role identiche di suono, ma differenti di significato. Per esempio: 

Già lungiamente sono stato punto; 

* Si punto in’ have la noiosa gente, 

Dicendo di savere ove mi punto; 

Sì tal punto mi fa quasi piangente (2). 

Ed anche 

Eppure amare vo’quella cui amo; 

Che ad amo m’ ave si preso V amare : 

Pili eh' altro amant' di bon amor lei amo. 

Ed eo, che v’ amo, voi di bon amare 
D’amor consiglio, che imbocchiate l’amo, 

In eh’ amo, dico a voi quel che ven pare (3). 

Quello poi che lega Guittone d’Arezzo alla scuola pisana, è il fa¬ 
ticoso ritorno alle forme latine, che si trovano spessissimo nelle sue 
poesie. Guittone per altro si attiene spontaneamente alla maniera la¬ 
tineggiante: egli va proprio apposta a cercare modi contorti e ripu¬ 
gnanti all’indole della lingua novella, precisamente come artificiose sono 
quelle antitesi, quei bisticci di cui abbiamo discorso. Ed infatto non 
naturali ad alcuna maniera di scrivere mi sembrano i seguenti modi di 
dire: Perché non lo mio cor sempre sospira? (Canz. II v. 4). 0 loco è 
altro ove pagar uom dea? (Canz. VII, st. 4 v. 16). E morte Laida 
prendendo traforte, Vita a noi dando tutt ore. (Canz. XI st. 2 v. 9 e segg.). 
Che forte ciascun sede, forte male (Canz. XII. st. ult. v. 6). A domino dato 
for patto (Canz. XIII, st. 3 v. 4). Ma prendo onde savere Degnità tanta 
in suo degno ritrarc? (Canz. XIV, st. 1 vv. 3 e 4). E cielo ogni in alto 


(1) Canz. XV, St. 4. (2) Sonetto CI. (3) Sonetto CLXXXI1I. 


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ROMANZA, N.° 4] 


DELLE LIME DI FRA G FITTONE 


35 


(Ibid. st. 4 y. 8). Parvo par, magno fare a magno amante (Ibid. st. 6 
v. 5) Salvò secolo esto (Ibid. st. 10 v. 8). E ne ’ tuoi figli oh quanta 
alzi grandezza! (Ibid. st. 13 v. 2). Non laude amiate alcuna (Canz. 
XVIII, st. 1 v. 19). Arbore quel , che non frutta in estate Fruttar quando 
sperate? (Canz. XXIII, st. 3 vv. 7 e 8). Ma se non vuol di piano 
vincer , corno Vorrà se affligend’ uomo? (Canz. XXIV st. 2. vv. 12-3). 
Amore già per la gioia Che ’ride regna , non Vaudo (Canz. XXXV, 
st. 4 v. 1). E ’ l gran lignaggio suo morto a dolore Ed in crude1 pri - 
gion mis ’ a gran reo (Canz. XLI, st. 3. vv. 3-4). E ciò gli ha fatto chi? 
(Ibidem v. 5). Ma lo suo piacentero, Sembiante , me nesciente , in gioia è 
mosso (Canz. XLVI, st. 2. vv. 5-6) (1). 

Questi, che non sono davvero tutti gli esempi che si potrebbero 
citare, dimostrano a sufficienza che il frate aretino è ampliatore mas¬ 
simo di quella nuova foggia di poetare che, se da un lato si attiene al 
fare provenzaleggiante, da un altro canto se ne stacca in quantoché 
si avvicina alla sintassi latina: ma questa unione di elementi nuovi 
cogli antichi, è troppo superiore alle forze ed ai tempi di Fra Guit- 
tone: si direbbe quindi che questi non è riuscito che ad abbozzare 
una scultura che egli aveva intenzione di compiere con tutto il magi¬ 
stero possibile, e di esporre agli occhi ed al giudizio del pubblico; co¬ 
sicché non dubitiamo di asserire che Guittone, innamorato com’era 
della classica antichità, se fosse vissuto due secoli appresso, alla fine del 
medio evo, avrebbe avuto ben altra fortuna. 

Per la conoscenza e la perizia degli scrittori latini, e per l’amore 
a questi il frate aretino deve essere stato a’ suoi tempi in grandissima 
stima. Fra le poesie di Guido Guinicelli si trova un sonetto mandato 
a Guittone d’Arezzo nel quale si hanno questi versi 

Prendete la canzon la quale io porgo 

Al parer vostro che Pagiunchi e cimi; 

Che a voi in ciò solo come mastro accorgo. 

Ma della riputazione del poeta nostro a suoi tempi ci fanno testimo¬ 
nianza notevole Dante Alighieri e Francesco Petrarca. Il primo nel De 
Vulgari Eloquio (2) se la prende contro chi innalza Guittone e dice 
cosi: Desistant ergo ignorantiae sectatores Guidonem aretinum extollentes; 
e nel XXVI del Purgatorio avendo incontrato Guido Guinicelli amico e 
maestro suo lo encomia per le sue dolci rime d’amore dicendogli che 
sarebbero durate in eterno. Ma il poeta bolognese protesta quasi 
di non meritarsi questo elogio sì grande: che un perfetto artefice e 


(1) Per debito di giustizia debbo dire che, prima di me, raccolse queste forme lati¬ 
neggiami l’egregio professore Alessandro D’Ancona. 

(2) Libro II, Cap. VI. 


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36 


P. VIGO 


[aiOKNALK DI FILOLOGIA 


maestro del proprio parlare non dee cercarsi in Italia ma in Provenza, 
nella persona di Arnaldo Daniello, che soverchiò tutti gli altri in rime 
d’amore e prose di romanzi. Coloro che credono a lui superiore Ge¬ 
rardo di Limoges, 

A voce più che a ver drizzan li volti, 

E così fermano sua opinione 

Prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. 

E similmente 


Così fer molti antichi di Guittone, 

Di grido in grido pur lui dando pregio, 

Finché l’ha vinto il ver con più persone. 

Cioè: egli fu approvato un tempo per testimonianza di molta gente; 
ma in appresso la verità è stata conosciuta e dichiarata dai più e la 
stima universale gli è venuta meno. 

Il Petrarca* nel capitolo IV del Trionfo cT Amore fingendo di aver 
visto in una piaggia fiorita alcuni poeti amorosi toscani vissuti prima 
di lui, pone fra essi Guittone,e dice 

Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, 

Ecco Gin da Pistoja, Guitton d’Arezzo, 

Che di non esser primo par che ira aggia: 

lo che debbe intendersi in questo modo: che il nostro poeta sentiva 
invidia di non essere fra i suoi posteri tenuto in quel gran conto nel 
quale era stato presso i contemporanei, dai quali, come anche apparisce 
da un passo di Benedetto da Cesena, ei fu grandemente stimato (1). E 
tutte queste a noi sembra che siauo prove della riputazione che il poeta 
d’Arezzo come dotto e singolare nella maniera di scrivere deve aver 
goduto ai suoi tempi. 


IV 

Parrà forse cosa strana a taluno che noi, parlando delle poesie asce¬ 
tiche di fra Guittone, non abbiamo neppur fatto cenno del famoso so¬ 
netto Donna del Ciclo , gloriosa madre Del buon Gesù ecc. Da questo 
fino all'ultimo (una serie di 27 sonetti) comincia una foggia di poesia 
che è proprio incompatibile coll’antecedente del frate, perché le darebbe 
un carattere diversissimo da quello che abbiamo detto appartenerli. Chi 
attentamente si faccia a leggere quei sonetti e li ponga a raffronto con 


(1) Tract. de honore mallevimi , Lih. IV, Capo 2. 


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ROMANZA, N.° -1] 


DELLE RIME DI FRA G FITTONE 


37 


gli altri di Guittone s’avvedrà a prima giunta di una differenza non 
piccola. La maniera di dire è assai più disinvolta, la frase procede più 
spedita ed ordinata, la lingua è incomparabilmente più pura e libera 
da tutti quei bisticci, che se furono una ben trista abitudine di molti 
negli albóri della nostra poesia, sono in Guittone quasi insopportabili. 
Attalché sorge spontaneo il dubbio se una forma sì nobile e peregrina 
possà essere sorella legittima di una rozza e diciamo quasi scomposta. 
Il dubbio può esser ben giustificato dal fatto che questi sonetti non si 
trovano in nessun codice delle poesie di Guittone. Non gli hanno i 
due codici che esistono a Lucca, non gli hanno i codici romani e non 
gli hanno neppure il Palatino, il Riccardiano, il Rediauo. 

Ma come dunque vennero fuori? Essi, scompagnati dagli altri che 
vediamo nelle edizioni posteriori, comparvero per la prima volta nell’ot¬ 
tavo libro dell’opera intitolata Rime antiche , divise in undici libri , Fi¬ 
renze, eredi Giunti, 1527, in 8° e nelle successive ristampe dell’opera 
medesima fatte a Venezia dai Fratelli Sabbio nel 1532^ da Cristoforo 
Zane nel 1731, e ijel 1740 da Simone Occhi, il quale non fece se non 
rimetter fuori l’edizione dello Zane mutandovi il frontespizio,^a non il 
foglio seguente ov’ era indicato il nome del tipografo : del che pare che 
egli non si sia accorto. Nell’edizione Giuntina si trovano del no¬ 
stro poeta trentaciuque sonetti, due ballate e due canzoni, cosicché a 
questa edizione sembra essersi riferito V illustre Fauriel quando par¬ 
lando di Guittone scrisse: On a de lui trent-cinq sonnets , quatrc can¬ 
zoni ecc. (1) 

Il Valeriani da nove codici, due dei quali Vaticani, gli altri Luc¬ 
chesi appartenuti al Luccliesini e trascritti per mano del Salvini e del 
Biscioni, tolse tutte le rime che si hanno oltre quelle pubblicate nel 1527, 
vi aggiunse le altre dell’edizione Giuntina mettendole in ultimo senza 
por mente alla gran differenza che manifestavano nella forma, e curò 
un’edizione generale delie rime di Fra Guittone, che fu stampata in 
Firenze presso Gaetano Morandi nel 1828 in due volumi in ottavo: dei 
quali alla pagina 212 del secondo cominciano i sonetti controversi. 
Copia più che altro dell’edizione del Valeriani è la ristampa che delle poesie 
del nostro frate, fu fatta a Firenze nel 1867 : fa parte della collezione 
Mazzini e Gaston, ed è il primo volume della prima serie. Cosicché 
l’errore è stato successivamente tramandato dall’una all’altra ristampa; 
nè può difendersi in verun modo, in quanto i criteri diplomatici, che 
sono del massimo valore in questioni di simil fatta, stauno a giustifi¬ 
care il dubbio emesso. 


(1) Dante et Ics origine» de la langne et de la litteratnrc italiennes. Paris, Au- 
gust Durami, MDCCCLIV. Voi. I, pag. 340. 


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38 


P. VIGO 


[giornale di filologia 


Il qual dubbio però non siamo davvero stati noi i primi a formare. 
Già Ugo Foscolo nelle sue Epoche della letteratura italiana non temette di 
dire che gli ultimi ventisette sonetti potessero appartenere a Guittone. 
« Di Guido poeta, son sue parole, i versi che restano sarebbero maravi- 
gliosi per quell’età; non tanto per le idee, quanto per lo stile che spesso 
pareggia quello del Petrarca ; ma confesso che io credo le poesie di Guido 
d’Arezzo, spiritose invenzioni di qualche bell’ingegno dell’epoca di 
Leone X (1). » Il Giudici poi, prima di conoscere quanto aveva detto Ugo 
Foscolo sul frate aretino, non dubitava di affermare che se l’autore dei 
ventisette sonetti controversi e delle altre poesie fossero una stessa per¬ 
sona, c verremmo costretti a supporre un miracolo e chiamare in aiuto 
l’onnipotenza divina per decidere un piato di minuzie letterarie» (2). 

Oltre dieci anni dopo, narra V egregio critico essergli accaduto un 
fatto che potè avvalorar grandemente V ipotesi del Foscolo, e i dubbi suoi 
propri. Ci serviremo delle sue stesse parole, c Tirando innanzi il mio 
lavoro nel fare i* miei studi sul Trissino, mi giovai della bella edizione di 
tutte le opere di lui fatta nel 1727 con estrema cura da Scipione Maflfei, 
la cui autorità nelle cose di erudizione è tenuta meritamente come quella 
di giudice inappellabile. Immagini chi può la mia maraviglia allorché 
nella edizione detta di sopra vidi il sonetto: 

Quanto più ini distrugge il mio pensiero 

stampato fra le rime del Trissino, si che potei pensare di non essermi 
male apposto (3). » 

Questo fatto indurrebbe ad asserire colla debita circospezione es¬ 
sere i ventisette ultimi sonetti attribuiti al frate Gaudente, o per lo 
meno una gran parte di essi, probabil fattura di quattrocentisti o cin¬ 
quecentisti imitatori del Petrarca. 

Ad avvalorare i dubbi sull’autenticità degli ultimi 27 sonetti può 
servire, più che altro, un raffronto delle parole e modi degli antece¬ 
denti, colle parole e coi modi loro. Dal I fino al CCVIII inclusive il 
lettore non potrà trovarne uua brevissima serie, che non gli ponga sot¬ 
tocchio frasi assai poco naturali all’indole della lingua italiana, e ta¬ 
lora strane e contorte. E tali sono, a parer nostro, quelle che seguono, 
tolte qua e là dai sonetti non controversi: esser manente (Son. XXIX, 
v. 3). Regnare a benìgnanza ed a piacere (Ibid. v. 4). Amistate a 
buon talento (Son. XXX, v. 2). Parte la vita a gran dolore (So- 
net. XXXII, v. 3). Cher mercè (Son. XXXIII, v. 3). Se ’n voi de¬ 
gnasse fior valer mercede;. Ma db decede orgoi che vi sta bene (Ibid. 


(1) Citato in Giudici, St. della Lett.lt. (2) Op. cit. ibid. pag. 107-108. 

Firenze, F. Le Mounier, 1863. Voi I, Lez. Ili, (3) Ibid. in nota, 

pag. 108 in nota. 


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ROMANZA, N.° 4 J 


DELLE LIMI: DI FRA GUITTONE 


39 


vv. 9 e 10). A tutta mia divisa (Son. XL, v. 11). Ciò che m'agenza 
(Son. XLII, v. 3). Ma come in ferro più che in cera tene E vede in¬ 
taglia ecc. (Son. XLV, vv. 12 e 13). Perde diritto Prima chi falla, e 
prender me difendo (Son. XLVI, vv. 9 e 10). Adunque guarrta me 
Valtrui nocente (Son. LXVIII, v. 14). Com' tu prenderlo dì, avaccio 
accordato Fora per la mia parte , e volentieri (Son. LXXI, vv. 3 e 4). 
ma non m'è piacentera (Son. LXXV, v. 7). Ch' io tei convento dar ben 
dobbramente {Son. LXXXII, v. 12). Sì dolcemente m'have trapagalo Lo 
vostro orrato dir , che son goddente (Son. LXXXIII, vv. 10 e 11). Som¬ 
mariamente quanto può ciausire Di tutto ben uom bon conoscidore . 
(Son. LXXXIV, vv. 7-8). 

Frasi consimili a queste si ripetono del continuo nelle rime del 
frate aretino, e avremmo stancato certamente la pazienza del lettore, 
se tutte quante le avessimo qui riferite. 

Ma oltre a ciò souo frequentissimi i bisticci nei 208 sonetti; fra 
i quali anzi ve ne ha alcuno in cui una medesima parola, o parole de¬ 
rivate da un identica radice compariscono in tutti i quattordici versi; 
come ad esempio nei sonetti XXXIY, LIV, LXX e CLXXXIII: goffo, 
quest’ultimo, più di tutti gli altri, oscuro’e ridicolo. Si trovano inoltre 
molto spesso bisticci di due o più parole, talora anche di un intera 
strofa, che quà non riferiamo per non tediare chi leggerà il presente 
scritto. 

Ma dal sonetto CCIX fino all’ultimo non abbiamo più tutto que¬ 
sto, e se apparisce qua e là qualche forma antiquata, non vi si trovano 
frasi contorte e latineggianti in modo non acconcio all’ indole della 
nostra favella: ma, invece di rozze ed oscure maniere di dire, si hanno 
le strofe seguenti che il gran Cantore di Madonna Laura non sdegne¬ 
rebbe fra le sue: 

Allor vedrete alla mia fronte avvolto 
Un brieve, che dirà, che ’l crudo amore 
Per voi mi prese, e mai non m’ha disciolto (1) ; 

oppure : 

Poi son ricorso in cielo al sommo bene 
Per fuggir le dorate aspre quadrella: 

Nulla mi giova, ond’eo son fuor di speme (2); 

ed anche: 


Ma quando io son per gire all’ altra vita 
Vostra immensa pietà mi tiene e dice 
Non affrettar V immatura partita. 


(1) Son. CCX. 


(2) Son. CXII. 


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40 


P. VIGO 


[giornale di filologia 


La verde età, tua fedeltà il disdice: 

Ed a ristar di qua mi priega e invita: 

Sicch’eo spero col tempo esser felice (1). 

Qui ognuno, ci serviremo delle parole del Giudici, può ravvisare 
tant’arte, da tenere questi sonetti a buon dritto più belli di quei di 
Cino da Pistoia e inferiori solo alle rime del Petrarca: i versi infatti 
sono armonici e maestosi, la lingua nobilissima, le frasi elette; e so¬ 
prattutto, lo che ancor meno si accorda col carattere della poesia di 
Guittone, abbiamo un lucidissimo e naturalissimo stile. Così, presso a 
poco, è negli altri, come vedrà di leggieri chiunque si ponga a fare un 
raffronto. 

Potrebbe forse qualcuno contrapporre un verso del sonetto a Maria 
per rivendicare almeno quest’ultimo al frate aretino: e sarebbe nella 
quartina che dice: 


Risguarda amor con saette aspre e quadre 
A che strazio ne adduce, ed a qual sorte. 

Madre pietosa, a noi cara consorte, 

Ritrane dal seguir sue turbe e squadre (2). 

TI Nannucci a questo punto soggiunge: c Chiama consorte la Ver¬ 
gine perchè l’ordine al quale era ascritto Guittone era intitolato di 
Santa Maria; » ma per me quel consorte non ha certo siffatto signifi¬ 
cato. Secondo il concetto cattolico, se Maria Vergine non è stata sog¬ 
getta alle nostre debolezze, ha per altro certamente provato tutti gli 
affanni propri del vivere, tutti i timori, tutte le speranze; quindi ebbe 
la stessa sorte di noi, è nostra sorella, ed a lei l’anima pia si volge 
sempre con più fervore, perché le pare che essa che le ha provate, debba 
avere un balsamo più efficace a lenir le sue pene: ed è questo l’incanto 
del culto di Maria e la ragione per la quale questo culto medesimo si 
diffuse rapidamente fra i cristiani fin dai primissimi tempi della Chiesa, 
e molto innanzi che il concilio di Efeso lo stabilisse: cosicché il chia¬ 
marla consorte è darle uno degli epiteti più naturali, più appropriati, 
e più belli; né so spiegare come il Nannucci non v’abbia pensato. 

Riepilogando, diremo che noi lungi dall’ abbassare fra Guittone 
di Arezzo come fanno il Monti nella Proposta , e il Perticari negli Scrit¬ 
tori del trecento , lungi ancora dal dargli un importanza ed un me¬ 
rito che non gli spettano, crediamo dover concludere: che egli con 
tutta la sua rozzezza, colle sue ripetizioni, coi suoi bisticci, col suo stile 
duro e contorto è ampliatore anzi istitutore di un genere di poesia che 
sta di per sé : genere che se fu stimato a’ tempi in cui sorse, visse 


ri) Son. CCXIII. 


(2) Son. CCIX. 


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ROMANZA, N . 0 4] 


DELLE RIME DI FRA GUI ITONE 


41 


per altro vita assai breve, perché per l’indole sua mal si affaceva ad 
una età, in cui veuiva sempre più a svolgersi l’idioma volgare. Ab¬ 
biamo veduto ch’egli ha talora vigorosi concetti, originali, nuovi, de- 
gui di lira maggiore. Quindi lo studio di Guittone d’Arezzo sarà ripu¬ 
tato utilissimo da quanti si professan seguaci di quella critica saggia 
che anche delle più piccole cose tien conto* e da quanti amano di cono¬ 
scere intimamente qual fosse il sentiero preparato ai successivi cultori 
della volgare poesia. 


Livorno, Gennajo 1879. 


Pietro Vigo. 


APPENDICE 

(Yed. pag. 20. n. 5). 

ratti e convenzioni fermati tra Fra Frediano priore di Camaldoli da 
una parte, e Fra Guittone d’Arezzo dell'ordine di Santa Maria 
Gloriosa dall' altra per edificare il monastero degli Angeli di Firenze. 

(Estratto,dal B. Arch. di Stato in Pisa, Dipi. 1293. Ind. VI. S. Michele in Borgo). 

In Dei nomine, Amen. — Anno domini a nativitate ejusdem millesimo, ducen- 
tesimo, nonagesimo tertio, Ind. vj a Romana Ecclesia pastore vacante. Cum reverendus 
pater dominus Fridianns prior Camaldulensis ex una parte, et vir religiosus frater 
Guittone civis Aretinus de ordine militie gloriose Yirginis Marie ex altera, diu ha- 
buissent simili tractatum et concordiam super faciendo novum locum heremiticuni 
prout et sicut per eos extitit ordinatum, tandem conventiones et pacta infrascripta 
de ipso loco heremitico faciendo inter se fecerunt et concorditer celebraverunt. Nain 
in primis ordinaverunt quod fiat et sit locus heremiticus, et quod ab iato anno in 
antea vitam heremiticam faciant fratres moraturi in eo, et ad minus sint ibi sex 
fratres, quattuor monaci et duo conversi : qui clerici continue habitent infra domos 
dicti loci nec de loco valeaut exire aliquo modo nisi magna ymineret neccessitas, 
et tuno de voluntate et consensu prelati et maioris partis capituli dicti loci. 

Itera teneatur et debeat dictus frater Guittone, dare et sol vere prò dicto loco 
heremitico habendo et emendo, ducentas libras denariorum pisanorum usque ad ka- 
lendas Januarii proxime venturas ; omnia vero alia necessaria et quocumque modo 
opportuna prò dicto loco heremetico habendo, exequendo, et compiendo, fiant et fieri 
debeant sumptibus et expensis prout intra sequitur, ita quod dicto modo et forma 
dictus locus heremiticus fiat, compleatur, et perficiatur. 

Item quod nullus frater dicti loci prelationem neque officium unquam recipere 
possit aliquo modo, nec vicariam vel custodiam alicujus loci, nec dominus prior possit 
aliquem ad hoc conpellere ymmo eum deneget omnino dare. 

Item quod locus sit aubiectus heremo Camaldulensi in confirmatione prelati et 
visitatione et annuo censu, dando sacriste diete heremi imam libram cere infra 
annum vel eius inde quando dare voluerit. Et si non daret infra annum teneatur 
dare dictus locus duas libras cere nomine pcue. 

3* 


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42 


P. VIGO 


[giornale di filologia 


Itein dominus prior nec aliquis prò co, neque heremite Camaldulenses possint 
aliquem monacmn vel conversata ponere in dicto loco, ncque extrahere sine volun- 
tate prioria elicti loci et maioris parfcis capituli. Et ad petitionem prioria et capi- 
tuli dicti loci debeat dominus prior removere quemeumque fratrem voluerint de 
dicto loco infra mensem. 

Itera si dicti prior et capitulum vellent recipere de ordine vel aliunde, dum- 
modo sit infra ordinem, si est de órdine, dominus prior huiusmodi fratrem concedat 
eis libere: si autem non esset de ordine, libere possint recipere sicut alia monasteri 
ordinis. 

Item quod dicti fratres cum vacaverit prioratus dicti loci possint eligere quem¬ 
eumque voluerint duminodo sit de ordine Camaldulensi, si ve de dicto capitulo, sive 
non. Et prior debeat huiusmodi electum a capitulo vel maiori parte concedere, si 
aliquid canonicum non obsistat, omni dificultate ac dilatione omissa, si tamen electus 
consensura suum voluerit prestare. 

Item quod prior dicti loci non possit recipere monacum conversum vel alinm 
familiarem aliquem, sine requisitone ac dicti capituli consensu et voluntate. 

Item quod dominus prior quando visitabit, percipiat nomine visitationis xl 
solidos pisanos, quando alii visitatores ordinis visitabunt x solidos pisanos percipiant 
nomine visitationis: et hoc Bemel in anno tantum. 

Item quod neque dominus prior neque aliquis prò eo vel heremite Camaldu¬ 
lenses possint a personis dicti loci aliquam collectam, provisionem, prestanzi am seu 
donimi petere vel recipere in genere vel spetie aliquo modo; etiam si esset oblatum 
ultra quantitatem v solidorum et omnia dona in toto anno non ascendant ultra* 
quantitatem xx solidorum pisanorum. 

Item quod dominus prior omnes libertates, exemptiones, et immunitates servabit 
et servari faciet per priores et capitula dicti loci: prò conservatone dicti loci, et 
pacis et concordie fratrum, teneantur priores jurare ad sancta dei evangelia omnia 
suprascripta in confermatone sua servaturos, et tunc se supponant in hoc capitulo 
sententi© cxcomunicationis extunc, ita quod ipso facto sit excomunicatus et sit amotus 
et priyatus ab omni administratione dicti loci. A qua sententia excomunicationis, 
amotionis sive privationis taliter sic amotus non possit petere dispensationem de iu- 
ramento neque de administratione dicti loci. 

Item promictat dominus prior facere hedificari domos et oratorium et ecclesiam 
super terreno a dicto fratre Guittone tunc dato de proventibus et eleraosinis quo 
pervenerint ad manus dictornm fratrum secundum possibili tatem dictoruiu fratrum. 
Et si aliquo tempore dimiserint locum predictum vel non scrvarent heremiticam vitam 
secundum consuetudinem dicti loci, locus cum suis hedificiis deveniat ad manus fra¬ 
trum continentium sine contradictione alicuius ; et valeant suo arbitrio possessionem 
dicti loci de iure et de facto vendere et pecuuiam expendere minutatila in pauperes 
viduas, et orphanos, et alios pauperes verecundos: salvo quod Camaldulensibus non 
vendatur, nec ad eorum ullo unquam tempore manus valeat pervenire ; et hec obser- 
vent et faciaut sub iudicio auimarum suaruui. Qui fratres si dictum locum non re- 
ciperent, vel non servarent predicta, dictus locus cum suis hedificiis perveniat ad 
hospitale de Ponte Civitatis Aretii et sint obligati non vendere dictum locum Ca¬ 
maldulensibus sicut dictum est nec personis per quas ad eos valeat pervenire sub 
jndicio animarum suarum. 

Item quod Prior dicti loci et fratres eiusdem quolibet anno dabunt fratri Guit- 
toni otto libra* pisanas prò subsidio vite sue in vita ipsius tantum fratris Guittonis 
et hoc promictat prelatus dicti loci cum suo capitulo. Et ad hec teneatur dominus 


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BOMAXZA, N/' 4] 


DELLE LIME DI FRA G FITTONE 


43 


prior tacere promictere observari per priorem et capitulum dicti loci tamquam or- 
dinarins predi ctorum. 

Que omnia supradicta predictis dominus Prior Camaldulensis et frater Guittone 
simul et ad invicem, inter se promiserunt tacere observare, adimplere, et ad eft'ectum 
perducere in omnibus et per omnia sicut scriptum est supcrius, sub pena C libra- 
rum pisanarum solvenda prò quolibet capitulo non servato. Et sub obligatione et 
jpotecha omnium bonorum Camaldulensium et dicti fratris Guittonis: reuumptian- 
tes e^ceptioni super hiis dictorum pactorum non factorum non promissorum et rei 
et negotii non sic se habentis doli et in factum et ad alii legum ausilio et pena 
solata vel non, rato manente contractu. 

Actum Aretii in claustro Monasteri Sancti Michaelis ordinis Camaldulensis, dio 
martis vij mensis Settembri» coram domno Tomascio et domno Romualdo mouacis 
Camalduiensibus, Ianne tintore, Pucio condam domini Rigacii et Corteaiuo condam 
Restauri, ad predicta testibus vocatis et rogatis. 

Ego Bonavia notarius condam Stephani predictis omnibus interfui, et ut supra 
legitur, rogatus, scripsi et publicavi ideoque me subscripsi, signumque meum ap- 
posui consuetum. 

Sunt enim xij eho capitula in totum predicti instrumenti pactorum factorum 
in principio hedificationis huius monasterii Saucte Marie de Angelis de Florentia, set 
non omnia ratificata fuerunt ab heremitis heremi camaldulensis, nam non ratifico- 
verunt primum capitulum, silicet : ut nullus frater moraturus in loco ipso possit pre- 
lationem recipere et cetera. Set hoc solum non ratificatum a dictis heremitis po- 
8tulamus nos in nostra sappiicatione ut de grafia speciali nobis ratificetur propter 
utilitatem etstabilitatem perpetuam fratrum preseutium et futurorum huius monasterii. 
Cetera vero non ratificata, silicet illa particula ottavi capituli que dicit quod prior capi¬ 
tulum et heremite heremi capituli non possint donum recipere a priore dicti loci ultra 
quantitatem xx solidorum etiam si esset oblatum, alia vero omnia contenta in dicto 
capitulo ubi est hec particula in sua firmitate permancant, videlicet quod ncque 
dictus prior neque aliquis prò eo vel heremite capituli possint a personis dicti loci 
aliquam conllectam, provisionem, seu prestantiam petere vel recipere in genere vel 
spetie aliquo modo. 

Item non ratificato et excepto capitulo pene C librarum quod est ultimimi ta- 
liter incipiens. Que omnia supradicta predicti dominus prior capitulum et Frater 
Guittone et cetera. 

Item exceptis capitulis non ratificati» que contineut inpossibilitatem iuramen- 
tum et excomunicationem que etiam non ratifieaveruut ne possit ex eis animabu» 

o o 

periculum generari silicet in viiij C. 

Ratificatio predictorum facta fuit in millesimo ducentesimo nonagesimo quinto 

anno domini 

Copia instrumenti principali de pactis et coustitutionibus Monasterii Sancte 
Marie de Angelis de Florentia et de capitulis ratificati» et non ratificati» ab here- 
mitis heremi camaldolensi» ordinis Mcc°lxxxx°v°. 


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44 


W. FOEBSTEB 


[giornale di filologia 


UN TESTO DIALETTALE ITALIANO 

DEL SECOLO XIII. 


Il componimento che qui si pubblica per la prima volta, fu da me 
copiato l’anno 1872 nella Biblioteca Municipale di Lione e ricopiato 
nel 1877 (1). Il codice che lo conservò, è un membranaceo ora segnato 
del nuin. 584; appartiene al sec. XIII e dalla forma rotonda dei carat¬ 
teri si mostra di menante italiano. Fu già descritto dal Laudine nel 
suo catalogo sotto il num. G45 e contiene le seguenti materie: 

1) fol. l r a — b8°: un poemetto in antico francese di circa 1408 
versi, sulla passione di Cristo, che comincia: 

Hoies moi trestuit doucement 
Sana noisse fere et sana parlament 
A pasaion dieu entendez 
Comant il fu por noa penez 

finisce : 

Qui tote creature pest 
Si li a dit conaumatum eat 
Et dist perca omnipoteut 
Pardonc ceste male gent. 

(Cnf. ms. Parig. Arsenale, B. L. fr. 325 fi. 182-202.) 

Appresso, dopo undici righe vuote: « Secundum Lucam. in ilio tem¬ 
pore. dixeruut pharixei. ad ih in. quanta audiuimus etc.... Oracio deuota 
ad sacrum corpus dm nri ihu x l etc. » Poi due fogli bianchi. 

2) fol. ll r : poesia ant. fr. in onore della Vergine colla narrazione 
del suo transito. Comincia: 

L’an segont la pasaion 
Estoit la dame en oreison 
En un leu mout secreement 
Ou eie ploroit tendrement. 


(1) I più vivi ringraziamenti sono dovuti 
ai conservatori di quella ricchissima biblio¬ 
teca, che allora erano i sigg. G. B. Mon- 
faleon e prof. Mulsant, ambedue ben noti 
pei loro lavori scientifici. La morte ha già 
rapito il primo. La prima mia copia andò 


smarrita. Questa seconda ho potuto colla¬ 
zionarla con altra copia fattane nel 1875 
dal mio valentissimo amico prof. Conni, 
il quale, saputo che stavo pubblicando que¬ 
sto testo, mi usò la cortesia d’inviarmela. 


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ROMANZA, N.° 4] 

Finisce, 14 r a: 


UN TESTO 1)1 AL ETT. ITALIANO 


45 


Et si prions la gloriouse 

La sainte uirge preciouse 

Si uoirement com(e) (liex Tot chiere 

Que elle entende nostre priere 

Et nos face la ioie auoir 

Que iellz del quief uè peut ueoir 

Ne boche d’ome contier (1) (D >ùc. 

Ne oreille oir ne cuer panser 
Que diex nostre sire a prornis 
En son regne a ssez arais 

Que il par nos en face (2) vuncauo due »uube. 

Par sa pitie et por sa grace 
Et por sa mere sainte marie 
Amen amen chascuns en die. 

3) fol. 14 r a: altro poemetto ant. fr. in onore della Vergine, com¬ 
posto di 29 strofe, ciascuna di quattro versi alessandrini o dodecasillabi, 
rimati fra loro (aaaa bbbb ecc.). Comincia: 

Dame resplandissant. raiue gloriouse. 

Porte de paradis. pucelle preciouse. 

Dame sor tote dame, plaisans et delitouse. 

Daigue oir ma proiere. de t’oreille pit(e)ouse. 

Finisce : 

Dame sainte marie, raine coronee. 

Sor totes autres dames. seruie et henoree. 
le uous pri mere dieu. de m’arrae rongombree. 

Qu'ele por uostre aie. en soit el ciel portee. 

Amen. 

4) fol. 14 r b: altro poema ant. fr. di 192 ottonarj sui quindici 
segni del giudizio finale. Comincia: 

Qui ore uiaut or (1) la mcruoille 
Enuers cui riens ne s’aparoillo 
Que face pes si me regart 
Se li dirai bien de quel part 
Verrà la grant mesauenture... 

Finisce : 

Et sachies bien certainement 
Que il ueudra ircement 
Si nos i doint il paruenir 
Que nos soions a son plaisir 
Dites en tuit comunalment 
Amen a dieu onnipotent. 

(1) Si può facilmente correggere « Qui or uiaut oir 1. m. *, ma conosco un altro 
antico testo ove riappare la forma or — *autiere iuvece di audire. 


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46 W. FOERSTER [giornale di filologia 

5) fol. 16 r a: altro poema ant. fr. in onore della Vergine, di 184 
versi decasillabi rimati a a bb ecc. Comincia: 

Belle dame (1) tres pie enpereiris 
Qui de dieu(s) fustes mere e genetris 
Enpereiris de rois et de roines 
Virge(8) de virges glore de meschines 

Finisce : 

Sainte Marie par ta seinte merite 
En icele ore secor mon esperite 
Et li demostre ta gloriouse face (2) 

Qu[e] a ma mort par sa pitie me face 
[I]tel perdon que je soie en la gioire 
De paradis qu’es[t] sou(e)raine uitoire. 

Amen. 

G) fol. 17 r b: il testo italiano che segue. Noi lo pubblichiamo 
come lo dà il ius., solo restituendo il nesso delle parole, sciogliendo le 
abbreviature e adoperando i soliti segni d’interpunzione. Alcune cor¬ 
rezioni vengono proposte in nota. 

I. Oanto spirto dolce glorioso, 

O Ch anoncio 1 agnel Cabriele 
Sen 9 a fele a la colonba fina, 

Ch e raina del precios tesauro, 

5 En nui desenda lume precioso, 

Tutti nostri amari deuegna mele. 

San Michele 1 archangnel per deuina (3) 

Tut afina e monda corno 1 auro 
L aneme sainte en la sua bailia. 
io Le nostre aiba e tegna tuta uia 
Ch al seignor apreseutade sia. 

Lo comen 9 ar del nostro dire, 

La fin el me 90 si al so plasere. 

II. TVTegun a en sto mondo auere, 

-L ^ Segnoria, grande 9 a ne posan 9 a, 

Ch en balan 9 a no sia de cadere, 

De morire en le tenebre scure. 

Zuuentude, bele 9 a ne sauere 
No i po 9 oare a la dubitan 9 a, 

2 o Se remenbran 9 a no a de ben uedere 
E d audire le sante scriture, 


(1) La sillaba atona nella cesura molle volte ha lo stesso valore che si sa avere 
nelle poesie provenzali. 

(2) Questi <lue versi nel ms. sono trasposti e rimessi in ordine per b a. 

(3) Corr. Sau Michele (rarehaugnel) per [gracia] devina. 


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ROMANZA, N.° 4] 


UN TESTO DIALETT . ITALIANO 


47 


Le qual disen li profeti santi 
E li altri padri, quili que fonno enanti, 
Que del signor ne fauelo alquanti: 
ss Tutti disen de l’auinimento 

Cristo (1) fe per nostro saluamento. 


III. pomo stemo (2) al dubitamelo 
V_>4 Ch e tauto greue e doloroso, 
Paoroso mai sen 9 a segurare 
so De durare li greui tormenti 

Engannan quelo che si corno uento, 
Lo mondo falso dubitoso, 

Contrarioso de tuto bene ourare, 
Enganare 1 omo con tradimenti, 

35 Al quale mostra gran deletan 9 e, 
Orgoil, superbia, e smesuran 9 e 
Che tute enno grande feride lan 9 e (3), 
Che l un di lo mete en segnoria, 

De 1 altro 1 fa fango de la uia. 


40 IY. uardi quilli ch anno la bailia 

vi De condur 1 aneme a saluamento, 
Che spauento fanno ai piligrini! 

Plen de spine trouano lor iornade 
De 1 error che trouan en la uia; 

46 Li naucler per lor ardimento 

A conplimento uolno (4) li bel 9 ardini, 
Albur fini en lor podestade (5), 

Vnde molto n e turbato 1 mare. 

Guai a loro che se creden fare, 
so Za no se recordan del pasare 
Come greue e de gran paura, 

Quando uene a la morte scura. 


56 


Y. 


C hascun hom prenda in si rancura 
Che 1 oure re d altrui no 1 engani. 
Li gran danni retornarano a loro, 

Se en loro no anno ben pintiraento. 
Guardi donqua 9 ascun la scritura, 

Quell che disse Marcho e Iohani, 


(1) Corr. [che] Cristo fe. (2) Ms. stomo. (3) Verso oscuro. Si legga [de] lance; 
ma si può anche dubitare se il end. abbia fetide o feride, attesa la gran somiglianza 
del ter nel ms. Il Cornu combina: gran defeti de 1. (4) Ms. uoluo o uolno; V ultimo 

sarebbe la 3* pi. del perfetto. (5) Ms. podestà te. 


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48 


W. FOEBSTER 


[ilIOUNALK DI FILOLOGIA 


Clic grand anni e retratto per loro. 

150 E con lor ben e aconplimento 
Matheo, Lucha, li auangelisti, 

Li apostoli enseme con quisti, 

Li sainti aucturi que fenno li aquisti 
De 1 aneme sante en paradiso, 

Nui conduga la con 90 go ( 1 ) e riso. 

VI. (2) no i uale, taupini, uar ne griso, 
Scaviata ne drapi de colore. 

Cun dolore nase 1 omo en terra, 

Cun gran guerra uiue fin la morte (3) 

7 o E no 1 po chanpare bianco ne biso 
Ch elio no deuegna 1 gran tremore. 

Cun clamore lo mete tosto en terra 
E desera en logo scuro e forte. 

No a amigo ne parente carnale, 

75 Per lui uolesse prender quel male; 

Tosto passa, che paucho li n diale, 

En breue tenpo e smentegado, 

A pena solo nome men 9 onado. 


VII. T^vonqua pare che aiban soniado 
80 -L/ Parenti, uisini e amisi 

Li seruisi che li solean fare 
Ed andare cun lui en conpagnia. 

0 e quel chera tanto amado, 

Aibudo 90 go, sola 90 e risi (4) 

*5 E palasi fati de grande afare 
E usare orguglo e folia? 

Andade, se ben no a fato: 

Al ora se terra per mato. 

Mo guardemo (5) donqua da quel trato, 
ro liecordemon che deuen morire; 

Si ne guardaren piu da falire. 

Vili. /^~\ue fara 1 auar con so auere, 

Ch en sto mondo a preso a guardare 
E a saluare per altri bene certo 
05 E oferto 1 a en mala parte? 

A ben de lui no n po auere, 


(1) Ms. cogo. (2) Ms. Ca. (3) Ms. n.ort. (4) 3/v. riso. (5) Corr. guar- 
demon\— Mo può essere il mo, moo, modo che V Ascoli tratta nel num. 68; ma piut¬ 
tosto sarà ma (magis) ed è pure noto da altri testi veronesi. 


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ROMANZA, N.° 4] 


UN TESTO DIALETT. ITALIANO 


49 


So no a 1 auaricia pensare 
E mal fare, per 90 che n e sperto, 

E auerfco tuto en la mal arte, 
ìuo No po far neguna chausa a drito, 

Tanto 1 a auaricia constreto, 

E 1 nemigo che 1 ten si aflito 
L anema en porta en fogo ardente, 

Za no i 9oa amigo ne parente. 

105 Vili. T^vouqua tute ore aibamo en mente 
-L' La passion del dolce Iesu Cristo 
Che 1 acquisto fe de nui sai nave, 

Amare pene conuenen sofrire. 

Licifer ne remase dolente, 
no Prencepo d enferno fort e tristo, 

Che ministro e de mal ourare, 

Ordenare le gran male uenture, 

Inuidia, falsi raportamentf, 

Sperzurii ( 1 ) con grandi tradimenti. 

11 r> Li fradeli fa esser maluolenti 

L uno a 1 altro, pur chel sia miglore, 

Tuto 1 mondo uiue en questo errore. 

X. IVJui possamo prender lo miglore, 

DespriBare le uane riche9e, 

120 Le grande9e de terra qu e niente (2). 

Breuemente hom lo conuen lasare. 

Papa no e, re ne nperadore, 

Che en niente no turni lor alte9a, 

Ne bele9a, tanto sia plasente, 

125 Che uilmente non conuegna andare, 

S el no fa oure que pla9a al signore. 

Quilli enno recordadi tute ore, 

Gl amisi soi receuen grande honore; 

Mati e folli se pono clamare 
130 Quilli che se parten dal so amare. 

XI. X^assa 1 omo, no ssa do andare, 

X No po sego menar conpagnia, 

Ch en bailia conuene esser d altrui, 

Cun ( 3 ) grande hui lo mena en gran paura. 

I3& S eli e reo, no i ual lo so scusare, 

Tosto el mete en mala segnoria, 

Tuta uia e senpre girai a lui ( 4 ) 

(1) Ms. Sfperzurii. (2) Ms. nient. (3) È dubio se il tns. porti Cun o E un. 

(4) Verso oscuro . Si può leggere girai o gitai; il g è correzione di un n o u primitivo. 

4 


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50 


W. FOERSTER 


[giornale di filologia 


Et con lui la sorte greue dura. 
S eli e bono, uane alegramente, 
ilo Nanti a Cristo n e fato presente, 
La corte 1 receue grandemente, 
En paradiso ua con 1 altri santi: 
La troua alegre 9 a, laude e canti» 


/^1 uardemo da esser tropo fanti, 
vJTComencen laudar lo di lucente 
E splendente chen mostra bella via. 
Tuta uia quella e la miglore; 

E sse lume stinto n e de nanti, 

En le tenebre no uedren niente. 
Malamente andar per uia 
E folia e de perdere lo miglore. 
Guardemo che 1 tenpo e tenebroso. 

No uedrem, se o lume sera rascoso, 

De passare aT ponte pauroso. 

Andemo driti per la uia clara 
Chcn mostra i santi, sciuaren 1 amara. 


Xin. T^arten da nui la riche 9 a auara 
‘ -L E la falsa e rea uanagloria! 

En storia se troua e en seri tura, 
i6o Pauco dura la sua segnoria, 

No sta d un colore, anche uara, 
Falsa e rea en sua uitoria, 

Memoria de fumo, quando ascura 
L aire pura che 1 uento cha 9 a uia. 
ir, 5 La uia e bona, li lume aprestadi, 

Andemo tosto, nui semo aspetadi 
Dal seignor che n a recomendadi. 
Trouar lo podemo a conplimento, 

Se da nui no uen lo falimento. 


no XIV. TJ ascun aiba en si pensamento 
Ch ogna di fina una iornada 
Per la strada que ua enuer la morte, 
Molt e forte a qui non ua ben seguro, 
Et e ben certo que apresamento 
17 r Fané de quella greue andada. 

Ascurada no i ual agur ne sorte, 
Rocha forte ne ferme 9 a de muro; 
Quando e piu sano, piu se gl auisina, 

La sera no sa de la matina. 
i*o Paucho ual grande 9 a que declina, 

Che per hom no per esser defesa. 

Mati enno quilli che perden la spesa. 


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ROMANZA, fi” 41 


UN TESTO DIALETT. ITALIANO 


51 


XV. T^n nui dooqua aia la defeaa 

-Li De guardarne da greue pechado 
i «5 Ch e amado tanto da la carne, 

En mal farne (1) per sua deletan9a 
E pentirne de la greue ofesa 
. Che fata auemo en lo tenpo pasado; 

Adourado ( 2 ) en tuto no guardarne, 

1 yo Andarne con grande desmesuranza, 

La qual fruta dolorosa morte. 

Guardemon de 9 un 9 ere a le porte 
La 0 sera le strete greu e forte: 

No i uara grandeza ne parenti, 

195 Ch a ^ascuno spauira li denti. 

XVL p uardin lo jBegnore da quilli serpenti, 

VJ La 0 e le greue pene temale, 

Lo gran male che dura senza fine, 

E la fine nostra pla 9 a a lui. 
ivo E spetamo (3) quilli auinimenti 

Che nui posamo salir su per le scale 
Cun grande ale a le conpagne fine, 

La 0 decline 1 aneme nostre e nui 
A la doloe nostra auogada. 
tu* Cun nui sia quella fiada, 

Quando l anema fara 1 andada, 

La presenti al so dolce figlolo, 

Ch ella ne (4) senta mal ne dolo. 

Amen. 

La forma di questa poesia è delle piu artificiose e Y artifizio il più 
delle volte non è riuscito se non con danno della chiarezza. Essa si com¬ 
pone di sedici strofe, ognuna delle quali ha tredici versi quando di nove 
sillabe e quando, ma meno spesso, di dieci, non tenuto conto dell 1 ultima 
atona. La cesura è dopo la terza o la quarta accentata, ed ora è ma¬ 
scolina ora femminina. Le uscite dei versi sono sempre piane: solamente 
nei 133: 137 ( altrui: lui), 199: 203 (lui: nui) sono tronche, e semisdruc¬ 
ciole in 158: 102 ( glòria: viteria). Le rime sono: 1) interne, di modo 
che la uscita del 2.° verso della strofa rima con la cesura del 3.° e ugual¬ 
mente 4: 5, 6: 7, 8: 9; 2) alla fine del verso, secondo lo schema abeti 


(1) Ms. fame. (2) Ms. Adonrarne; la correzione era suggerito per la rima; ma 
pare che si debba anche correggere adulimelo luto en no guardarne. (3) L'unica volta 
che appare una l a pers. pi. in -amo. (4) Forse non invece del ne dinanzi al senta; 
ma ci sono altri antichi testi (piemontesi, milanesi, veronesi), che accanto del so¬ 
lito no ci mostrano anche ne = non. 


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52 ir. FOERSTER [giornale di filologia 

abeti cce ff, ed è da notare che f dà allora la rima a della strofa se¬ 
guente. Abbiamo dunque questo tipo: 


hi 
c I 


h I 
e I 


Dalla comparazione delle rime si possono indurre alcune correzioni: 
1) nelle rime interne: 60 loro (ms. lor); 189 adourado (ras. adirar¬ 
ne); 2) nelle rime finali: 47 podestade (ms. podestate); 69 morte (ms. 
mort); 84, risi (ms. riso, veggasi anche la rima interna 85); 101 con¬ 
stato (ms. constreto , cnf. strete 193); 120 niente (ms. nient); 184 pe- 
chado (ms. pechato). Le rime finali sono sempre pure; le interne mo¬ 
strano qualche libertà ben note altronde, come «) nella sillaba accentata 
16: 17, cadere: morire; 20: 21 nedere: audire , il che si potrebbe spie¬ 
gare per la grande affinità dell’e stretta coll’ i; /3) nella sillaba finale 
atona: 43 piligrini: spine . Potendo queste atone dileguarsi, si comprende 
che i loro suoni non molto differiscano fra sé; y) nel consonantismo: 
110: 111 tristo: ministro . 

Dal complesso dei suoi caratteri ci sembra che questo testo non 
sia troppo estraneo al territorio veneto, ed eccone qui a conferma un 
breve spoglio grammaticale. 

Per facilitare la comparazione, abbiamo adottato l’ordine tenuto 
dall’Ascoli nel suo Ardi, glott . Ili, 2, 248 sgg. Così raccoglieremo non 
solo le particolarità comuni ai due testi, ma anche le discordanze che pure 
vi esistono e che mi tratteugono di fissar in modo troppo apodittico la 
provenienza locale del testo nostro che direi volontieri veronese. 


a I 
b I 



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ROMANZA M.° 4] 


UN TESTO DIALETT. ITALIANO 


53 


A. Note fonologiche 

I. Vocali toniche . 

1. Effetto che l ’i atono finale eserciti sulla determinazione della to¬ 

nica: a) c in i'- quitti 23, 40, 127, 130, 182, 196, quisti 62; allato 
a quélo 31, 58. questo 117, etc. b.) o in u: albur(i) 47, aucturi 63, 
turni 123, allato a signore 126 etc. Ma non si trovano eseinpj di 
questo fenomeno dinanzi n; v. tradimenti 34, parenti 80, 194, ra- 
portamenti 113, presenti 207, e le rime 113, 4, e 195, 6. 

c) Mancano anche eseinpj pel tipo fante: fenti (infantes); sem¬ 
pre canti 143, fanti 144, enanti 23, 148. Ma è ben possibile che 
il copista abbia fatto sparire queste particolarità, ciò che si deve 
ripetere anche per altri casi. 

Qui tocco anche dell 1 attrazione dell’ i postonico : alba = ha- 
beat 10, 170, aiban 79; anche fuori dell’accento: aibamo e v. il 
num. 50. — aire (aerem) 164. 

2. Invece del sen = sanctum, troviamo la forma intermedia: sainte 9, 

sainti 63; ma insieme santo 1, 21, santi 22, 142, san 7. 

3 e 4. Non si trova il dittongo veneziano dall’# (ce) e ò (au)\ sempre: 
greve 28, vene 52, ten 102, enseme 62, breve 77; come pure trova 
143, logo 73, gogo 65, fogo 103, paucho 76: — cosi il veronese. 

5. Lat. in = en un solo esempio : prencepo 110. — donqua 105, mondo 17, 

monda 8, ma gungere 192. — con 37, 60, etc. e cun 68, 69 etc. — 
orgoil 36, orguglo 86. — turni 123. 

6. constreto 101 in rima con drito , aflito; stretc 193. 

6\ ò = u: nui (nós) 5 etc., paura ( in* prò tonica pauroso 154, e pao- 
roso 29). 

7. au sempre intatto: tesauro 4, auro 8, paucho 76, 160, chausa 100, 

laude 143; e fuori d’accento: audire 21, naucler 45; un au se¬ 
condario: taupini 66, — ma agur 176. 

Non c’è esempio per alt = aut etc. 

II. Vocali alone. 

8. Dileguo di e i o all’uscita: e: comcngar 12, condur 41, prender 75, 

far 100, signor 11,24, re (= ree) 54, mal 208, (ma iplasere 13, avere 14, 
fare 98, signore 126, male 175, etc.) — i: bel 46, qual 22, (ma: ama¬ 
ri 6, tutti 25, etc.) — o: agnel 2, precios 4, quel 75, quell 58, etc. 
(ma: glorioso 1, quélo 31, gascuno 195, etc.) 

9. Dileguo dell’e di penultima: ovre 54, 126. 

IO. L’i di penultima passa in e: ancme 9. Protonica interna: segno - 


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54 


W. FOERSTER 


[giobnalb di filologia 


re 196, (ma seignor 11, 167, signor 24, 126, effetto del seg. iì) y 
vedere 20, devino, 7, smentegada 97; ma risiili 80, v. il nurn. 13 d ; 
complimento 46 ecc. 

11. a per e primario di protonica: raina 4. 

12. deven 90. 

13. senza 3, donqua 105, ogna di 171. 

13.‘ avangelisti 61, ascura 163, 176. 

13. b spirto 1. 

13.‘ corno (di cui tratta TAscoli alla fine del nnm. 38), sempre così. 
13. 4 Gli esempi: avinimento 25, pintimento 5 6 y piligrini 42 (t pere lat.), 
e Licifer 109 ( i = u ), visini 80, avisina 178 ( i = ì lat. invece 
delFe) mostrano forse T effetto di un i sulla vocale atona della 
sillaba precedente analogo a quello del num. 1. 

13. * La prepos. in, fuori del v. 53, sempre en. 

III. Consonanti . 

14. lj intatto: miglore 118, 147, 151, figlolo 207, gl(i) + voc. (pron. e 

artic.) 178, 128. 

15. cl pl etc. intatti: clamare 129, darò 155, nauclcr 45, — piu 91, 178, 
plasere 13, 199, 128, 124, — flore 3, — bianco 70. 

17. Digradazione della sorda gutturale interna: negun 14, scgurare 29, 

conduga 65, amigo 104, nemigo 102, sego (secum) 132, avogada 204, 
logo 73, fogo 103, $ogo 651, smentegado 97. — Dileguo della sonora: 
raina 4, si noti Cabriolè 2. 

18. cons. + ce, ci o cj + voc: anonciò 2, prccios 4, 5, mcn^onado 78, co¬ 

ntentar 12, gronderà 15 (corap. -età 18, 119); - anca 15, 16, 19, 20, 
piata 126, 199, solato 84. - 1 - dj + voc: moto 13; allato al: plasere 13, 
desemla 5, nase 68, disen 22, 25, visini 80. — Plur.: amisi 80.— tj: 
palasi 85. Notiamo infine zascun 170, tascun 57,195, chascun 53 (1). 

19. Il suono corrispondente al g italiano viene notato per zuventu- 

de 18, za 50, sperzurìi 114; per t • foarc 19, 104, togo 84 (cogo 65), 
tardini 46, tintore 192, e i in: Joliani 58. 

20. Dentale sorda: -àtum sempre •ado (msc: turbato 48, pcchato 184 spo¬ 

destate 47), fraddi 115, emparador 122. 


(1) Credo che sarebbe ormai giunto il 
momento di lasciar da parte la solita spie¬ 
gazione con Pimpossibile quisque unus o 
guique ad unum (tipi respinti da tutte le 
forme diverse di ciascuno , che sempre ri¬ 
chiamano un a nella protonica) e cercarne 
una nuova e più giusta. Si pensi solamente 
alla forma cadauno già assicurata. Le uuo- 


ve ricerche debbono partire del tipo anti¬ 
chissimo: cascolino ( v. anche in questo 
Giorn . I, 47, le forme raccolte dal Caix) 
che si trova in un testo del sec. XII, nei 
sermoni piemontesi della Biblioteca di To¬ 
rino (Cod. lat. D IX 10) che saranno pubbli¬ 
cati nel 13.° fase, dei limmanischc Studiai 
del Boiimbr. 


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ROMANZA X.° 4] 


UN TESTO DIALETT. ITALIANO 


55 


21. te: padri 23. 

23. Labiale sorda: savere 18, receve 141, ovrare 33, averto 99. 

24. Dileguo di v: goare 19, 104. — w sempre gu. 

24.* le: varà 194. I finale = o, v. il num. 39. 

24. b agnel, angnel — angelnm 2, 7; ma : avangelisti 61. 

24.° m, n dinanzi una labiale = sempre n: colonia 3, tenpo 79, sen - 
pre 137, conpagnia 82, cnperadore 122. — m finale: vedrem 153, 
ma: dcven 90, vedren 149, 91, 145, 156, 157. 

24 d s impuro: spirto 1, scriture 21, scarlata 67, scale 201, etc.— comp. 
un s impuro prodotto dell’aferesi: (i)sto 14, ( o)scuro 17, etc. sme - 
surance 36, etc., v. anche il num. 34. 

IV. Accidenti generali . 

24/ Attrazione, vedasi il num. 1. 

24/ Aferesi: (in)fanti 144, (eternale 197, {o)scuro 17, (i)sto 17, 93, e ve¬ 
dasi anche lat. ex.- sotto il num. 34. 

24/ Si noti ancora il raddoppiamento di una consonante: no ssa = no 
sa 131, e sse = e se 148. 

B. Note morfologiche 
I. Suffissi e prefissi . 


28. dis-: dcsprisare 119. 

29. de: dcscnda 5, devcgna 6, doserà 73, etc. 

30. ad: afina 8, apresentade 11, etc. adovrado 189. 

32. re-: rccordan 50, retratto 59, receven 128, rccomendadi 167, etc. 
34. ex: smcsurance 36, smentegado 97, spavento 42, sparto 98, scusa¬ 
re 135, stinto 148, etc. 

II. Flessione del nome . 


35. Sempre di (dlem). 

36. Plur. fem. di terza deci.: forte 193, grande 202, greve , tornale 197. 
Ma anche i maschili: lume 165, accanto ai plurali comuni in -i 
senza desinenza: qual 22, albur 47, etc. — profeti 22, avangelisti 61. 

38. prencepo 110. conf. corno , v. sopra il num. 13.° 

39. Articolo. — Sing. lo dinanzi conson. 12, 32; la 9. — V dinanzi 

vocale 7, 8, etc.; ben noto è se o = sei 153. — Plur. li + cons. 22, 
45, etc., i + cons. 156; del 4, al 11, cn lo 188, ai 42, li + voc. 23, 
61, gV + voc. 128; V + voc. 142. le + cons. 10; V + voc. 9. — 
Forme enclitiche: -1 18 etc. 


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56 UN TESTO DIALETT. 1TAL. [giornale di filologia 

41. Pronome personale: — a) nui congiunto 65, e assoluto 5, 107; 
vedasi e . 

b) (tu nessun esempio). 

c) se congiunto 50, 159, etc. si assoluto (53, 170). sego = 
secum 132. 

d) el 116, elio 71. elV 139,135 .ella 208,— Zo 38,121, la207 —li 76. - 
prepos. + lui 75, 82; prep. + loro 55, 56, 59. — altrui 54, 133. 

e) Forme congiunte enclitiche: ne (nobis) 24, 91; — 175, 184, 
187; w* 108, 90, 146, 156; n + voc. 148, 167. — no i = tio li 19, 
66. — -P 39. 70. — el 136. 

43. ne 109, en 103 = inde. 

44. Pronome possessivo: so, plur. soi 128. — sua 6, 9,160. — nostro 
12, nostri 6, 13, 130, 207, 92. 

44/ Pronome dimostrativo: sto 14, 93 — fo 98. 

III. Flessione del verbo . 

47. La terza sing. per la terza plur.: devegtia 6, sia (rima) 11, condii- 
ga 65, guardi 40, engani 54, fa 126, mostra 156, platea 126. — Iso¬ 
lato: faveto (perf.) 24; ma più spesso: engannan 31, trovano 43, 
trovan 44, recordan 50, anno 40, 56, fanno 42, pono 129 , pcrden 
182, enno 37, 127, 183. 

48. Nessun esempio del -s caratteristico di sec. pers. 

49. 50. Il participio perfetto si riporta alla forma tematica: ai - 
budo 84. — Altri partt. preso 93, oferto 95, allerto 99. 

51. La terza del perf. ind. in o: anonciò 2, faveto 24. 

52. Perf. ind. delle altre conjugazioni: fe 26, 107, disse 58, rema- 

se 109,— pi. fanno (fuerunt) 23, fatino (da fare 81) 63. 

53. Futuro: guarderen 91, scivaren 156, retornarano 55, — vedrem 149; 
fava 92, terra 88, vara 194. 

55. Presente: 1* pers. plur.: avemo 188, semo \66,podemo 168, deven 90. -- 

spetamo? 200. — congiuntivo: guardetno 89, 144, 152, recordemo 90, 
andemo 155, 166, comencen 145, parten 157 ; accanto a alba- 
mo 105, posamo 201. Altre persone: sia 13, alba 10, devegna 6, 
desenda 5, tegna 10, prenda 53, — guardi 40, 57, ma dedine 203. 

56. Imperfetto indie.: solean 81. — congiunt. volesse 75. 

IV. Varia. 

68. Sempre - mente nelP avverbio 121, 125, — 60. fa 66. — 66. quella 
fiada 205. — 73. o 193, 203. oe 83, 197. do 131. — 75. nauti 140, 
enanti 23, donanti 148. — 77. fin (usque ad) 69. 

Roma, ottobre, 1878 

W. Foerster 


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ROMANZA, N.° 4] 


P. ItAJNA 


57 


TOSTO 


Com’ è ben noto, son due specialmente gli etimi, a cui si suol ri¬ 
condurre questo avverbio, comune nel periodo antico a tutto il dominio 
neolatino: il participio tostus , ed una supposta agglomerazione tot-cito . 
Altre spiegazioni, che metton gratuitamente in campo linguaggi remoti, 
non meritano d’ esser ricordate. 

Tra le due etimologie, la prima è giudicata sostenibile dal Diez 
(Et. TP., I, 420), ed è accolta come sicura dal Littré ( Dict. de la l. 
fr.): « Tòt.... du latin tostus , brulé, par assimilation de la rapidité de 
la fiamme > etc.; eppure, guai, se si accostan le mani ai puntelli, sui 
quali essa è appoggiata! al primo tocco, cadono a terra. La rapidité 
de la fiamme non ha che fare con torrere , voce, che, con tutta la sua 
numerosa parentela indoeuropea, ha sempre avuto il significato fonda- 
mentale di inaridire , disseccare , privare dell'elemento acqueo; e ciò che 
più solitamente torret, è il sole, che esercita un’azione nient’affatto 
rapida. Ma c’è di peggio: nel caso nostro si tratta del passivo. E 
qui, non solo è esclusa la rapidità, ma quasi perfino la fiamma; che, 
di regola, se quod torretur viene a prender fuoco, in luogo di un tostum, 
si avrà un combustum. Insomma il torreri è in ogni caso un’arsione 
lenta e parziale; una specie di carbonizzazione; la quale si ottiene il 
più delle volte sottraendo la cosa che dev’ esseT tostata all’ azione di¬ 
retta e troppo viva della fiamma, e mettendone a profitto semplicemente 
il calore. Quindi si tosta il caffè rinchiudendolo nel tostino , e conti¬ 
nuamente agitandolo; e tutti, anche gli etimologi, posson sapere, che 
sorta di operazione rapida sia cotesta. 

Quanto ai riscontri addotti, sia dal Diez, sia dal Littré, caldo caldo 
italiano, chaltpas o chaut pas del francese antico, fusswarms del dialetto 
svizzero, non fan punto al caso; una cosa rimane tosta anche un se¬ 
colo dopo essersi raffreddata. La condizione che si produce è durativa, 
anzi indistruttibile, non passeggierà. Però anche il torris latino significa 
tanto il tizzone spento, quanto l’acceso; ed è ancora un torris quello 
che l’accecata Altea gitta sul fuoco, donde l’aveva tratto molti e mol- 
t’anni innanzi: « Dixit, dextraque aversa frementi Funereuin torrem 
medios coniecit in igues » ( Met ., Vili, 511). 

Pertanto, conchiudiam pure che tra l’idea di tostare e la subita¬ 
neità, non solo manca ogni rapporto, ma c’è vera opposizione. Al tostus 

4 * 


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P. MAJNA 


[giornale di filologia 


latino risponde bensì presso di noi nn altro tosto , del quale non ab- 
biam qui ad occuparci. Guardiamoci bene dal confondere i due menecmi, 
identici nelle sembianze, dissimilissimi internamente. 

Riguardo alla seconda etimologia, proposta dubitativamente, ma 
pur preferita dal Diez, non troppo soddisfatto neppur egli dell’altra, 
s’intende che le obbiezioni non saranno così prontamente esclusive. 
Per verità, il Diez non ispiega, che cosa sia per lui il primo elemento 
di quel tot-cito , donde prende le mosse ; siccome peraltro soggiunge a con¬ 
ferma « dass man àhnliche begrifFe » com’ è qui cito « mit totus ver- 
stàrkte, zeigt » ecc., non pare s’abbia a vederci l’avverbio tot; contro 
il quale Barebber subito da mettere in campo ragioni di esclusione as¬ 
soluta. Tot è voce di uso correlativo, ha valore di plurale, e non può 
stare con avverbi. 

Supponiam dunque che il tot sia da riguardare come un toto av¬ 
verbiale , apocopato, o, più esattamente, sincopato. Questo toto non è 
una creazione arbitraria. Un vecchio glossario greco-latino, citato dal 
Ducange, ed allegato anche dal De Yit, nella sua edizione del lessico 
foreelliniauo, reca: toto, omnino ». Partiam dunque da toto - 

cito. Orbene, posto che si volesse tener in piedi la spiegazione, biso¬ 
gnerebbe ad ogni patto modificarla. Quella sincope è inammissibile, giac¬ 
ché colpirebbe appunto la vocale, su cui, data l’agglomerazione dei due 
vocaboli, si sarebbe trasportato l’accento: totó-ato. Poi, l’o decisamente 
aperto di tòsto non si acconcia a rispodere all’ 5 di totus , od in genere alla 
vocale di quella qualunque forma, che ne teneva il posto nel linguaggio 
volgare. Ben altri sogliono essere i riflessi : it. tutto, coll’ intera serie delle 
varietà dialettali; fr. tuìt; toni. Conf. Romania , III, 282; Zeitschrift f. 
rom. Phil., I, 115. Per l’Italia dovremmo aspettarci tusto o tosto , co \Yo 
chiuso. Inoltre tótcito a noi avrebbe dato, mi sembra, tóccito o tóggito , 
anziché tosto. Che una volta giunti a questa forma Vi si fognasse, e 
che poi l’esplosi va palatina si trasformasse in sibilante continua, mi 
par duro ad ammettere, nonostante che il Diez dia a vedere di pensarlo, 
coll’addurre i confronti di amistà e destare , che ci guidano a leggere 
nella Grammatica (I, 253): < Fàllt zwischen è und t ein vocal aus, so 
ist der Palatallaut nicht anwendbar und gestaltet sich zu s; amistà 
citas), destare (de-excitare) ». Lascio destare, che non capisco come faccia 
al proposito; ma in amicitas V assibilamento totale si deve, se non erro, 
alla presenza dell’2 che segue, ajutato fora’ anche da quello che precede, 
ossia è anteriore alla sincope. 

Ma c’è un’altra via, che ci potrebbe condurre da toto-cito a tosto , 
evitando tutti questi inciampi. La successione sarebbe totò-cito ; to- 
tosito, totosto , tosto. Avremmo la nota semplificazione di un’ apparente 
raddoppiamento iniziale. Così all’ italiano da zinzilulare è venuto zirlare; 
al provenzale, da papaver, parer. E già il latino volgare usava cinnus 


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ROMANZA, N.* 4] 


TOSTO 


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per cincinnus; e fin dal tempo di Plauto i Prenestini dicevano conia in 
luogo di riconta. V. Diez, Et. W pref. XXIII; Gr., I, 295; Schu- 
chardt, Vokal., II, 383; Caix, Studi di Etim. it. e rom ., 189. 

Tuttavia, pur così acconciata o sconciata, l’etimologia proposta in¬ 
contra ostacoli. E il Diez medesimo, cauto ed acuto come sempre, vi ac¬ 
cenna implicitamente, dicendo: « Besser noch von seiten des begriffes 
wurde es sich.... erklaren » ecc. E nella Grammatica, II, 472 egli fa 
seguir r etimo immaginato da un punto interrogativo. Il fatto si è 
che quel totorito o totcito è una mera ipotesi, non sorretta da analogie 
abbastanza valide ; e che quell’ equazione, è = s, per un vocabolo comune 
a tutta la famiglia neolatina, e di tal natura, da non potersi ragione¬ 
volmente supporre fornito da una nazione alle altre, è molto sospetta. 
Evidentemente si tratta qui d’una parola, che risale al volgare romano 
dei bassi tempi. L’analogia di amistà , fr. a. amistié , ecc., è d’assai troppo 
poca cosa; tanto più che il caso non è perfettamente conforme. Vediani 
dunque se proprio non sia possibile trovar di meglio. 

Teniamo ben fermo che la forma da cui si dipartono tutte le va¬ 
rianti romanze, tosto it., sp. a., pg. a., tost pr., fr. a., sp. a., tòt fr., 
dev’ essere un tosto , identico alla voce italiana. Poiché un etimo sem¬ 
plice non ci si offre, pensiamo anche noi ad una composizione. Uno 
sto non c’ è fatica a trovarlo ; ce lo dà subito il latino isto. Con questa 
voce penetriamo in un dominio, dove ci troviamo a tutto nostro agio: 
quello dei pronomi. Rammentiamoci issa, adesso; poi, certi composti 
dove entra precisamente il nostro iste : ostare (Diez, Gr ., II, 471), testé; 
come si vede, tutti avverbi di tempo, di significato strettamente affine, 
e in parte quasi identico a tosto. 

E subito si osservi una particolare agevolezza. Isto nel linguaggio 
popolare romano suonava precisamente sto anche in tempi assai remoti. 
E tutte quante le forme di iste avevano la medesima sorte. Gli esempi 
sono innumerevoli; bì veda lo Schuchardt, VoJcal., II, 368 seg., Ili, 278; 
il Corssen, Ausspr ., II, 627 seg. Quindi si sente il bisogno d’insegnare: 
« istud per i et s scribitur ». 

Quest’ aferesi iste la doveva specialmente alla proclisia, che ridu¬ 
ceva l’i iniziale alla condizione di vocale atona; è il caso identico di 
lo, la. Ma anche in posizione di enclitica incontriamo il nostro pronome 
col medesimo risultato: locosto, Incesta (Schuch., II, 368). Qui abbiamo 
analogie perfettissime per l’uso nostro. Anche i sostantivi non po¬ 
trebbero esser più opportuni; l’uno indica precisamente tempo; quanto 
all’altro, si cfr. ittico, extemplo , statim. 

Sarebbe così spiegata la seconda parte della parola; resta la prima, 
assai più difficile a dichiararsi. Scarto in silenzio una qualche ipotesi, 
e ancora me ne rimaugon tre. 

In primo luogo mi si affaccia il toto , di cui s’ è detto dianzi. E 


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P. RAJNA 


[GIORNALI! di filologia 


ovvio il supporre toto-sto, tosto, sottintendendo, anziché tempore, come 
si fa generalmente in casi analoghi, momento. Tuttavia non mi sento 
pienamente appagato. Le frasi tutto in un tempo , toute-à-Vheure (propr., 
credo, quando il soggetto non sia femminile, tout-àrVheure) e simili 
{tutC a un tratto, ecc.), non bastano a persuadermi dell’uso rinforzativo 
del totus per il volgare romano in casi analoghi al nostro, tanto più 
che non abbiam mai, per quanto io veda, il collegamento con un av¬ 
verbio, o che in cotesti modi di dire il tutto è in parte da concepire 
in modo alquanto diverso che non si faccia dal Diez. 

M’è dovuto venir alla bocca momento; ecco pronta una seconda ipo¬ 
tesi. Momento-sto andrebbe a capello per il concetto ; di confronti non 
c’ è bisogno ; citerò tuttavia il lombardo sul momento . Per quel che 
spetta alla forma, la perdita di due sillabe iniziali, è un ostacolo grave, 
ma non insuperabile, come ne avrebbe l’aria. Qualche cosa dicono le 
analogie di gogna ( verecundia ), Mandeure (Epamanduoduro ), questa 
seconda, sotto la forma Mandroda, dataci già dal Geografo Raven¬ 
nate (Schnch., Vokal ., II, 384). Ma attribuirei maggior valore ad altre 
considerazioni. L’aferesi della sillaba iniziale è fenomeno comune a 
tutte le lingue romanze, e non punto ignoto al latino volgare; per il 
caso presente la tendenza ingenita doveva ricevere un efficacissimo im¬ 
pulso dal significato del vocabolo; si trattava di esprimere subito, e ri¬ 
pugnava quindi il fermarsi ad un’ espressione così lenta, com’ era mo- 
mentosto. S’aggiunga che le due prime sillabe offrivano ancor esse uno 
di quei soliti apparenti raddoppiamenti iniziali, che il linguaggio vol¬ 
gare tendeva a toglier di mezzo. Però non mi appare poi tauto assurda 
l’ipotesi di un precoce passaggio da momentosto a mentosto , donde più 
tardi, discendendo di un altro grado, siasi arrivati a tosto. 

Non negherò tuttavia che la doppia aferesi non trattenga tra le ipotesi 
molto dubbie la spiegazione proposta. Gliene metterò dunque al fianco 
un’altra, a far da competitrice. Il Diez vedeva nella prima parte dei 
vocabolo un elemento rinforzativo ; anche noi potremmo cercarcelo. Uno 
dei processi più comuni per rinforzare il significato consiste nel rad¬ 
doppiamento del vocabolo; però, colla solita ellissi, un romano poteva 
dire assai bene isto-sto e sto-sto. Di analogie non ci sarà difetto: su¬ 
bito subito, presto presto, ratto ratto, ecc. Noterò altresì che il raddop¬ 
piamento applicato ad avverbi di tempo esercita a volte come un’azione 
ritardativa: it. or ora, mil. desedess. Propriamente quest’effetto non era 
nelle intenzioni originarie, le quali miravano a far apparire brevissimo 
un intervallo non sempre breve; in ogni modo è certo che il senso di 
dianzi, o tra poco s’è svolto e fissato. E qualcosa di analogo sembra 
di rilevare anche in tosto, che in molti esempi significa tra brevissimo 
tempo, piuttostoché in questo momento stesso. Beninteso, l’osservazione 
è d’ordine affatto secondario. 


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ROMANZA, S* 4] 


TOSTO 


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Contro questa etimologia so bene che il Diez solleverebbe la me¬ 
desima obbiezione, che oppose a quella immaginata dal Menagio per 
testé (Et. W., II, 74); c .... Nach Ménage von isto isto ipso , se. tem¬ 
pore, welches aber stestesso ergeben hàtte, da anlautendes s nicht schwin- 
det ». Non temerei peraltro d’impugnare la validità dell 1 argomento. 
Già il latino in genere ci dà un numero considerevole di esempi per 
la caduta di un s iniziale dinanzi a consonanti; e vari tra di essi sono 
appunto di s dinanzi a t. Si veda il Corssen, Ausspr ., I, 278, 810. Ma 
la stessa tendenza continuò e fece sentire ancor più viva la sua efficacia 
nel latino volgare; gli esempi copiosi raccolti dallo Schuchardt, II, 354, 
facciasi pure con lui e col Corssen la debita parte agli errori di scrit¬ 
tura, ne danno prova non dubbia. E si badi: sta bene che si distin¬ 
guano gli esempi di s iniziale da quelli di s mediano; entrambi tuttavia 
risalgono ad una medesima causa, e nel caso di st , meglio forse che 
negli altri, sono ancora più affini che non pajauo, giacché la sibilante 
si avvinghia strettamente alla sorda dentale, e vien così a trovarsi al 
principio di una sillaba, anziché all’uscita. 

Oltre a questa considerazione generale, ce n’è una speciale. Biso¬ 
gna ben tener conto delle ragioni eufoniche, le quali si contrappongono 
spesso vittoriosamente alle leggi della successione normale dei suoni. 
La dissimilazione, e la caduta di certe consonanti, che può non esser 
altro che una dissimilazione ancor essa, sono effetti universali e troppo 
noti di cotesta lotta. Così in italiano abbiamo, tra gli altri esempi, 
proda , rado , contradio ; deretano , Federico, propio; sebbene, nè la mu¬ 
tazione di r in d, nè la riduzione di tr, dr, pr, a t , d, p, si possan già 
riguardare come fatti normali. E l’offesa fatta all’orecchio era in questi 
casi minore di quella che gli doveva esser recata da uno stosto. Una 
voce siffatta poteva bensì prodursi, ma non preservarsi inalterata per 
una lunga sequela di secoli ; nè certo se ne saprebbe trovare V analoga. 
Si paragoni aofieizov, nome di una pietra spesso ricordata dagli scrit¬ 
tori, divenuto universalmente dbeston ; e ancora, le mute aggruppate colla 
sibilante eran qui tra loro diverse. 

Dico tutto ciò nell’ipotesi, che a tosto s’abbia ad esser pervenuti 
attraverso a stosto. L’ipotesi della caduta della sillaba iniziale vi ci 
potrebbe condurre immediatamente da istosto. Ma tra le due supposi¬ 
zioni preferisco la prima, ancorché meno piana in apparenza. 

Non credo che alle tre ipotesi proposte per sciogliere il nodo in¬ 
tricato si voglia opporre l ’o aperto del nostro vocabolo. A ogni modo 
l’obbiezione non sarebbe grave. Quest’ o noi lo si ricondurrebbe, è vero, 
ad un o originariamente lungo; se non che si tratta di un’atona, su cui 
l’accento venne a cadere solo per legge d’enclisia. Ora, l’accorciamento 
di un o atono finale durante l’evoluzione del latino è un fatto più che 
accertato dallo studio dei documenti poetici; e non è del resto che un 


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62 


TOSTO 


[aiOBNALE DI FILOLOGIA 


caso speciale di una legge ampiamente comprensiva. Si veda il Gorssen, 
II, 436-511 ; e, per ciò che spetta propriamente all’o, 479 segg. È evi¬ 
dente poi che la lingua parlata dell’età imperiale s’era condotta su que¬ 
sta via ancor più in là di quanto si possa constatare coll’esame dei pro¬ 
dotti artistici. Fra i tre o finali, di toto, momento, isto , il più pronto ad 
accorciarsi dovette essere il terzo, per effetto dell’abituale proclisia. In 
ciò non cercherei peraltro un motivo di preferenza per la terza proposta ; 
chi a questa si appigli, lo farà per ragioni più solide. Ed io stesso inclinerei 
a questa parte; tuttavia non oso decidermi, e solo non mi perito ad asse¬ 
gnare alla prima ipotesi un grado di probabilità minore d’assai che alle 
altre due. La scelta definitiva avrebbe ad esser determinata dallo studio 
degli scritti latini più prossimi al parlar volgare, dove, verosimilmente, si 
dovrebbe incontrare, ricostituita artificialmente nella sua integrità fone¬ 
tica, la forma logora dell’uso comune: sia momento isto, sia isto isto. 
Il mio articoletto ha dunque bisogno di un complemento, dal quale 
aspetta, sia una conferma ed una determinazione più precisa, sia una 
confutazione autorevole. 

P. Rajnà. 


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ROMANZA, N.° 4 | 


08 


VARIETÀ 


ANCORA DEL PERFETTO DEBOLE 

All’utile e giudizioso articoletto del prof. Caix intorno al « perfetto 
debole romanzo » che si legge in questo Giornale (I, 229-232) mi con¬ 
sentano i lettori di fare qui alcune postille, 

I. Non è esatta l’affermazione del Caix che Vi della terminazione 
-avit non abbia c lasciato traccia alcuna nelle nuove lingue » (p. 230). 
Il vero è che il dialetto di Napoli, con altri suoi affini, dice cantai, 
purtai, ecc. (in pronuncia più plebea: cantaje, purtajg ecc.) nella terza 
persona tal quale come nella prima. Anche a non aver particolare fa¬ 
miliarità col dialetto di Napoli, la nota dissertazione del Wentrup ( Bettr . 
e. Kenntniss d: Neap. Mundart , pag. 21) basta ad avvertircene. 

IL Circa le forme vendei , temei , ecc. il C. non dà alcuna spiega¬ 
zione. Eppure non si può dir eh’ esse sieno del tutto chiare da sé. Il 
Diez dice vagamente che « la forma caratteristica della seconda con- 
jugazione era evi, » e che questa sia riflessa dall’italiano ei ( Conjuga - 
tionsformen: Schwache Flexionsart). Ma codesto evi in realtà non ha 
un sodo fondamento storico. Ognun sa che T ordinaria uscita dei perfetti 
latini della seconda fu -wi, e che 1 ’-evi non era se non di pochissimi 
verbi: delere , adolescere, consuescere , ecc. I quali, per di più, com’io già 
ebbi a notare in questo Giornale (I, 77), sono, quasi a farlo apposta, 
spariti pressoché tutti nel nuovo latino (1). Il vero stato delle cose 
è, dunque, che siamo sbalzati dal latino timui all’ italiano temei. Il qual 
temei fu probabilmente una riconiazione analogica, fatta tenendo pre¬ 
senti le altre conjugazioni, in cui la vocale caratteristica persiste an¬ 
che nel perfetto. Parve naturale che come a portava portare ecc. rispon¬ 
deva portai , a dormiva dormire ecc. dormii , così a temeva temere ecc. 
rispondesse un temei. Tanto più che già la seconda persona del perfetto 
istesso aveva l’é, per regolare continuazione fonetica dell’! di posizione 
latina (temesti timuisti come vedesti vidisti ecc.; cfr. Arch. Glott. IV, 152 
n.). E il Diez stesso par che l’intenda in sostanza al modo che di¬ 
ciamo; giacché, nonostante il suo poco chiaro accenno a quella tal « Cha- 
racterform » -evi, pure in tutt’altro luogo ( Waiachische Conj . : II Conj.) 
si esprime più chiaramente e giustamente così: c Im Ital. und Prov. ward 

(1) E abolerc, che è rimasto, è passato in -ire (compiivi = compiei e compii; ecc.) 
alla conjugazione in - ire ; e i composti di Eppure questo - pievi è il solo da cui si possa 
-plco, oscillano tra quella in - ere e quella legittimamente ripetere una certa influenza. 


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64 


VARIETÀ 


[giornale di filologia 


es (il perfetto debole di seconda) auf das derivative e gebaut (vendere 
vendei) und so eine wahre E-Conjugation durchgefuhrt, welcher sich 
nur das Particip (venduto) nicht unterwarf ». 

III. Ha ben ragione il C. a dire che il -v- è mantenuto in molti 
dialetti meridionali anche nella prima persona del perfetto. E se non 
si fosse voluto limitare all’unica fonte, che non è per vero la più sicura, 
dei cauti popolari, avrebbe potuto addurne a prova non solo quei per¬ 
fetti in - ivi che adduce, ma ancora quelli in - avi (campob. purtave 
portai e simili, oltre durmive dormii, facive feci ecc.: Arch . Glott. IV, 
166, 184; e purtavi -ava di dial. siciliani: Pitrè, Fiabe , ecc. I, ccxvii). 
Notevoli son pure i dialetti pugliesi, dove il -v- si trova rinforzato in 
-66- (cfr. tose, crebbi , conobbi). A Bitonto, p. es., faciébbe feci ( facieste , 
faci) e simili; e per estensione analogica alla I conjugazione come in 
provenzale, cantiebbe (cantiéste , cantò) e simili. 

IV. Nelle giuste considerazioni che il C. (p. 231) fa intorno alle 
vicende del -t;- della terza persoua singolare, non avrebbe egli dovuto 
ìguorare o dimenticare chi lo ha preceduto nella stessa via. NellMr- 
chivio Glottologico (IV, 174-5) io ho richiamata l’attenzione degli stu¬ 
diosi sopra un notevole riflesso dell’-awl latino, proprio del mio dialetto 
nativo (campob. purtatte portavit, vulatte ecc.) (1), il qual riflesso pare 
che intanto debba limitare l’asserzione che il C. ancora ripete, che il 
-1 dell'-arà sia affatto scomparso tranneché nel dominio franco-pro¬ 
venzale. E l’Ascoli, pigliando occasione dal riflesso da me arrecato, 
proponeva quivi stesso in nota quella stessa spiegazione del canto ita¬ 
liano e spagnolo che il Caix ora ripropone, e ricordando egli pure, 
come fa il Caix, la forma sicula e calabra in au. Che se il Caix ha 
più compiutamente sviluppata la spiegazione, segnalando come proce¬ 
dente dalla vocalizzazione del -i>- anche l’o (—u) dell’ital. parilo spagn. 
partió ecc., T Ascoli era già andato più in là per ciò che riguarda i 
riflessi del solo - avit . Egli notava che nel francese chanta (ant. chantat) 
1 ’d sarebbe strano, se non fosse giustificato dalla posizione, e stabiliva 
doversi quindi supporre mantenuto intatto l’ a per effetto dell’ att. 
Ora il Caix, dicendo che nel dominio franco-provenzale sia perduta 
ogni traccia del -y-, viene a far regredire d’un buon passo la que¬ 
stione (2). 

V. Le importanti considerazioni che il C. fa intorno alla terza per¬ 
sona plurale lasciano il desiderio di un maggiore sviluppo. — Perché 


(1) Ed è anche in dialetti della stessa fa¬ 
miglia. non solo nella stessa provincia di Mo¬ 
lise, ma persino, p. es., a Cassino. Anche il 
Wentrup (loc. cit.) vi fa un lieve accenno per 
Napoli (a ogni modo, il vrocciolatte che 
adduce, sarebbe vvociolatte da rociolarc — 


*roteolare) ; ma qui dubito della sua esattezza. 

(2) Poiché per il Caix 1’-at francese non 
sarebbe che avrebbe egli potuto 

ricordare a suo prò il lucreziano inritàt per 
inritavit (1,10: Inritat animi virtutem, 
effringerc ut aria). 


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homanza, N.o 41 ANCORA DEL PERFETTO DEBOLE 


65 


empierono , p. es., dev’essere stato in fase anteriore impiéoron = imple- 
v runt? Ognuno penserà invece che empierono sia quell’ implc[ve\ruìit , 
che tutti han letto in Virgilio (Eoi. 6, 48; Georg. 4, 461), come ama¬ 
rono è. il classico amar unì. — Della desinenza -irono il C. assegna due 
derivazioni. Prima la fa venire da -ioron =-iv’runt : derivazione, pare 
a me, improbabile, e certamente arbitraria; poco dopo la fa venire 
da -i[v]érunt: salvoché non siasi espresso poco esattamente per amor 
di brevità. Che se veramente egli trae -irono da - ièrunt , si può chie¬ 
dere perché da quest’ultimo non si t sia avuto, col solito spostamento 
dell’accento ( midiere -, muliére -, mogliéra), un ièrunt, e quindi un -ièrno 
o - èrno . 0 forse l’accento si sostenne sull’ i di -ièrunt per simmetria con le 
altre persone del perfetto che han tutte Vi? 0 forse invece -irono risale 
a uu latino popolare - i[ve\runt ? 0 è infine una coniugazione analogica 
prettamente romanza? Son tutti dubbj e ipotesi che meritavano d’esser 
accennati.— Sul finire il C. dice che il classico -ivèrunt non abbia nessuna 
eco nel mondo romanzo. E forse egli si restringe, indottovi dall’anda¬ 
mento del discorso, a toccar d eìV-ivèrunt, ma pensa altrettanto àe\V-èrunt 
in genere. Io stesso, benché abbia tenuta l’opinion contraria (vedi I, 78), 
inclino ora a credere che àeWèrunt non si abbian sicure tracce romanze. 
Però le tentazioni a scorgere qua e là di tali tracce non mancano di certo : 
in dialetti meridionali ( Arch . Glott. IV, 150,184) noi abbiamo forme come 
scèrne , durmèrne , vulèrne , facènte ecc. che pajono belle continuazioni 
delle latine exièrunt, dormièrunt , voluèrunt , fecèrunt ecc. Se non che, 
considerato che Ve aperta di quelle forme accenna ad è breve latina 
anziché ad è lunga, e considerato che le coniugazioni latine II, III, 
e IV sono divenute nel Mezzodì un’unica conjugazione, nella quale il 
perfetto mantiene, almeno nel dialetto di quelle forme, il tipo della IV 
latina ( durmive , scive , cadive , facivg ecc.), mi sembra ora più proba¬ 
bile che quella desinenza -èrnj non sia che 1’ -ièrunt della IV estesosi 
a tutti i verbi diversi da quelli in -are (1). Ma anche in italiano vi 
sono forme che ricordano in modo singolare la forma in - èrunt . La¬ 
sciando temerono che può parer timuèrunt, e sim., chi non penserebbe alla 
prima che spanderono sia expandèrunt , sederono sedèrunt? Certo, se si 
guarda bene, poiché questa terminazione -erono non ha luogo se non in 
perfetti deboli, si potrà ben dire che essa sia una formazione prettamente 
romanza, non men di quella in - ettero , e che quindi tra sedèrunt e 
sederono non vi sia alcuna continuità storica. Ma la coincidenza mate¬ 
riale della forma latina con la italiana è tale, che ne va fatto assolu¬ 
tamente un cenno, se non altro per avvertire ne nos inducat in ten - 
tationem. F. d’ Ovidio. 

Napoli, febbrajo 1878. 


(1) Cfr. il sicil. finiti t 3 a pi. fineru (e con esso ripitivi , ripiteru) in Pitrè, loc. cit. 

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GG 


VABIETÀ 


fQIOUNALK DI FILOLOGIA 


SULL’ ETIMOLOGIA SPAGNUOLA 


Nello studiare il tanto giustamente lodato lavoro della Sig.” Caro¬ 
lina Michaélis, Studien zur romanischen Wortschopfung , Leipzig, 1876, 
mi è avvenuto come di ammirare la dottrina, 1’ acume e la profonda 
conoscenza che ha l’egregia Autrice della lessicologia spagnuola, così 
anche di notare qua e là congetture e derivazionitche mi hanno lasciato 
dei dubbi. Non sarà perciò inutile, considerata 1’ importanza del libro, 
raccogliere qui, tra gli appunti che mi è avvenuto di farvi, quelli che 
dopo matura riflessione mi sombrano i piò giustificati. Cercherò, per 
quanto è possibile in note di questa fatta, di mantenere un certo ordine 
riunendo insieme sotto ad alcuni capi le osservazioni fatte sparsamente. 

L’ A. pensa che sebbene nelle lingue romanze il lessico sia di pa¬ 
role accettate bell’e fatte, pure sia un errore il partir sempre da qnesto 
criterio per l’etimologia di molte voci oscure. I Germani, secondo l’A., 
recarono a così dire materia greggia che fu poi elaborata nei paesi la¬ 
tini. c Gli elementi germanici figurano spesso come temi, e come temi 
furono considerati e differenziati. » Ora, senza negare quello che ci 
possa esser di vero in questo principio, non è, a mio avviso, senza pe¬ 
ricolo, il raggruppare insieme tante voci di significati tanto svariati 
per la semplice identità di alcune consonanti nel tema, come trovo 
aver fatto l’A., sotto alle radici grò, skarb. Tra quelle che a me sem¬ 
brano dover avere diversa origine, scelgo qui alcune che mi sembrano 
avere una speciale importanza per la loro diffusione in parecchi degli 
idiomi romanzi. 

GARAPiNÀ c liquore congelato », gàrapinar « congelare ». L’A. unisce 
queste voci coi numerosi derivati da una primitiva radice prò, da cui 
proverrebbero anche voci significanti « Etwas vor Kàlte oder Alter Gek- 
rummtes, jede krause Speise » ecc. (p. 51 ss.) Ma una delle voci che a 
mio avviso si possono con più sicurezza staccare da quel cespite è la 
presente. Per me garapina ha a base il tema che troviamo nel port. 
garapa « limonade sucrée », dove io non potrei vedere altro che l'arabo 
sarab e quindi in fondo una voce connessa con xarope axarope , coll’it. 
sorbetto ecc. Infatti Pit. carapignare , derivato certo dallo spagnuolo, 
significa « congelare » cosicché, considerata l’affinità etimologica delle 
due voci, carapignare il sorbetto viene a dire precisamente quanto sorbet - 
tare il sorbetto (se si potesse usare). Del resto la voce toscana, sici- 


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romanza, n.° 4 ) SULL’ ETIMOLOGIA SPAGNUOLA 


67 


liana e sarda non può che provenire dalla spagnuola, perché in qnesta 
lingua solo è foneticamente spiegabile. Da varai- xarap- col passaggio 
del x in j si ebb e'jarap- (cfr. jarope, jarabe), e, rafforzato j in g, ga- 
rap- base di garapa. Il primo mutamento lo abbiamo appunto in ja- 
loque = xaloque , e il secondo la gualatina = jalctina , ed anzi tutti e tre i 
passaggi in garifo in cui il g si riconduce similmente alla scln araba. Quindi 
garap-= jarap-= xarap- (arab. éarab) come garifo = jarifo = xarifo 
(arab. sarif). Rimarrà a meglio chiarire le ragioni di quel suflf. -ina. 

gabbullo, it. garbuglio ecc. che VA. deriva dalla stessa radice, non 
può che essere un composto di baglio, comunque vogliasi spiegare la 
prima parte. Cfr. guazzabuglio « miscuglio d’acqua e di neve », poi 
« confusione ecc. » Se l’A. ammette in quest’ ultima voce composi¬ 
zione con bugilo , mi pare ben difficile il non vedere lo stesso elemento 
in combuglio, subbuglio e quindi anche in garbuglio. 

E8GÀRAFUNHAR, ESCARAVUNHAR, ESCARAFUNCHAR ( port. ) che 1’A. Connette 

col tema skarb, potrebbe pur essere il corrispondente dello sp. garra- 
fihar , it. sgraffignare , sic. sgraffugnari ecc. in fondo ai quali è certo il 
ted. greifen (cfr. sparagnare = sparen), che si venne modificando nel 
senso e nella forma per immistione ora di graffio -are, ora di ugna = 
ungula , ora di garra «? artiglio » nello spagnuolo ecc. 

Nel considerare i mutamenti vocalici sarebbe stato bene distinguere 
le vocali atone dalle toniche, poiché certe alterazioni che si possono 
ammettere nelle prime, non si potrebbero, fino a maggiori prove, ac¬ 
cettare per le seconde. Trovo perciò molto dubbi i duplicati basati sopra 
mutamenti nella tonica non ancor dimostrati per lo spagnuolo, come 
i seguenti: 

bala — pella, con cui balota — pelota 238. Mentre baia , -ota come il fr. 
balle, ballotte, e meglio ancora la doppia forma ital. balla, palla accen¬ 
nano all’a. a. t. balla , palla, E. W. I, 48, lo sp. pella apparisce rego¬ 
larmente derivato da pila non meno che il fr. pelote ecc. 

berza — brXsica 2GG. Come gli equivalenti italiani verza e brasca, de¬ 
rivano da due voci ben distinte; la prima da viridia, E. W. I 442, la 
seconda da brassica. 

calandra — cilindro 254. La prima voce non si spiega che nel do¬ 
minio francese, e, come il suo speciale significato dimostra, non è che 
il fr. calandre. Gli altri esempi di a da i che dà l’A. sono di vocali 
atone, comuni ad altre lingue (baiarne, salvaje), ad eccezione di cana- 

che è esempio affatto speciale, e che se non è da spiegare con una 
antica variante canastmm , si deve ad influenza di banasta, e rientra in 
ogni modo nella numerosa categoria delle voci a suffisso con vocale va¬ 
riabile: -astro -estro ecc. 

argano — organo 254. L’originazione di argano da opyxvov proposta 


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68 VARIETÀ [giornale di filologia 

dal Ménage non ha trovato seguito appunto per la difficoltà fonetica. 
E . W. I 30, e Storm nella Romania , II, 328. 

tàrtà — torta 229. La forma con a può essere dal fr. tarte , ed è a 
notare che questa voce ha avuto diffusione anche in Italia (cfr. i miei 
Studi di etim. ita!. e rom. n. 623). 

cava — cova 254. In cova inclinerei a vedere una voce derivata da 
cubare , come appunto nell’equiv. it. covo. Cfr. cobil « escondite, rincon» = 
it. covile , e sp. coba « gallina ». 

chanclo — zoclo 244. La prima voce era già stata connessa dal Diez 
con zanca, prov. sanca ecc., E. W. I, 448, con molta verisimiglianza 
se si considera che la voce provenzale vale anche c coturno »: non porta 
soc ni sanca (P. Vidal). Per la stessa ragione 
zanco — zoco 229, mi pare da eliminare. 

arbollon — albanàl 229. Qui il cambiamento della vocale tonica 
appartiene non allo spagnuolo ma all 1 arabo; perché la prima forma 
vieue da al-ballon’a la seconda da cd-ballà'a\ Dozy 65. 

orca — ijrca 253 e così ourque orque — horque houcre 204. V. Studi 
di etim. it. e rom. 429. 

A torto l’À. vede duplicati fondati sopra una trasposizione d’accento in 
nieto — nepote 252. Più semplice pare derivar la prima forma da 
ncptis, che usato al femminile, dovè dare nieta , da cui un masc. nieto. 
Foneticamente nieta da neptis come siete da septem. 

piezgo — pezuelo 251 ; e cosi pezuélo =peciolo = pediculum 226. Ma vi 
sono esempi di -iolo -uelo da - iculum? Il complesso di alterazioni che 
suppone codest’ equazione pare poco conforme alla fonetica spagnuola. 
Pezuelo si riconnette meglio a pediolus petiolus , che sappiamo essere 
stata voce usata in Ispagna, poiché la troviamo in Columella; di qui 
it. picciuolo , vai. picior. La terminazione diminutiva ha modificato il 
senso nello spagnuolo, il quale perciò per dire picciuolo ha dovuto mu¬ 
tare il suffisso, facendo pezon. E. W. II, 53. 

patera — patèna 252. Preferirei trarre col Diez la seconda voce da 
patina patèna , in cui lo scambio frequente di -tnus e di - inus renderebbe 
la trasposizione d’accento meno strana, e in cui non ci sarebbe la diffi¬ 
coltà del mutamento di r in n. 

A tutto rigore poi non vorrei considerati come fenomeni dovuti a 
trasposizione d’accento i participi tronchi: pago per pagado 226, fino — 
finito 252 ecc., che sono piuttosto dovuti, secondo la bella spiegazione 
del Diez, ad analogia con aggettivi che stavano coi verbi affini nella 
stessa relazione. 

Tra i duplicati connessi coi vari mutamenti consonantici noterò 
come più discutibili: 


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ROMANZA, N.° 4] 


SULL 1 ETIMOLOGIA SVAGEVOLA 


09 


jazarina — jacerina 227 e così jaseran — algcrien 203. Questa eti¬ 
mologia proposta già dal Cobarruvias, e accettata dall’ Engelmann, non 
dispiacque neppure al Diez, E. W. I, 208. Tuttavia i dubbi sollevati 
dal Dozy, p. 289, non mi paiono dissipati, soprattuto se si considerano 
le varianti pure antiche jaccran, jaseran , jasaran, quantunque anche la 
derivazione da jaco — zarad , dall’ ultimo proposta, non mi persuada gran 
fatto. La derivazione da acerino sarebbe meno dura se si avessero mag¬ 
giori esempi di j prostetico ; ma jiride non prova che per la prostesi di 
j a i di cui si hanno esempi anche altrove (it. gire=j-ire) 1 mentre jan¬ 
dato è forma speciale dell’andaluso, nel quale siffatta prostesi è abba¬ 
stanza comune. 

lista — bistra 230. L’A dà questo supposto duplicato come esempio 
di scambio tra ter. Per me quelle due voci non sono meno distinte 
di quello che lo siano in italiano. JRistra è=it. resta = lat. restis , come 

10 prova il suo primo significato di «c trenza hecha de los tallos de los 
ajos ó cebollas», donde poi si passò al senso figurato di « colocacion 
de las cosas que van puestas unas tras otras. » 

zaque — sayo o sago 233. Per zaque « otre » si presenta come più 
ovvia la identificazione con zaco y essendo propriamente un sacco di 
cuojo; z per s come in zueco = soco , zorra per sorra ecc. 

ANTOBCHA — ENTUERTO, ENTORCHAR — ENTORTAR, TORCHA — TORTA, TABTA 240. 
L’A. dà queste forme come provenienti da una diversa risoluzione del 
et da un falso participio torctus , già supposto dal Diez, E. W. I, 418. 
Da notare è però che qui si tratta non del puro et ma di rct pel 
quale la risoluzione in eh è più difficile ad ammettere. Gli esempi che 

11 Diez e l’A. danno sì per lo spagnuolo che per il francese e provenzale, 
sono di et o di net, pel quale ultimo nesso quella risoluzione era age¬ 
volata dalla facilità dell’ t» a combinarsi con i (j). Cfr. prov. saint cioè 
sanht accanto a sanch ecc.; Diez, Granm. I, 259. Il Diez medesimo 
trova più semplice spiegare il prov. torcila , fr. torche da torca connesso 
con torcar , e il eh della voce spagnuola da e così entorchar da entorzar , 
che perciò deriverebbe dallo stesso tema di atrozar , troza , torzal ecc. 
Cfr. acunzar e aconckar, ronzar e ronchar , ed anche bolchaca (burchaca) 
accanto a bursaca ecc. Del resto quanto al semplice torcha rimane sem¬ 
pre a vedere se non possa essere voce francese. 

faraute — heraldo 240. Secondo il Diez farante viene dal fr. héraut , 
come dal francese vengono altre voci con f da h germanico, Gramm. 
I, 320; questo duplicato parrebbe quindi doversi porre tra quelli di 
origine straniera. 

farseto — falsopeto, balsopeto 242. Come spiegare le alterazioni che 
supporrebbe codesta sincope? Quanto a farseto , sopratutto se*conside¬ 
riamo il suo antico valore di « imbottitura sotto la corazza >, la de¬ 
rivazione da farsus rimaue sempre la più semplice; E. W. I, 173. 
Falsopeto pare perciò voce indipendente, di cui balsopeto « gran borsa che 


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VARIETÀ 


70 


[giornale di filologia 


si portava sul petto » sarà una corruzione dovuta probabilmente a in¬ 
fluenza di bolsa « borsa. » 

viejo — viedro 251. Il secondo vocabolo, in uso solo nei nomi proprii 
di luogo, è da vetus -em, mentre il primo è da veclus—vet(u)lus. Nella 
stessa maniera abbiamo in italiano da una parte Orbivieto Orvieto e Cer- 
vetri y dall’altra Civitavecchia. 

estruendo — trueno 251. Se non v’ ha dubbio sulla derivazione di 
estraendo da tonitrum , quanto a tramo si presenta tònus con r onoma¬ 
topeica, come nell’it. trono -are , nel prov. e anche sp. tron -ar ecc. 

reproche — repropio 264. Cfr. i miei Studi di etim. it. e rom. n. 115. 

codena — cutanea 265. La prima è essa voce originariamente spa- 
gnuola? Si noti che in questa lingua ha perduto il suo primo signi¬ 
ficato, che ha invece mantenuto nell’it. cotenna , fr. couenne. Quanto 
al derivare cotenna da cutanea , ci sono per l’italiano gravi difficoltà 
fonetiche, ed anche in fr. - enne = -anca sarebbe poco regolare. Del 
resto la connessione con cutis pare certa, se si considera 1’ equiv. cotica 
e il deriv. cuticagna . 

torche trocla truja — torcula 170, e trocla — forche 226. Trocla 
« polea » va certo distinta da queste voci, perché non può che essere 
l’equiv. trocldca. Non trovo torche , ma solo torce t la vuelta o eslabon 
de alguua cadena » e se questa è la voce, mi par ovvia la derivazione 
da torques. 

oabal — caudàl 281. Il prov. e sp. cabal è una posteriore derivazione 
da cobo, e uon avendo a base un lat. capitalis , non forma a rigore un 
duplicato con caudal. 


Aggiungo qui alcuni duplicati francesi dati dall’A. in aggiunta a 
quelli del Braci)et, che io non saprei ammettere. 

calibre — garbe galbe 202. Anche M. Devic, Dict. ét. p. 79, aveva 
fatto lo stesso ravvicinamento ; ma più probabilmente la seconda forma 
è termine d’arte proveniente, come altri notarono, dall’it. garbo y mentre 
la prima è d’ origine araba. 

feu — fougue 203. Il Brachet ebbe ragione a mio avviso a non am¬ 
mettere questo duplicato, poiché nel suo Dict. étyiri. egli considera 
fougue come identico all’ it. foga. Ora che questo derivi da fuga e non 
da focus è provato, oltreché dalle ragioni date dal Diez, E. W. II, 30, 
dalla pronuncia tose, fòga in pieno contrasto con quella di foco fuoco. 

maigrelet — mingrelet 204. Il Diez considerò bene mingrelin come 
affine a malingre , connesso coll’a. fr. heingre da aeger -ra -rum; e min¬ 
grelet non può essere che variante di mingrelin. Anche l’it. mingher¬ 
lino potrebbe parere variante di maghcrolino magrolino , se non vi ostasse 
il lomb. e piem. maUngher. E . W. II 343. 

ronger — RtMiNER 205. Il primo è da rmnigare, E. W. II 418, l’altro 
da ruminare . N. Caix. 


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ROMANZA, N.° 1] 


VARIETÀ 


71 


MALATO 


Già il Cornu, Romania III, 397, mostrò come in latino male habitus 
€ malandato, in mal essere > si contrapponesse al semplice habitus « ben 
portante ». Sopratutto significativo il passo di Massurio Sabino riportato 
da Aulo Gellio in cui si legge: cCensores... cum equum nimisstrigosum 
et male habitum sed equitem ejus uberrimum et habitissimum viderunt... » 
Il Cornu proponeva con piena ragione di derivare da male habitus , a 
cui specialmente accenna il malabde nella Passion e il prov. malapte 
malaut, le voci che il Diez riporta sotto malato , E. W. I 259. Egual¬ 
mente il Rònsch, Zeitschrift fur rom. PhU. I, 419, il quale notava inoltre 
la corrispondenza tra male habitus e male sanus . Solo l’it. malato pareva 
opporsi a questa congettura; ma già il Diez notava, proponendo la 
derivazione da male aptus , che il semplice t in malato potè provenire 
da influenza di ammalato , participio di ammalare, poiché il derivato ma¬ 
lattia che non poteva soggiacere alla stessa influenza, presenta il doppio 
t , e fa congetturare un anteriore malatto . Veramente la congettura 
presentava dei dubbi, poiché non era impossibile il contrario, cioè che 
malattia provenisse da un anteriore malatia con raddoppiamento poste¬ 
riore del t. Ma a togliere ogni dubbio sta il fatto che la forma ma¬ 
latto 8’incontra in più mss. antichi, e cosi p. e. in quello della Tavola 
Rotonda pubblio, dal Polidori : c Dissono che aveano messa la reina tra 
gli malatti e miselli; » — « come la reina fue messa tra gli malatti ... » 
(p. 165). Il Polidori spiega nello « Spoglio lessicografico » questa voce 
per « lebbroso »; e ivi pure nota come tal voce negli antichi Statuti 
senesi suoni maladdo , malagdus , forma invero poco chiara da confron¬ 
tare col fr. maladcy ant. malabde , Pass . de J. Chr . 116. 


N. Caix. 


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72 


VARIETÀ 


[giornale di filologia 


OSSERVAZIONI AD UN ARTICOLO DEL PROF. A. BORGOGNONI 

SUL SONETTO 


Il Prof. Borgognoni ha inserito nella Nuova Antologia (fase. 2° 
del 1879) un articolo sul Sonetto , nel quale ei ne indaga le origini e la 
formazione. Non vogliamo qui nè riassumere le opinioni del valente 
critico, perché ognuno potrà leggerle nel periodico indicato, nè dichiarare 
il nostro assenso o il nostro dissenso: ma soltanto fare alcune avver¬ 
tenze su due punti particolari di quello scritto. 

In primo luogo a pag. 237 ei professa di far sua V induzione del 
Bilancioni che sieno cioè una stessa persona due antichi poeti. Il Bor¬ 
gognoni mostrasi troppo vago di questo ridurre a una sola persona più 
antichi poeti, chiaramente distinti con nomi diversi negli antichi docu¬ 
menti: e già fu visto come errasse nelP immedesimare Folcacchieri, l’Ab¬ 
bagliato e Folgore da S. Gemignano. Ora riduce ad uno Iacopo da 
Lentino, già da lui immedesimato, e non sappiamo se rettamente, con 
Giacomino Pugliesi, e Iacopo da Leona, cavandone conseguenze che 
restano gravemente infirmate se V identificazione dei due poeti venga a 
mancare. Per noi non è dubbio che si tratti di due poeti distinti tra 
loro. Il Borgognoni dice che Lentino dicesi « latinamente Leontium, 
di che Leona sarebbe traduzione anche più schietta ». Veramente Len- 
tini in Sicilia è latinamente Leontini , la patria di Gorgia, detto perciò 
leontino : e Leona non è altri che l’antica Levane in Valdarno, e nel ter¬ 
ritorio di Arezzo. Tratterebbesi qui dunque, di un amico e quasi concit¬ 
tadino di Fra Guittone senza andar giù fino in Sicilia. 

A pag. 243 il Borgognoni rifiuta l’ipotesi del Wackernagel che il 
sonetto italiano provenga dallo spruch tedesco: e \x> rifiuta specialmente 
perchè « scarsissime le relazioni letterarie tra la Germania e l’Italia 
nel medio evo: e alla corte di Palermo non v’è notizia che si poetasse 
in tedesco ». Ora, quest’ultima asserzione merita di esser rettificata, 
senza che perciò ne cresca probabilità alla dottrina del Wackernagel. 
E poiché il documento che prova il contrario non sappiamo che sia stato 
da altri notato in Italia, ci piace qui registrarlo. Sono alcuni versi 
dell’antico poeta tedesco Ottocaro di Stiria, al cap. IV della sua Cro¬ 
naca rimata, inserita dal Pez nel voi. 3° dei Rcrum austriacarum . Vi 
si parla della Corte di Manfredi e della sua dignità e cortesia di prin- 


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ROMANZA, JT.° 4] 


OSSERVAZIONI SUL SONETTO 


7:\ 


cipe, e poi si prosegue annoverando per nome ben 18 Minnesinger che 
furono a quella corte. Traduciamo letteralmente quei versi: 

Ogni giorno ed ogni notte | (Stava) coi suoi musici : | Io vi dico chi essi erano. | 
Uno non era troppo giovane, | E si chiamava Maestro Yildunco. | E v’ era qui un 
uomo vecchio | Che si chiamava maestro Werner di Rustpaco. | Y’era anche uno 
ricco, | Maestro Federico di Flascenbergo. | V’ era uno molto grazioso, | Che si chia¬ 
mava Maestro Reinoldo. | E anche un altro accresceva il suo avere | Che era chiamato 
maestro Pab. | Era qui pure con grand’ ornamento | Maestro Walter della Sittava. | 
Anche v’ era il molto gentile | Maestro Federigo di Wirzburgo. | Qui faceva vjpj 
giuochi | Maestro Corrado di Rotenberga, | Che dopo la morte del principe | Dopo 
lungo tempo fu mio maestro. | Era qui per suo comando | Maestro Seibot di Ert- 
burgo ; | Qui era anche Maestro Ottone | Del quale si faceva grande scherno | Per la 
gobba ch’egli aveva. | Yenne anche per preghiera del Re | Maestro Enrico di Land- 
cron. | Y’era qui anche un tale molto ricco | Che si chiamava Maestro Gebardo | Il 
quale anche vi fu ucciso. | Era anche un grande soccorso | Maestro Ulrico di Glesein, | 
Nè qui si stava ozioso | Maestro Ulrico di Sweiniz, | E gli era anche molto caro | 
Maestro Alberico di Merseburgo. | Teneva qui anche molto volentieri domicilio | Mae¬ 
stro Corrado del Tirolo, | E riceveva volentieri il suo soldo | Maestro Perichtold di 
Somereck. | A questi ch’io ho ora enumerati \ Era concesso l’onore [ Di esser chia¬ 
mati maestri. 

A. D’Ancona. 


POSTILLA ALL’ARTICOLO 

UN SERVENTESE CONTRO ROMA ECC. (I, 84) 


Ebbi già ad avvertire, non appena me ne fai avvisto (I, 200), che 
anche il Tobler suol spiegare il vocabolo Sirventes come c Dienstge- 
dicht », poesia che sta, in certo modo, al servigio di un’altra. Ora 
mi è ben grato di poter comunicar al lettore alcune cose scrittemi in 
proposito dal dotto Professore dell’Università Berlinese (5 nov. 78). 

€ ....Wasmichzudieser Ansicht brachte, waren theilsdie von Ihnen 
angefuhrten und àhnliche Dichterstellen, theils die ausdriickliche Aus- 
sage der Leys d'Amors , 1, 340 : « sirventes es dictatz ques servish ed may 
de vers o de chanso; en doas cauzas: la una , cani od compas de las co - 
blaSj Vautra , cant al so. E deu hom entendre cant al compas, so ’ s a 
ssaber, que tenga lo compas solamen ses las acordansas oz am las acor - 
dansas , d 9 aquelas meteyshas dictios o d f autras semblans ad aquelas per 
acordansa. > Also, die Uebereinstimmung der Singweise ist zunàchst 
vorhanden, ebenso (was daraus von selbst sich ergibt) die des Stro- 
phenbanes; dagegen ist Uebereinstimmung im Reime nicht erforderlich; 


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74 


VARIETÀ 


[giornale di filologia 


ist sie vorhanden, so kann aie sieh iiber die ganzen Reimworter erstrec- 
ken oder aneli nnr iiber die Reimenden Wortausgànge. Nicht ganz 
sicher bin ich, wie das al may zu yerstehen ist; gewiss heisst es nicht 
tout au plus, wie es die Herausgeber ubersetzt haben; ich denke eher 
« meistens », « per lo più *. Dass nicht jeder Sirventes an ein vor- 
handenes Gedicht anlehnt, lehren ja auch solche Stelle wie: Ab nou 
cor et ab novel son Vólh un nou sirventes bastir, nnd die Aussage der 
alten Biographie des Guillem Rainol: e si fetz a totz sos sirventes sons 
nQus. Aber gerade diese Aeusserungen wùrden nicht gethan worden 
sein, wenn das entgegengesetzte Verfahren nicht das gewohnliche (al 
mais ) gewesen ware. » 

Contro la spiegazione del vocabolo risuscitata dal Tobler e da me, 
si dichiara il Meyer, Romania , VII, 626. Le sue parole meritano di 
certo la massima considerazione. Potrei, per verità, desiderar dimo¬ 
strata Taffermazione, che Sirventese sia la forma primitiva. Dato che 
sia, non ho difficoltà a riconoscere che l’idea del Tobler e mia avrebbe 
fatica a reggersi; Sirventese condurrebbe realmente a sirvent , cerne stu¬ 
dentesco a studente. I Serventesi sarebbero dunque propriamente canti 
di Sirvents ( 1); di sicuro, per altro, non sarebber tali nel senso come 
s’intende dal Diez, e da pressoché tutti dietro di lui. Piuttosto incli¬ 
nerei a prendere come punto di partenza il significato che sirvent aveva 
nel linguaggio militare. 

Ma queste, in fondo, son questioni secondarie. L’essenziale si è 
che i Serventesi sieno canti, che per la melodia, il ritmo, il numero 
delle strofe, e a volte perfino le rime, sogliano aggrapparsi ad un mo¬ 
dello preesistente. Ammesso ciò — e in verità non vedo come si possa 
contestare, contro le autorità antiche e le prove ancor più conclusive 
dei fatti — ne viene che lo studio di questo genere di poesia ha bi¬ 
sogno di esser ripreso da capo e con altri criterii. 

P. Rajna. 


(1) Accanto a Sirventes , Sirventese abbiamo Sirventesia. Nel primo caso il so¬ 
stantivo originariamente sottinteso sarà vers; nel secondo chanso . 


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ROMANZA , N.° 4 ] 


75 


RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 


1. Die Biographie des Trobadors Guillem de Capestaing und ihr histo- 
rischer Werth, von Emil Beschnidt. Marburg, 1879. 31 pp. in 16°. 


Questa breve tesi dottorale, dedicata dal 
riconoscente discepolo al prof. E. Stengel, 
prova da un lato la bontà dell* insegnamento 
che s'impartisce nel seminario filologico di 
Marburg, e insieme la speciale attitudine 
dell* autore alla paziente e rigorosa ricerca 
letteraria. 

11 lavoro è diviso in due parti : nella pri¬ 
ma si discorre del testo delle biografie pro¬ 
venzali del Cabestaing; e nella seconda del 
loro valore storico. 

La prima parte è senza dubbio la meglio 
riuscita; ed è quella dove più si veggono gli 
effetti d’una buona disciplina. L*A.confronta 
minutamente le sette redazioni diverse che 
della biografia provenzale del Cabestaing si 
contengono nei mss. (1); ne trae fuori la 
parte che è a tutte comune, e a buon dritto 
scorge in questa il nucleo primitivo della 
narrazione, il primo scheletro, che venne 
poi con diversi intenti e attitudini rimpol¬ 
pato dai successivi rimaneggiatori. Noi con¬ 
cordiamo quasi in tutto, per questa parte, 
col signor Besch. ; e solo vogliamo riserbare 
il nostro giudizio sull* esistenza d*una re¬ 
dazione ancora più antica e più scarna di 
quella che all'À. è riuscito di cavare dalle 
superstiti biografìe provenzali. 

La seconda parte del lavoro pare a noi 
meno felice nei risultati, sebbene anche essa 
dia belle prova dell'acume dell'A. Il signor 
B. ci schiera innanzi tutti gli argomenti pos¬ 
sibili contro 1*attendibilità storica delle bio* 
grafie prov. del Cabestaing. E validissimo 
fra tutti, ben a ragione; egli considera que¬ 


sto: che nessuno dei trovatori allude mai 
alla tragica fine di Guglielmo, mentre pur 
avrebbero avuto mille occasioni per farlo; 
che nessuno dei tanti lodatori di Alfonso II 
d’Aragona, il protettore e intelligente cul¬ 
tore della poesia occitanica, lo loda quale 
vendicatore della misera fine di due amanti. 
S’ aggiunge che nel medio evo ebbero corso 
parecchie altre storielle analoghe a quella 
del Cabestaing, principale fra le quali quella 
del Castellano di Coucy e della dama du Fayel ; 
e, nessuna di esse offrendo il carattere della 
verità o della verisimiglianzastorica, nasce 
naturalmente il sospetto che esse altro non 
sieno se non rifacimenti fantastici d*un unico 
mito primitivo, rifacimenti messi sul conto 
di persone le quali per qualche verso ab¬ 
biano preoccupato le fantasie popolari. E 
qui il nostro A. vuole spingersi ancora più 
innanzi, e trovare in questa storia del cuore 
mangiato o fatto mangiare un riflesso d’una 
antica favola animale indiana; senza tuttavia 
riuscir a trasferire in noi, a questo propo¬ 
sito, quella persuasione, che in lui pare tanto 
robusta. Comunque sia di ciò, egli poi 
mostra come sicuramente questa storiella 
d’un cuore di drudo fatto mangiare dal 
marito geloso alla donna infedele fosse nota 
anche ai trovatori, e passa quindi a cer¬ 
care il motivo o 1* occasione per cui questa 
storiella potesse esser messa sul conto del 
Cabestaing. E qui molto opportunamente 
egli avverte che se i Francesi del nord l'at¬ 
tribuivano ai Castellano di Coucy, ciò fu 
dovuto alfintepretazione troppo letterale di 


(1) Un*ottava, conosciuta, ma non veduta dal signor B., sarà da noi riprodotta in calce a questo 
articolo. 


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76 


RASSEGNA 


[giornali di filologia 


alcuni suoi versi in cui si parla di « cuore 
rapito » e di « corpo diviso, » e che per si¬ 
mile motivo la stessa storiella fu contata, 
più tardi, in Germania sul conto del min- 
nesingero Reinmann con Brennenberg. Si¬ 
mili Irasi possono benissimo, egli dice, es¬ 
sersi trovate nei versi (perduti) del Cabe- 
staing; ma qui il processo di attribuzione 
sarebbe stato, secondo il B., alquanto di¬ 
verso. Egli, il B., ammette, cioè, che il 
primitivo biografo del Cabestaing abbia com¬ 
messa una vera e propria frode storica, in 
vantaggio di qualche giullare che così vo¬ 
leva accrescere il pregio delle poesie del 
trovatore: che, insomma, il biografo attin¬ 
gesse la storia del Cabestaing a un’antica 
« histoire » forse latina, dalla quale sarebbe 
derivato e il romanzo del Castellano di Coucy 
(1220 circa), e quella cronica prosaica fran¬ 
cese del 1380, di cui ha dato un estratto il 
Fauchet nel Recucii de Vorig. d. I. langue 
et poés. franqaise. Alcuni luoghi delle bio¬ 
grafie, messi a riscontro coi luoghi corri¬ 
spondenti della cronaca e del romanzo pro¬ 
verebbero, secondo l’A., l'esistenza di que¬ 
sto loro fonte comune. Se non che di questi 
riscontri uno solo a noi par molto notevole, 
il quinto: e tutti, del resto, si possono ben 
meglio spiegare ammettendo che il compi¬ 
latore della cronica avesse sott’occhio di¬ 
verse redazioni della biografia del Cabe¬ 
staing ( le quali possono essersi trovate 
riunite in un sol codice, com’è avvenuto 
per quelle di Bertrando del Bornio ), e che 
i raffazzonatori delle biografìe abbiano avuto 
alla lor volta notizia del romanzo. Il luogo 
del cronista: « Moult orent de poine et tra- 
vail pour leurs amours... si comme Vhistoire 
raconte qui parie de leur vie, dont il y a 
romans propre » (p. 25), ben lungi dal di¬ 
mostrare resistenza d’una histoire latina 
o altro del Castellano, potrebbe invece ac¬ 


cennare senza più alle biografìe prosaiche 
del Cabestaing.— Ammette poi il nostro A. 
che il biografo primitivo del Cabestaing po¬ 
tesse scrivere sotto Pinfluenza e la remini¬ 
scenza del fatto ricordato in un sirventese 
del Mira vai, d* un cavaliere provenzale sor¬ 
preso dal marito in casa propria ed ucciso 
sul fatto (1). 

Concludendo, il nostro A. si mostra in¬ 
chinevole col Groeber a riconoscere il tro¬ 
vatore Guglielmo Cabestaing in quel Gu¬ 
glielmo C. ricordato tra i combattenti d* una 
battaglia del 1212; e la Sermonda e Rai¬ 
mondo di Rossiglione nei due personaggi 
omonimi che ricorrono in un documento 
del 1210. 

Noi ci siamo in altri tempi occupati della 
biografia del Cabestaing; ma non essendoci 
riuscito d’ottenere risultati sicuri o per lo 
meno altamente probabili, ci siamo astenuti 
dal comunicare al pubblico le nostre ricerche. 
Non dispiacerà forse tuttavia ai lettori, che 
indichiamo brevemente la strada per la 
quale ci eravamo messi: questi pochi cenni 
serviranno quasi d'appendice e complemento 
al buon lavoro del signor B. 

A noi era parso, dietro il cenno del Diez 
( L . u. W. 90), che la parola dell'enigma 
potesse celarsi nei versi: 

E si voletz qu’eu vos diga aon nom 
Ja no trobaretz alaa de colom 
Ou noi trovez escrig aenes falenza ; 

e mentre il Milà y Fontanals pensava che il 
poeta avesse voluto indicare nelle ali aperte 
d’una colomba un M, lettera iniziale di Mar¬ 
gherita, noi abbiamo sospettato che il se¬ 
greto, abbastanza palese, stesse tutto in 
queH’«alas, » costituente la prima parte di 
Alasais, nome assai comune tra le dame 
di Provenza. E lo scorcio francese Alte per¬ 
metterebbe inoltre di credere che anche tra 


(1) Ecco i versi del Mirav&l: 


Q’a Graignolet ausi contar 
Aìmo qn’es gren a retrai re, 
C*U8 cavalliera rene dompneiar 
Ab la molher doN Castelnou; 
Mai Ini non abellic gaire: 

Car lai intret senea convit 
Si al cap taillat e partii. 


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ROMANZA, N.° 4] 


BIBLIOGRAFICA 


77 


i Provenzali Alàs fosse uno scorcio familiare 
di Alasais; nel qual caso bisognerebbe dire 
che il poeta si sarebbe mostrato d’una in¬ 
genuità quasi eccessiva. Natoci il sospetto 
che Alas fosse il nome della bella amata 
dal Cabestaing, ci siamo dati a cercare nel- 
ì'Hist.gen.du LanguedocqueM®. tra le donne 
di questo nome che potesse convenire al qua¬ 
dro della biografia del Cabestaing. Le no¬ 
stre ricerche furono principalmente dirette 
alla famiglia dei Trincavelli, cui spettava 
la viscontea di Béziers; e ciò per la buona 
ragione che il nome di Gaucerando, di Mi- 
rone e di Guglielmo Cabestaing appariscano 
parecchie volte in documenti riguardanti 
questa cospicua famiglia. E in essa, infatti, 
noi trovammo un visconte Raimondo, ma¬ 
rito prima di una Adelaide (prov. Alasais), 
vissuta sin verso il 1150 circa, e poi di una 
contessa Saura; il qual Raimondo ha ter¬ 
minato la vita per furore di popolo nel 1167. 
S'aggiunge che Alfonso ÌI (1162-1196) d’Ara¬ 
gona ajutava il figlio di lui, Rogero, a vendi¬ 
carne la morte (1). Qui dunque noi avremmo 
una moglie Saura , la cui storica remini¬ 
scenza si potrebbe vedere nella Sorismonda 
del gruppo più antico delle biografie ; e a- 
vremmo insieme il nome vero della donna 
amata da Guglielmo, Adelaide. Combina 
egregiamente anche il nome di Raimondo, 
attestato, oltrecché dalle biografie, anche 
dalle canzoni del C.; e combina insieme la 
morte violenta di Raimondo, e l'intervento, 
sia pure con altre ed opposte circostanze, 
del re di Aragona, vendicatore del dritto. 
Discorda il fatto, che Raimondo non era 
conte di Rossiglione, nè padrone del ca¬ 
stello di questo nome, circostanza eh' è nelle 
biografie più antiche; ma questa difficoltà 
svanisce, quando si consideri che il figlio di 


Raimondo, Rogero, portò il titolo di conte 
di Rossiglione, quale erede più stretto di 
Gerardo o Guinardo, ultimo titolare indipen¬ 
dente di quella contea (2). E potè anche 
darsi che il titolo di Conte di Rossiglione 
fosse dato dai biografi del Cabestaing a Rai¬ 
mondo, solo per ciò che sapessero essere il 
paesello di Cabestaing nel Rossiglione, e 
cercassero così di ravvicinare anche geogra¬ 
ficamente, ciò che era storicamente vicino. 

Ammessa questa ipotesi, che nulla ci sem¬ 
bra avere in se nè di contraddittorio nè d’im¬ 
probabile, bisognerebbe naturalmente iden¬ 
tificare il nostro Guglielmo C., non più col 
soldato del 1212, ma bensì con quel l'altro 
che apparisce in un documento del 1162 e 
forse in un altro nel 1153 (3). 

Ma se questi era il poeta, al quale non 
consta affatto sia accaduto il tragico fatto 
delle biografie ; come è che a lui quel fatto 
venisse attribuito? Dopo lo studio del si- 
guor B., la questione è di molto chiarita. 
Noi ammettiamo ben volentieri che i motivi 
impellenti sieno stati per buona parte quelli 
da lui addotti e che noi abbiamo riferiti; 
non siamo tuttavia con lui nello spiegare il 
modo in cui l'attribuzione avrebbe avuto 
luogo. 

Noi crediamo ora, come credevamo prima 
di conoscere lo studio del B., che il nucleo 
storico primitivo della storia di Guglielmo C. 
sia da ricercare nel fatto del cavalier pro¬ 
venzale. ricordatoci dal Miravai. Disgra¬ 
ziatamente il Miravai non ci dice nè il nome 
del cavaliere nè quello della donna : solo 
scrive che il pronto vindice del proprio onore 
fu il signor di Castelnou. Ora si noti che 
c'è nel Rossiglione un Castelnou, come ce 
n’ è uno in Provenza, dove questo fatto è av¬ 
venuto; e che c'è in Provenza un Cabestaing, 


(1) CI duole di non poter indicare i singoli luoghi dell’ Hist. gen. du Lang. ove stanno queste 
notizie. C’ è andato smarrito un libretto di appunti su questa materia ; nè in Padova è possibile tro¬ 
vare un esemplare dell’opera preziosa. 

(2) Questo Gerardo, trascurando il suo congiunto, nominò erede Alfonso n d’Aragona, che nel 
luglio del 1179 s’affrettò ad occupare la contea, mentre fino dal 1172 aveva assunto il titolo di conte 
di R. Ctr. Fisi, gen . d. Lang. DI, 30-1, e G. Zumi’ a , AnaUs de la corona d’Arogon, ( Sarago^a 1610) tom. I, 
pag. 82. b 

(3) G. de Capite-Stagno, in una carta del 1153; v. Hist. gen. du Lang. n, 648, preuves. Ma quel G. 
potrebbe indicare anche Gaucerandus, che figura in parecchi documenti di quel secolo, e sembra es¬ 
sere stato il capo della famiglia del Cabestaing. 


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78 


RASSEGNA 


[aiOBHALE DI FILOLOGIA 


coinè c’è nel Rossiglione il Cabestaiag, pa¬ 
tria di Guglielmo o della sua famiglia ; e che 
c'è finalmente un Castel-Rossiglione tanto 
nella Provenza quanto nella contea di Ros¬ 
siglione (1): cosicché si rendeva abbastan¬ 
za facile lo scambio; e le fantasie popolari 
doveano tendere ad attribuire il celebre fatto 
piuttosto al trovatore ben noto per l'ar¬ 
dore amoroso che ne ispirava le canzoni, 
che non all'ignoto ed anonimo cavaliere di 
Provenza. 

Ma c'è forse qualche prova più positiva 
per stabilire che il fatto del cavaliere pro¬ 
venzale fu attribuito ai trovatore rossi- 
glionese. 

Quella specie di proto-biografia del Cab., 
che il signor B. ha saputo ricavare dal raf¬ 
fronto di tutte, dice già: G. d. C. si fio us 
cavaliere de Vencontrada de Rossilhon, 
que confinava con Cataloigna e con Nar- 

bones; e più innanzi: G. d. C __ cantava 

de lieis e n fazia sas cansons. Vale a dire, 
che il C. delle biografìe superstiti è già ros- 
glionese e trovatore. Ma v’è qualche mo¬ 
tivo per credere che sia esistita una più an¬ 
tica redazione, in cui l'attore principale o 
era anonimo o si chiamava soltanto Gu¬ 
glielmo, non era poeta, e incontrava la mi¬ 
sera fine non già nel Rossiglione, ma in 
Provenza. Una biografia di tal fatta deve 
essere stata letta dal Boccaccio, che ne ri¬ 
cavò la 39» novella del Decamerone. Si po¬ 
trebbe opporre, infatti, che il Boccaccio di 
suo capo avesse trasferito la scena dell’azio¬ 
ne in paese più noto, per riuscire a meglio 
interessare; ma non si saprebbe vedere un 
motivo al mondo per il quale egli, poeta, 
avrebbe dovuto tacere la circostanza che 
Guglielmo era poeta. Certamente poi non 
dovè contenere l'esemplare del Boccaccio la 
storiella di re Alfonso vindice dei due infe¬ 
lici amanti : storiella che troppo sarebbe 
piaciuta a Messer Giovanni, e che ben cor¬ 
rispondeva allo spirito delle brigate per le 
quali egli scriveva. 

È poi noto che il Papon, Hist. de Prov. 
II, 261, cita il ms. 2348 della biblioteca chi- 


giana, secondo il quale il caso di Guglielmo 
C. sarebbe avvenuto in Provenza. La pub¬ 
blicazione del ms. 2348, integrato colla co¬ 
pia riccardiana (2), ha mostrato che l'alle¬ 
gazione del Papon non ha fondamento: quel 
ms. non contiene alcuna biografia di G. d. 
C. Ma il Papon, d'altra parte, non può es¬ 
sere sospettato d'un'allegazione falsa; e re¬ 
sta sempre il ragionevole sospetto ch'egli 
avesse in mente una biografia di codice di¬ 
verso, ora perduto, forse quella stessa che 
il Boccaccio allegava col suo « Raccontano 
i Provenzali. » 

Ammessa l'esistenza di questa antica bio¬ 
grafia, in cui si trattava ancora di Gugliel¬ 
mo provenzale, non poeta, è facile vedere 
come se ne svolgessero poi le altre. La no¬ 
torietà del poeta fece abbandonare ben pre¬ 
sto le indicazioni topografiche, che ormai 
apparivano erronee; mentre la redazione, che 
facea svolgere il fatto nel Rossiglione pren¬ 
deva sempre maggiore sviluppo, mediante la 
più o meno forzata interpretazione dei versi 
di Guglielmo. 

La nostra conclusione, pertanto, sarebbe 
questa: Guglielmo de Cabestaing è fiorito 
verso la metà del secolo XII, ed è vissuto 
in rapporti di devozione e d'amicizia con 
Raimondo Trinca vello, visconte di Beziers, 
e in rapporti d'affetto colla moglie di lui 
Adelaide (o Saura). A questo G. de Cab. 
è stata attribuita, forse verso il 1250, una 
storiella in parte vera e in parte favolosa, 
che si contava di un cavalier provenzale. 
Vera era la storia della morte violenta per 
opera d'offeso marito; favolosa la giunta 
del cuore del drudo, fatto mangiare alla 
moglie infedele. Questa seconda parte della 
narrazione proveniva dal romanzo del Ca¬ 
stellano di Coucy, come fonte diretta; e da 
una serie di storie popolari che per tutta 
Europa si erano svolte sullo stesso motivo, 
quali fonti indirette. 

Così gli storici dovrebbero ormai cessare 
di addurre come documento dei costumi me¬ 
dievali lo storia di Guglielmo Cabestaing; 
potendo addurla pur sempre a controprova 


(1) Vedi: Patos, Hist. de Proc. H, 261; e Dzsz, L. u. W. 85. 

[2) Die prov. Blumenlese der Chigiana, ed. E. Stenoel, Marburg, 1878. 


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ROMANZA, H.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICA 


79 


del pubblico sentimento di quella età che la 
elaborava e volentieri la sentiva narrare. 

Facciamo seguire il testo della biografia 
di G. d. C., contenuto nel ms. ambrosiano 
D. 465 inf., f. 8 v. 11 signor B., che non ha 
potuto vederlo, ne ha però sagacemente in¬ 
dovinato i rapporti cogli altri. Questo testo 
s'accorda quasi integralmente con quello 
del ms. K.; solo in un punto se ne stacca 
per accordarsi con A B, ma probabilmente 
per caso. La pubblicazione del testo ambro¬ 
siano, di cui avemmo copia or sono parec¬ 
chi anni per cortesia del prefetto di quella 
biblioteca, non parrà forse del tutto inutile, 
essendo ancora inedito K, e edito in libro 
abbastanza raro il testo di 1, assai vicino 
a K. 

Guillems de capestaing si fo uns cauail- 
lers de lencontrada de rossiglon. que con¬ 
finane cum cataloingna. e con Narbones. 
Moli fo auinenz e presati darmas e de seruir 
e de cortesia, et auia en la soa encontrada 
una domna que auia nom madomna sere¬ 


monda. moiller den ramon de castel de ros- 
sillon. Quera molt rics e gentile e mais e 
braus e fers et orgoillos. B Guillems de 
capestaing si lamaua la domna per amor e 
cantaua delleis. e fazia sas chansos della, ella 
domna quera ioues e gentile bella e plaisenz 
sii uolia be mai or que are del mon. e fon 
dit a raimon del castel de rossiglion. et el 
com om iratz e gelos. enqueri lo fait. E 
sap que uers era. e fez gardar la muiller fort. 
e quan uenc un dia R. de chastel rossillon. 
troba paissan guillem senes gran co rapai- 
gnia. et ausis lo e trais li lo cor del cors. 
e fez lo portar aunescuider a son albero, e 
fez lo raustir. e far peurada. e fes lo dar a 
maniar a la muiller. B quant la dona lac 
maniat lo cor den Guillem de capestaing. 
en R. li di8 aque el fo et ella quant o ausi 
perdet lo uezer el auzir. Et quant ella 
reuenc si dis seingner ben mauez dat si bon 
maniar que iamais non maniarai dautre. e 
quant el auzi so qella dis. el coret a sa espaza 
e uolc li dar sua la testa et ella sen anet 
al bai con e laisse cazer ios. e fon morta. 

U. A. C ANELLO 


2. Le Opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV, indicate e de¬ 
scritte dal comm. Francesco Zambrini. Quarta edizione. Bologna, Za¬ 
nichelli, 1878. Voi. in 4.° di coll. LVI-1172. 


Dire i pregi di questo libro che in pochi 
anni ebbe già quattro edizioni, ci pare ornai 
opera vana. Chi infatti, tra quanti si oc¬ 
cupano de’ nostri studj, non dovette già più 
volte ricorrere all’ultilissimo volume, non 
saggiò la copia delle sue indicazioni e non 
si senti compreso da gratitudine verso quel 
benemerito che tanti anni della sua nobile 
esistenza spese in questa bella quanto mo¬ 
desta fatica? 11 Giornale si associa di gran 
cuore alle lodi che il fiore della stampa ita¬ 
liana sinora tributò all’illustre romagnuolo, 
ma crede di potere anche in altra guisa e 
meno sterilmente testimoniare a lui il vivo 
interessamento che ha per tale sua opera, 
e ciò meglio si parrà dalle pagine che se- 
gaono. —Chiunque s’intenda di bibliografia, 
e segnatamente dell’italiana, non ha biso¬ 


gno di troppe parole per esser persuaso che 
in siffatti lavori è impossibile ad un solo di 
toccare la perfezione, anche quando si pos¬ 
sieda la vastissima erudizione dello Zam- 
brini, e siano state spese dattorno all’opera 
tutte quelle diligenti e diuturne cure che vi 
furono spese da lui. Basti solo il pensare 
ai tanti incunaboli che in esemplari rarissimi 
e talvolta unici restano nascosti in una od 
in altra biblioteca che non fu accessibile al¬ 
l’autore. Non dee dunque recar meraviglia 
se anche alla quarta edizione della biblio¬ 
grafia zambriniana restino tuttavia da farsi 
diverse rettificazioni ed aggiunte, e quauti 
concorreranno a tale incremento per la parte 
dove ne avranno l'occasione, faranno opera 
non solo utile alla scienza, ma ancora —ne 
siamo certi — gradita ed accetta a quel va- 


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80 


RASSEGNA 


[giornale di filologia 


lentuomo. Con tale fiducia promovemmo ed 
ora accogliamo in questi fogli la contribu¬ 
zione che qui appresso gli viene offerta, e 
di essa il Giornale si professa debitore, per 
una parte, al prof. A. D’Ancona chevi si 
accinse pregato da noi; e per l’altra parte 
ringrazia il sig. E. Molteni. I rispettivi ar¬ 
ticoli sono contraddistinti dalle sigle D'A. 
o M.; si richiamano, colla cifra posta in prin¬ 
cipio, alle colonne della edizione, ed offrono 
ora semplici aggiunte di opere non mento¬ 
vate nel volume, ora schiarimenti e rettifi¬ 
cazioni d’indole bibliografica o di storia let¬ 
teraria. E. M. 

Col. 10. Agostino, Lorationi. Il titolo di 
questa stampa potrebbe forse indurre qualcu¬ 
no in errore?essa non contiene alcuna opera 
di S. Agostino ma bensì una preghiera a 
lui indirizzata, che non so se possa tenersi 
fattura del secolo XIV; consta di 24 ottave 
ed incomincia: « Allaude honore gloria et re- 
uerentia. » AU’infuori di questo, il resto del 
contenuto è tutto latino. Di queste scritture, 
toltane la preghiera di S. Gregorio, trovasi 
pure un’altra stampa, priva d’ogni indica¬ 
zione tipografica, in 4.° di carte 4, a due 
colonne di linee 24 ciascuna. Il titolo è 
circondato da fregi, fra i quali al basso ve- 
donsi le lettere /. A/, intrecciate, che proba¬ 
bilmente sono le iniziali del nome del ti¬ 
pografo. M. 

C. 16. Alberto e Leopoldo doxi de Oste- 
richa, Ordine in data 24 Novembre 1370 
ad Enrico Fuchmann di sospender le osti¬ 
lità dietro la pace conchiusa co * Veneziani. 

Fu edito nell’ Archeografo Triestino , nuo¬ 
va serie, voi. I, pag. 309, per cura di T. But- 
TAZZONi,non Buffazzoni,come per errore tro¬ 
vasi a col. 962. M. 

C.31. Annibale (Messere). Il Crescimbeni 
è il solo che faccia menzione di questo poeta, 
e dice ch’egli « per quanto si può conoscere 
appartiene al secolo XIV ». Certo, a que¬ 
st’epoca spetta il sonetto pubblicato col di 
lui nome, che nel codice Laurenziano-Re- 
diano 151 trovasi attribuito a Niccolò Sol- 
danieri, e che fu pubblicato pure dal Truc¬ 
chi, voi. II, pag. 253, col nome di Federigo 
di M. Gerì d’Arezxo; ma Messer Annibaie 
come poeta apppartiene alla storia letteraria 
di due secoli appresso, e v'occupa un posto 


notevole. Il Crescimbeni stesso ci mostra 
come sorgesse questo curioso abbaglio. Egli 
trasse la poesia dal codice Chigiano ora se¬ 
gnato L. IV, 131; non avendo essa alcuna 
indicazione d’autore, egli ne diede la pater¬ 
nità all’autore che nel codice era ricordato 
precedentemente, ma non avvertì che la poe¬ 
sia che ne portava il nome, e per la forma 
e per il pensiero non poteva certo apparte¬ 
nere al secolo XIV, e già trovavasi a stampa 
fra le rime del Caro, Venezia, Aldo, 1569, 
pag. II. M. 

C.33. Antonio Buffone. Questo poeta cre¬ 
do che possa più giustamente annoverarsi fra 
i quattrocentisti, poiché in alcuni manoscritti 
trovansi alcuni suoi sonetti indirizzali al Bur¬ 
chiello. Il Mignanti e il Trucchi lo credet¬ 
tero una stessa persona che Antonio di Mat¬ 
teo da Meglio, del quale ci restano poesie 
fatte ai tempi di Eugenio IV e Lorenzo de’Me¬ 
dici , e a cui si trovano dati i titoli di refe¬ 
rendario, cavaliere e araldo della Signorìa 
di Firenze: nomi diversi ma che esprìmono 
un officio non molto dissimile da quello del 
buffone che la Signorìa teneva a suoi sti¬ 
pendi. M. 

C. 35. Antonio Medico. Le poesie pub¬ 
blicate dall’ Allacci sotto questo nome tro¬ 
vansi in diversi rass. sotto il nome di Maestro 
Antonio da Ferrara, il quale infatti fu medico, 
come lo dice e il titolo di Maestro e l’in¬ 
scrizione posta sul suo sepolcro, riferita dal 
Bàruffaldi nella Biblioteca degli scrittori 
ferraresi. M. 

C. 46. Atto di accusa presentato nel 
1353 alla Signoria di Venezia dai citta¬ 
dini di Pola contro Niccolò Zeno. Fu pub¬ 
blicato per cura di T. Luciani nel tomo XI 
dell’Archino veneto. M. 

C. 52. Bandino d’Arezzo. Lo Zambrini 
nell’accennare come le poesie pubblicate col 
nome di questo poeta in altre edizioni si tro¬ 
vino pure attribuite a Bandino Padovano, 
pare inclini a credere che essi sieno, come 
già fu supposto da altri, una stessa persona. 
Per toglier di mezzo questa confusione pro¬ 
dottasi nelle stampe non v’ ha altro modo che 
il rintracciare le fonti a cui furono attinte le 
diverse poesie pubblicate sotto questi nomi. 

L’ Allacci fu il primo a dar fuori i due 
sonetti che incominciano. « Dipo 1 consiglio 
ti dimando aiuto», « Di mia dimanda perù 


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ROMANZA N.° 4] 


BIBLIOGRAFICA 


81 


non mi modo; » traendoli dal codice Bar¬ 
berino XLV, 130. Trovandoli attribuiti ad 
un Bandino, egli credè, non conoscendo altro 
poeta di questo nome, che fosse il Bandino 
Padovano menzionato da Dante; ma la sup¬ 
posizione non ha alcun fondamento, poiché 
T Allacci stesso pubblicò, senza però avver¬ 
tirlo , le risposte fatte a quei sonetti da Gì Ilio 
Lelli poeta perugino del secolo XIV, e quindi 
P autore di essi non può essere anteriore a 
Dante. Resta ora solo in questione il so¬ 
netto che incomincia « Leal Guittone nome 
non verteri » pubblicato per la prima volta 
nei Poeti del primo secolo col nome di Ban¬ 
dino Padovano, mentre poi nella Raccolta 
di rime antiche toscane fu attribuito, del 
pari che gli altri due sonetti, a Bandino 
d* Arezzo. Il codice da cui certamente fu 
tratto questo sonetto é il Laurenzi a no-Re- 
diano 9, ma in esso l'autore è detto sola¬ 
mente Maestro Bandino; la determinazione 
della sua patria poggia solo su delle suppo¬ 
sizioni. Il Redi fu il primo, nelle sue An¬ 
notazioni al Bacco in Toscana , a dirlo 
aretino, ma per nessun altra cagione che 
per vederlo in corrispondenza con Guittone. 
Nulla s'oppone a credere ch'egli potesse esser 
padovano, ma anche questa non è che una 
supposizione, e tra le due non so quale possa 
tenersi più probabile. M. 

C. 54. Barberino (da) Francesco. Do- 
cumenti d’Amore di Francesco da Barbe¬ 
rino : Documento IV sotto Prudenza : De* 
pericoli di mare et insegnasi come si 
ponno in parte schivare. Art. del Contram¬ 
miraglio L. Fincati estr. dalla Rivista 
Marittima, fase, di Febbraio, 1878, Roma, 
Barbèra. D'A. 

Altre poesie del Barberino furono pub¬ 
blicate per la prima volta dall* Ubaldini in 
appendice alla sua edizione dei Documenti 
d* Amore. M. 

C. 55. Bartolomeo da Castel della Pie¬ 
ve. Vedi anche in Poesie Minori del sec. XIV 
Una sua canzone che incomincia « D'amoroso 
conforto il mio cor vive » che trovasi pure 
attribuita a Fazio degli liberti. M. 

C. 56. Battaglia (La) di Monteaperto. Sul 
modo come fu stampato questo testo è da 
vedere ciò che scrivemmo nella Rivista di 
filologia romanza , I, 203, indicando anche 
la maniera come sanare le pretese lacune 


trovatevi dall'editore, e la relazione in che 
sta questo testo colle Cronache di Niccolò 
Ventura edite dal Porri nel 1844. D’A. 

C. 57. Bencivenni; invece di Lione leggi 
Livre. Cosi anche alla col. 275, lin. 16, invece 
di Gardini leggi Pardini. Medesimamente 
a col. 442 leggi Qargiolli invece di Gargioni . 
Avverti che qua e là invece di adespoti è 
stampato adesposti: e che spesso l'opera: 
I primi due secoli della Letteratura ItOr 
liana del Bartoli è segnata come Storia 
letteraria d'Italia di P. Villari. D'A. 

C. 59. Benvenuto da Imola, Il Romuleo. 
Per inavvertenza,dopo aver dato la descrizio¬ 
ne della stampa procuratane dal Guatteri 
nel 1867, in fondo all'artic. è stato conservato 
un brano di quello che trovavasi, ed era 
appropriato, nell'edizione della presente bi¬ 
bliografia fatta nel 1866; cioè: «L'intera edi¬ 
zione del Romuleo si stà ora allestendo da 
un socio della Commissione, anzi a quest'ora 
si sono già impresse le prime 64 pag. » Av¬ 
vertiamo la cosa, perché altri non cada in 
errore, e non si producano equivoci. D’A. 

C. 74. Bernardo (S.) Lo Zambrini ritenne 
il Volgarizzamento de* Sermoni sopra le 
solennità di tutto Vanno lavoro del secolo 
XV ; ma il P. Antonio Angelini in una Let¬ 
tera a Salvatore Betti riportata negli Opu¬ 
scoli Religiosi Letterari e Morali , t. IV, 
fase. U (1858), dice che d'esso volgarizza¬ 
mento se ne conservava un codice nella Bi¬ 
blioteca del Collegio Romano alla fine del 
quale leggevasi questa nota: « Hoc opus 
scriptum est per me Honofrium filium Io- 
hannis de Luca mensis februarii die tertio 
MCCCC » e quindi autore di esso non può 
essere il B. Gio. da Tossignano. Fino a che 
non si potrà determinare con maggior fon¬ 
damento a chi o a quale epoca debba attri¬ 
buirsi, credo necessario il riportare le di¬ 
verse stampe conosciute oltre a quella già 
ricordata dal P. Anseimo di S. Luigi : Ser¬ 
moni volgari del dtvoto doctore sancto Ber¬ 
nardo sopra le solennità di tutto V anno . 
Alla fine: * Stampato in Venetia ad stan¬ 
tia de li frati Gesuati di S. Hieronimo 
MDXXIII: » In f. 

Sermoni ecc. Alla fine « Stampato in 
Venetia del MDXXVIII.» Il Fontanini cita 
pure una edizione di « Venetia al segno della 
Speranza 1558 » ma il Paitoni crede trattisi 
6 


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82 


RASSEGNA 


[giornale di filologia 


d’un equivoco coi Sermoni a una sua so- 
Fella, che veramente furono pubblicati nello 
stesso luogo ed anno. M. 

C. 189. Bonaventura (San). Nell’indica¬ 
zione della edizione àéllt Meditatami fatta in 
Venezia nel 1487 devesi correggere il nome 
del tipografo de Goncti in di Sancti. Alle 
edizioni conosciute s’aggiunga questa di cui 
non posso riferire il titolo, perché l’esem¬ 
plare esaminatone (Casan. 0. VII, 29) é 
mancante d'alcune carte. In 4°, di carte 34, 
di linee 39, con registro da a ad e, qua¬ 
derni i primi due, trierni gli altri; alla fine 
porta la nota « Venetia per Matheo di co 
de cha da Par | ma del MCCCCLXXXIX 
adì XXVIIde Februario, » e sotto ad essa 
l’insegna del tipografo. M. 

C. 195. Bonichi Bindo. Una canzone e un 
sonetto furo» pure pubblicati dal Sàrtbschj, 
Vedi in Poesie Minori . M. 

C. 200. Bracci Braccio. Due canzoni, sette 
sonetti e due composizioni in quadernari fu¬ 
rono pubblicate dal Sarteschi; vedi in Poe¬ 
sie Minori del secolo XIV. M. 

C. 204. Breve di Villa di Chiesa. È detto 
che fa parte della Collezione diStoria Patria 
della Provincia di Torino. Per esattezza 
e per non far confusione cogli Atti della 
Società di Archeologia e Belle Arti della 
Provincia di Torino , dicasi Historiae Pa - 
triae Monumenta. Adesso è già uscito a 
luce, e forma parte del voi. XVII dei Mo¬ 
numenta. V. in proposito Archivio Stor. 
hai. serie IV, t. 2, disp. IV del 1878 (106 
della Collezione) pag. 138. D'A. 

C. 204. Brigida (Santa). D'una delle ri¬ 
velazioni di questa santa trovasi un’antica 
stampa (Casan. 0. II, 87) in 8°, di carte 8, 
di linee 24 in carattere semigotico, che 
porta sul frontespizio questo titolo « Prophe- 
tia di sanata Brigida », e sotto ad esso un 
intaglio che rappresenta la santa in ora¬ 
zione al Crocifisso; in una fascia leggesi il 
nome di Roma, che indica il luogo dove fu 
fatta la stampa. La composizione è in versi 
e incomincia « Destati o fier Itone al meo 
gran grido»; e appartiene certamente al 
secolo XIV, poiché ci è conservata in diversi 
manoscritti antichi. IL 

C. 205. Brunellesco Ghigo di Ottaviano. 
Il Crescimbeni riferisce come saggio delle 
poesie di questo autore le tre prime ottave d’un 


poemetto intitolato il Geta e il Birria , che 
non è altro che una versione d’un antico 
poemetto latino d’egual titolo. Ma il poemet¬ 
to non che appartenere al secolo XIII, come 
opina il Crescimbeni, credo non si debba 
neppure annoverare fra le produzioni del 
trecento ; poiché, come avvertirono il Guasti 
nella Bibliografia Pratese, Prato, 1844, 
pag. 94, e il Trucchi, voi. II, pag. 238, alla 
compilazione di esso v’ebbe mano M. Do¬ 
menico da Prato che visse in sul principio 
del quattrocento. M. 

C. 206. Buzzuola Tommaso da Faenza. 
Che il faentino Tommaso debba chiamarsi 
Buzzuola oBucciola molti affermarono: ma 
lo nega il Giuliani appoggiandosi al Zan- 
noni, Literat. faventinor . V. Opere latine 
di D. voi. I, p. 137. Firenze, 1878. D’A. 

C. 212. Cantare (II) dei Cantari e il 
Serventese del Maestro di tutte l’arti, pub¬ 
blicato con una bella illustrazione del Rajna 
nella Zeitschrift del Grobbr, II, 220-254, 
419-327. M. 

C. 216. Canzone (Una) d'Amore. Il co¬ 
dice da cui fu tratta questa composizione è 
quello stesso di cui a col. 219; essa era già 
stata anteriormente pubblicata dal Clampi 
sotto il nome di Cino da Pistoia e fu ripro¬ 
dotta nella Raccolta Palermitana e nella 
recentissima edizione delle Rime di Cino, 
Pistoia 1878, a pag. 395. M. 

C.216. Canzone Cavalleresca. Fu pubbli¬ 
cata dal Prof. Rajna nella Zeitschrift fùr 
romaniscke Philologie, I, 381 e s. ( Intorno 
a due canzoni gemelle di materia caval¬ 
leresca), mostrandone i rapporti con una 
Canzone del Pucci già pubblicata dal Car¬ 
ducci e dal Wesselofsky. Incomincia « Al 
tenpo de la Tavola Ritonda. » M. 

C.216. Canzone volgare del secolo XI. Sa¬ 
rebbe stato meglio riferirla sotto il nome di 
Ritmo Cassinese, ch'è la denominazione con 
che è più conosciuta. Dopo che dal Federici, 
fu ristampata dal Grossi, Scuola e Biblioteca 
di Montecassino (Nap. 1821) p. 202, e dal 
Caràvita, I codici e le arti a M.C., Tipi 
della Badia, 1870, voi. II, p. 59. Su que¬ 
st’argomento dell’autenticità ed antichità 
del Ritmo, vedi Lettera del Prof. A. D’An¬ 
cona a F. Zambrini nel Propugnatore , VII, 
p. II, pag. 394. Mancano poi in questa Bi¬ 
bliografìa le due seguenti pubblicazioni di 


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kOMANZA , N.® 4] 


BIBLIOGRAFICA 


83 


capitale importanza pel Ritmo Cassinese: 
B Ritmo Italiano di Montecassino del 
secolo decimo , Studi di Antonio Rocchi , 
monaco basiliano della Badia di Grotta 
Ferrata , Tipogr. di M. C., 1875, (con fac¬ 
simile cromolitogr&fico) ; Il Ritmo Cassi* 
nese di nuovo pubblicato da I. Giorgi a 
Q. Navone, Roma, Loescher, 1875 (con face, 
crom.) Estr dalla Rio. di fi. romanza, 
H, fase. 2. Ottimo è quest*ultimo lavoro, 
quanto cervellotico l’altro. Aggiungi : Boeh- 
mer Eduard, Ritmo Cassinese , io Rema - 
nizche Studien , III, p. 143 (Heft X ) Strass- 
burg, 1878. D’A. 

C. 217. Canzone d*anonimo in figura di 
donna che lamenta la partenza del marito 
alla crociata. È una stessa cosa col Lamento 
per la lontananza di un marito passato 
alla Crociata in Oriente , notato alla col. 532. 
Avvertasi che fu riprodotta anche nel Car¬ 
ducci, Cantilene ecc. p. 22. D’A. 

C. 218. Dallo stesso Codice laurenz. che 
contiene la Canzone popolare di Lisabetta, 
TiIonardo Vioo trasse fuori ed inserì nelle 
Nuove Effemeridi Siciliane , li, pag. 330, 
tm*altra Canzone popolare che comincia: 
« Bella, eh' ài lo riso chiaro ». Il Prati, da lui 
Interrogato, « e che sta come sole su tutti 
i linguai, la giudicò del 1100»; ma il Vigo 
più discreto si contenta di tenerla coeva o 
di poco posteriore a quella di Ciullo d* Al¬ 
camo. Quanto a noi, per più ragioni la di¬ 
cemmo della seconda metà del 300. D’A. 

C. 223. Capitoli della confraternita di 8. 
Maria Recommandata de la Pescara de Ma - 
talune. Trovansi riportati da pag.340-344 fra 
i Documenti in appendice alla Storia di Ga - 
lazia Campana e di Maddaloni di Gia¬ 
cinto De Sivo. Napoli, 1859-1865. Sulla 
pergamena originale era stata aggiunta la 
data del 1150; la scrittura però sembra es¬ 
sere del secolo XIII. M. 

C. 227. Carte (due) inedite in lingua sar¬ 
da dei sec. XI e XIII. Il compilatore dice 
non aver veduta là tiratura a parte di que- 
st* opuscolo dall’ Arch. Stor. Gioverà al¬ 
meno sapere che queste carte furono stam¬ 
pate dai SigJ Leopoldo TanfaNi, archivista 
a Pisa, nellMrcà. Stor. Ital. Ser. 3, t. XIII, 
p. 357 (a. 1871). 

Un Documento in dialetto sardo dell'an¬ 
no 1173 fu pubblicato di sull’originale dal 


prof. Edm. Stbngel nella Riv. di filai , 
rom. 1, 52, (1872), e già anche prima, ma 
assai scorrettamente, era stato stampato dal 
Tronci nello sue Memorie isteriche della 
città di Pisa , a pag. 173 della 1* ediz. ( Li¬ 
vorno, 1682, onde fu riprodotto nel Codess 
Dìplom. Sard. I, 243) e a pag. 348, voi. I, 
della 2* ediz. (Pisa, 1868). D’A. 

C. 228. Carta di tregua, d un anno fra 
vari potenti signori occupatori di varie 
città, terre e castelli della Marca ed alcune 
Comunità . Porta la data del 9 Novem. 1393. 
Trovasi a pag. CXLVI11 della Appendice 
diplomatica alle memorie storiche di R> 
patronsone , che fu inserita dal Colucci nelle 
sue Antichità Picene , tomo XVIII, Fer¬ 
mo, 1792. M. 

C. 230. Càssiano Giovanni, Serventese. 
Perugia, Vagnini, 1852, in 8° di pagg. 14. 
Fu tratto da un codice della Biblioteca Do- 
rainicini di Perugia e pubblicato in occasione 
di vestizione, ma non appare da chi. È 
la stessa composizione di cui a col. 935: 
Serventese del secolo XI V. M. 

C. 232. Castra. Aggiungasi che adesso la 
canzone che Dante dice esser stata composta 
dal Castra fiorentino, e che il Cod. Vatic. 
attribuisce a Messer Osmanno, trovasi nel 
1° voi. delle Antiche Rime volgari sec. la 
lezione del Cod . Vat. 3793, pag. 484. Ivi 
ai tocca della congettura del prof. Grion, 
menzionata in proposito dallo Z&mbrini. 
Vedi altra congettura su questo Osmanno 
in Borgognoni, Studi d'erudizione e d'arte , 
voi. II, 190. D’A. 

C.£30. Cavalca Domenico (Fra). Del 
Pungilingua sono indicate due diverse edi¬ 
zioni fatte in Firenze nel 1490, l’una da Ser 
Lorenzo di Matto e Gio. di Piero Todesco, 
l’altra da Ser Lorenzo Cberico; ma chi ne 
diede notizia incorse in errore, poiché non 
si tratta che d'.una stessa stampa nella se¬ 
gnatura tipografica della quale trovasi in¬ 
sieme al nome di Gio. di Piero quello di 
Ser Lorenso di Mattio Cherico, che nelle 
edizioni posteriori si chiamò più brevemente 
Lorenzo Morgiani. Non sarebbe corso un 
altro errare consimile nella indicazione delle 
due edizioni fiorentine.del 1493? Npto, seb¬ 
bene poco importi al nostro argomento, che 
il G. C. Bottone al quale dobbiamo le no¬ 
tizie più accurate rulle diverse stampe delle 


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84 


RASSEGNA 


[giornale di filologi^ 


opere del Cavalca, non è altri che l’Audif- 
fredi che, non so per qual ragione, volle 
celarsi sotto questo pseudonimo. M. 

C. 261. Cavalcanti Guido. Il Mamiani è 
senza dubbio autore del Liuto, ch'egli volle 
dare come cosa del poeta fiorentino, leggia¬ 
dramente imitandone la forma specialmente 
poetica. D’A. 

C. 262. Cecco d’Ascoli. Aggiungi alla in¬ 

dicazione del lavoro postumo del mio povero 
Frizzi, anche quest* altra: Spala zzi Prop. 
Giovanni: Cecco d'Ascoli, quadro storico 
delsig. Giulio Cantalamessa, Ascoli Pice¬ 
no, Carli, 1876. D’A. 

C. 263. Cedola secondo vuole essere facta 
la rocca de Castello de la Pieve. 

Questa scrittura fu pubblicata nel Gior¬ 
nale d'Erudizione Artistica 1873 pag. 68-9 
dal Prof. Adamo Rossi, e contiene le istru¬ 
zioni date dai magistrati di Perugia in data 
del 28 Ottobre 1326 agli artefici che atten¬ 
devano a quella costruzione. M. 

C.267. Il Giulio Antimaco, editore no¬ 
vello della Cronaca di Chioggia, che lo 
Zambrini non sa « proprio indovinar chi 
sia » è il povero Eugenio Camerini, ch'ebbe 
e adoperò tanti pseudonimi da farne far lun¬ 
ga lista ai futuri p. Aprosi. V. anche col. 309 
a Cronaca d* Orvieto. D’A. 

C. 278. Cino da Pistoia. La Lettera agli 
operai di S. Iacopo erasi già pubblicata col 
nome di Cino Sinibaldi nella Raccolta d'opu¬ 
scoli del CalogerA, ma il Ciampi stesso in 
una nota posta alla fine della parte VI avvertì 
d’aver trovato che l’autore di essa era un 
Cino di Mario Tebaldi ben diverso dal Cino 
poeta, col quale fu confuso anche in qualche 
altro capitolo. — Qui poi merita di essere an¬ 
che ricordato il seguente scritto: Sopra una 
canzone di Cino da Pistoja altre volte at¬ 
tribuita a Guido GuiniceUi; lettera del 
prof. Pietro Canal. (Estr. dagli Atti del 
R. Istituto veneto di scienze , lettere ed 
arti, t. Ili, ser. V.) M. 

C. 282. Ciullo d'Alcamo. Per la bibliogra¬ 
fia di Ciullo, alle pubblicazioni notate dallo 
Zambrini aggiungasi (intralasciando le altre 
qui non menzionatela di che feci parola nel 
mio scritto in proposito, contenuto nel 1° voi. 
delle Antiche Rime volgari ): Caix, Ciullo 
d'Alcamo e gli imitatori delle Romanze e 
Pastorelle francesi in Nuova Antologia, 


Nov. 1875. — Caix , Ancora del Contrasta 
di Ciullo d'Alcamo, Firenze, 1876, Estr, 
dalla Rivista Europea. — Bartoli, Di una 
nuova opinione intorno al Contrito di 
Ciullo d'Alcamo, in Riv. Europea, Apri? 
le, 1855.— Fr. Maria Mirabella, La Can- 
zona di Ciullo d'Alcamo chiosata e cemen¬ 
tata, Alcamo, Pipitone, 1872. — Aggiungasi 
ancora: Oscarrb db Hassbk, L'età, la lin¬ 
gua, e la paternità del Contrasto d'Amore 
attribuito a Ciullo d'Alcamo, Trieste, Ca- 
prin, 1877. (Estr. dalla Rivista Triestina ), 
Notisi che questo signore de Hassek altro 
non ha fatto che saccheggiare il mio lavoro; 
salvoché, io parlai prima delle Costituzioni 
ov’è contenuta la Defeusa e poi degli Ago* 
stari, ed egli prima degli Agostari e poi della 
Defensa. Ma malamente copiando e para** 
frasando, a pag. 11 dice: «Nel 1231, come 
più sopra abbiamo accennato, l’Impera¬ 
tore pubblica solennemente in Melfi le nuove 
Costituzioni » ; e ciò avevo già detto io, non 
egli, che ne parla invece a pag. 17! Aggiun¬ 
gasi ancora questi altri due scritti, poste¬ 
riori alla pubblicazione dello Zambrini, cioò: 
Caix, Chi fosse il preteso Ciullo d'Alcamo, 
Firenze, 1879 ( Estr. dalla Riv. Europ 
Vigo, Appendice alla disamina e al co* 
mento della tenzone di Ciullo d* Alcamo, 
Alcamo, Pipitone, 1879. D’A. 

C. 288. Colonna Guido, Storia della guer? 
ra di Troja. Non assentiremmo adirla « pub¬ 
blicazione eseguita con molta cura o diligete 
za*. Vedi quel che ne accennammo nel Propu¬ 
gnatore, 1,626. Basti notare che l’editore Del¬ 
lo Russo dice nella Dedica che dell’opera ai 
hanno « inediti varii volgarizzamenti » ; e su¬ 
bito appresso: « Le dette purissime scrit¬ 
ture sono diventate rarissime, come che o? 
l’una or l'altra di loro aleno state poste 
quattro volte a stampa! » 

Sugli antichi volgarizzamenti della Guerra 
Trojana, vedi Benci, nell* Antologia, vo¬ 
lume XVIII, p. 44; e Tommaseo pur nel* 
l'Anto/. voi. XLV, p. 19. D’A. 

C. 303. Conti ( dodici) morali d'anonimo 
senese. Essendosi accennato all’origine d} 
uno di questi Conti data dal Mussafia , gio¬ 
verà soggiungere che quelle di quasi tutti 
i rimanenti furono date da R. Kòhler, nella 
Zeitschrift del Gròber, I, 365. 

D’A. 


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10MAMZA, N.° 4] 


BIBLIOGRAFICA 


85 


C. 307. Costituzioni benedettine del 1254. 
L'editore è Castorina , non Castorino. 
Sulla strana pretesa dell’editore che questo 
testo risalga, non che al 1254, ma aozi al 
1098, e sulla maggior probabilità che essen¬ 
dovi rammentata la festa del Corpus Domini 
istituita nell264,siano le Costituzioni, come 
anche altri giudicò, del 1360 circa, vedi un art. 
bibliografico nella Nuova Antologia, ann. XI, 
2* s., voi. Ili, p. 219 (Sett. 1876). D*A. 

C. 309. Cronica degli imperatori. Que¬ 
sto medesimo testo fu pubblicato dallo stesso 
editore sig. A. Ceruti nell'Arcàieio Glot¬ 
tologico, voi. Ili, pag. 177-243, con annota¬ 
zioni dell* Ascoli. M. 

C. 315. Dante Alighieri. Comedia. Del¬ 
la Comedia v'hanno due edizioni rimaste 
sconosciute anche al Db Batines; l’una di 
Brescia, Bonino di Ragusi, 1847, in f. (Cor- 
sin. 51. G. 10); ('altra di Venezia, Paga- 
nino, 1513, in 18.° M. 

Vita Nuova . Mi sia lecito rettificare 
alcune inesattezze nelle quali è caduto l'egre¬ 
gio bibliografo, descrivendo la mia edizio¬ 
ne dell'opera dantesca. Ciò che è a pié di 
pag. sotto il testo, non sono veramente note 
ma varie lezioni, e chi vi lavorò attorno fu il 
Prof. Pio Rajna, non il Prof. Carducci. Il 
quale invece ebbe parte nelle Annotazioni 
che sono raccolte dopo la Vita Nuova, e 
quelle a lui appartenenti vanno distinte con 
asterisco. D'A. 

Credo. Alle diverse ediz. descritte dallo Z. 
se ne può aggiungere una, ch'io credo scono¬ 
sciuta, la quale presenta una grande somi¬ 
glianza con quella ch'egli registra come terza 
e ne differisce solo nel titolo lievemente di¬ 
verso, e nelle pagine che sono di sole 28 linee 
(Corsin. 51. B. 42). 11 titolo è questo: Cre¬ 
do che dante fece | quando fu accusato per 
heretico essendo | a Rauenna allo inqui¬ 
sitore . 

Anche in questa stampa, come in tutte 
l'altre che ho potuto vederne, il Credo è 
preceduto da alcune terzine che narrano 
l'occasione di esso; solo il Gamba ricorda 
una stampa nella quale era accompagnato 
da un sonetto , ma probabilmente egli prese 
abbaglio* e l'edizione da lui veduta è forse 
quella stessa descritta dallo Zambrini come 
sesta, la quale contiene anch'essa le solite 
terzine. Sotto il nome di Dante avrebbe 


meglio potuto registrarsi la pubblicazione 
del Witte, di cui a col. 876, recentemente 
ristampata iusieme con altri studi danteschi 
nelle sue Dante's Forschungen. M. 

C. 361. Dei Alberto. Il De Angelis, nel 
pubblicare il sonetto ch'egli riferisce col nome 
(li questo autore, avverte d’averlo tratto da 
un manoscritto della Comunale di Siena, 
nel quale notavasi ch’era stato copiato da 
un codice Chigiano. Nei diversi canzonieri 
della Chigiana non m’avvenne mai d’incon¬ 
trare il nome di questo poeta, vi si trova 
però la poesia a lui attribuita ma sotto il 
nome di Messer Alberto degli Albizzi; e si 
può quindi credere, senza tema d'errare, che 
l’Alberto Dei non è che un parto della tra¬ 
scuratezza del copista del ms. sanese. M. 

C. 365. Devozioni {Due) antiche. Sonouna 
sola e stessa cosa colle Due Rappresenta¬ 
zioni Sacre pubbl. dal Palermo e notate 
alla col. 856. Che il Palermo non opinasse 
« ragionevolmente » supponendo che fossero 
state scritte dapprima in dialetto romano, 
e posteriormente voltate in padovano, vedi 
nelle mie Ch'igini del teatro in Italia, voi. I, 
pag. 167. D'A. 

C. 365. Diario d' anonimo fiorentino . 
Prima dell’intera pubblicazione di questo 
Diario fatta dal Gherardi, ne era stata data 
fuori qualche parte solo dal Mehus nella 
Vita di Lapo da Castiglionchio di cui a 
col. 231. Sull'autore di esso l’egregio edi¬ 
tore non arrischiò alcuna congettura, troppo 
scarse essendo le notizie che di sé stesso 
egli dà nel proprio lavoro. Si sa ch’egli 
fu popolano, del quartiere d’Oltrarno, e si 
può crederlo addetto alla Signoria dalle mi¬ 
nutissime notizie ch'egli dà su tutto ciò che 
da essa operavasi. Quest’ ultima avvertenza 
farebbe pensare ad uno scrittore popolare 
di quei tempi, la cui poesia s'ispirò bene 
spesso agli avvenimenti della patria sua, ed 
il cui nome ci è pur richiamato dinanzi da 
altri argomenti. Il buon diarista inserì nella 
sua narrazione un cantare storico ed un 
sonetto nel quale s’invoca vivamente la pace; 
può essere ch'egli raccogliesse da altri que¬ 
ste composizioni, delle quali credeva me¬ 
ritevole il serbare memoria, ma la corrispon¬ 
denza di sentimento che corre fra esse ed il 
resto del lavoro, potrebbe indurre a credere 
ch'egli stesso ne fosse l'autore. In questo 


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86 


RASSEGNA 


[giornale di filologia 


caso il suo nome non ci sarebbe più ignoto, 
poiché il sonetto appartiene di certo ad An¬ 
tonio Pucci, sotto il cui nome fu pubblicato 
dall* Allacci, ed anche il cantare parmi che 
abbia assai della maniera di questo poeta. 
Se ciò potesse essere, si spiegherebbe facil¬ 
mente un altro fatto, la corrispondenza cioè 
che corre fra il poemetto del Pucci sulla 
guerra tra i Pisani e i Fiorentini ed il rac¬ 
conto che di questi avvenimenti trovasi nel 
Diario , la quale fu avvertita solo in parte 
dal Gherardi e che non so come potrebbe 
in altro modo spiegarsi. 

Ma su ciò a me basti solo 1*accennare, e 
mettendo innanzi questa mia congettura vor- 
. rei sperare che altri potesse con maggiori 
argomenti stabilire, quanta probabilità essa 
possa meritarsi. M. 

C. 308. Discorso d’autore incerto. Trova- 
vasi già a stampa nelle Delizie degli eru¬ 
diti , t. IX, p. 274. M. 

C. 369. Documenti Veneziani (Anti¬ 
chi) raccolti da L. Pasini e pubblicati da 
B. Cecchetti. Trovansi nel tomo XV degli 
Atti dell'Istituto Veneto. M. 

C. 381. Drusi Agatone. 11 sonetto « Se’l 
grande avolo mio che fu '1 primiero », che fu 
tirato tante volte in campo per sostenere la 
priorità della poesia toscana, fu messo fuori 
per la prima volta dal Giamhullari nel 
Gello y ma già gli negarono fede il Crescim- 
beni ed il Salvini ed oramai credo sia la¬ 
sciato affatto in disparte. Non so qual fede 
possa meritarsi il Trucchi che di questo 
poeta pubblicò lui nuovo sonetto indirizzato 
a Cino da Pistoia dicendolo tratto da un co¬ 
dice Laurenziano Palatino 118, di cui non 
conosco proprio resistenza. M. 

C. 381. Drusi Lucio. Di questo autore 
anche il Crescimbeni non ne conosce piu che 
il nome. M. 

C. 385. Elia (Frate). Di costui non si ha a 
stampa che un solo sonetto che ìICrescimbe- 
ni trasse da un manoscritto moderno di Ippo¬ 
lito Magnani contenente il suo trattato in¬ 
titolato Lapis philosophorum. Il sonetto 
non presenta punto tracce di remota anti¬ 
chità, ma per giudicare se questo sia argo¬ 
mento bastante da ritenerlo apocrifo, o se 
non si debba solo ad un rammodernamento 
del copista, bisognerebbe rintracciare noti¬ 


zie di questo trattato di cui non mi venne 
mai a mano alcun codice. M. 

C. 386. Enselmino da Treviso. Nella 
Bibl. Corsiniana trovasi colla segnatura 51. 
E. 24, una edizione del Pianto della Madonna 
affatto sconosciuta, la quale s'accorda con 
quella del 1481 nell’attribuirla a questo poeta 
anziché a Leonardo Giustiniani, come fa 
l’edizione più recente del 1505. È in 4.°, 
di fogli 30, 8.1. n. a. ma indubbiamente del 
sec. XV. Manca ogni intestazione, comincia 
senz’altro : « Ve regina virgo gloriosa »; alla 
fine del f. 27 v. « Explicit uirgenis beate 
lamètatio & intacte | uulgariter compilata 
cum ritimis prolata ore | fratrie Eneel- 
mini de triuisio ordinis fratrum I here¬ 
mi tarum sancti Auglistini.* Al principio del 
f. 28: « Incipit oratio siue gratiarum actio 
supra : dicti compillatorie », la quale co¬ 
mincia: « Nelle braccia toi vergine Maria ». 
Al f. 30 : « Finisse il deuotissimo più \ to de 
la gloriosa uergine | Maria cum summa 
dilige | tia impresso ». Segue il Registum. 

Avrei desiderato di poter dar qui qualche 
maggior notizia sul poema dell’Infanzia del 
Salvatore attribuito pure ad Enselmino nella 
stampa romana del 1541, ma non mi riuscì 
di trovarla neppure nella Vaticana dove ora 
conservasi la biblioteca Capponi, dal Cata¬ 
logo della quale lo Zambrini n’ebbe notizia. 
Vorrei sperare che altri più di me fortunato 
potesse rintracciarla e dire se questo poema 
sia quello stesso che ne’ manoscritti trovasi 
spesso riunito agli altri poemi della Passione 
e della Risurrezione. M. 

C. 405 Federigo di M. Gerì d’Arezzo. 
Pubblicò alcune sue poesie anche il Trucchi 
volume II, pag.252, annoverandolo fra i poeti 
del quattrocento, senza però addurre argo¬ 
mento in appoggio della sua opinione. II 
Crescimbeni ed il Carducci lo pongono tra 
i trecentisti contemporanei del Petrarca, sotto 
il nome del quale furono pubblicati diversi 
sonetti, che nei codici stanno sotto il nome 
di lui. A un Federigo d’Arezzo sono indi¬ 
rizzate due lettere del Petrarca (Sen. IV, 5; 
Vili, 7) dalle quali s’avrebbe indizio a cre¬ 
derlo poeta; nulla s’oppone a tenerlo una 
stessa persona che il Federigo di Messer 
Gerì. M. 

C. 410. Fiore o Fiorita . Di un rifacimento 


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ROMANZA, H.° 4] 


BIBLIOGRAFICA 


87 


in ottava rima della Fiorita diede notizia e 
qualche saggio il Rajna ( 77 Cantare dei 
Cantari ecc.) nella Zeitschrift del Grober, 
II, 242 e segg. D'A. 

C. 412. Fiore di virtù. Alle diverse stampe 
di quest’opera fatte nel sec. XV e registrate 
dallo Zambrini se ne deve aggiungere un’ al¬ 
tra rimasta sconosciuta ai più diligenti bi¬ 
bliografi, notevole per aver preceduto le 
altre due edizioni già conosciute, uscite da¬ 
gli stessi torchi. Riferisco il titolo del¬ 
l’opera quale si trova al principio del se¬ 
condo foglio, perché l’esemplare ch’io ho 
potuto esaminare, conservato nella biblioteca 
Corsiniana colla segnatura 51. F. 52, è man¬ 
cante di quattro fogli, fra i quali il primo, 
che doveva però contenere solo il titolo del¬ 
l’opera, poiché il testo non presenta alcuna 
mancanza : 

Comentia vna opera chiamata fiore de 
virtù: la quale tracta de | tutti gli ritii 
humani: gli quali debono fugire gli ho - 
mini che deside | rano vivere secondo 
dio etc. AI penultimo foglio: « Finisse el 
libro chiamato fior di virtù lo quale ha 
impresso Mattino \ di codeca da panna e 
Bernardino di pini da chomo in uenesia 
adi | XI de luio MCCCC. LXVXV». Alla 
sottoscrizione seguono le rubriche del libro 
che occupano tutto il recto dell’ultimo foglio. 
Consta di f. 32, in 4.° di linee 38 nelle facce 
piene, con registro da a a d f tutti quaderni, 
mancano però le segnature a iiij d iiij. M. 

C. 427. Folcacchiero de’ Folcacchieri. 
L’età vera di questo poeta (metà del sec. XIII) 
èchiarita nella importante pubblicazione: Fol¬ 
ca cchiero Folcacchieri, rimatore senese del 
sec. XIII , Notizie e documenti raccolti da 
Curzio Mazzi, Firenze, Successori Le Mon- 
nier, 1868 (Nozze Banchi-Bri ni). A pag. 13 
trovasi anche la Canzone , unica che si co- 
cooosca di lui, secondo la lezione del cod. 
▼atic. 3793. D'A. 

C.428. Forestani Serdini, M. Simone. Il 
De Angelis pel primo e dopo lui il Milanesi e 
il Sarteschi avvertirono che due furono i 
poeti di questo nome, l’uno de'quali visse 
quasi interamente nel secolo XV; però nei 
manoscritti le poesie di ambedue si trovano 
frammischiate fra loro io modo che torna 
difficile il distinguere quali possono appar¬ 
tenere all’uno o all’altro. 


Alcune poesie pubblicate sotto questo nome 
sono indicate dallo Zambrini sotto Poesie 
Minorile Rimedi PieraccioTebaldi. Delle 
poesie contenute nella stampa descritta dal 
Libri v’ha un’altra edizione del secolo XV, 
nella quale manca l’indicazione dell’autore 
della Disperata. Io non potei esaminare die 
un frammento di sole 4 carte, la prima delle 
quali, segnata a z’i , è in carattere semigo¬ 
tico, in 4.°, a due colonne di linee 37 (Ca- 
san. 0. II. 99). Sconosciuta pure ò una edi¬ 
zione del secolo XVI fatta In Firenze. Ap¬ 
presso alle scalee di Badia, il contenuto 
della quale è quello stesso della stampa 
del 1584. È in 4.°, di carte 4, a 2 colonne, 
di linee 48, con registro A 2 (Alessandri¬ 
na, XIII. A. 37). M. 

C. 439. Francesco da Orvieto. La canzo¬ 
ne che il Lami pubblicò sotto il di lui nome, è 
quella che incomincia « Io non descrivo in 
altra guisa amore » che appartiene indubbia¬ 
mente a M. r Francesco da Barberino e tro¬ 
vasi al line de’suoi Documenti d* amore : 
quindi credo che resistenza di questo poeta 
non abbia altro fondamento che l’errore d’un 
copista malaccorto. M. 

C. 445. Frottola di tre suore. La credia¬ 
mo più probabilmente scrittura del XV se¬ 
colo. D'A. 

C. 447. Galliziani, correggi : Mksskr Ti- 
berto. D’A. 

C. 448. Garbo (Dino del). Anche qui per 
inavvertenza fu conservato un brano che in 
questa edizione non avea più ragione di es¬ 
sere, giacché il Trattato sopra la pistolen - 
sia di Tomaso di Dino del Garbo fu pub¬ 
blicato già dal 1866, come è notato al ca¬ 
poverso che segue immediatamente. M. 

C. 449. Garisendi Mksskr Ghkkarduc- 
cio. Il sonetto pubblicato dal Galvani era già 
edito., come lo erano del pari gli altri due 
sonetti contenuti nel suo codice ora posseduto 
dal Conte Manzoni. M. 

C. 450. Gazzaia (della) Tommaso. Que¬ 
sto poeta, secondo che vorrebbe il Borgo¬ 
gnoni ne’suoi Studi d'erudizione e d*artc, 
voi. I, pag. 35, apparterrebbe piuttosto al 
secolo XV, essendo, com’egli afferma, morto 
nel 1432. A questa asserzione non manche¬ 
ranno valide prove, ma non conoscendole 
non posso negar fede al De Angelis, che 
nel suo Catalogo dei testi a penna pag. 175 


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88 


RASSEGNA 


[giornali di filologia 


e 218 dice di posseder egli stesso un codice 
autografo delle rime di questo poeta, conte¬ 
nente purediverse poesie del Bonichi, scritte 
nel 1367. Fra le due date v’ha troppa di¬ 
stanza per poterle conciliare fra loro; que¬ 
sta seconda però potrebbe forse sembrar più 
probabile, togliendo innanzi la necessità di 
quell’ipotesi del Bilancioni riportata dal 
Borgognoni; poiché, se Messer Tommaso vi¬ 
veva nel 1367, poteva bene aver conosciuto 
il Bonichi prima del 1330 od in quell’anno 
medesimo. M. 

C. 456. Gherardo da Firenze. Qui e 
alle coll. 20 e 765 sono registrate alcune 
pubblicazioni relative alle Carte d’Arbo- 
rèa. Ne aggiungiamo altre dimenticate 
od omesse, avvertendo che una abbastanza 
compiuta bibliografia in proposito, fino al 
1870, trovasi nell’opuscolo, tirato a parte 
dal Propugnatore, voi. Ili: Delle Carte di 
Arborea e delle Poesie volgari in esse con¬ 
tenute, esame critico di Girolamo Vitelli, 
preceduto da una Lettera di Alessandro 
D’Ancona a Paul Meyer, pag. 17. Dopo 
d’allora vennero a luce, per quel che sap¬ 
piamo, le seguenti pubblicazioni: 

Le Carte d’Arborea e l'Accademia delle 
Scienze di Berlino, Osservazioni critiche 
per F. Carta ed E. Mulas (nel Propugna¬ 
tore, V, 77-103, 177-214 ). 

Francesco Carta, Appunti critici ad 
un articolo di Monsignor Liverani sulle 
Carte d'Arborèa, Cagliari, Tipografia del 
Corriere di Sardegna, 8. a. ( L'articolo 
del Liverani è nella Rivista Europea del 
Dicembre 1870). Le poesie italiane del¬ 
le Carte d'Arborèa e il sig. Girolamo 
Vitelli. (Estr. dal Corriere di Sardegna, 
8. a.) 

Carlo Baudi di Vesmb, Osservazioni 
intorno alla Relazione sui ms. d*Arborèa 
pubbl. negli Atti della R. Accademia delle 
scienze di Berlino. — Intorno all'Esame 
critico delle Carte d'Arborèa di Girol. Vi¬ 
telli, Torino, 1870. — Seconda Poscritto 
alle Osservazioni intorno alla Relazione 
pubblio, ecc. Estr. dall’Arcà. Stor. Ital.( ove 
furono riprodotte anche le prime Osserva¬ 
zioni, ser. 3* t. XIV). 

Prosa e poesie italiane della Raccolta 
Arborense con un pensiero di Vincenzo 


Fiorentino, Napoli, Nobile, 1870. — Sulle 
Carte d'Arborèa, Prefazione di Vincenzo 
Fiorentino, Firenze, Le Monnier, 1874. 

La guistione delle pergamene e dei codici 
di Arborèa, Lettera del Prof. Francesco 
Randacio, Palermo, Tipog. del Giornale di 
Sicilia, 1871. (Estr. dalle Nuove Effemeridi 
sicil.)—Intorno alle Carte d'Arborèa, altre 
considerazioni del Prof. Francesco Ran¬ 
dagio, Cagliari, Tipogr. del Corriere di Sar¬ 
degna, 1871. 

Lo scritto del Prof. Borgognoni, intit. 
Ipoeti italiani dei codici d'Arborèa, stamp. 
primamente nel 1870, è riprodotto nei suoi 
Studi di erudizione e d'arte, Bologna, Ro¬ 
magnoli , 1878, voi. II, con una Poscritto, 
pag. 67. Qui è detto, e ne godiamo, che lo 
Zambrini. « so e posso dirlo senza tema d’in¬ 
discrezione, anziché nel campo de’propu¬ 
gnatori delle Carte, veglia nel campo av¬ 
verso » : ma ciò non avremmo sospettato dal 
vedere come l’egregio uomo annunzia le scrit¬ 
ture in proposito del Martini e del Vesme. 
Meglio così! poiché il suffragio di uomo si 
intendente dell'antica letteratura non è certo 
di piccol peso. 

All’elenco sopracitato del Vitelli ag¬ 
giungasi: Sulle Carte d‘Arborèa, lettere del 
Prof. Luciano Scarabelli al Cav. Pietro 
Fanfani, Cagliari, Timon, 1865. 

Sentiamo che recentemente il sig. Ghiviz- 
zani abbia ripreso a difendere, e nientemeno 
a fronte delMommsen, la goffa falsificazione 
arborense: ma ormai ci par causa persa, e 
tempo più che perso 1*ulteriormente occu¬ 
parsene. Meglio sarà vedere ciò che dice su 
questo proposito il prof. Adolfo Bartoli 
in appendice al voi. II della sua Storia della 
Letteratura italiana, voi. II, pag. 389, Fi¬ 
renze, Sansoni, 1879. D’A. 

C. 461. Giacomo Notaro. Le indica¬ 
zioni date sotto questo titolo si devono riu¬ 
nire a quelle date a col. 507 sotto Iacopo 
da Lentino, che è la stessa persona, e si 
veda pure a col. 749 sotto Parlantino. M. 

C. 461. Giacomino Pugliesi. Vedi a 
col. 850: Pugliesi Iacopo. Cie costui fosse 
da Prato lo asserirono i primi editori, ma 
senza altro fondamento che il ritrovarsi colà 
una famiglia di tal nome, e tale opinione 
parmi oramai abbandonata da tutti. M. 


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ROMANZA, N.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICA 


C. 475. Giovanni (Messer) di Gherardo 
da Prato. Dopo di ciò che il Wesselofsky 
disse di questo scrittore nei Preliminari al 
Paradiso degli Alberti , si può ritenere es¬ 
sere egli una stessa persona col Giovanni 
da Prato, di cui a col. 475, e coll'Acquet- 
tini, di cui si trovano diversi sonetti iri al¬ 
cune delle antiche edizioni del Burchiello e 
in quella del 1757; ma per esser egli fra i 
contemporanei del barbiere fiorentino do¬ 
vrebbe piuttosto esser posto fra i quattro¬ 
centisti. M. 

C. 475. Giovanni Fiorentino. Si riferisce 
che il Poggiali trovò il nome di M. Giovanni 
Fiorentino in un antico poema intitolato: 
Istoria del mondo fallare , e dubitò potesse 
esser Fautore stesso del Pecorone. Avver¬ 
tasi che la sottoscrizione Joannes dictusFlo - 
rentinus trovasi in parecchi poemetti sacri, 
cavallereschi e storici stampati in Firenze 
tra il fine del sec. XV e il principio del XVI, 
ed è indicazione meramente tipografica. D'A. 

C.484. Giuliano Messere. Questo poeta cre¬ 
do debba tenersi come contemporaneo al Bur¬ 
chiello, poiché nel codice da cui I’Allacci 
tolse il sonetto ch’egli pubblicò, v’hanno 
solo poesie di quell’epoca. Forse è lo stesso 
che Messer Giuliano de Bardi di cui si tro¬ 
vano alcune poesie in altre raccolte burchiel¬ 
lesche. M. 

C.485. Gotto Mantovano. Di questo poeta 
non conosciamo che il nome per la menzione 
fattane da Dante nel De Vulg. Eloq. e que¬ 
sto è tutto quello che di lui ci sa dire an¬ 
che il Crescimbeni, voi. Ili, pag. 44. M. 

C.499. Guidotto da Bologna. Del volga¬ 
rizzamento della ReUorica di Cicerone v’han¬ 
no tre edizioni sconosciute tutte prive del pari 
d’ogni indicazione tipografica, e tanto si- 
raiglianti fra loro che facilmente si potreb¬ 
bero confondere ove non si facesse avver¬ 
tenza ad alcune lievissime diversità che 
corrono dall’una all’altra sia nella lezione 
che nella disposizione delle parole. Constano 
tutte di fogli 56, di 24 linee per pagina. Per 
distinguerle riferisco con ogni esattezza il 
titolo di ciascuna: 

COMINCIA LA ELEGANTISSIMA | dortrina 
de lo eccellentissimo Marco Tullio Ci | ce- 
rone chiamata rethorica noua traslatata 
di la | tino t uulgare: per lo eximio Mae¬ 
stro Galeoto \ da bologna opera utilissima 


et necessaria a gli | huomeni uulgari e 
indocti. (Corsin. 51. C. 43). 

COMINCIA LA ELEGANTISSIMA DOC | trina 
de lo excelentissimo Marco tullio rirrrone | 
chiamata rethorica noua traslatata di la¬ 
tino in | uulgare: p lo eximio Maestro 
Galeoto da bolo | gna opera utilissima & 
necessaria agli omeni uulgari e indocti. 
(Corsin. 51 C. 45). 

comincia la elegantissima | doctrina de 
lo excelentissimo Marco tullio cice | rone 
chiamata rethorica noua traslatata di la¬ 
ti | no in uulgare per lo eximio Maestro 
Galeoto, da bologna opera utilissima & ne¬ 
cessaria agli | omeni uulgari e indocti. 
(Casanatense K. I. 21). 

Quest’ultima stampa ha registro da a ad 
f tutti quinterni. E notevole che mentre in 
tutte queste edizioni il volgarizzatore nel ti¬ 
tolo è chiamato Galeoto, nel proemio diretto 
all’alto Manfredi re di Cicilia è detto sem¬ 
pre Guidotto. M. 

C. 505. Guittonb d’Arezzo. Non il solo 
sonetto « Quanto più mi distrugge il mio 
pensiero » non è certamente dell'Aretino: ma 
sì anche tutti quelli dell’edizione giuntina, 
in numero di venti nove. 

Vedi in proposito di Fra Guiltone: Prof. 
Leopoldo Romanelli, DiGuittone d*Arez¬ 
zo e delle sue opere , Campobasso, 1875, e il 
giudizio non favorevole su questa Disserta¬ 
zione nella Nuova Antologia , 2. a s. voi. II, 
pag. 677 (Luglio 1876). D’A. 

C. 506. Huldovicus de Ioculo Sancti 
Georgi, Memoria in volgare del 1242. 
È una breve notizia di alcune pitture ese¬ 
guite in quell'anno in Ferrara, che trova- 
vasi aggiunta alla fine d’un codice mem¬ 
branaceo di Virgilio scritto nel 1198, già 
conservato nella biblioteca de’Carmelitani 
di S. Paolo di Ferrara. Fu pubblicata per 
la prima volta dal Borsetti, Historia almi 
Ferrariae Gymnasii , Ferrara, 1735, pa¬ 
gina 447, e riportata poi dal Narducci nel 
Buonarroti , serie II, voi. XII, Settem¬ 
bre 1878, pag. 378. M. 

C. 506. Iacomo da Montepulciano. È 
una stessa persona col B. Iacopo del Pecora 
di cui a col. 764, e quindi devono fondersi 
in una sola le due distinte rubriche. M. 

C. 518. Incerti Rimatori. Tutta questa 
rubrica andrebbe rifatta, a voler che fosse 
6 * 


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90 


RASSEGNA 


[giornale di filologia 


veramente utije, indicando i principi delle 
Rime date come d’incerto autore, perché si 
possa ritrovare chi veramente le ha com¬ 
poste. D’A. 

C. 524. Intronta Francesco. Anche que¬ 
sto poeta deve certamente porsi fra i con¬ 
temporanei al Burchiello. M. 

C. 531. Lamento di nostra donna . Con 
questo titolo trovasi nella biblioteca Casana- 
tense alla segnatura 0. II. 83 una stampa del 
secolo XV, di sole sei carte, a due colonne. 
Sotto il titolo v* ha un intaglio, nel quale è 
raffigurata la Vergine che tiene in grembo 
Gesù deposto dalla croce, e di banco ad essa 
dall’uno e dall’altro lato vedonsi tre santi 
inginocchiati; nel fregio leggesi il nome 
Zanolo. Comincia al secondo foglio una 
composizione in ottava rima a forma di dia¬ 
logo fra Cristo e la Madonna che principia: 
« 0 Madre della nostra saluatione ». Al 
verso del quarto foglio v’ ha questa indica¬ 
zione: Lamento di nostra donna in altro 
modo, e sotto di essa un intaglio, in mezzo 
al quale ò rappresentato Gesù crocifisso, agli 
angoli i simboli dei quattro Vangelisti, e al 
basso la segnatura tipografica di Martino 
de Amsterdam, quale fu riprodotta dall’Au- 
difredi nel Catalogne romanarum editto- 
num sec. XV , Roma 1783, a pag. 476. Se¬ 
gue il Lamento pubblicato dallo Zambrini, 
che qui però manca di due ottave. M. 

C.542. Lapo Gianni. Aggiungasi: Rime di 
Lapo Gianni poeta italiano del sec. XIII. 
Saggio di una nuova edizione di Giacomo 
Tropea, Roma, 1872. D’A. 

C. 549. Lauda del buon secolo della lin¬ 
gua in onore di S. Ranieri, Pisa, Nistri, 
1873, in 8.° di pagg. 39. 

Fu pubblicata per cura dell’egregio Prof. 
Paganini: la lauda incomincia « Reverenda 
facciamo | Festa Laude et honorc | Oggi del 
confessore | Santo Ranier che fu nostro Pi¬ 
sano ». M. 

Lauda Spirituale del secolo XIV, ca¬ 
vata dal cod. Riccardiano 2224. 

Fu pubblicata per nozze, in foglio volante, 
dal Sac. Cav. Pietro Volpini , sotto la 
data dell’11 Febbraio 1872. La lauda in¬ 
comincia: « Sorprendiente amor di paradiso» 
e fa più volte stampata. M. 

Lauda del Beato Gherardo di fra 


Bartolommeo da Pisa non mai fin qui 
stampata. 

Incomincia «Ciascun devoto cuor sidee 
svegliare », fu inserita nelle Nuove Effeme¬ 
ridi Siciliane, fase, settembre-ottobre 1871, 
pag. 173, da Salvatore Cocchiara che la 
trasse da un codice della seconda metà del 
secolo XIV, del Sac. G. L. Re, contenente la 
vita e miracoli del Beato Gherardo in 7 
capitoli. 

Lauda del secolo XIV in dialetto cre¬ 
monese. Fu inserita dal D. F. Robolotti 
nella Grande Illustrazione del Lombardo 
Veneto di C. Cantù. Milano 1858, t. Ili, 
pag. 431. — Un frammento d'una Lauda tro¬ 
vasi riportato in una lettera di Giuseppe An¬ 
tonio Vogel, dal Leopardi avuto in conto di 
maestro, pubblicata da G. Cugnoni nelle 
Opere inedite di G. Leopardi, Halle, Nieme- 
yer, 1878, voi. I, pag. LXXXVII. Fu tro¬ 
vata a Matelica al rovescio d'una pergamena 
del 1256. L’importanza di questo frammen¬ 
to e come documento dialettale e per la sto¬ 
ria della drammatica m'inducono a ripor¬ 
tarlo: 

Cristo. Eia per lu primu peccatu 
Meu padre fo ordenatu 
Kio fosse morte e giudicata 
Per la primu peccatore. 

Maria. Qnestu peccatu ben me costa 

Nocte di a legere questa e inposta 
Kio vedesse la tua costa ferire 
De lanza et de bastore ecc. 

M. 

C. 550. Laudi de Bianchi. Sei laude 
riferite dai Sercambi nella sua Cronica e 
cantate nelle processioni dei Bianchi furono 
pubblicate dal Bini nella sua Storia della 
Sacra Effigie, Chiesa e Compagnia del SS. 
Crocifisso de * Bianchi , Lucca, Giusti, 1855, 
pag. 77-83. Incominciano la prima « Nuova 
luce è apparita », la seconda « Signor nostro 
onnipotente », la terza « Vergine Maria bea¬ 
ta », la quarta « Misericordia eterno Dio », 
la quinta « Questo legno della Croce », la 
sesta « Peccator tutti piangete. » M. 

C. 572. Leggenda di S . Margherita. La re¬ 
dazione in ottava rima pubblicata dallo Zam¬ 
brini trovasi con qualche diversità in una 
antica stampa conservata nella Casanatense 
alla segnatura 0. II, 106. Essa non porta 


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ROMANZA, N.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICA 


91 


alcuna indicazionetipografica ma I’Audipredi 
la credè fatta in Roma in sul finire del se¬ 
colo XV. Manca di titolo, e comincia sen¬ 
z’altro la narrazione con una invocazione 
« Patre eterno che lo mondo creasti* che non 
trovasi nel testo datone dallo Zamhrini; 
consta in tutto di 63 ottave. È in caratteri 
semigotici, in 4°, di carte 4, la seconda delle 
quali segnata a 3, a 2 colonne di 4 ottave 
ciascuna. M. 

C. 603. Levi Perotti Giustina da Sasso- 
pbrrato. Di questa poetessa non si conosce 
che un sonetto indirizzato al Petrarca che in¬ 
comincia « Io vorrei pur drizzar queste mie 
piume*,al quale il Petrarca avrebbe risposto 
col suo « La gola e ’l sonno e l’ociose piu¬ 
me ». Fu pubblicato per la prima volta 
dal Tomasini, Petrarcha redivivus, Pa¬ 
dova, 1635, al quale fu mandato da Mons. 
Torquato Perotti vescovo d’Amelia insieme 
a diffuse notizie sulla di lei vita. Ma come 
mai allora può credersi ciò che il Tomasini 
stesso riferisce, che nulla potesse risapere 
di lei neppur nella patria sua il Card. Silvio 
Antoniano che di ciò avea avuto incarico 
da Papa Clemente Vili, cosa davvero af¬ 
fatto sconosciuta ad ognuno? Intanto nes¬ 
suna notizia di lei s’ha nei tanti canzonieri 
petrarcheschi che si conoscono, e ciò è, a mio 
credere, argomento bastante per negare 
Desistenza anche di questa poetessa, almeno 
sino a che non se n’abbiano prove migliori 
o meno sospette. M. 

C. 621. Libro di Novelle. Lo Z. seguendo 
il Papanti, registra una edizione milanese 
del Novellino fatta nel 1872; ma in questa 
data corse certamente un errore tipografico, 
poiché essa mal s’accorda col nome del¬ 
l’editore. 11 Passano riporta questa stampa 
al 1822, e avverte che la stessa composi¬ 
zione servì ad un’ altra edizione in 16°, pub¬ 
blicata colla data del 1831, per far parte 
della Libreria Economica edita dal Bettoni. 

Sulla edizione giuntina poi del Novellino 
è da vedersi G. Biadi, Il testo tìorghiniano 
del Novellino, Lettera al Prof. A. Bartoli, 
nella Rassegna Settimanale, voi. I, N. 12 
e a parte, dove si prova come il testo di 
quella edizione non meriti alcuna fede. M. 

C. 627. Libro dei sette savi . È da vedersi 
pure il lavoro del Prof. Rajna, Pi Una ver ¬ 


sione inedita dei sette savi nella Romania, 
N. 25 e 27. M. 

C. 633. Livia Chiavelli. Meglio avrebbe 
potuto registrarsi sotto Chiavelli. Il sonetto 
« Rivolgo gli occhi spesse volte in alto » 
fu pubblicato dal Cinblli nella sua Biblio¬ 
teca volante, scansia XIV, Venezia, Al- 
brizzi, a pag. 61, e dice di averlo avuto 
dal Padre Appiani, che Cavea trovato fra 
alcuni antichissimi manoscritti esistenti nel 
Duomo di Ascoli: la lezione però è quella 
stessa già datane dal Gilio. M. 

C.637. Madonna Lionessa, Cantare inedi¬ 
to del sec. XIV. Dice lo Zambrini: « Forse è 
lavoro di Antonio Pucci ». Nella pubblica¬ 
zione intitolata: In lode di Dante, Capitolo 
e Sonetto di Antonio Pucci, Pisa, Nis- 
tri, 1868, a pag. XIII avvertii che nel cod. 
Kirkup l'ultimo verso del Cantare dice 
espressamente: « Antonio Pucci il fieci al 
vostro onore. » D’A. 

C. 643. Ma la volti Pietro. L’esistenza 
di questo poeta è dovuta ad un errore del 
copista o dell'editore, poiché il sonetto pub¬ 
blicato sotto il di lui nome trovasi nell’AL- 
lacci e in diversi codici fra quelli pure in¬ 
dirizzati al Sacchetti da Andrea di Piero 
Malavolti. M. 

C. 655. Matteo Correooio. Due canzoni 
di lui stanno fra le Poesie minori del secolo 
XIV: incominciano « Udirò tuttavia sanza 
dir nulla», «Gentil madonna mia speranza 
cara ». M. 

C. 656. Mazzinghi Antonio da Pbretola. 
11 nome di questo scrittore sfuggi alla diligen¬ 
za dello Z. ma pur non si poteva trascurare 
di menzionarlo dopo che il Buoncompaqni 
nel suo lavoro Intorno ad alcune opere di 
Leonardo Pisano, Roma, 1854, pag. 348 e 
seg.y pubblicandone alcune poesie, rivendi¬ 
cava a lui anche quelle già pubblicate dal 
Gigli col nome d'un Maestro Antonio arie- 
metra e astrologo, che questi credette non 
esser altro che M. Antonio da Ferrara, sotto 
al cui nome anche lo Zambrini registra que¬ 
ste indicazioni. M. 

C. 664. Miracoli de la gloriosa vergene ma¬ 
ria. L’ediz. principe di quest’opera è certa¬ 
mente quella fatta in Vicenza nel 1475, poi¬ 
ché l’edizione del Lavagna indicata dallo 
Z. colla .data del 1469 appartiene, come 


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92 


SASSEGNA 


[giobxale di FILOLOGIA 


egli stesso avea supposto, al 1479: la qual 
data leggesi assai chiaramente in un esem¬ 
plare ch’io potei esaminare. Nè è meravi¬ 
glia che Io stesso editore pubblicasse nel se¬ 
guente anno un'altra edizione di quest'opera 
tanto diffusa nel medio evo. A Vicenza pure 
spetta l'edizione del 1476 registrata dai bi¬ 
bliografi come fatta in Firenze, nè su di ciò 
può esservi alcun dubbio, poiché sull'ultimo 
foglio di essa leggonsi questi rozzissimi versi: 

Vrbe Vincentie dove stato impronta 
L opra beata de mlraculi tanti. 

Di quella che nel ciel monta e dismonta 
Acompagnata con gli anzeli e santi. 

Zuane de reno quiui si conta 
£ stato el maestro de si dolce canti. 

Setanta sesto quatrociento e mille 

Kalende septembri facendo el sole fauille. 

Non saprei quali relazioni abbia questa 
stampa colla antecedente; noto che in essa 
v*è il capitolo VI: « D'una donna giouena 
la quale salutaua ogni sorno tre fiate: 
La madre de iesu xpo », che manca in gran 
parte delle edizioni posteriori; mancano in¬ 
vece due capitoli al fine; i capitoli XXVII 
e XXXV11I sono dovuti ad una confusione 
tipografica. Nella Casanatense alla segna¬ 
tura K. VII. 13 v'é una edizione che porta 
alla fine questa nota: « finiscono limiraculi 
de la vergene maria li quali sono im- 
pres | si in cita de tarvisio per | lo dili¬ 
gente homo ma | estro michele mansolo da 
parma | anno MCCCCLXXX a di vin | ti¬ 
no ve de avvile ». È in 4°, di f. 52 di linee 34 
con registro da a a g quaderni meno e g 
duerni. È una riproduzione dell'altra edi¬ 
zione pubblicata dallo stesso tipografo nel¬ 
l'anno 1479. 

Altre edizioni sconosciute sono le se¬ 
guenti. L'una in 4°, di carte 55, di linee 33, 
porta al fine questa nota « Finiscono li mi - 
raculi della vergene Maria li quali | sono 
impressi Anno MCCCCLXXX1II a di 
XIIIJdeIulio »;segue la tavola dei richiami 
di registro. Sebbene manchi ogni indicazione 
di luogo pure si può credere che questa edi¬ 
zione sia stata fatta in Venezia, poiché la 
lezione eh'essa presenta concorda perfet¬ 
tamente con quella dell'altre stampe venete. 
(Corsia. 51, E. 33). 

L'altra edizione è pure in 4°, di carte 29, 
a due colonne, di linee 21 ciascuna, in ca¬ 


rattere gotico. Porta sul frontespizio questo 
titolo : Miracoli de la Madona Istoriadi. 
Alla fine v'ha la sottoscrizione tipografica 
« Impresso ne la inclita cita | de Venetia 
p Rinaldo da Tri | no de mòte ferato e 
fradelli | nelMCCCC.LXXXUII odi. | 2 
de maso ». Per entro il testo soavi 11 inci¬ 
sioni l'argomento delle quali però non ha 
relazione con esso. (Corsili. 51. B. 33). M. 

C. 684. Nina (Monna) Siciliana. I dubbj 
sulla esistenza di questa poetessa siciliana, 
già manifestati dal Lucchesini, dal Biamonti 
e dal Galvani e poi da me (Le Antiche 
Rime volgari I, p. 286) vengono assai accre¬ 
sciuti dal Borgognoni, (Studj di erudi¬ 
zione e d'arte, Bologna, Romagnoli, 1878, 
II, p. 89-105) e dopo ciò è molto dubbio se 
possa più sostenersi la causa di questa prete¬ 
sa e romanzesca amante di Dante da Ma- 
jano. D’A. 

C. 685. Nino da Siena. t T n poeta di tal 
nome è ricordato dal Bembo, dall'Allacci e 
dal Crescimbeni, ed il Db Angelis, nel suo 
Catalogo dei testi a penna , Siena, Tor¬ 
ri, 1818, pag. 182, crede che ad esso accenni 
una iscrizione volgare del secolo XIV ritro¬ 
vata da lui sotto uno dei dipinti del palazzo 
del Comune, e che a lui possano attribuirsi 
quelle iscrizioni ritmiche pubblicate dal P. 
della Valle nelle sue Lettere Sanesi, 1.1, 
Venezia, 1782, pag. 284. Sebbene di questa 
opinione non si debba tener gran conto sino 
a che nou sia confortata da altre prove, 
pure non parmi fuor di luogo il ricordarla, 
potrebbe forse esser questi lo stesso che 
Mino da Siena. M. 

C. 703. Novelle (Due), Siena, ecc. Di 
questa pubblicazione fatta solo a 6 esem¬ 
plari non dà maggiori notizie neppure il 
Passano nella seconda edizione del suo accu¬ 
ratissimo Catalogo de’ Novellieri; ma il 
sapere che l'una di esse, la sola che potrebbe 
credersi del secolo XIV, fu tratta da un co¬ 
dice Barberino, mi fa dubitare eh'essa possa 
essere non altro che la Novella di Lisabetta 
Levaldini , sulla quale possono consultarsi 
il Papanti e il Passano sotto questo titolo e 
sotto Brevio, che è indubbiamente scrittura 
del secolo XV. M. 

C. 703. Novelle (Due) antichissime ine¬ 
dite. Lo Zambrini avverte che di queste 
Novelle, da me passate per le stampe al 


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ROMANZA, K.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICA 


93 


prof. Ferrato nel 18C8, un « illustre filologo e 
letterato » gli scriveva: « Non so se il D'An¬ 
cona abbia voluto far la celia al Ferrato, o 
se anch'egli sia d'accordo: so solamente 
che rntiche non mi pajono: anzi la contraf¬ 
fazione mi par tale, che non ci può rimaner 
colto se non chi legge sbadatamente, o chi 
non 8'intende di queste cose. Sbaglierò, ma 
non mi ricredo se non vedo il codice antico. » 

« L’illustre filologo e letterato,» del quale 
ha ben fatto lo Zambrini a tacere il nome, 
sbagliava certo: perché l’intero Novelliere 
onde le due furono tratte, venne stampato 
dal Papanti in Appendice al l.° volume del 
suo Catalogo , come poi avverte lo Zambrini 
stesso, avendogli io ceduto la copia fatta da 
me e dal prof. Wesselofsky; e quanto al co¬ 
dice ognuno può vederlo e toccarlo nella 
Palatina di Firenze, laddove il Papanti av¬ 
verte ch’ei si trova. Intanto una cosa pia¬ 
cerai dichiarare, che cioè di falsità io non 
ne faccio neanche per burla o passatempo : 
e un altra vorrei osservare, cioè l’incertezza 
e la facile erroneità di simili giudizj sullo stile 
e la lingua di antiche scritture. « L'illustre 
filologo e letterato » sentenziando cosi rici- 
samente su quelle autenticissime Rovelle 
mostra quanto si debba andar a rilento in 
siffatte faccende. D’A. 

C. 723. Orcagna Andrea. Molti sonetti di 
questo poeta, e fra questi la maggior parte di 
quelli dati dal Trucchi come inediti, si tro¬ 
vano nelle edizioni delle poesie del Bur¬ 
chiello del 1475, 1477, 1492, 1521, e certa¬ 
mente anche in altre ch'io non ebbi agio 
di esaminare, colla indicazione dell'autore, 
la quale manca affatto nelle stampe del 1552, 
1568, 1757, ove sono poste fra i sonetti del 
Burchiello. M. 

C. 733. Ovidio. Alle due antiche stampe 
della versione in prosa delle Pistole se ne po¬ 
trebbe aggiungere un* altra, uscita dai torchi 
del Siiber, ricordata nel Catalogo Pinelli 
t. IV, pag. 377. lo ro'accontento d’accen- 
narvi, non avendo potuto esaminarne alcun 
esemplare. M. 

C. 739. Pacifico (Frate). Il Crescim- 
BENI anziché riferire poesie di questo autore, 
dice di non conoscerne alcuna e s'accontenta 
di riferire di lui le poche notizie dateue dagli 
annalisti francescani. Notizie più diffuse ed 
anche un frammento d’una sua poesia tro¬ 


viamo riportato per la prima volta dal Pa¬ 
nelli nelle Memorie degli vernini illustri 
e chiari in medicina del Piceno , Asco¬ 
li, 1758, voi. II, pag. 13: e perché quest'opera 
non è così agevole il ritrovarla, credo non inu¬ 
tile il riportare ciò ch’egli dice: « Il P. Ap¬ 
piani fa entrare il B. Pacifico nel ruolo degli 
Accademici verseggiatori Ascolani in lode di 
Errico VI. L'Abb. F. A. Marcucci è in pos¬ 
sesso della seguente notizia inserita nel Trat¬ 
tato mss. di Araldica intitolato Osservazioni 
sopra le famiglie nobili d'Italia e le loro Arme 
ed imprese di Niccolo Marcucci; trovo adun¬ 
que alla parte X carte 9 e 10: « Nella ve¬ 
nuta nel 1187 in Ascoli di Luglio di Henri- 
co VI Re de Romani figlio di Federigo I Barba¬ 
rossa Imperatore gii furon fatti archi trionfali 
ornati con varie imprese et insegne et iscri¬ 
zioni dalli Ascolani: come si cava da un an¬ 
tichissimo manoscritto di un mio amico; e gli 
fu recitata un Orazione Panegirica in lingua 
nostra Italiana allora nascente e rozza (quale 
non si è mai ritrovata) e si suppone*recitata 
dal nostro Arcidiacono Berardo poi Arcive¬ 
scovo di Messina et un Carme italiano, o sia 
Cantico encomiastico recitato dal nostro Vuil- 
lielmo poi Pacifico Poeta quale nella sua età 
avanzata fu frate e discepolo di S. Francesco.’ 
Et ecco un frammento che si ritrova nel Car¬ 
me overo Cantico di Pacifico il primo fatto 
e sentito in Italia ». 11 frammento della Can¬ 
zone fu pure riportato dal Lancbtti, Memo - 
rie intorno ai poeti lavrati , Milano, Man¬ 
zoni , 18S9, pag. 85. Le notizie su fra Pacifico 
trovansi ripetute da Giovanni Angelo da 
Mendrisio, Vita del B. Pacifico Divini da 
San severi no, Lugano, Agnelli, 1786; dal 
Cantamelessa Carboni, Memorie intorno 
i Letterati e gli Artisti della città di Ascoli 
nel Piceno , Ascoli, 1830. e dal Gentili, 
Sopra l'ordine serafico e sopra la Vita di 
San Pacifico Divin f, Macerata, Mancini, 1839. 
Niuno di questi autori aggiunge nuove prove 
e documenti che possano rendere un po’ meno 
sospetta la narrazione del Marcucci o forse 
solo del P. Appiani, della veridicità del quale 
si dubita assai anche a proposito di altri ar¬ 
gomenti. M. 

C. 768. Petrarca. Tolgo dall’ ottimo 
Catalogo delle opere di F. P. esistenti nella 
Rossettiana compilato dnil'HoRTis l'indica¬ 
zione di alcune edizioni ommesse dallo Z. 

♦ 


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94 


RASSEGNA 


[giornale di filologia 


e mi limito ad accennarle rimandando a quel 
lavoro chi desideri avere maggiori notizie. 
Noto per la prima la preziosa edizione s. 
1. n. a. descritta a pag. 174 che dovea porsi 
in luogo di quella pure s. 1. n. a. registrata 
dallo Zainbrini sulla fede dell’Haim, la cui 
esistenza fu negata dall’Hortis pag. 12. Fra 
le edizioni s. a. furono tralasciate quella 
del Paganino, fatta probabilmente in Tosco- 
lano presso al Benaco, in 8°; e quella di 
Venezia, Francesco de Leno, in 8°, conte¬ 
nente i soli Trionfi, che appartengono am¬ 
bedue al secolo XVI. Fra le edizioni con 
data mancano le seguenti: Venezia, Paga- 
nino, Aprile 1515, in 32.° Ed ivi. Zoppino, 
1531, in 8°. Ed ivi, Bartolomeo Zanetti Ca- 
sterzagense, 1538, in 8.® Ed ivi, Griphio, 
1568, in 12.° Parigi, Charpentier, 1709, in 
12°, colla versione francese a fronte. Feltre, 
Foglietta, 1754, in 4.° Venezia, Remondini, 
1755, in 12.° Modena, Soliani, 1762, in 4.° 
Berlino e Stralsunda, Lange, 1875, in 8.° 
Venezfa e Parigi, 1787, in 8°, che è solo una 
scelta colla versione francese a fronte. Pa¬ 
rigi, Delalain, in 12.° Pongo da ultimo, 
fuori deir ordine che cronologicamente le 
sarebbe convenuto, una edizione del Zop¬ 
pino sull’epoca della quale io sarei d'un 
parere diverso da quello dell’Hortis» Que¬ 
sta edizione porta la data del MD. XXI de 
Marzo, e 1’ Hortis la registra sotto la data 
del 1500, ritenendo che le ultime tre lettere 
della cifra si dovessero riferire al mese an¬ 
ziché all’anno; ma, se ciò fosse,dovrebbero 
riportarsi al 1500 non solo diverse altre edi¬ 
zioni uscite dagli stessi torchi, ma al¬ 
tresì quelle di Venezia 1511, Firenze 1515, 
Milano 1516, Venezia 1519, e parecchie 
altre. A confermare che quella edizione 
appartenga al 1521 s’aggiunge un altro ar¬ 
gomento, ed è, che fra le numerosissime 
pubblicazioni dello Zoppino, non se ne trova 
alcuna che porti la data del 1500 o dei 
primi anni che seguirono ad esso. In que¬ 
sto stesso anno lo Zoppino pubblicò un’altra 
edizione colla data del 4 Dicembre; lo Zam- 
brini indica una sola di queste stampe. 

Sulle edizioni registrate non ho a fare che 
poche osservazioni. 

L’esistenza dell'edizione di Parma, Por- 
tilia, 1473, è fondata solo sulla testimonianza 
dell'Haim, nè il Marsnnd nè THortis ne 


fanno parola; probabilmente l’Haim volle 
indicare la stampa dei commenti del Filelfo 
ai Trionfi. Sulla fede dell’Haim è pure ra- 
gistrata l’edizione di Basilea, Bernardo 
Glicinio, 1474, ma qui ha un palese errore 
nel nome del tipografo; il Glicinio è uno fra 
i commentatori del Petrarca, e i suoi com¬ 
menti trovatisi stampati nell’edizione di Bo¬ 
logna 1475 (che consta di carte 244 anzi¬ 
ché di 474) e in altre posteriori. 

Circa all’edizione Aldina del 1501 è da 
ricordarsi un lavoro del Borgognoni, Se M. 
Bembo abbia mai avuto un codice auto - 
grafo del Petrarca. Ravenna, Lavagna, 
1877, nel quale è dimostrato com* essa non 
sia punto, come vantavasi, derivata dagli 
autografi. Dell’autorità e de! pregio in cui 
fu tenuta ci è prova la contraffazione fat¬ 
tane probabilmente, secondo l’Hortis, in Ve¬ 
nezia nel 1522. 

Nell’indicazione dell’edizione di Venezia 
1542 correggasi il nome del tipografo. Ago¬ 
stino Bandone; così nell'edizione Venezia, 
Bartoli, 1739, correggasi l’anno in 1736. 

A proposito della edizione di Milano 1805 

10 Zambrini avverte eh'essa è una ristampa 
della precedente fatta nel 1800 appostavi la 
data del 1805; dovea dirsi invece che di 
quella edizione ne fu fatta una ristampa colla 
medesima data nel 1820. 

Le indicazioni: Firenze, Società Editrice, 
1847; e Firenze, 1847, con prefazione di 
Emiliani Giudici, si riferiscono ad una stessa 
edizione; così è pure delle indicazioni: Fi¬ 
renze, Le Monnier, 1851, in 12°. e Firenze, 
Le Monnier, 1851, in 16°. 

Dei Sonetti inediti pubi, dal Sagredo, il 
secondo e il terzo trovavansi già stampati nel 
Crescimbeni, l’uno al voi. Ili, pag. 177, sotto 

11 nome di Federigo d’Arezzo, e l’altro, voi. II, 

pag. 56, sotto quello di Marchionne Torri- 
giani. M. 

C. 791. Petrarca, Carmina incognita . 
Che i Sonetti pubbl. dal Thomas di Monaco 
come del Petrarca, non sieno né possano es¬ 
sere suoi, dimostrò chiaramente il Prof. Vb- 
ratti negli Opuscoli Religiosi ecc. di Mo¬ 
dena. D'A. 

C. 808. Picco lomini detto il Ciscranna. 
11 solo sonetto che di lui si conosce fu pub¬ 
blicato per la prima volta dall’ALLACCi, p. 286; 
e trovasi pure nelle Rime di M. r Franco , 


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ROMANZA, N.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICA 


95 


Giannozzo e M. r Iacopo Sacchetti , Roma, 
1856, dove però anzi che a Franco è indi¬ 
rizzato a Giannozzo Sacchetti. M. 

C. 815. Poesia genovese del secolo XIV. 
Si potrebbe fondere in un solo articolo colle 
Rime istoriche a col. 873, accordandovi an¬ 
che r altro pur a col. 873 della edizione com¬ 
piuta di queste poesie fatta nell'archivio Glot¬ 
tologico. M. 

C. 820. Poesie dei Re Svevi in Italia. 
È la ristampa fatta d i Pfeiffer nei volu¬ 
mi della società letteraria di Stuttgart, della 
pubblicazione del Di Gregorio, 1821. Quindi 
va corretto il singolare errore che sian tratte 
da un « libro tedesco; Rosario di Grego¬ 
rio ecc. », come anche « Federico Uohan hau- 
fen » va rettificato in Hohenstaufen. D'A. 

C. 824. Poesie {IV) politiche. La prima 
di queste poesie già era stata pubblicata dal 
Trucchi, voi. II, pag. 117, con lezione lieve¬ 
mente diversa, la quale conferma pienamente 
una correzione al v. 12 sagacemente proposta 
dall' egregio editore. M. 

C. 830. Polo Marco, Il Milione. L'edi¬ 
zione del Lazari non contiene un testo antico, 
ma una traduzione fatta dal Lazari stesso. 
Quest’edizione ignorata dallo Z imbrini, che la 
conosce soltanto per averla veduta citata nel 
Giornale dell’ Istituto Lombardo, è fatta 
a cura del geologo illustre Lodovico Pasini, 
Venezia, Naratovich, 1847. D'A. 

C. 831. Polo (Messer) di Lombardia. 
Negli Atti e Memorie della Società di Sto¬ 
ria Patria per le Provincie dell' Emilia, 
voi. Vili, pag. XXXV, trovasi uua comuni¬ 
cazione del socio Prof. Bernardino Catelani 
per mostrare, contro l’argomento adoperato 
dal Settembrini, che le Lumie erano note 
e casi chiamate anche a Reggio, e questo 
solo argomento non bastare perciò a far di 
Messer Polo anziché un reggiauo, un siciliano, 
come il Settembrini vorrebbe. — Il Borgo¬ 
gnoni, Studi di erudizione e d'arte, Bo¬ 
logna, Romagnuoli, 1878, voi. II, pag. 134, 
lo farebbe bolognese, citando un sonetto di un 
contemporaneo, che dice: 

Messer Paolo da Bologna nato 

E da Castel chiamato dalle genti. 

Resta da dimostrare che essendo uno stesso 
individuo Paolo da Bologna e Paolo da Ca¬ 
stello, costui sia anche una stessa persona 


con Messer Polo da Reggio oppure da Lom¬ 
bardia. D’A. 

C. 835. Prophetia (Quaedam) ; Una poe¬ 
sia siciliana del- XIV secolo inedita, stu¬ 
dio paleografico, letterario e storico di Ste¬ 
fano Vittorio Bozzo, Palermo, Virzi, 1876. 

Fu inserita nell’ Archivio storico sici¬ 
liano. D'A. 

C.848. Pucci Antonio. Del poemetto sulla 
storia d'Apollonio di Tiro meritano d’esser 
ricordate anche le due edizioni seguenti. La 
prima (Cors. 51. B. 41) non porta alcuna 
nota tipografica, ma appartiene alla fine 
del secolo XV. È in carattere tondo, in 4°, 
di carte 39 di linee 31, con registro da a 
ad e tutti quaderni. La seconda (Ales. XIII. 
A. 53) porta questo titolo: Apolo | nio de 
Tiro | historiato | t0 nouamente ristampa¬ 
to ; al fine v’ha la segnatura: In Vene- 
tia | Appresso Fabio db Agostino Zoppino 
fratelli MDLXXX. È in carattere corsivo, 
di carte 4 di linee 2^. Dopo il congedo se¬ 
guono in questa stampa due ottave aggiun¬ 
tevi dall'editore, nelle quali s’accenna ad 
una edizione anteriore, probabilmente ve¬ 
neta anch’essa, del 1565. 

Un sonetto del Pucci trovasi nella stampa 
del Burchiello del 1475 e consorti, coll'in¬ 
dicazione d'autore, che manca nelle edizioni 
del 1562, 1568, 1757. M. 

C. 851. Raccolta di antiche rime. Le 
Le poesie di Maestro Pagolo, Nastagio da 
Monte A lei no e del Romanello trovansi solo 
nella edizione del 1753. M. 

C. 857. Rappresentazioni sacre dei se¬ 
coli XIV, X V e XV 7. A conferma di quan¬ 
to nota lo Zanbrini, sul non esservi qui 
scritture del secolo XIV, come troppo cor¬ 
rivamente asserimmo nel titolo della Raccol¬ 
ta, vedi ciò che dicemmo nelle nostre Ori¬ 
gini del Teatro , voi. I, pag. 192. D'A. 

C. 860. Regola di S. Renedetto. Di questo 
scritto trovansi diverse edizioni, in gran 
parte delle quali però il testo è talmente tra¬ 
sformato che non presenta più alcuna trac¬ 
cia di antichità, così ch'io tralascio di regi¬ 
strarle, all’infuori della seguente nella quale, 
sebbene il titolo possa far credere diversa- 
mente, il testo, tranne alcune varianti di 
lieve importanza, è quello della ed. del 1493: 
Regola di Sancto Bencdccto nvoua | men¬ 
te uulgarizata. Sotto il titolo v'ha un in- 


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96 


RASSEGNA 


[giornale di filologia 


taglio che rappresenta Cristo colla croce fra 
le braccia. È in 8°, di carte 48, delle quali 
le tre prime sono occupato dalla tavola dei 
capitoli, di linee 29 nelle faccie piene, con 
registro da*a a d tutti quaderni. Sull’ul¬ 
timo foglio v’ha solo questa indicazione: 
fine della regola del nostro Sane j tissimo 
Padre Benedecto, e segue ad essa una ta¬ 
vola di correzioni. M. 

C. 863. Regola di S. Francesco. Questa 
stessa Regola, pubblicata insieme col testa¬ 
mento di S. Francesco come inedita nel 1874, 
trovavasi già a stampa nella edizione dei 
Fioretti fatta dallo Zaroto nel 1477, e proba¬ 
bilmente non in quella sola, ma anche in 
altre delle edizioni ch’io non ho potuto esa¬ 
minare. Rannosi pure diverse stampe della 
Regola del terzo ordiue di S. Francesco, 
che anch’essa parmi possa trovar posto fra 
le antiche scritture. Non ne indico perora 
che una sola stampa, l'unica che mi fu 
dato di ritrovare qui in Roma. Nel fronti¬ 
spizio sotto il titolo v’è un intaglio che rap¬ 
presenta S. Francesco coi seguii delle stim¬ 
mate, con un libro in una mano e la croce 
nell*altra, e di lìanco a lui due frati ginoc¬ 
chioni. Sull’ultimo fogli) v’ha la nota: 
Finita la regola del terso ordine di sancto 
Fran | cieco, Apititione di Ser Piero da 
Pescia. È in 8°, di carte 28, cou registro 
da a a g tutti duerni. Oltre la Regola con¬ 
tiene delle preghiere latine per diverse oc¬ 
casioni. M. 

C. 869. Ricci (Giovanni de'). Se della sua 
valeutia poetica non s’ha altro saggio che 
quello recatone dal Wesselofsky, si può du¬ 
bitare molto d'ammetterlo fra i poeti, poiché 
la stessa poesia era stata già più volte pub¬ 
blicata col nome di Sinibaldo da Perugia (vedi 
col. 938) al quale è attribuita da tre codici 
diversi. Nè questi è il solo a contendergliela ; 
poiché il Vaticano 3212 l'attribuisce ad un 
Agnolo da Perugia, ed il Vaticano 3213 in¬ 
sieme col Chigiano M. VII. 142 la danno 
al Conte Ricciardo. M. 

C. 876. Rime inedite dei quattro poeti. 
Delle poesie pubblicate sotto il nome di Dante 
la prima trovasi coi nome di Seunuccio del 
Bene nella Raccolta di Rime Antiche ag¬ 
giunte alla Bella Mano ; la seconda col nome 
di Dino Frescobaldi nel Crbscimbeni, voi. Ili, 
pag. 121; la terza come di Betrico d’Arezzo 


pure nel Crbscimbeni, III, 123. Cosi il se¬ 
condo de'sonetti del Petrarca era già ante¬ 
riormente stato pubblicato per ben quattro 
volte. M. 

C. 883. Ritmo anonimo. Fu pubblicato 
dal B andini, Cat. Codd. Lat. Bib. Med, 
Laur., tom. IV, p. 468 nella descrizione del 
cod. VI pi. XV. Il Giornale ne darà quanto 
prima una nuova edizione riveduta sul ma- 
scritto. M. 

C. 885. Roti anello G. Ant., Ritmi vol¬ 
gari. Crediamo che questo poeta andrebbe 
espulso dalla serie dei trecentisti. Anche il 
Vedova, Biografia degli scy'itt. padov ., 
1836, voi. II, pag. 171, lo dice «del secolo 
decimoquinto ». D’A. 

C. 886. Rosso Matteo da Messina. Il 
nome di questo poeta fu messo fuori per la 
prima volta dal Trissino nel suo Castellano 
li b. 3, ma egli stesso nel la sua Poetica lo chia¬ 
ma solamente Matteo da Messina e lo crede 
una stessa persona che Mazzeo da Messina. 
Di questo avviso fu pure il Crescimbeni: i ma¬ 
noscritti, e in parte anche le stampe, favo¬ 
riscono questa ideutificazione ; poiché tutte 
le poesie pubblicate col nome di Matteo 
Rosso trovatisi in altre raccolte sotto il nome 
di Mazzeo del Ricco. Notisi che 1’ unico 
codice che abbia il nome di Matteo Rosso 
si è il Palatino CCCCXVIII. M. 

C. 912. Salamone. In una stampa del 
secolo XV (Cas. 0. II. 164), insieme con una 
canzone dei cortigiani e con alcuni sonetti 
e strambotti del Serafino, v’ha una scrittura 
che porta questo titolo: Amaestramento e 
sententie de Salomone de fare imparare 
al figliuolo , ed incomincia 

Figliuol mio figliuol mio temi idio 

impara sapientia e vertute. 

Non parmi inutile darne notizia, sebbene 
possa dubitarsi ch'ella sia scrittura del se¬ 
colo XIV. La stampa non porta alcuna in¬ 
dicazione tipografica, è in caratteri semigo¬ 
tici in 4.°, di due carte, a due colonne di 40 
linee ciascuna. M. 

C.916. Salutati Coluccio. Nella edizio¬ 
ne delle poesie del Burchiello del 1475 e 
consorti v’ha un suo sonetto che incomincia 
« Qualunque é posto per seguir ragione », che 
trovasi pure nelle altre stampe ma senza 
indicazione d’autore. M. 


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ROMANZA, N.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICA 


97 


C. 920. Schiavo de Baro. Di costui 
non abbiamo altre notizie all’infuori di quelle 
dateci dal Novellino (nov. X), e però do¬ 
vette egli vivere innanzi alla compilazione 
di esso, la quale secondo il D’Ancona {Le 
fonti del Novellino nella Romania 1873) 
risale alla fine del secolo XIII. Gli am¬ 
maestramenti o Proverbi che vanno sotto 
il suo nome, non possono certo pretendere 
ad un origine cosi antica, e può quindi cre¬ 
dersi eh*essi gli fossero attribuiti solo per 
la grande fama che correva della sua sag¬ 
gezza, in un* epoca nella quale se ne con¬ 
servava ancora memoria. Le diverse stampe 
auliche ind'eate dallo Zambrini contengono, 
insieme ad essi, altre scritture d’epoca più 
recente. La sola in cui queste aggiunte man¬ 
chino affatto è una edizione sconosciuta (Ca- 
san. K. I. 41) del secolo XV, priva d'ogni 
indicazione tipografica, in 4.°, di carte 6. la 
terza delle quali segnata aiti, di linea 29, 28, 
in carattere tondo; essa non porta al prin¬ 
cipio che questa sola indicazione Schiavo di 
Bari e sotto ad essa un intaglio. M. 

C. 932. Seneca da Camerino. Lo Z. tra¬ 
lascia dì registrare questo poeta, ritenendo 
forse ch’egli dovesse annoverarsi fra i quat¬ 
trocentisti; ma tuttavia credo opportuno il 
ricordarlo, poiché il Crescimbsni , pubbli¬ 
cando un suo sonetto (voi. Ili, pag. 214), 
lo dice vissuto in sul finire del secolo XIV, 
e fra poeti di questo periodo trovasi nel 
codice Riccardiano 1126. M. 

C. 932. Sentenza dei Giudici della Curia 
del Procuratore a favore di Pietro Bra- 
gadin rispetto a un ladro fatto indebita¬ 
mente da Agnesina e Caterinuzza Polo, 
15 Maggio 1388. Di questa scrittura fu 
pubblicato da V. Zanetti soltanto un fram¬ 
mento nell’Arcàiuio Veneto, tomo XVI, pa¬ 
gina 102. M. 

C. 942. Sonetti cinque ecc. Ad illustra¬ 
zione maggiore di questa importante pubbli¬ 
cazione del Prof. Mussafia, aggiungasi : Na¬ 
poleone Caix, Di un antico monumento 
di poesia italiana (estratto dalla Rivista 
Europea ), Firenze, Tipografia dell*Associa¬ 
zione, 1874. D’A. 

C. 943. Sonetti ( Tre ) in tandem Datitis. 
1 primi due erano già stati pubblicati di sullo 
Btesso codice dal Bandini, voi. IV, pag. 34, 
ed il terzo trovasi nel Crescimbeni, III, 141 


sotto il nome di Mucchio di Lucca, e quindi 
almeno per quest’ultimo non si può dubitare 
che sia scrittura del trecento. D'A. 

C. 945. Sonetti di alcune gentildonne 
da Fabriano che furono al tempo del Pe¬ 
trarca. Sono Leonora della Genga, Or¬ 
tensia di Guglielmo, Livia da Chiavello. 
Noi veramente crediamo che queste rime 
sieno apocrife: e che l'editore Andrea Gilio 
da Fabriano o fosse ingannato, o volesse in¬ 
gannar altrui, a maggior gloria della sua pa¬ 
tria. Veggano i dotti: noi dubitiamo senza 
nulla affermare. E con noi dubita, del re¬ 
sto, il Carducci, Rime di Cino , Disc. pre¬ 
liminare, p. LXXXI. D’A. 

I Sonetti di Leonora della Genga tro- 
vansi riportati nella Storia di Fabriano 
dello Scevolini da Bertinoro, scrittore del 
secolo XVI, pubblicata dal Colucci, pag. 149 
e seg. delle sue Antichità Picene, t. XVIII, 
Fermo, 1792. Lo Scevolini dice d* averli tratti 
da antiche scritture che per troppa vecchiezza 
non si potevano leggere a pieno, sicché egli 
stesso avea dovuto supplire le due terzine del- 
l’ultimo sonetto, le quali, a dir vero, pre¬ 
sentano così stretta somiglianza coll’altre poe¬ 
sie da far crescere anzi che dileguare i dubbi 
che si potessero avere sulla loro autenticità. 
Lo Scevolini ricorda anche ìe poesie di Or¬ 
tensia e dice di riferirle nel seguito del suo 
lavoro che però non fu pubblicato, e non so 
neppure se trovisi manoscritto. Le due ter¬ 
zine che lo Scevolini dà come fattura sua, sono 
dagli altri date senz'altro come di Leonora. M. 

C. 952. Spinello, Notamenti. Aggiungi 
alla notata pubblicai, del Minieri-Riccio que¬ 
ste altre due dello stesso autore: I Notamenti 
di M. Spinelli nuovamente difesi, Napoli, 
Rinaldi e Sellitto, 1874. — Ultima confuta¬ 
zione agli oppositori di M. Spinelli, id. 
ibid., 1875. — Per la singolarità degli argo¬ 
menti adoperati e l’ingenuità della critica, si 
registri anche: Sulla veracità dei Notamenti 
di Spinello, osservazioni dell*Avv. Mat¬ 
teo Barrella, Napoli, Fibreno, 1872. — 
11 sig. Bart. Capasso oltre che nella pubbli¬ 
cazione registrata dal bibliografo, ha soste¬ 
nuto l'apocrifltà dello Spinelli anche nell* im¬ 
portante opera sua: Historia diplomatica 
Regni Siciliae inde ab anno 1250 ad an - 
num 1266 (Napoli, Tipografia Universita¬ 
ria, 1874). D’A. 

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98 


RASSEGNA 


[giornale di filologia 


C. 961. Passione di S. Job in bulgare. 
Delle rime di Fra Bonvesin pubblicate dal 
Bekker nei Bericht della Accademia berli¬ 
nese, citasi questo solo componimento, oltre 
la Vita b. Alexii. Crediamo utile indicar 
tutta la serie delle Rime di Bonvesin pub¬ 
blicate dal Bekker, e indicate soltanto somma¬ 
riamente dallo Zambrini alla col. 820: 

Dal Monatsbericht der k. preuss. Aka - 
demie der Wissenschaften su Berlin: 1850, 
pag. 322 Contrasto di Satanas e Maria — 
p. 379 De quindecim miraculis quae de - 
bent apparere ante diem judicii — p. 438 
Vulgare de Eleemosynis (vi si comprende 
p. 451 De S. Bonifacio; p. 453 De milite 
qui amisit bona sua quem diabolus voluit 
occidere; p. 456 De passione S. Donati; 
p. 460 De tribus amicis; p. 461 De ciritate 
quae mittebat judices suos in desertum; 
p. 462 De rege qui amplectabatur paupe- 
res) — p. 478 Laudes de Virgine Maria 
(vi si comprende, p. 481 De castellano ; p. 483 
De pirata; p. 485 De Maria Aegyptiaca; 
p. 489 De monaco liberato per Virginem 
Mariam; p. 490 De quodam monacho qui 
vocabatur Frater Ave Maria) —- Dai Mo¬ 
natsbericht del 1851, p. 3 Disputatio Rosae 
cum Viola — p. 9 Disputatio Muscae cum 
Formica —p. 85 De quinquaginta curia - 
litatibus ad mensam — p. 90 De peccatore 
cum Virgine — p. 94 Rationes quare Virgo 
tenetur diligere peccatores (coniiene: p. 95 
De agricola desperato) — p. 132 De Ani¬ 
mo cum Corpore — p. 209 Vulgare de Pas¬ 
sione S. Job. — p. 217 Vita Beati Alexii — 
A pag. 450 vi sono anche Frammenti, ma in 
versi latini, del Liber Vita scolastica dictus. 

A proposito specialmente della pubblica¬ 
zione del Lidforss, Il Trattato dei mesi di 
Bonvesin de Riva (col. 197) il Prof. Wf.ssb- 
lofsky dettò il suo articolo Intorno ad al¬ 
cuni testi dei dialetti dell' Alta Italia re¬ 
centemente pubblicati , inserito nei voi. V 
del Propugnatore (1872). D’A. 

C. 961. Statuto dello Studio di Perugia. 
Questo Statuto, o matricola che dir si vo¬ 
glia, porta la data del 1342, ma la sua com¬ 
pilazione probabilmente è più antica. Ne 
pubblicò alcuni capitoli il Prof. G. Padel- 
letti nell'A rchivio Giuridico, voi. VI, 1870, 
pag. 108 e seg., e furono ristampati più 
correttamente nel Giornale d*Erudizione 


Artistica, 1876, pag. 180 e seg., dal Prof. 
A. Rossi. M. 

C. 963. Statuto dei mercanti drappieri 
della città di Vicenza, Vicenza, Durato, 1879. 
Questo statuto fu scritto nei 1348 e fu messo 
a stampa, in occasione di nozze, dall'Abate 
Cappa rozzo. M. 

C. 968. Storia di S. Alessio. Nella Ca- 
sanentese, alla segnatura 0. II. 168, conser¬ 
vasi- una antica edizione di questa leggenda 
ben diversa da quella descritta dal Mulini. 
Il titolo di essa è: La storia et vita di santo 
Alexio Romano; nell'intaglio che sta sotto 
al titolo è raffigurato un pellegrino inginoc¬ 
chialo manzi al Pontefice, dietro il quale ve- 
donsi diverse figure, una delle quali incoro¬ 
nata; ma questa rappresentazione parmi non 
si riferisca alla vita del santo, quale almeno 
è data da questa stampa. È in carattere se¬ 
migotico, in 4.°, di carte sei, a due colonne 
di 4 ottave ciascuna, con segnatura aii, aiii. — 
Alla fine si legge: Finita la historia \ di 
sancto Alexio Romano. La composizione 
consta di ottave 73. Sebbene manchi ogni in¬ 
dicazione tipografica, pure dal carattere, quale 
trovasi in altre stampe che portano l'indica¬ 
zione del luogo, pare che questa edizione sia 
stata fatta in Roma. M. 

C. 970. Storia de* SS. Barlaam e Giosa- 
fat. Di questa leggenda v'ha una antica 
stampa raaucante di frontispizio, e senza al¬ 
cun titolo. Comincia senz'altro la narrazione: 
« Lezese anticamente che in india ecc. » e 
segue per 79 capitoli; la lezione di essa non 
è punto inferiore a quella dell’edizione del 
1734. È in 4.°, di carte 24 di linee 36, con 
registro a, b quaderni, c t d duerni. M. 

C. 972. Storia di S. Clemente. Di questa 
leggenda v'ha un’antica stampa (Cors. 51. 
A. 36) che è da credersi rarissima, se sfuggì 
alle diligenti ricerche dello Zambrini che la 
pubblicò come inedita. Essa porta il titolo 
Legèda de sancto clemente: a san | cto pie- 
tro successore ponti | fice Romano : histo | 
ria deuotissima | e uera. Non ha alcuna 
indicazione di tipografo nè di luogo; è in bel 
carattere gotico, in formato di 4.°, di carte44, 
a due colonne di linee 30,29; avente registro 
da a ad l tutti quaderni, meno l il quale è 
duerno. M. 

C. 980. Storia di Tobia narrata dalla Sa¬ 
cra Scrittura e fatta italiana per un trecen- 


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ROMANZA, K. # 4] 


BIBLIOGRAFICA 


99 


lista. Roma, Tip. Moualdi, 1875, in 8.° di 
pagg. 34. 

È una ristampa del Volgarizzamento pub¬ 
blicato dal Cesari, di cui a col. 579, fatta 
dal sig. Ruggero Valentini, in occasione 
di nozze d’una sua figliuola. M. 

C. 981. Storia di Fiorio e Biancifiore. 
Di questo poemetto meritauo d’esser indicate 
due antiche edizioni sconosciute anche al Pas¬ 
sano. L'una (Cors. 51. 13. 41) ha al prin¬ 
cipio il titolo: Fiorio et bianciflorio, e alla 
fine la nota: Finito il cantare di J fiorio et 
bianci | fiore odi XI di \ Maggio MCCCC. 
LXXXX; è in 4.°, di carte 20, di linee 28, 
con registro a b quaderni, c duerno ; manca 
in questa edizione 1'invocazione, e il poemetto 
consta di 137 ottave. L’altra (Alessandri¬ 
na XIII. A. 57) ha questo titolo: Un beliessi- 
mo innamoramento | de duo nobilissimi | 
amanti | Nominati Fiorio A Biancefiore | 
Nouamente ristampato ; al fine: Venetia . 
Appresso Fabio et Agostino Zoppini fra¬ 
telli 1587 ; è in 1G.°, di carte 8. M. 

C. 1003., Tommasuccio. Su questo autore 
è a vedersi il seguente lavoro dove pure sou 
riferite le sue profezie già a stampa: Il Pro¬ 
feta del secolo XIV o il B. Tomaso Un zio, 
studio di L. C. Amoni. Assisi, Tipografia Sen¬ 
si, 1878. Il De Angelis riporta soltano il prin¬ 
cipio della profezia già udita: « Tu pur vuoi 
eh’ io dica ». M. 

C. 1025. Trebiani Lisabetta Ascolana. 
Il sonetto * Trinilo mio che le falde avvien 
che bacie», fu pubblicato pure dal Cinelli, 
Biblioteca Volante, scansia XIV, a pag. 24, 
da un manoscritto ascolano, del quale diede- 
gli notizia il P. Appiani. M. 

C. 1029. Uberti (Fazio degli). Cade qui 
opportuna anche 1’ indicazione del 1 ’opuscolo: 
Giusto Grion, Intorno alla famiglia e alla 
vita di Fazio degli Uberti autore del Dit¬ 
tamondo disquisizione, Udine, Veudra- 
me, 1861. D’A. 

Di lui trovansi fra le Poesie Minori del se¬ 
colo XIV , tre canzoni « 0 sommo bene o glo¬ 
rioso iddio », « Quel che distiuse ’l mondo in 
tre parte », « Io vorrei stare prima in mezzo 
al fango »; e due sonetti « Se legittimo nulla 
nulla è », « Non sò chi sè ma non fà ben 
colui ». M. 

C. 1034. Ugurgieri Cecco di Meo Mel¬ 
inone. 11 nome di questo poeta trovasi solo 


ricordato dal De Angelis nel suo Catalogo 
già citato, pag. 206, che menziona un mano¬ 
scritto proprio delle di lui poesie, ed a lui 
credè egli di poter attribuire i versi che 
stanno sotto alcune pitture del 1343 nel pa¬ 
lazzo del Comune, pubblicati dal P. Della 
Valle nelle Lettere Senesi, t. II. M. 

C. 1047. Vigne (Piero delle). Nel bel 
lavoro dell’HuiLLARD-BREHOLLES, Vie et cor¬ 
re spondance de Pierre de la Vigne, Paris, 
Plou, 1865, trovansi riportate due canzoni, la 
prima a pag. 421 è solo una parte di quella 
che incomincia « Amor in cui disio ed ho 
speranza », la seconda, a pag. 422, è data co¬ 
me iuedita secondo la lezione d’un codice della 
Nazionale di Parigi; incomincia: « Assai cretti 
celare ». Anche questa però e ra già a stampa, 
e col nome di Stefano di Pronto Notaio tro¬ 
vasi nelle Antiche Rime Volgari. M. 

C. 1063. Vita de philosophi. Per cono¬ 
scere se quest’ opera possa appartenere al se¬ 
colo XIV si potrebbero esaminare i rapporti 
eh’essa ha col Fiore de Filosofi attribuito a 
Brunetto Latini ; per ora, poiché, lo Zambrini, 
sebbene con qualche riserva, l’ammette, noto le 
due seguenti edi zioui non indicate da lui. L’una 
in 4.°, di carte 40, di linee 38, con registro 
da a a d tutti quaderni, porta alla fine que¬ 
sta nota: impressum fuit hoc opus venetiis 
per ioannem rubeum MCCCC. LXXX VIIIJ 
die XX Maii ( Corsili. 51. E. 52). Potrebbe 
sorgere il dubbio che questa edizione sia quella 
stessa registrata dai bibliografi colla data 
del 1488. 

L’altra non presenta alcuna nota tipogra¬ 
fica, ma la crederei fatta al principio del se¬ 
colo XVI; sul frontispizio porta questo titolo 
in rosso nero e caratteri gotici: Vite de Philo¬ 
sophi moralis | sime. Et de le loro elegan¬ 
tissime sententie. | Extratte da Lahertio A 
altri antiquissimi auctori Istoriate A di 
nouo | corrette in lingua Toscana.; sotto 
di esso v’ ha un intaglio che rappresenta 5 
sapienti. È in 4.°, di carte 64, a due colonne 
di 30 linee ciascuna, con registro da A ad H 
tutti quaderni ( Casan. H. VII. 47). M. 

C. 1063. Vita di Cola di Rienzo. Lo 
Zambrini tiene che sia opera di autore incerto, 
checché si dicano alcuni assegnandola ad un 
Tommaso Fortifiocca. Salvatore Betti, 
( Scritti vari, Firenze, Torelli, 1856, p. 173) 
dice aver fra mano un esemplare della Vita 


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100 


RASSEGNA 


[giornale di filologia 


posseduto già da Mons. Gaetano Marini pre¬ 
fetto della Vaticana e degli Archivj pontifiej, 
che vi scrisse: « L’autore di questa vita è 
Liello Petrone cittadino romano. Sta nel 
t. 69 Politic. dell’Arch. Vatic. e nel cod. Ot- 
tobon. 2655 ». D’A. 

C. 1067. Vita di S. Girolamo. Nella bi¬ 
blioteca Corsiniana alla segnatura 51. E. 53 
si conserva un bell’esemplare della edizione 
di quest’opera fatta in Messina nel 14*73, di 
cui negavasi l’esistenza; sulla data non può 
correre dubbio poiché è scritta distesamente 
in cifre romane ; con ciò cadono a vuoto tutti 
gli argomenti addotti dal Salvocozzo per dare 
a Palermo il vanto della priorità sopra Mes¬ 
sina nella introduzione della stampa. 


Questa vita fu pubblicata, insieme colle 
Epistole di S. Girolamo e colla Regola vol¬ 
garizzala da Fra Matteo di Ferrara povero 
gesuato, nella edizione fatta a Ferrara nel 1497 
per Maestro Lorenzo di Rossi da Valenza. 

Nel registrare le stampe più antiche si no¬ 
tarono due diverse ediz : oni di Venezia 1473, 
ma in realtà non ve n'ha che una sola fatta 
da Batista Cremonese regnante Nicolao Trono, 
cosi v' è una sola edizione fatta dal Petri ed 
è in data del 1475; furono pure indicate due 
edizioni fatte in Treviso nel 1480, l’una dal 
Manzolo, l’altra dal Manzolino, ma quest'ul¬ 
timo nome è certamente nulla più che un 
errore di stampa. M. 


3. Adolf Gaspaky. Die Sicilianische Dichterschule des dreieehnlen Jàhr- 
hunderts , Berlin, Weidmannsche Buchhandlung, 1878. — In 8. 0 di 
pp. 231. 


Quasi tutte le storie della nostra lettera¬ 
tura 8’aprono con la poesia siciliana, quasi 
tutte s’accordano a chiamare svevo il suo 
primo periodo: sino dal secolo XIV Dante 
aveva scritto: quicquid poetantur Itali Si¬ 
ciliani* m vocatvr, e Petrarca fra i più in¬ 
signi poeti d’amore aveva posto i Siciliani 

che far già primi e quivi eran da sezzo. 

Cosi antiche e autorevoli testimonianze ave¬ 
vano indotto spesso ad esagerare l’importanza 
storica della poesia siciliana sia in ordine al 
tempo, sia all’influenza sull'ulteriore svolgi¬ 
mento letterario della penisola; ma nuovi e 
diligenti studi hanno determinato assai me¬ 
glio il valore di quella poesia, i suoi rapporti 
con la lirica provenzale e italiana, il senso che 
deve darsi a quelle testimonianze. I risultati 
a cui era giunta la critica erano da questo 
lato sicuri: tuttavia è d’uopo riconoscere che 
fra molte pagine di sintesi lucida e talora an¬ 
che splendida, ni una storia, niuna monografia 
aveva fatto larga parte all’analisi; la scoperta 
aveva tenuto il luogo della dimostrazione, il 
consentimento quasi universale sembrava di¬ 
spensare da una piova più rigorosa. Questa 
mancanza può dirsi riempiuta dal libro del 
Sig. Gaspary nel quale si tratta assai larga¬ 


mente dell’origine e della natura dell'antica 
lirica italiana, mentre si svolse sotto l'in¬ 
fluenza provenzale, e quando potè dirsene 
libera. 

L’A. riferisce le parole di Dante non alla 
lingua dei siciliani, ma a quella maniera di 
poetare anteriore al dolce stil nuovo che 
fiorì nella corte di Federico, fossero o no si¬ 
ciliani i poeti che la seguirono; l'influenza 
provenzale ristringe all’incitamento a poetare 
e mostra come se l'Italia superiore per re¬ 
lazioni più intime e per una certa confor¬ 
mità di tendenze glottiche fu soggetta ad in¬ 
fluenza occitanica anche nella lingua, la Sicilia, 
ove era assai più difficile l’adozione della 
stessa lingua dei trovatori, si fe* centro di 
una poesia che, qualunque ne fosse il conte¬ 
nuto, si effuse in lingua italiana. Le notizie 
dei poeti di questa scuola e le attribuzioni delle 
poesie sono date quasi unicamente dai codici, 
sempre in grande scarsezza, e spesso con evi¬ 
dente contraddizione. È vero che quasi tutte 
le notizie date sin qui non hanno alcun che 
di sicuro, che molti tentativi furono fatti senza 
riuscita, molte supposizioni senza fondamento; 
ma l’A. sembra spingere tropp’oltre le esi¬ 
genze critiche su questo punto ; e se la coin¬ 
cidenza di nome, patria, tempo e qualità per- 


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ROMANZA, N.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICA 


101 


sonali noa bastassero per ammettere identità 
di persona, sarebbe impossibile di pur ten¬ 
tare la investigazione biografica e storica de¬ 
gli antichi autori. Trovandosi in due docu¬ 
menti, riferentisi incirca all'epoca stessa, men¬ 
zione di Guido delle Colonne giudice di Mes¬ 
sina, si può ben ritenere che si parli della 
stessa persona, senza supporre un figlio che 
avesse comune col padre, oltre al cognome 
e alla patria, anche il nome propri> e la di¬ 
gnità. — « Se tuttavia tali incertezze rendono 
difficile il giudizio intorno a ciascun autore 
in particolare, può dirsi che il valore poe¬ 
tico dell'antica Urica italiana è ben piccolo 
per mancanza d'originalità, d’ornamento, d af¬ 
fetto e di verità; comincia ad elevarsi in To¬ 
scana ove il sentimento politico che agita 
1’ animo si riflette nella letteratura e dove la 
poesia morale si rannoda alle reaU aspirazioni, 
ai veri interessi della vita ». 

Segue un esame accuratissimo dei rapporti 
fra la poesia provenzale e l'antica italiana, 
con copiosi e nuovi raffronti, con citazione di 
esempi raccolti da ogni parte, completati, ri¬ 
dotti a migliore lezione per giuste correzioni 
o per acuti suggerimenti. Il sentimento lirico 
vi è considerato nella sua indole intima, nelle 
sue fasi, nelle varie manifestazioni rispondenti 
alle contingenze storiche, nelle espressioni, 
nelle parole, in quel circolo d'immagini, di 
8ÌmiUtudini, di pensieri entro il quale uni¬ 
formemente s'aggira. Può bene esprimersi 
il desiderio che 1' anaUsi dell'A. si fosse estesa 
anche alia metrica, ma è d'uopo riconoscere 
che per aver egli fatto tanto non ha confe¬ 
rito il diritto di domandargli di più. 

L'amore cavalleresco che aveva brillato, 
sia pure pallidamente e d’un ultimo raggio, 
alla corte degh Svevi, non potè ardere lun¬ 
gamente nell' animo dei liberi e spigliati po¬ 
polani della Toscana, cui la vita del comune, 
opposta precisamente a quella feudale, ren¬ 
deva freddi ad ogni ispirazione della caval¬ 
leria: con Guittone d'Arezzo può dirsi spenta 
la lirica provenzale in Toscana. L'amore vi 
prende altra forma, la lirica s'ispira al sen¬ 
timento reale, alla natura, alla verità: ac¬ 
canto ai poeti che rappresentano la tran - 
sizione ì stanno quelli che cantano la vita 
nelle sue reali manifestazioni: Chiaro Davan- 
zati, Folgore da S. Gemi guano, Cene dalla 
Chitarra, Rustico di Filippo, Cecco Angiolieri : 


la stessa natura scientifica che informa la 
lirica bolognese, sebbene non sia un vero ele¬ 
mento poetico, dà pure un nuovo svolgimento 
alla poesia, l’emancipa sempre più dal pro¬ 
venzalismo. Tutto ciò è detto con profonda 
conoscenza della materia, con esposizione lu¬ 
cida e chiara, e se le conchiusioni non sono 
del tutto nuove, discendono da un esame am¬ 
pio, rigoroso, ordinato. 

Assai più ardua è la questione della an¬ 
tica lingua letteraria italiana, la quale attira 
presentemente l'attenzione di molti fra i cul¬ 
tori della filologia neo-latina. Anche questa 
è questione antichissima, e può farsi risalire 
sino al libro De vulgari eloquio di Dante; 
ma in questi ultimi tempi è entrata in una 
nuova fase, dalla quale è dato sperare che 
uscirà dilucidata assai, se non risoluta. Non 
sembra dunque che si sia giunti peranco a 
risoluzione, sebbene eminenti cultori della 
scienza abbiano poste come assodate alcune 
conchiusioui, che, potendo pure esser vere, 
non possono ancora ritenersi sicure. Chi prese 
ad esame la lingua delle poesie siciliane nel 
periodo svevo credè di trovarvi sicure tracce 
dialettali specialmente nell' alterazione di al¬ 
cune rime, e conchiuse senz' altro che la for¬ 
ma originale di quelle poesie dovesse essere 
stato il dialetto siculo, scolorato e sbiadito 
posteriormente nelle acque dell' Arno, le quali 
si sarebbero perciò stesso intorbidate un poco 
e tinte del coiore isolano. « Le poesie sici¬ 
liane — fu detto — per essere state in To¬ 
scana raccolte trascritte e divulgate certo non 
poterono serbare la natia forma idiomatica... 
il toscaneggiare il siculo doveva parere un' op¬ 
portuna ripulitura la quale non poteva sempre 
riuscire perfetta..., era facile ridurre amu- 
rusu e nuiusu in amoroso e noioso ma 
dove un poeta siculo avesse fatto rimare amu- 
rusu e usti, nutrisci e accrisci non restava 
che o sacrificare la rima ovvero lasciare due 
macchie di siculismo... e queste macchie ba¬ 
stano a farci indovinare lo stato primitivo 
delle poesie sicule ... La poesia popolare era 
più difficile a ridurre, eppure la poesia di Ciullo 
è qua e là attaccata dall'ambiente toscano, 
esempio il verso citato da Dante, il quale seb¬ 
bene un po’ travestito alia toscana ha pure 
tali connotati da nou poter serbare l'incognito; 
e d'altronde l'origine sicula del Contrasto è 
confermata dal fatto che non poche delle sue 


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102 


RASSEGNA 


[oiOBNALE DI FILOLOGIA 


rime andrebbero sciupate se alle parole ri- porre alcuna teoria espone soltanto i risultati 

manti non si attribuisse la forma sicula » (1). del suo esame dei testi. Riconosce la poca 

£ dunque da ritenere che « la veste di tutte autorità che deve darsi alle lezioni dei testi 

quelle poesie fu il dialetto siciliano modificato siciliani che ci sono pòrte dai mss. toscani, ma 

per elevarlo a maggior dignità, col proven- in mancanza d'altro, egli dice, è d’ uopo tenersi 

sale e col latino^ In seguito le poesie dialet- a ciò che si ha. Il ms. del Barbieri con le due 

tali della Sicilia presero forma toscana quando poesie scritte in dialetto è per lui di un’ au- 

nell’ ultimo ventennio del secolo XIII la cui- torità assai problematica, e difficilmente sa¬ 
tura italiana fu quasi esclusivamente cultura prebbe ammettere che un medesimo scrittore 

toscana; e in questa nuova forma le conobbe usasse poetando ora il dialetto, ora la lingua 

Dante, in questa nuova forma sono pervenute illustre. L’argomento più grave in favore 

fino- a noi » (2). del dialetto siculo è tutto nelle rime, sebbene 

Ma c la stessa cantilena di Ciullo d'Al- anche su tale argomento non manchino dubbi 

camo si scosta, secondo altri, dal vocalismo ed opposizioni. V'ha chi crede la canzone di 

siculo, e, se non fu scritta originariameute così, Ciullo scritta in Pugliese (5). e chi ammet- 

fu ben presto ridotta, per le abitudini preva- tendo 1’ esistenza di rime imperfette o sera¬ 
lenti, a quella forma che correva al tempo plicemente consonanti scuote le basi ji tutta 

di Dante. 11 vocalismo siciliano cadde in parte la teoria su la rima (6). 

giacché per un'altra parte rimase e rimane L'A. fa osservare che 1’argomento tratto 
ancora nella lingua... e dove era più con- dalle rime è concludente soltanto per quelle 

forme al latino e pareva perciò meglio acco- esclusivamente siciliane. Crede pertanto « che 

modato all'altezza lirica, fu conservato. Ri- non debba darsi alcun valore alle rime avere: 

mase il dittongo au atono tanto primitivo che morire, fidi: mercede , che trovansi in la- 

secondario, fu mantenuta la vocale breve la- copo da Lentini, se anche Guittone d'Arezzo 

tina anche accentata senza dittongamento, e ha rimato ancide: mercide, dire: tenire; 

a più forte ragione poi si mantennero quelle Ruggerone ha perisse : morisse, rrmpiacesse : 

proprietà fonetiche che erano non meno dif- avesse : sentisse ha pure Paganino da Sar- 

ftise nei dialetti peninsulari che in quelli del- zana, e volesse: venisse si trova in Iacopo 

l'isola. Tali sarebbero: la conservazione della Mostacci; a nivi per neve rispondono le voci 

vocale sottoposta all'accento grave, il perver- vice, nigri di Dante; se i siculi rimano tft- 

timento palatale dei suoni labiali in certi verbi, mura: paura, scura: dimura fa rimare 

la prevalenza data ad r nel gruppo rj, il Pannuccio del Bagno; se Guido delle Colonne 

condizionale in ia, alcuni participj in uto da scrive prtsa, anche Dante ha scritto sorpriso 

verbi in ire, etc. E il colorito parte proven- e ripriso ; ammessa la possibilità di un to- 

zale parte latino di quell' idioma spiega l’in- scano i da un lat. k, è sempre dubbio se 

fiuenea che esso esercitò anche sui poeti del- trattandosi di atone Analisi debba ridurre avire 

l'alta Italia » (3), Altri oppugna le conchiu- ad aviri o non piuttosto sospiri a sospire ». 

«ioni e gli esempi e si fa a mostrare che quei L’A. dimostra che per parlare con preci- 
fenomeni considerati come propri del siciliano fifone si deve tenere in conto l'origine della 
sono invece comuni ad altri dialetti peninsu- vocale toscana. « La rima toscana e ( lat. f ) : 
lari, o sono semplici latinismi, o spiegabili ^ OV vero o (lat. it): u può essere semplice 
per sola influenza d’analogia (4). latinismo; e (lat. » in pos.): t pos., ovvero o 

In tanta disparità d'opinioni l'egregio A. (lat. ù in pos.): «pos. possono essere effetto di 

riprende la questi >ne sin da principio, e senza tendenze contrarie ed analoghe del siculo e del 


(J) D’Ovtdio, Saggi Critici, Napoli, Morano, 1879; p. 383, 88. 

(2) Babtoli , Storia della letteratura italiana, Firenze, 1879; II, pag. 18G. 

(3) Caix, La formnaione degl’ idiomi letterarii etc. nella Awcra Antologia, voi. XXVII, pag. 295-97. 

(4) D’Ovidio, ’. c. p. 518-30. 

(5) Caix, Ancora del contrasto di Ciullo à* Alcamo nella deista Kuropea, anno VII, voi. Il, p. 647 568. 

(6) Monaci, nell» Rivista di filologia romansa, II, p. 249. 



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ROMANZA, N.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICA 


103 


toscano, dei quali il primo conserva i ed u in 
posizione, l’altro le cambia in e, o. — Re¬ 
stano adunque come fenomeni siciliani le rime 
e (lat. é): i; o (lat. 5): w, poiché le vocali 
lat. è t 5 divengono nel siculo t, u, e nel 
toscano restano inalterate. Ma anche queste 
rime « se si trovano in terminazioni verbali 
fanno pensare ad un passaggio di coniugazione 
o ad estensione analogica, se appaiono in 
poeti bolognesi o lombardi possono trarre ori¬ 
gine dal dialetto dell’ autore, se infine si tro¬ 
vano in poeti toscani è dubbio nella maggior 
parte dei casi (specialmente nel caso o: u) 
se il cambiamento debba farsi sulla base si- 
cula cioè d’o in u o non piuttosto al con¬ 
trario, in continuazione, come spiega il prof. 
Caix, di forme latiue volgari, riuscendo dif¬ 
ficile di estendere a tutti i casi l’influenza 
romagnola o bolognese ». 

Accenna anche l’A. a quella teoria per la 
quale non solo ó ed è , ma anche ò ed è ven¬ 
gono ammessi a rimare con i, u; non la 
crede impossibile tenuto conto di certa par¬ 
ticolare libertà di cui ha sempre goduto la 
rima italiana specialmente nella poesia po¬ 
polare; ma le con'rappone il fatto della fre¬ 
quenza delle correzioni introdotte proprio in 
quelle rime, da gran numero di copisti. 

Ridotto entro strettissimi termini il va¬ 
lore deirargomento tratto dalle rime in fa¬ 
vore della originaria forma dialettale delle 
poesie siciliane, l’A. mostra, come contro¬ 
prova, che se con la restituzione dialettale 
alcune rime andrebbero ad accordarsi,alcune 
altre ne andrebbero inevitabilmente perdute, 
e che ciò ha condotto ad inesattezze e a con¬ 
traddizioni quelli che si accinsero a tradurre 
in dialetto le poesie de’ siciliani. E a far que¬ 
sto mancava inoltre il punto di partenza, 
poiché dei documenti in dialetto siculo ri¬ 
tenuti del secolo XIII non è accertata l’au¬ 


tenticità o la data, e quelli sicuri sono po¬ 
steriori di tale tempo che basterebbe a fare 
ammettere, se non altro, la possibilità di 
grave alterazione e cambiamento del dialetto. 
Nelle antiche poesie una certa parte deve 
farsi al particolare idioma dell'autore, e ad 
alcune forme dialettali anche della stessa 
Toscana, le quali è indubitato che penetra¬ 
rono nella lingua comune della poesia. L’A. 
fa seguire una sommaria rassegna di tali 
forme e vocaboli, che anticamente apparvero 
in varie province, e che oggi sonoristrette 
dentro una zona minore, o sono intieramente 
sparite; fa pure un rapido esame dei rap¬ 
porti che potè avervi l’influenza occitanica, 
e conchiude « che quand’ anche non sia ne¬ 
cessario di ricorrere cosi spesso come fanno 
taluni al provenzale o al francese per spie¬ 
gare forme o parole italiane, pure quel raf¬ 
fronto è assai utile per determinare il senso 
di locuzioni che non sono più in uso,o che han¬ 
no subito un cambiamento nel significato ». 

Non tutte le conchiusioni dell’A. sono così 
perentorie e sicure da non ammettere discus¬ 
sione; ma è impossibile di negarne alcuna 
senza distruggere i fatti sopra i quali è fon¬ 
data, o senza addurne nuovi e contrari. Sa¬ 
rebbe da esaminare ogni pagina del libro, 
da vagliarne ogni esempio; ma ciò uscirebbe 
dai termini di una rassegna bibliografica, 
tanto più che dopo quel libro chiunque vorrà 
trattare la questione dell’antica lingua poetica 
d’Italia dovrà cominciare a porla sopra nuo¬ 
ve basi, e nuovamente edificare su quelle. 

È poi sommamente augurabile che su di un 
tema così difficile ed importante nuovi studi 
si succedano l’uno all’ altro e che tutti. par¬ 
tendo da un esame ampio e diligente dei testi, 
siano informati a metodo strettamente scien¬ 
tifico e a critica rigorosa come l’esempio 
ora datone dal sig. Gaspary. 

Giulio Navoke. 


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104 


BASSEGNA 


[giornale di filologia 


4. 1 novellieri italiani in prosa indicati e descritti da G. B. Passano. 
2.* edizione, Torino, Paravia, 1878. —Due volumi in 8°, I di pp. X-644, 
XI di pp. 813. 


La prima edizione di questo Catalogo ap¬ 
parve nel 1864. Era un lavoro per più ra¬ 
gioni migliore di quello del Gamba, ma non 
per tanto i suoi difetti non erano pochi, e fu 
tosto sentito il desiderio di vederlo seguito 
da una nuova edizione. A preparar questa, 
oltre le indefesse ricerche dell'A., deve aver 
contribuito non poco il bel Catalogo che il 
Papanti pubblicava qualche anno dopo della 
collezione di novelle da lui posseduta e nella 
quale egli rivelavasi non solamente un ap¬ 
passionato raccoglitore, ma ben anche un in¬ 
telligente ed erudito bibliografo. Comunque 
sia, la nuova edizione del Catalogo del Pas¬ 
sano è riuscita davvero assai « migliorata e 
notevolmente accresciuta » e così com' è fa 
onore a chi vi spese intorno tante f.liche e 
tanto tempo. Il Passano non si limita a darci 
le semplici indicazioni bibliografiche, ma ag¬ 
giunge rargomento delle novelle men note, 
qualche raffronto, e preziosi sunti delle vite 
degli autori, con osservazioni sui pregi e sui 
difetti dei loro stile e delle loro opere; onde 
scorrendolo, tu puoi quasi rifare colla mente 
tutto lo sviluppo della nostra novella, passando 
dalle 8*orie meravigliose « dei Trojani,di Fie¬ 
sole e di Roma », che narravano le vecchie¬ 
rello del dugento, alle novelle boccaccesche 
dalla forma squisitamente artistica, da que¬ 
ste alle oscene facetie del Domenichi o del¬ 
l’Aretino, che principi e prelati e dame del 
cinquecento e del seicento leggevano e rileg¬ 
gevano tanto avidamente, per arrivare da ul¬ 
timo al tempo nostro, nel quale alcuno ritenta 
le forme antiche, altri va cercando vie nuove, 
altri infine ritorna alle vecchierelle dei contadi, 
eguali ora come nel dugento, per raccogliere 
dalle loro labbra quelle fiabe e quelle storie 
medesime che 3000 anni or sono si raccon¬ 
tavano sulle rive del Gange. 

Vero è che questo sviluppo storico ed arti¬ 
stico della novella italiana si potrebbe meglio 
seguire, ed anche la semplice ricerca sarebbe 
facilitata, se il lavoro del Passano (e lo fà 
notare anche il Papanti) tosse diviso per se¬ 


coli, anziché in due sole parti corrispondenti 
ai due volumi, nella prima delle quali sono 
le edizioni dal principio della stampa fino a 
tutto il secolo XVII, nella seconda quelle dei 
secoli XVIII e XIX. Il secondo volume, oltre 
a questo difetto capitale di trovarvisi indicate, 
assieme alle moderne, preziose novelle dei 
primi secoli della nostra letteratura, che eru¬ 
diti pubblicatori con ogni cura van traendo dai 
codici e dall'oblìo, ne ha secondo noi anche 
un altro, ed è di presentarci ad ogni tratto 
delle novelle inedite di scrittori recentissimi. 
Non che non siano tutte belle ed interessanti 
e degne di veder la luce, ma non era qui il 
luogo; e a scusa non giova l'esempio del Pa¬ 
panti, tanto più che quelle publicate da lui 
nel suo Catalogo sono delle più preziose che 
vantino i primordi della nostra letteratura, 
ed egli del resto le aggiunse in Ap]>endice. 
Un catalogo, perché possa venir consultato 
senza troppa difficoltà e con profitto, deve, 
quanto più è possibile, essere anche di pic¬ 
cola mole e la omissione di queste novelle 
moderne, unita ad altri miglioramenti sugge¬ 
riti dal Papanti, come il limitarsi molto più 
che il P. non faccia nella descrizione di libri 
di pochissima importanza, il raggruppare in 
una lista concisa le Strenne gli Almanacchi 
e i Giornali del nostro secolo in cui furono 
pubblicate novelle; e infine l'omissione di di¬ 
verse osservazioni dell’A. quasi inutili od estra¬ 
nee alla materia avrebbero potuto per avven¬ 
tura permettere la riduzione dei due volumi 
ad un solo. 

I miglioramenti introdotti dal P. in que¬ 
sta 2.* edizione, e più i difetti del suo lavoro 
furono maestrevolmente fatti risaltare dal Pa¬ 
panti, le cui savie osservazioni abbiamo già 
due volte citate, in una Nota di ben 108 pp. 
(G . B. Passano e i suoi Novellieri etc. agg. 
una Novella inedita del Magalotti etc., Li¬ 
vorno, Vigo, 1878), Nota necessaria a chi 
possiede il Catalogo del Passano, perché lo 
corregge e lo completa. Il Papanti accusa 
principalmente il P. della mancanza di un 


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ROMANZA, N.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICA 


105 


concetto fisso, trovando nel suo catalogo in¬ 
dicate novelle che non sono novelle, e vice¬ 
versa esclusi libri che pur dovrebbero entrarci, 
come p. e. molti dal P. esclusi solamente 
perché d'argomento osceno!? Lo biasima 
pure per non averci sempre dato l'indicazione 
delle tirature a pajte di qualche novella. In¬ 
teressante è la disputa fra i due bibliografi 
sul vero autore della novella Belfagor, ma ci 
sembra che gli argomenti addotti dal Papanti 
iu favore del Brevio sieno validissimi. 

L’erudito livornese loda ed a ragione il 
P. per gli interessanti raffronti di novelle che 
qua e là ci diede nel suo Catalogo; mostra 
però con vari esempi che quei raffronti po¬ 
tevano venire estesi molto di più, e noi ac¬ 
cogliamo con vivo piacere la promessa ch’egli 
fa di un vasto lavoro in proposito. La sua 
interessante Nota ci dà in fine una lunga lista 
di errori in cui incorse il P., poi una di no¬ 
tizie da lui omesse, e da ultimo quella dei 
libri e delle edizioni di Novelle a lui ignote. 
A questa ultima anche noi ci permettiamo di 
dare le seguenti aggiunte. 

Sabino Nappelli e le sue imposture, No¬ 
vella di Giovampietro Beltrami; 

La Menicuccia di S. Clemente, Novella 
dello stesso. In fine ad entrambe « Anno 1841 ». 
Si leggono a pp. 76-80 e 109-121 del Flori¬ 
legio Scientifico, Storico, Letterario, del 
Tirolo Italiano; Padova, co'tipi di Angelo 
Sicca, 1856, voi. in 8°, di pag. 768, edito dai 
Roveretano I. Galvani. 

Il Capris, eccellente beffardo, è beffato 
da Nastagio tìotticelli; paga una cena, e 
dà occasione al proverbio che c a Trento : 
Qui sta 7 punto, orbo maledetto / Novella 
del cav. Lumi Bernardo de Pompeati. In fine 
« Anno 1827 ». Sta a pp. 161-169 della stessa 
opera, e anche nel volume di Novelle di que¬ 
sto autore edite nel 1827 non ignote al Passano ; 
e secondo quanto me ne scrisse gentilmente il 
signor Fr. Ambrosi ch. mo direttore dei Mu¬ 
sei e della Biblioteca civica di Trento, sta 
pure a p. 240 e seg. del voi. II delle Poesie 
scelte del Pompeati, edite dall'ab. Stoffella 
della Croce. 

Il dente e le frittelle, Novella di Vale- 
riano Vannetti; nell’op. cit. a pp. 213-218. 


Di questa novella il P. conosce una edizione 
di Milano, Vallardi, 1835. 

La compera d' uova, Novella dello stesso; 
neli'op. cit. a pp. 219-223. 

Ferdinando conte del Tirolo, Novella di 
Giustiniano degli Avancini. In fine « An¬ 
no 1825 » (e ne è nota appunto l’ediz. di que¬ 
st’ anno, Rovereto, Marchesani ) ; nell' op. cit. 
a pp. 419-448. 

Bbltrani Giovampietro, Fra Frontone, 
Novella. Trento, Marietti, 1872; in 8°, di pa¬ 
gine 15; pubblicata per nozze Montel-Covi. 

Perini Agostino, Racconti e Novelle; 
Rovereto, Stabilimento Tipografico V. Sotto¬ 
chiesa, 1875. In 8°,di pp. 672. Veramente sulla 
copertina esterna è detto « Estratti dal Rac¬ 
coglitore, Anno 1874-75-76, Rovereto 1876» 
ma anche lasciando, come fa il Papanti, dal 
notare le novelle omesse dal P. uscite in luce 
dopo il 1875, perché il Catalogo era in corso 
di stampa, lo posso fare per questo grosso 
volume dell* autore della Statistica del Tren¬ 
tino, perché queste sue novelle e racconti, che 
illustrano la storia, i costumi e le bellezze na¬ 
turali del Trentino, cominciarono, come si vede, 
ad apparire nel 1874, e d'altronde in pochi 
mesi il P. non può esser arrivato colla stampa 
della sua opera alla lettera P del II volume. 

I miracoli dell*alfabeto, racconto popo¬ 
lare di Giulia S., istitutrice. Milano, Giac. 
Agnelli, 1873. Fa parte della Biblioteca per 
il popolo; di pp. 24 in 12.° 

La vesta fa il monaco. Anti-proverbio. 
Novellina di G. C. P. Occupa le pagg. 94 
e 95 delle Prose e Versi di autori vivi e 
morti. Padova, tip. Antonelli, ded. alla con¬ 
tessa Arpalice Cittadella-Pappafava dal com¬ 
pilatore Leonardo Anseimi (Padova 1 Gen- 
najo 1855). 

Novelle Piacevoli dal Fortunato raccolte, 
per diletto di quelli, che cercano di fug¬ 
gir V otio efe allegramente viuere. Di nuovo 
con diligentia stampate & poste in luce. S. 1. 
n. a. ; 4 carte in 8°, con segnatura A 2 e con 
richiami, un esemplare se ne conserva nella 
Biblioteca Alessandrina di Roma. Le novelle 
sono quelle stesse dell’ edizione di Verona per 
Bastian dalle donne et Giovanni fratelli, s. a., 
iu 8°, descritta dal Passano. 

A. Zbnatti. 


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100 


BULLETTINO 


[giornale di filologia 


BULLETTINO BIBLIOGRAFICO 


1. Notice sur un manuscrìt de Lyon renfermant une ancienne version la¬ 
tine inèdite de trois livres du Pentateuque par Léopold Délisle. Pa¬ 
ris, Champion, 1879. 

In fol. di pp. 4, con due facsimili. — In questa breve ma succosa memoria 
il sig. D. dii conto alla Académie des Inscriptions di una scoperta che riuscirà 
graditissima a tutti coloro che si occupano di latino volgare e particolarmente 
del latino delle versioni bibliche. Trattasi di un codice o piuttosto frammento 
di codice, che si conserva nella biblioteca municipale di Lione e che, già asse¬ 
gnato al IX secolo, il D. dimostra appartenere invece al VI. Questo cimelio con¬ 
tenente una versione latina di tre libri del Pentateuco, diversa dalla Volgata e 
dall’Itala, e certamente una delle più antiche, fa parte di quel medesimo ras. 
da cui Lord Ashburnham aveva pubblicato nel 1868 P antica traduzione del Le¬ 
vitici) e dei Numeri; e la ricomposizione di questo preziosissimo codice b tutta 
dovuta alla critica penetrante e sagace dell’ insigne paleografo. Noi ci auguriamo 
che il sig. Robert, annunziato nella presente memoria come il futuro editore del 
nuovo testo, possa presto portare a compimento la sua bella impresa, che deve 
tenere in viva aspettazione non pochi studiosi. 

2. Index zn Dicz' JEtymologischem Wurtcrbuch der romanischcn Sprachcn, 
vou D. r J. U. Jàrnik. Berlin, Langenscheidt, 1878. 

In 8.° di pp. VI-237. — Il sig. J. volle supplire a un difetto, che quanti ado¬ 
perano il Dizionario Etimologico del Diez avranno spesso sentito, quello di un 
repertorio alfabetico di tutti i vocaboli che si trovano per entro quella opera 
illustrati. Il paziente lavoro del sig. J. b riuscito accuratissimo, e di questa 
utile quanto modesta fatica che completa Y ordinamento materiale del lessico 
Dieziano, dovranno essergli grati tutti gli studiosi. Peccato che quest 1 Indice si 
riferisca alla terza edizione dell’ E . W. e non alla quarta recentemente uscita 
colle giunte dello Scheler; tuttavia anche per la nuova potrà essere adoperato, 
purché si tenga conto dei rinvìi per parole senza badare agli altri per pagine. 

3. Chi fosse il preteso Citdlo d'Alcamo, di N. Caix. Firenze, Tipogr. della 
Gazz. d’Italia, 1879. 

In 8.° di pp. 24, estr. dalla Rivista Europea , 16 marzo 1879. 

4. Cielo dal catno a proposito d’ una recente pubblicazione, osservazioni 
d’ un dilettante (Adolfo Borgognoni). Firenze, Barbèra, 1879. 

In 16.° di pp. 38. — Si tratta sempre di Ciullo d’Alcamo. Il Caix non tro¬ 
vando il nome dell 1 autore nell’ unico testo antico del Contrasto e nemmeno nel 


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ftOXANXA, N.° 4] 


BIBLIOGRAFICO 


107 


relativo passo del De vulg. doq. di Dante, entra a dubitare della nota Colocciana 
onde quel nome fu cavato e cerca per altra via di determinare V autore del ce¬ 
lebre poemetto. Si volge per ciò a studiare il sistema di composizione del cod. 
Vatic. 3793 comparato con quello del Laurenz.-Rediano 9, e notando che il con¬ 
trasto si trova nel Vat. in mezzo a un gruppo di poesie che appartengono a 
Giacomino Pugliese, conclude per attribuire a costui il contrasto eziandio. Non 
tutti forse ammetterano la necessità di tale conclusione, ma conviene pur rico¬ 
noscere che anche questa volta il C. diede alla sua ricerca quell’indirizzo me¬ 
todico che distingue tutti i buoni lavori scientifici. — 11 Borgognoni poi non ac¬ 
cettando altra autorità all’infuori della nota Colocciana, vuole ristabilire su 
quella il nome dell*ignoto poeta, e la critica paleografica lo porta a cielo dal 
camo. Ma se la paleografia lo impone, la storia l’accetterà senz’ altro? Ne 
dubitiamo, almeno finché al B. non riesca di trovare, sia pure una volta sola, un 
altro Cielo, il che forse non sarà troppo facile. Comunque poi vogliasi pen¬ 
sare di ciò e ammesso che la questione debba essere studiata per ogni verso, 
non possiamo peraltro nascondere la dolorosa impressione che in noi ed in 
altri produsse il leggere la parte polemica di questo scritto. Sia il dissenso 
libero, franco, senza complimenti, e va bene; ma che lo si condisca anche di 
quei modi pungenti che s J incontrano quasi ad ogni pagina di quest’opuscolo, 
non ci pare bello nò buono, e forse l’egregio autore tornandovi sopra con calma 
non tarderà a convenirne egli stesso. 

5. Dante Forschungen , Àltes and Neues von K. Witte. Halle, Barthel, 
1869; Heilbronn, Henninger, 1879. 

Due voli, in 16. di pp. XVI-509, X-604. — L’illustre dantofilo ha riunito in 
questi due volumi la maggior parte dei suoi scritti su Dante (1824-1878), alcuni dei 
quali inediti, ed altri che andavano finora sparsi in varie Riviste o in opuscoli 
divenuti ben rari. Questi scritti sono 55, e alcuni trattano della famiglia, 
della vita, delle relazioni e degli studj di Dante; altri delle opere di lui e prin¬ 
cipalmente del testo della Commedia , della classificazione dei mss., del particolare 
valore di alcuni codici e delle edizioni più famose di essa; altri dei comentarj, 
delle traduzioni e della bibliografia, e tutt’ insieme formano quasi una enciclo¬ 
pedia dantesca, una specie di manuale ormai indispensabile per quanti vogliano 
attendere seriamente agli studj su Dante e promuoverne con efficacia l’avanza¬ 
mento. Corredano questi due preziosi volumi un ritratto dell’Alighieri secondo 
un antico disegno a penna, e una pianta topografica di Firenze alla fine del 
sec. XIII, sussidio anche questo utilissimo. Peccato che l'edizione per quanto 
nitida ed elegante, abbondi di errori tipografici, massimamente nella parte 
italiana. 

6. La vita e le opere di Giulio Cesare Croce , monografia di Olindo Guer- 
rini. Bologna, Zanichelli, 1879. 

In 8.° di pp. XIII-516. — Dopo aver brillato nella palestra dell’arte il si¬ 
gnor Guerrini ora si è volto alle non meno utili discipline della storia lettera¬ 
ria. Diamo il benvenuto al nuovo autodidatta. Egli lavora in Bologna, ove 
seppe trovare un bell’argomento pei suoi studj, il noto libretto di Bertoldo e 
Bertoldino, scritto nel sec. XVII dal Bolognese G. C. Croce, e divenuto popola- 


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108 


BULLETT1NO 


[giornale di filologia 


rÌ88Ìmo, massime fra i volghi romagnuoli. Bello il quadro che ci fa TA. dei 
tempi che produssero il Croce, copiosi i documenti e le notizie biografiche e bi¬ 
bliografiche onde arricchisce il suo volume. Ma la parte principale di questo 
consiste nella ricerca sulle origini della tradizione di Bertoldo, che il G. sagace¬ 
mente ricollega alla leggenda salomonica e ai cosidetti dialoghi di Salomone e 
Marcolfo , e per questa parte l’A. non dissimula di presentire accuse di omissioni, 
che infatti non gli mancarono, v. Nuova Antologia , 15 Genn. 1879, Zeitschrifl 
far rom. Phil. Ili, 121. Egli si difende col ricordare le condizioni delle nostre bi¬ 
blioteche pubbliche, condizioni che formano un vero ostacolo agli studj di eru¬ 
dizione in Italia. Ma se una tale considerazione vale più per Fautore che per 
il suo libro, il sig. G. può almeno rallegrarsi, e con tutta ragione, che dallo scarso 
materiale che ebbe alle mani, riuscì nonpertanto a raccogliere ciò che era più 
essenziale nella sua ricerca, e a determinarne i punti principali. Ulteriori spi¬ 
golature varranno ad arricchire, non a menomare il valore del suo libro. 

7. Documenti storici Fdbrianesi raccolti e pubblicati a cura del Can. Au¬ 
relio Zonghi Bibliotecario Comunale e custode dell’archivio storico. 
Fabriano, Tip. Sociale, 1879. 

In 8.° gr. di pp. 53 con una tavola. — Contiene i Capitoli della Fraternità 
dei Disciplinati di Fabriano , scritti verosimilmente nel sec. XIV ma conservati 
in un cod. di età meno antica; inoltre, un frammento DélV ordine delle preci f 
da altro libro di quei Disciplinati, e quattro Laude con un sonetto alla Ma¬ 
donna da mss. del sec. XIV ; tutti questi testi hanno particolare importanza per 

10 studio dell’antico dialetto di Fabriano, e sono accompagnati da una dotta 
illustrazione storica e paleografica dell’egregio editore. 

8. Lamento di Bernabò Visconti . Milauo, Bernardoui, 1878. 

In 8.° di pp. 15, estratto dal VArchivio Storico Lombardo , an. V, fase. 4.° — 

11 Lamento si compone di 49 ottave, « è contemporaneo alla prigionia di Ber¬ 
nabò » e « il più antico Lamento politico in lingua italiana di cui s’abbia no¬ 
tizia fin qui ». (Conf. D’Ancona, Poes. pop. ital., p. 66, n. 2). Il testo è 
tratto dal cod. Marciano Cl. IX, n.° CXLII degl'italiani e fu comunicato al- 
V Archivio dal prof. Rajna. 

9. Due novelle di Giovanni Sercambi. Milano, Bernandoni, 1879. 

In 8.° di pp. 16. pubbl. dal sig. Isaia Ghiron per nozze Gori-Riva. — Ledue 
novelle sono « tratte dalla Biblioteca Trivulzio.... appartengono ad un codice 
del XV secolo, in cui stanno racchiuse moli’altre che non videro la luce nella 
più ricca edizione fattane dal ch. mo prof. A. D'Ancona ». Il loro titolo è De 
lealtate , e De sapientia et vero judicio. 

10. Novelline e Canti popolari delle Marche . Fano, Pasqualis, 1878. 

Elagantissimo opuscolo in*8.° di pp. 18, dedicato dal nostro egregio amico, 
prof. Carlo Gargiolli, alle nozze Imbriani Rosnati. Le novelline sono due, FI 
fijo del Re, El fijo dell' Orco, nove i canti, e sì le une che gli altri conservano 
la schietta forma vernacola nella quale furono raccolti dal prof. Gianandrea. 


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boxanza , n .° 4 ] BIBLIOGRAFICO 109 

11. P. Torracca. Sacre rappresentazioni del Napoletano. [Napoli, 1879.] 

In 8.° di pp. 52, estr. daU’Archmo storico per le province Napolitane, an. IV, 
fsc. l.° — È una memoria i cui materiali furono tratti da una interessante col¬ 
lezione del sec. XVI, che trovasi fra i mss. della Nazionale di Napoli e che nes¬ 
suno finora aveva fatta conoscere. Avendo io esaminata qresta raccolta nel 1874, 
ne do qui la registrazione che il sig. T. forse per dimenticanza non indicò. Essa 
è XIIL D. 40. La memoria è ben fatta e da intorno all' uso delle sacre rappresen¬ 
tazioni nella provincia di Napoli dei particolari che formano un opportuno com¬ 
plemento al lavoro generale del D'Ancona sulle Origini del teatro in Italia. 
Tuttavia il soggetto è lungi dall' essere esaurito. Conosciamo alcune Laude dram¬ 
matiche provenienti dalla citta di Aquila, nelle quali si ritrova cronologicamente 
e topograficamente quasi l'anello di congiunzione fra le antichissime rappresen¬ 
tazioni dell'Umbria e i successivi esplicamenti di questo genere nelle provincie 
napolitane. Le copiammo dal codice XIII. D. 59 della Nazionale di Napoli e ci 
riserviamo di pubblicarle con altri documenti che vi stanno accanto (v. Riv. di fil . 
rom. II, 24, 114). Di altra raccolta pure interessante per questo argomento 
toccheremo in altro fascicolo. 

12. Saggi critici di Francesco D’ Ovidio. Napoli, Morano, 1879. 

In 16.° di pp. XVI-677. — Oltre a varj articoli di critica e letteratura con¬ 
temporanea, questo bel volume del nostro amico contiene altri scritti letterarj 
e filologici in parte inediti, in parte estratti da diverse Riviste e qui ristampati 
con correzioni od aggiunte. Non potendo, come pur vorremmo, discorrere lar¬ 
gamente di cotesti scritti, ne faremo almeno conoscere i titoli. Questi sono: 
« Pio Rajna e le sue Fonti deW Ariosto; — Il Pontano del Tallarigo; — Il ca¬ 
rattere, gli amori e le sventure di T. Tasso; — Due tragedie del cinquecento 
(VEdippo dell'Anguillara e il Torrismondo del Tasso); —Nota sul verso del X 
canto dell’Inferno: Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno; — Sul trattato De 
volgari eloquentia di Dante Alighieri; — La metrica della canzone secondo Dan¬ 
te ; — Lingua e dialetto ; — Della questione della nostra lingua e della questione 
di Ciullo d'Alcamo; — La lingua dei Promessi Sposi ». 

13. Un document incdit sur Laure de Sade par M. de Berluc-Perussis. 
Aix en Provence, Marino llly, 1876. 

In 8.° di 16 pp. estr. dai Mémoires de VAcademie d’Aix. — Non riuscimmo 
finora a vedere questo opuscolo e solo ne leggemmo un resoconto che ne dà il 
sig. A. Roque-Ferrier nella Revue des langues romance, 1878, pg. 293. Se¬ 
condo questo, dal documento di cui qui si parla, che è tratto da un nobiliario 
della Provenza, risulterebbe che la Laura amata dal Petrarca sarebbe stata so¬ 
rella e non moglie di Ugo de Sade. 

14. Die provcnzalische Blumenlesc der Biblioteca Chigiana. Erster nnd 
getreuer Abdruck nach dein gegeuwartig verstiiminelten Originai und 
der vollstiindigen Copie der Riccardiaua. Von Edmund Stengel. Mar- 
burg, Elwert, 1877. 

In 4.° di pp. IV-79. — È noto che il cod. L. IV. 106 della Bibl. Chigiana 
contiene, oltre ad una copiosa raccolta di poesie di Beltramo dal Bornio, un flo- 


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110 


BULLETTINO 


[giornale di filologia 


rilegio di altre poesie, parte intere e parte a frammenti, che spettano a di¬ 
versi trovatori, parecchie delle quali non si trovano che in questo canzoniere 
ed alcune erano anche inedite. Lo Stengel, inaugurandosi nell 1 Ottobre 1877 il 
suo rettorato alla Università di Marburg, pubblicava per intero quel fÌDrilegio, e 
siccome il codice presentemente e mutilo in questa parte di 10 fogli, lo S. supplì 
la lacuna coll 1 ajuto del cod. 2981 Riccardiano, che è una copia con data del 1594, 
eseguita allorché il cod. Chigiano (allora Strozziano) era tuttavia intero. L’edi¬ 
zione è diplomatica ed ò arricchita da ottimi indici di riscontro. 11 Bartsch 
nella Zeitschrifl del Gròber (li, 128) notò alcune differenze di lettura; avendo ri¬ 
scontrato quei passi in sul codice, ci riserviamo di dare in altro momento il ri¬ 
sultato della nostra collazione; ma intanto avvertiamo che tali differenze si ridu¬ 
cono a ben poche e sono lievissime. 

15. Du ròte historique de Bertrand de Boni (1175-1200) par Leon Clédat. 
Paris, Thorin, 1879. 

In 8.° di pp. 122, e3tr. dal fase. VII della Bibliothèque des ècóles franeaises d’A- 
thènes et de Rome. — Benché parecchi si sieno occupati della biografia di Beltramo 
dal Bornio, e taluni anche con lode, come il Diez ed il Laurens, nessuno aveva 
peraltro esplorato tutte le fonti che si conoscono e che possono giovare ad illu¬ 
strar la vita di quel famoso trovatore. Primo il Clédat si è servito di tutte le 
cronache contemporanee, francesi ed inglesi, e oltre a ciò attinse all 1 intero Car¬ 
tulario di Dalon, documento molto importante per questo oggetto, del quale 
conservasi una copia nella Nazionale di Parigi e che il Laurens aveva appena 
consultato qua e là. Coll’ajuto di coteste fonti e per una accurata analisi di 
tutte le poesie di Beltramo, V A. è riuscito a precisare assai meglio che non 
fosse stato fatto per V innanzi l’azione storica del trovatore di Autafort e a ri¬ 
schiarare molti punti della sua vita che finora erano rimasti nella oscurità. Nel 
tutto insieme questo studio ò assai buono per il metodo e per i risultati a cui 
giunge, e fa onore al novello catedratico di Lione, come a.\l'École des chartes 
di cui il Clédat ò antico allievo. V. Rassegna settimanale , voi. IV, n.° 79. 

16. Bertran de Born , sein Leben und seine WerJce, rait Amnerkungen und 
Glossar herausgegebeu von Albert Stimming. Halle, Niemeyer, 1879. 

Iu 8.° di pp. VI-370. — Mentre il Clédat pubblicava in Francia il lavoro so¬ 
pra annunciato, altro lavoro usciva in Germania sullo stesso trovatore per opera 
di A. Stimmig, nome già favorevolmente conosciuto fra i cultori della filologia 
neolatina. Il Clédat ha studiato soltanto la biografia di Bertrando, lo Stimming 
alla biografia ha aggiunto una edizione critica delle opere poetiche di lui, e que¬ 
sta si può dire che sia la parte principale del suo volume. Per la biografia lo 
S. non attinse direttamente al Cartulario di Dalon, ma invece si servì del Lau¬ 
rens, al quale poi spesso sembra accordare fede più che non ne meriti, onde iu 
questa parte il libro dello S. riesce inferiore a quello del C. Già però notammo 
che l’obbjetto principale dello S. fu di dare un testo critico delle numerose e 
importanti poesie (per la maggior parte storiche e politiche) di Beltramo, e bi¬ 
sogna riconoscere che in quest’opera faticosa e ardua egli si ò acquistato un 
merito eccellente. Si potrà discutere sulla preferenza data ad una o ad altra 
variante, si potrà dubitare della giustezza di qualche interpretazione, si potrà 


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ROMANZA, H.° 4 ] 


BIBLIOGRAFICO 


111 


ancora modificare questa o quella classificazione dei m98. (v. per ora Clédat nella 
Romania n.° 30); ma, a parte ciò che in simili lavori vi è necessariamente di 
soggettivo e che come tale non potrà mai essere sicuro da dissensi e da opposti 
giudizj, resta sempre allo S. il merito di avere per la prima volta raccolto tutto 
T abbondante e complicato materiale critico e di averlo messo in azione con me¬ 
todo rigoroso e veramente scientifico, il che gli permise in passi difficilissimi di 
giungere talvolta a restituzioni che sono davvero felici, come, per esempio, nel 
n.° 24 (Non puosc mudar). Questa bella edizione è arricchita di ottime anno¬ 
tazioni e di un glossario che ci pare molto accurato. Diedero conto di questo 
libro Stengel nella Jtnaer Literaturzeitung, 1879, n. 25; Clédat nella Bevue cri- 
tique , 1879, n.° 26. La Romania (n.° 31 nella Cronaca) lo riconosce anch’ essa per 
« una importante pubblicazione ». 

17. Las ntocedades del Cid de D. Guittcm de Castro. Reimpresion con¬ 
forme a la edicion originai publicada en Valencia, 1621. Bonn, 
Weber, 1878. 

In 8.° picc. di pp. VIII-214. — Tre edizioni moderne si possedevano di queste 
due belle commedie del De Castro sul Cid, ma nessuna abbastanza accessibile agli 
studiosi né abbastanza conforme all 1 originale. Per ovviare al bisogno nei suoi 
corsi accademici il prof. W. Foerster della Università di Bonn ha curata questa 
ristampa, per la quale, non avendo potuto adoperare l’autografo del De Castro, 
prese a base la edizione principe (Valenza, 1621), secondo una copia fornitagli 
da un suo allivo di su l’esemplare che si conserva a Vienna. La nuova edi¬ 
zione riproduce dunque l’antica, tranne che negli errori di stampa e nella con¬ 
fusione delle strofe, e in pochi altri passi che sono a suo luogo indicati e giu¬ 
stificati. La stampa è accurata quanto elegante, e oltre la tiratura in carta 
comune a prezzo mitissimo, ne furono tirati altri esemplari su carta distinta ed 
in formato più grande, con inquadratura della giustificazione in rosso, che fa¬ 
ranno la delizia dei bibliofili. Un resoconto del Morel-Fatio è nella Revue 
critique, 1879, n.° 15; un altro se ne legge nella Zeìtschrift del Gròber, III, 
131 (Lemcke). 

18. Ueber Calderons Sibylle des Orients . Festrede gehalten in der offentli- 
chen Sitzuug der k.ÀkademiederWissenschaften zuMunchenzurFeier 
ihres einhundert und zwanzigsten Stiftungstages am 28 Marz 1879, 
von Wilhelm Meyer aus Speyer. Miinchen, 1879. 

In 4.° di pp. 28. — Dopo alcune considerazioni generali sulla importanza degli 
studj che riguardano il medio evo, l’A. si volge a dimostrare come il Calderon 
nel suo Auto El Arbor del mejor fruto si sia servito della leggenda del legno 
della croce in quella forma in cui l'ebbe trovata nel libro del gesuita Pineda 
intorno a Salomone, fatto a cui il Mussafia nel suo bel lavoro su quella leggenda 
aveva soltanto accennato. Mostra quindi probabile che il poeta spagnuolo nel¬ 
l’altro suo dramma La Sibila del Orient y gran Reina Saba — che l’A. non 
dubita di ascrivere al Calderon medesimo, — abbia messa a suo profitto la stessa 
opera del Pineda solo dando all’ azione la forma drammatica. Come tutti i lavori 
del giovane erudito di Spira anche questo si distingue per copia di dottrina, e 
per fino intuito critico. 


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BULLETT1N0 


[giornale di filologia 


19. L’Espagne au XVI' et au XVII siede, documenta historiques et 
litteraires publiés et annotés par Alfred Morel-Fatio. Heilbronn, 
Henninger, 1878. 

In 8.° di pp. XI-698. — Tutti i documenti qui pubblicati sono importanti e 
conferiscono a meglio chiarire o anche a correggere qualche punto della storia 
spagnuola, ma due soli hanno particolare interesse per la storia letteraria. Questi 
sono : 1 ) Cancionero generai de obras nuo vas basta aora impressas assi por éU 
arte espahola corno por la toscana ; 2 ) Accademia de burla que se hizo en buen 
retiro a la magestad de Philipo quarto el grand , ano de 1637 . Del primo di 
questi documenti aveva già rilevato il valore e datane una descrizione F. Wolf 
nella memoria letta all’Accademia di Vienna che ha per titolo: Ein Beitrag 
zur Bibliographie der Cancioneros und zur Geschichte der Spanischen Kunstlyrik 
am Hofe Kaiser KarVs V (Sitzungsberichte 1 1853, X, 153-204). Il M.-F. l’ha 
tutto ristampato secondo l’unico esemplare che se ne conosce nella biblioteca 
ducale di Wolfenbiittel, sfuggito alla distruzione della intera edizione, e l'ha 
accompagnato con una dotta prefazione e con copiose note e varianti. Il secondo 
« è un episodio delle feste straordinarie celebrate a Madrid dal 15 al 25 feb¬ 
braio 1637, in occasione del voto degli elettori deir Impero riuniti a Ratisbona, 
che conferiva la dignità di re dei Romani al re di Ungheria più tardi impera¬ 
tore sotto il nome di Ferdinando III ». Si tratta, come osserva l’editore, di 
composizioni improvvisate dove non si cercava che di cogliere il lato comico dei 
soggetti, di svolgerlo con spirito e con grazia, evitando le volgarità e le scor¬ 
rezioni di lingua e di verseggiatura; e se non vi ai ritrova l’arte e lo stile gran¬ 
dioso del seicento, vi s’incontrano peraltro dei componimenti ben condotti e 
piacevoli a leggersi sì per la forma che pel contenuto. « Cette Académie — con¬ 
clude il M. F. — est une piagenterie, parfois un tant soit peu risquée, mais qu’on 
doit lire et comprendre comme telle, sana y attacher plus d'importance qu’elle 
n’en mérite pour le fond des idées ». Anche questo testo ha una buona intro¬ 
duzione e abbondanti note illustrative. 

20. Dos cdtfranzósische Rolandslied. Genauer Abdruck der Oxforder Hs. 
Digby 23 besorgt von Edmund Stengel. Heilbronn, Henninger, 1878. 

In 8.° di pp. XI-143. — Questa nuova edizione della Chanson de Boland ri¬ 
produce fedelmente, pagina per pagina, abbreviatura per abbreviatura, il più 
importante dei mss. di quel poema, che è conservato nella Bodleiana di Oxford. 
Sottostanno al testo brevi note che offrono succinto avvertenze paleografiche o 
che fanno conoscere le differenze di lezione e gli emendamenti critici introdotti 
nelle edizioni precedenti, e il volume ò accompagnato da un fac-simile fotografico 
di due pagine del codice medesimo. Questo fac-simile dà anche saggio della 
riproduzione fotografica che lo Stengel medesimo testé pubblicava a sue spese 
dell’ intero codice, col titolo Photographische Wiedergabe der Hs. Digby 23 
(Chanson de Boland) mit Genchmignng der Curatoren der bodleyschen Btblio- 
thck zu Oxford , veranstaltet von D. r Edm. Stenoel. Heilbronn, Henninger, 1878; 
riproduzione che non meno della edizione qui annunziata, sarà utilissima prin¬ 
cipalmente per le esercitazioni scolastiche dei corsi superiori. A tale scopo i 
fogli della fotografia sono stati messi in vendita anche separatamente. 


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ROMANZA N.° 4] 


BIBLIOGRAFICO 


113 


21. Le Mystère de la Passion dìArrnul Gréban, publié d’après les mss. 
de Paris, avec une introduction et un glossaire par Gaston Paris et 
Gaston Raynaud. Paris, Yieweg, 1878. 

In 8.° gr. di pp. LII-474. — Il Mistero della Passione di A. Qreban era finora 
conosciuto soltanto per un rifacimento di Jean Michel dell'anno I486, rifacimento 
che aveva talmente trasformato l'originale del Greban, da farlo parere quasi 
una composizione novella. Il Paris e il Raynaud ci dànno per la prima volta 
la forma genuina di questo dramma (composto di 34,574 versi), che può dirsi 
uno dei principali monumenti in cui esplicossi e poi si chiuse il mistero francese 
della età media. L'edizione, opera di molta fatica, si fonda principalmente sul- 
1' 816 dei codd. fr. della Nazionale di Parigi, che fu scritto nel 1473, circa 23 anni 
dopo la composizione del dramma, e attinge le correzioni da altri due mss. meno 
antichi che rappresentano la lezione più diffusa e derivano probabilmente dalla 
redazione del testo fatta da Simone, fratello di Arnoul, dopo la morte di questo 
avvenuta nel 1470. Utili materiali per l'edizione si sarebbero potuti raccogliere 
anche dal cod. Corsiniano giù segnalato dallo Stengel (Riv. di fdól. rom. Il, 128), 
e fatto meglio conoscere dopo questa pubblicazione dal Tobler ( Zeitschrift f. 
rom. PhiL II, 589) ; ma gli editori pur riconoscendo l'utilità di estendere l'esame 
anche ai mss. che trovansi fuori di Parigi, furono costretti dal soverchiare del 
lavoro a chiudersi entro limiti più angusti e ciò, giova notarlo, non ha loro 
impedito di dare un testo soddisfacente e abbastanza corretto. Un ottimo glos¬ 
sario chiude il volume, che d'ora innanzi sarà spesso sfogliato da quanti studiano 
l'antico francese, ed ò quasi superfluo l'aggiungere che l'introduzione sì nella 
parte biografica oome nella letteraria compie degnamente questo volume che è 
riuscito quale potevasi aspettare da due editori sì distinti. 

Recensioni ed appunti particolari leggemmo nella Revue dee lavgues roma- 
ncs, 1879, p. 135 (Chabaneau); Jenaer Literaturzeitung , 1879, n.° 2 (Stengel); 
Literar. Centralblatt , 1879, n.° 3. 

22. Aucassin et Nicolette , chantefable du XII® siècle traduite par A. Bida, 
revision du texte originai et préface par Gaston Paris. Paris, Ha- 
chette, 1878. 

In 4.° di pp. XXXI-104, con nove acque-forti. 

23. Aucassin und Nicolete neu nach der Handschrift mit Paradigmen 
und Glossar von Hermann Suchier. Paderbon, Schoningh, 1878. 

In 8.° di pp. VIII-116. — Le due edizioni qui sopra annunciate hanne intenti 
affatto diversi. La francese, pur cercando di ridare al testo una forma corretta, 
arricchì questo di una traduzione e di una prefazione che permetteranno anche ai 
non eruditi di gustare questa graziosissima novella, e l'elegante volume è princi¬ 
palmente destinato a costoro. La tedesca invece ha fatto dell* Aucassin un libro 
esclusivameute scolastico, e sotto questo riguardo il Paris stesso, che gli dedicava 
un bell'articolo nella Romania, n.° 30, riconosce che l'edizione risponde perfet¬ 
tamente al suo scopo, e non dubita che avrà quella riuscita a cui mira. Il testo 
è restituito criticamente solo in quanto al senso e alla espressione, non in quanto 
alla forma dialettale. Corredano il testo: 1) una tavola delle abbreviature ado¬ 
perate nell'unico ms. ove si trova VAucassin, colla giustificazione del loro scio- 

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BULLETTINO 


[giornale di filologia 


glimento: 2) alcune noie esplicative del tetto e delle congetture; 3) uno studio 
accuratissimo sul dialetto del poema; 4) i paradigmi grammaticali; 5) un glos¬ 
sario di tutte le voci che occorrono nel componimento. Malgrado appunti par¬ 
ticolari, i critici più competenti sono concordi nel lodare il libro e riconoscono 
che le ricerche dell’A. esposte nel § 3 spesso estendono ed approfondiscono la 
conoscenza dell* antico francese. — Oltre il citato articolo della Romania , v. 
Literartiches Centralblatl, 1879, n.° 18; Jcaner Literatureeitung , 1879, n.° 11 
(Stengel); Zeitschrift far rom. Phil . Il, 624 (Tobler). 

24. Die nordische uni die englische Version der Tristan-Sage. Herausge- 
geben von Eugen Kolbing. Erster Theil : Tristrams Saga ók Isondar . 
Heilbronn, Henninger, 1878. 

In 8.° di pp. CXLVIII-224. — È noto come i paesi scandinavi e tedeschi du¬ 
rante il medio evo accolsero con molto favore e si assimilarono una parte non 
piccola delle tradizioni epiche della Francia ; onde avviene ohe per parecchie di 
tali tradizioni, i cui originali francesi andarono perduti, la storia letteraria at¬ 
tingendo alle versioni nordiche possa sovente ricolmare fino a un certo punto le 
sue lacune. Una di queste tradizioni su cui vediamo ora dirigersi l’attenzione 
degli studiosi, è la Saga di Tristano, saga della quale si ritrovano tre versioni 
nella letteratura inglese, nella islandese e nella tedesca, e alcuni frammenti di 
una quarta, attribuita ad un certo Thomas, nella francese. . Il Koelbing, distinto 
cultore della filologia germanica e neolatina, ha preso a pubblicare le versioni 
islandese ed inglese di cotesta saga (essendo giù a stampa la tedesca che è il 
Trtitano di Gottfried di Strasburgo, e in via di pubblicazione i frammenti della 
francese) e a quelle versioni pose innanzi una elaboratissima prefazione, dove 
sono accuratamente e largamente studiate le diverse relazioni che intercedono 
fra le quattro versioni anzidette. Risultato di tale studio è che la versione 
fraucese deve aver servito (li fondamento alle altre tre, e che mentre la islan¬ 
dese (scritta nel 1226 da un chierico di nome Roberto per impulso del re Hakon 
il vecchio) ci rappresenta più completamente e fedelmente il poema di Thomas, 
la tedesca poi è quella che maggiormente se ne allontana, senza guadagnare per 
questo in originalità: onde il valore poetico del celebre minnesingero di Stras¬ 
burgo resta ornai considerevolmente attenuato. Il volume pubblicato testé, oltre 
la detta prefazione, contiene il testo islandese della saga accompagnato da 
una traduzione tedesca e da abbondanti note filologiche. Recensioni di questo 
libro possono leggersi nella Romania , n.° 30 (Vetter); nella Jenaer Litera- 
turzeitung, 1879, n.° 25 (LOschhorn); nel Literar. Centralblatt, 1879, n.° 23; Revue 
critique , 1879, art. 90 (Vetter). Qui poi cade in acconcio di ricordare la interes¬ 
sante nota di G. Paris su Breri , fonte di Thomas, inserita nella Romania, n.° 31, 
p. 425 e ss. 


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ROMANZA, N.° 4] 


115 


PERIODICI 


1. Archivio glottologico italiano, III, 
punt. 3. — U. A. Cartello, Oli allòtropi ita¬ 
liani. — G. P. Hasdeu, Le type syntactique 
« homo-ille ille-bonus » et sa parentèle. — 
G. I. Ascoli , Varia: Le doppie figure neo- 
latine del tipo « briaco imbriaco»; — brillo, 
brio, brillare; — ascia ascula; iscla Ischia; 
Peschio; — ancora di pesclo, Pescbio; — 
hisca spago.; — g^raa; — Zara,Troyesecc.— 
ancora del tipo « vime vimine »; — ancora 
del participio in -ésto; — Il testo istriano 
del Salviati. — Indici del volume. 

2. Romania, n.° 28. — A. Morel-Fatio, 
E1 Libro de Exemplos por a, b, c de Cli- 
mente Sanchez. — E. Cosquin, Contes po- 
pulaires lorrains. — Mélanges: J. Cornii, 
Mien = meum. — L. Havet , Coutume, enclu- 
me. — P. Af, Antz en langue d’oc. — J. 
Comu, Etyraologies espagnoles: burdo, di- 
zer. — G. Raynaud, Le dit de Jehan le Ri- 
golé. — E. Rolland, ti «igne d’interroga- 
tion. — Correction: A. Lùttge, Sur la Vie 
de Saint Jehan buoche d'or. — Comptes-ren- 
dus. — Périodiques ( pp. 625-7, resoconto del 
n.° 2 del Giornale; nota sull’origine di Sir¬ 
ventese e osservazioni sull’art. Di un poe¬ 
ma inedito di Carlo Martello e di Ugo conte 
d’Alvernia. — Il resoconto del n.° 1 è nel 
fase. 27 ). — Chronique. 

— N.°29.— A. Longnon, L’élément histo- 
rique de Huon de Bordeaux. — J. Ulrich, 
Miracles de Notre Dame en provenga!. — 
G. Paris , Lais inédits: Tyolet, Gningamor, 
Doon, le Lecheor, Tydorel. — A. Stickney , 
Chansons frangaises tirées d'un ms. de Flo¬ 
rence (Strozzi-Magliab. CLVII,n.° 1040).— 
Mélanges: L. Havet, L’italien anche, le fran¬ 
cai» ancore. — G. P., Diner. — G . Raynaud, 
Rigot; à tire-larigot — à tire le rigot.— 
Ch. Joret, Non' et on.— G. Raynaud, Un 
testament marseillais en 1316. — P. A#., Un 
ms. du XV e siècie de la cronique de Dino 
Compagni. — C. Chabaneau, I final non 


étymologique en langue d'oc. — J. Bauquier , 
Changement de ts final en cs et tch. — R . 
Koehler, L'àrae en gage. — V. Smith, 
Chants populaires du Velay et du Forez: 
fragments de bestiaires ebantés. — Cor- 
rections: C. Chabaneau, Marcabrus: Pax 
in nomine Domini; Cercamon: Car vey fe- 
nir a tot dia. — Comptes-rendus. — Périodi¬ 
ques. — Chronique. 

— N.° 30. — H. D'Arbois de Jubain - 
ville, Dea rapporta de la versification du 
vieil irlandais avec la versification romane.— 
P. Meyer , L'imp&rfait du subjonctif en es 
( provenni ). — G. Paris, La vie de Saint 
Alexi en vers octosyllabiqaes. — P. Meyer, 
Traités catalane de grammaire et de poéti- 
tique ; Terramagnino de Pise. — Af. Cohendy 
& A. Thomas, Strophes au Saint Esprit, 
suivies des statuts d'une confrérie du saint 
Esprit, en dialecte auvergnat. — U. Camoy , 
Contes, petites légendes, croyances popu¬ 
laires, coutumes, formulettes, jeux d’enfants, 
recueillis à Warloy-Baillon (Somme) ou A 
Mailly. — Mélanges: J. Ulrich, Étymologies: 
amone8tar, carestia, des ver. — G. P., San- 
cier, essancier. — G. P ., Un fragment in- 
connu. — L. Clédat, Le sirventes Bem piai 
lo gai8 temps de pascor. — Comptes-ren¬ 
dus. — Périodiques. — Cronique. 

3. Rbvue des langues romanes, Deux. 6 
Serie, a. 1878, n. 1 5-6. — C . Chabaneau, Es¬ 
sai d'une traduction catalane de la Légende 
dorée. — P. Preda , Trois poésies milanaises 
de Carlo Porta..— V. Smith, Un Alleluia 
pascal en Velay. — J. SanURémy, Pouesias 
dioisas de Gusté Boueissier. — A. Gasier, 
Lettres à Grégoire sur les patois de Fran- 
ce. — B. Alecsandri, Cantul gintei latine.— 
Matheu y Fornells, Lo cant del Llati.— 
F. Mistruì, A la ra^o latino. — M. Ut L> Goi- 
rand, Calabrun. — Th. Aubanel , Limo pie¬ 
no. — C. Laforgue, La Boumiano. — M. m * 
L. de Ricard r A la mar latina. — .4. Roux, 


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116 


PERIODICI 


[giornale di filologia 


A Mount-peliè. — L. Roumieux, Lou firanle 
de las Trelhas. — Ch. Grog, L'Autouna.— 
Bibliographie.— Périodiques. — Chronique. 

— N. ! 7-8-9. — C , Chabaneau, Noél lan- 
guedocien inédit. — Af. Rivière , Notes sur 
le langage de St-Maurice-de-l’Exil. Mou dera 
coucod. — A. Roque-Ferrier , Un fragment 
de poème en langage de Bessan. — J. Saint- 
Rémy, Poueisias dioisas de Gusté Boueis- 
sier. — A. Gazier, Lettres à Grégoire sur 
les patois de France. — A. Montel & L. Lam¬ 
bert, Chants populaires du Languedoc. — 
Fiat, Maucor. — G. Bonaparte-Wyse, Lou 
Diéu vivent. — L Roumieux, A Ni$o. — 
A. Foures, La Semenairo de milh. — Af. 1 *® 
L, Goirand, Vespro d’estiéu.— V. Lieu- 
taud, Marius. — L. Roumieux, Poulimnìo. — 
Bibliographie. — Périodiques. — S. Leotard , 
Bulletin bibliographique de la langue d'oc 
pendant l'année 1875. Le parage 

a Maguelone. — A. de Quintana y Combis, 
I)iscour8 prononcé à l'ouverture de la seance 
du Chant du Latin le 25 mai. — Chronique. — 
Errata. 

—N.° 10.— C. Chabaneau ,Une inscription 
provengale du XVI e siècle.— C. Chabaneau , 
Noèl périgourdin. — Martin , Un sonnet de 
Ranchin traduit en provenni et en langue- 
docien. — A. Gazier , Lettres à Grégoire sur 
les patois de France. — Af. Rivière, Un 
conte dauphi nois sur le Loup et le Renard. — 
Poésies: L. Roumieux, Urous Naufrage.— 
C.Laforgue, L’Iver.— G. Bonaparte Wyse, 
A Clement Fanot. — A, Chastanet, Moussu 
Chasaud. — A. Galtier, L9 Pintaire. — A. 
Fourès, Les Nouiès.— Bibliographie. — Pó- 
riodiques. — Chronique. — Errata. 

— N.» 11-12. — A. Btucherie, L’ensei- 
gnement de la philologie romane en France 
(L9$on d’ouverture de? Conferences de phi¬ 
lologie romane à la Facultó de lettres de 
Montpellier). — J. Bauquier, Étude sur 
quelques pronoms proven^aux. — Poésies: 
V. Smith, Le Moine, chanson de Velay.— 
C. Laforgue, La Naturo. — A. Fourès, 
Atos. — G. Bonaparte Wyse , Lou Calignai- 
re. — J. Gaussinel, Sa maire l’es vengut 
cercà. — G. Bonaparte Wyse, A prepaus de 
la mori di dous cri-cri de Madamisello Er- 
nestino de Boruier. — J. Roux, Gondoval.— 
Bibliographie. — Périodiques. —* * * , Le 
Parage à Maguelone. — Chronique. 


— A. 1879, n.* 1-3. — Affre, Documenls 
sur le langage de Rodez et le langage de 
Milhau du XII® au XVI® siècle. — Balaguer 
y Merino, Ordinacions y bans del Comtat 
d'Empurias. — F. Castets, Dante philolo- 
gue. — A. Gazier, Lettres à Grégoire sur 
les patois de France. — J. Saint-Rémy, 
Poueisias dioisas de Gusté Boueissier. — 

F. Vincent, Le Pitit tro de jau. — Poésies: 

G. Azaìs, La Roso de Margarido. — Th. 
Aubanel, La fio de Bornier. — A. Foures, 
Le coumpousitou. — G. Azais, Uno meno 
de sauvages que trevo pas lous bosques.— 
A. Fourès, A Leucado. — A. Careta y Vi • 
dal, La can$o del rat penat. — C. Gros, La 
maire e l'enfant. — Bibliographie.—Pério¬ 
diques. — Chronique. — Rectification. 

— N.* 4-6. — C. Chabaneau , La langue 
et la litterature proven^ales ( Le$on d'ouver¬ 
ture du Cours de langue romane à la Fa- 
culté de lettres de Montpellier). — Balaguer 
y Merino, Ordinacions y bans del Comtat 
d’Empurias.— A. Gazier , Lettres à Grégoire 
sur les patois de France. — P. Fesquet, 
Le provenni de Nimes et le languedocien 
de Colognac comparés. — Poésies: A. Lan- 
glade , Lou las d’amour. — Af. Rivière, Lou 
tems delle vandame.— C. Malignon, Listel¬ 
lo dou Felibrige. — L. Goirand, Mort d’uno 
iroundella. — A. Amavielle, Tabo! — T. Au¬ 
banel, Lacrymae florum.—Bibliographie. — 
Périodiques. — A. R. F ., Deux imitations 
d’un sonnet de Fizes. — Chronique. 

4. Zeitschrift pur romanische Philo- 
logib, II, 3. — Af. Gaster, Zur rum&nischen 
Lautgeschichte : Die Gutturalen. — A. Tobler, 
Vermischte Beitràge zurGrammatikdesFran- 
zòsischen. — F. Perle , Die negation in Altfran- 
zòsischen. — P. Rajna, Il cantare dei cantari 
e il serventese del maestro di tutte l'arti.— 
Th. Auracher , Der Brandan der Arsenalhand- 
schrift B L F 283. — Miscelili : K. Bartsch > 
Weiteres Vorkoramendes elfsilbigen Verses.— 
G. Gróber, Franz, ausi, f = Dentai. — P. 
Foerster, Zu C. Michaèlis: Romanische 
Wortschòpfung. — Recensionen und Anzeigen 
(pp. 501-3 resoconto e note del Gròber sul 
n.° 1 del Giornale). — Diez-Stiftung. 

— N.° 4. — A. von Flugi , Die ladinischen 
Dramen dee 16 Jahrhunderts. — 0. TJlbrich , 
Ueber die vocalisirten consonai!tea des Alt- 


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ROMANZA, N.° 4 ] 


PERIODICI 


117 


franzósiachen. — A. Tobler, Verraischte Bei- 
tràge zur Orammatik dea Franzosischen. — 
E. Geasner, Alfranzoaiaches si — bia, bevor. — 
Miacellen: E. Stengel , Die wiederaufgefun- 
deae Quelle voa Raimoa Ferauta proveuza- 
liachem Oedicht auf den heil. Honorat und 
der 1501 gedruckten lat. Vita S. Honorati. — 
IL VoUmóller , Zur Bibliographie der Roman- 
ceroa. — B. Dinter, Altfranzòsisches Liebea- 
lied. — A. Tobler, Die CorsinTsche Hand- 
schrift dea My etère de la Pasaion. — J. Baur, 
Franz, aller; churw. goragnia, giaragia. — 
G. Gróber, Gli, egli, ogni. — Recenaionen 
und Anzeigen (pp. 629-35, articolo di H . J. 
Bidermann sulla memoria del Malfatti, Degli 
idiomi parlati nel Trentino, Giornale n.° 2, 
sulla quale ▼. anche la Romania, n.° 28 pag. 627). 
K. Merwart, W. Foerster ì E. Stengel , Er- 
clàrung. — I. Neumann , Register. 


— Supplementheft II.—Bibliographie 1877. 

— Ili, l.° — A. Morel-Fatio, Vicente No- 
guera et aon Discours sur la langue et lea 
auteura d’Eapagne. — G. Gróber , C. von Le - 
binacki , Collation der Berner Liederhand- 
achrifl 389. — F. A. Coélho , Romances popu- 
larea e rimas infantis portuguezaa.—Miscellen : 
R. Koehler, La fabula del Pistello da Taglia¬ 
ta. — K. Bartsch , Aua einem alten Hhnd- 
schriften Katalogue. — K. Vollmoller , Mit- 
theilungen aua spanischen Handschriften, — 
G. Baist, Zu Blanquerna. — A. Tobler , Ro- 
raaniache Etymologien. — W. Foerater., Die 
altfranzd8Ì8cheu Participia Perfecti auf eit 
(-oit).—Recenaionen und Anzeigen (pp. 158-9, 
nota del Tobler aulT art. del Caix pubblicato 
nel n.° 1, pp. 43 e ss. del Giornale). — Diez- 
Stiftung. 


8 * 


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118 


[oiOB5AL£ DI FILOLOGIA 


NOTIZIE 


L'insejgmmento della filologia neolatina ha ottenuto nuove catedre in Francia. Dopo 
che a Parigi, altre ne furono istituite ad Aix, Bordeaux, Lione, Tolosa e provvedute colle 
hoihine dei proff. Joret, Luchaire, Clédat e Couture, e due finalmente ne fondava il Go¬ 
verno a Montpellier centro del movimento letterario delle prthrincie meridionali, chiamando 
ad occuparle i proff. Chabaneau e Boucherie. A compimento poi di questa notixia aggiun¬ 
geremo che il Ministro della istruzione pubblica, affinché la sua istituzione non riuscisse 
illusoria, assegnava subito alla Facoltà di Montpellier un fondo Straordinario di sei mila 
franchi per fornire la biblioteca dei libri necessari al nuovo insegnatnento. Auguriamoci 
che quest'esempio non rimanga del tutto sterile in Italia, dove le catedre abbondano, ma 
lè biblioteche. 

11 profi W, Foerster ha pubblicato nel fase. XIII dei Romanésche Studien un testo che 
per la sua antichità ed estensione occuperà un bel posto nella serie monumentale dei ver¬ 
nacoli italiani. Questo testo consistè in una raccòlta di ventidue sermoni scritti in un dia¬ 
letto gallo-italico, e il ms. che ce li ha conservati è del sec. XII. Esso trovasi nella Bi¬ 
blioteca di Torino. Di un'epoca cosi remota non si conoscevano finora se non poche carte 
e qualche altro brevissimo frammento; onde la pubblicazione del Foerster, non fosse che 
per questo riguardo, porta alla nostra storia letteraria un considerevole arricchimento.— 
Un altro testo italiano, minore per mole ma anche più venerando forse per antichità, fu 
ritrovato nella Bibl. Valliceliiaoa dal D. r G. Loewe e communicato al prof. Flechia, il quale 
presto lo pubblicherà nell’ Archivio dell' Ascoli. 

Dalla Romania , n.° 28, p. 631, apprendiamo che il D. r Ive ha trovato nella Biblio¬ 
teca Nazionale di Parigi un ms. del Libro di Fioravante in din letto napolitano. — Di un 
altro pregevole trovamento si è debitori al prof. Putelli, il quello nella biblioteca Vesco¬ 
vile di Udine rinvenne un antico codice contenente fra altre cose una nuova redazione ve¬ 
neta di quella stessa branca del Renart che pubblicò il Teza, e un secondo ms. del poema 
di fra Giacomino da Verona, De Jerusalem celesti et de Babilonia infernali . 11 prof. Pu¬ 
telli farà conoscere questi testi nei prossimi fascicoli del Giornale . 

P. Meyer ha pubblicato il secondo ed ultimo volume della sua bella edizione del poema 
sulla crociata contro gli Albigesi. — Dal Seminario filologico di Marburg abbiamo rice¬ 
vuto diverse dissertazioni per laurea e ne daremo conto nel prossimo bullettino. 

Il prof. Caix pubblicherà quanto prima un volume Sulle origini della lingua poetica ita¬ 
liana. —Nel venturo novembre uscirà il voi. II delle Comunicazioni dalle Biblioteche con¬ 
tenente le inedite del Canzoniere portoghese Colocci-Brancuti. — Sono annuoziate come in 
corso di stampa: una Chrcstomathie catalane pel Morel-Fatio; il Poema del Cid rive¬ 
duto sul ms. a cura del Vollmóller; Ein spantsches Steinbuch per lo stesso; una tra¬ 
duzione con comentario del Girart de Roussillon per P. Meyer, la quale sarà seguita da 
una edizione critica dell'istesso poema; una edizione diplomatica dei mss. di Parigi, Lione, 
Cambridge, Chàteauroux e Venezia (VII) della Chanson de Roland a cura di W. Foerster; 
una ristampa delle Vies dee plus célebres et anciens pòetes provengati# con note stori¬ 
che e critiche dello Chabaneau; il seguito della Biblioteca delle tradizioni popolari si¬ 
ciliane del Pitrè. Questo seguito, composto di altri otto volumi, conterrà: voli. VIII-X, 
Proverbj siciliani raccolti e messi in raffronto con quelli degli altri dialetti d'Italia, con 
discorso preliminare, Saggio di proverbi lombardi in Sicilia; XI, Spettacoli e Feste po¬ 
polari; XII, Usi, Credenze, Superstizioni e Giuochi fanciulleschi; XIII Canti popo¬ 
lari siciliani inediti; XIV, Novelle popolari siciliane inedite; XV, Vaij studj pubblicati 
in Italia e all’estero Sulle tradizioni popolari siciliane. 

Nei bei cataloghi della Libreria Morgand & Fatout (Parigi, Passage des Panoramas, 55), 
che quella ditta spesso cortesemente c'invia, troviamo annunciate queste pubblicazioni 
d*interesse pei nostri lettori: Pierre Gringore et les Comidiens italiens sous Francois 1 > 
par F.mile Picot;—Collection d’anciens chansonniers frangais pnbliée sous la direc¬ 
tion du Baron James de Rothschild, I: Noelz de Jehan Chaperon dit le Lassi de repos 
publiés d’après l'exemplaire unique de la bibliothèque de Wolienbuttel, par Émile Picot; — 
Notice sur Jehan Chaponneau , Docteur de l'Eglise réformée . metteur en scène du my- 
stère des Actes des Apostres, joué à Bourges, en 1536, par Émile Picot. 


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SOMA USA , N.° 4 ] 


NOTIZIE 


119 


Una Società di studiosi sotto la direzione del prof. À. B&rtoli ha intrapresa la com¬ 
pilazione di un Indice complèto degli scritti italiani che si racchiudono nei Codici delle tre 
sezioni della Biblioteca Nazionale di Firenze (Magliabechiana, Palatina e Riccardiana). 
L’opera sarà divisa in due grandi Rerie: Poesia e Prosa , ed oltre un* accurata descrizione 
dei rase., conterrà estratti, facsimiii, e notizie artistiche dei più importanti codici miniati. 
Alla parte artistica assisteranno i proff G. Milanesi e B. Malfatti. La pubblicazione sarà 
fatta per fascicoli mensili di pagg. 64 in 8°, e comincerà appena raccolti 100 associati. Le 
domande di associazione (lire 48 annue pagabili in due rate semestrali) debbono essere di¬ 
rette al prof. Adolfo Bartoli (Borgo Ognissanti, 87, Firenze), e noi facciamo voti che i cento 
soscrittori sieno tosto trovati, perché i nostri studj possano presto avvantaggiarsi di un’opera, 
la somma importanza della quale non ha bisogno di essere dimostrato. 

I proff. Carducci e Monaci stanno preparando una edizione di tutte le poesie proven¬ 
zali composte da trovatori italiani.—11 prof. Rajna è in sul compiere un’opera sulla Epopea 
cario Din già in Italia . • 

Nella prefazione ai suoi Studj d' etimol. ital. e rom. il Caix diede notizia che due tra¬ 
duzioni si preparavano contemporaneamente dell’ EtymoL Wòrterbuch del Diez, una in 
Francia, l’altra in Italia a cura di alcuni studenti ui filologia della Università di Roma. 
Riguardo alla traduzione italiana aggiungiamo che essa doveva essere seguita da un in¬ 
dice di rinvio a tutte le giunte e correzioni delle etimologie dieziane che si trovano sparse 
nelle Riviste di filologiu, e fu cominciata durante il corso scolastico 1876-77. Il lavoro era 
ben progredito e vi attendevano i giovani sigg. S. Morpurgo, A. Polo, À. Zenatti; ma non 
essendosi trovato in Italia un editore che volesse intraprenderne la stampa, rimase inter¬ 
rotto e dopo la notizia della traduzione francese è stato abbandonato. 

Da una circolare trasmessaci dagli editori Sigg. Henninger di Heilbronn, apprendiamo 
che i DD. ri 0. Behaghe) e F. Neumann colla cooperazione del prof. Bartsch pubbliche¬ 
ranno, cominciando dal gennaio 1880, una rivista mensile intitolata Literaturblatt fùr per¬ 
manisene und romanische Philologie Scopo del nuovo periodico sarà di dar notizia di 
tutto il movimento contemporaneo nel campo degli studj germanici e neolatini, e conterrà 
perciò: bibliografia e recensioni dei libri recentemente venuti a luce; spoglio dei periodici ; 
notizia delle opere in preparazione; indicazione di corsi universitarj, ed altri annunzi che 
possano essere utili agli studiosi. Un numero di saggio sarà distribuito nel prossimo ot¬ 
tobre, e a suo tempo non mancheremo di farne parola; intanto diamo il benvenuto a que¬ 
sto programma. — È pure annunziata una specie di continuazione della Italia dello Hille- 
brand col titolo di Italienische studien a cura del D. r G. Koerting. 

Per facilitare l’avanzamento degli studi critici sul testo degli antichi lirici italiani sa¬ 
ranno pubblicate edizioni diplomatiche di altri canzonieri. Crediamo che il prof. Compa- 
retti pubblicherà il Laurenziano-Rediano 9; il Monaci, parte solo e parte in collabora¬ 
zione, pubblicherà il Vat. 3214, i Barber. XLV-47 e XLV-1&0, il Palatino (di Firenze) 418. — 
Intanto il conte Luigi Manzoni sta ultimando un Indice di tutte le liriche antiche a stampa, 
che verrà a luce in questo Giornale , ed in seguito il Giornale darà pure un altro Indice 
generale di tutti i Canzonieri manoscritti. 

Il nostro amico D. r G. Pitrè ci scrive da Palermo: « Non potendo quind’innanzi ac¬ 
cettare la responsabilità della Rivista di letteratura popolare che si pubblica anche col 
mio nome in Roma, ti prego di far sapere per mezzo del tuo Giornale che io non voglio 
più rappresentarla da condirettore di quella Rivista, con la quale non ho più da far nulla. — 
Avrei scritta prima d'ora questa dicniarazione, se gravi malattie di famiglia non me lo 
avessero impedito. — Palermo, 25 Sett. 1879. » 

L’ Accademia delle Iscrizioni e Belle-lettere di Francia nella tornata del 13 giugno 1879 
conferiva il primo dei premj della fondazione Gobert a P. Meyer per la sua edizione 
della Chanson de la Croisade albigeoise. Altri premj furono conferiti dall’Accademia 
allo Chabaneau per la sua Histoire et théorie de la conjugaison frangaise % al Luchaire 
per i suoi Ètudes sur les idiomes pyrénéens , al De Chambure per il suo Glossaire du 
Morvan . 

Dalla Romania , n.° 31, togliamo le seguenti notizie, intorno alla Società francese 
des anciens textes. « La Société des anciens textes va imprimer une édition critique de 
la Vie de Saint Grégoire, donnée par M. A. Weber d'après le cinq manuscrits connus. 
Elle a actuellement sous presse; le t. IV des Miracles de Nótre-Dame pubbliés par MM. 
Paris et.Robert; la Vie de saint Gilè , publiée par MM. Paris et Bos; troie versione de 
YÉvangile de Nicodème, par les mémes éditeurs; une chronique normande du XIV e 
siècle publiée par M. Luce; la Chanson d 'Elie de saint Gilè , publiée par M. G. Ray- 
naud ; le Voyage du seigneur d*Anglure à Jérusalem , publié par MM. Bonnard et Lon- 
gnon; le t. Il des (Euvres d’Rustache Deschamps , publìés par M. le marquis de Queux 
uc Saint-Hilaire ; VAmant rendu cordolier t de Martial d’Auvergne, publié par. M, A. de 


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120 


NOTIZIE 


Montaiglon, sans parler du t. II du Mistèri du vieti, Testament , offerì par M. le baron 
de Rothshild aux raembres de la Sociélé. — La Sociétó a tenu le 18 juin sa cinquième 
assemblée géuérale; elle a nommé président M. A. de Montaiglon, vice-présidents MM. 
G. Paris et F Baudry.— Rappellons que la Société a mis en distribution, au commen- 
cement de cette année, les ouvrages suivants: Le Débat des Hérauts de France et d’An- 
/flaterre , sui vi de The Davate betioeqn thè Heraldes of Englande and Fraunce compiled 
by John Coke, édition commencée par L. Pannier et achevée par P. Meyer ( cetie ouvrage 
complète l’exercice 1877); le t. I des (Euvres d'Eustache Deschamps f publiés par M. le 
marquis de Queux de Sainl-Hilaire; le t. Ili des Miracles de Notre-Dame (ces deux 
ouvrages appartienuent à l’exercice 1878 qui sera complété par les Voyages du seigneur 
d'Anglaterre). 

29 Settembre 1879. 


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GIORNALE DI FILOLOGIA 
ROMANZA 

... patriam diversia gentiima imam. 

Hutilio Namazianu. 

N.° 5 LUGLIO 18 7 9 


UNA POESIA POLITICA DEL CINQUECENTO: 

IL PATER NOSTER DEI LOMBARDI. 


I 

In una vecchia Cronaca scritta da Domenico Bordigallo, patrizio e 
notajo Cremonese, vissuto alla fine del XV secolo, trovammo inserita, 
quale Quotidiana oratio et lamentatio Italum, la poesia che ora vede la 
luce (1). Più tardi veuimmo a conoscere che di essa esisteva una ra¬ 
rissima stampa Veneta del secolo XVI ignorata quasi, e della quale 
un esemplare — probabilmente unico — era conservato nella Biblioteca 
Marciana (2). L’ edizione fatta in Venezia per Mutino Pagan in Frczaria 
al segìw della Fede , sebbene non porti data d'anno, pure ci sembra da 
ritenersi indubbiamente posteriore al tempo in cui il Bordigallo racco¬ 
glieva dalla bocca de’ suoi concittadini ed a noi tramandava la lamen¬ 
tosa canzone popolare. Infatti, quantunque dal Cronista riferita sotto 
P anno 1520, nulla però ci vieta di credere che essa fosse composta e 
corresse fra il volgo, fin dagli ultimi anni del quattrocento: quando ap¬ 
punto le mal vietate Alpi lasciavano irrompere nella penisola i primi ar¬ 
roganti invasori del bel suolo italiano : i Francesi. E ne abbiamo forse 
prova nel fatto che mentre i primi versi della poesia suonano, secondo 
la lezione del Bordigallo: # 


(1) D. Burdigali, Chron. ab orig. 
mundi usque ad ann. 1527. Ms. nella 
biblioteca Pallavicino (C. 978, fol. 234). 

(2) Dobbiamo questa notizia e la copia 


della stampa alP illustre prof. A. D'Ancona 
al quale rendiamo di questa e d'altre comu¬ 
nicazioni, le più vive grazie. 

9 


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122 


F. NO VATI 


[giornale di filologia 


Audi il supplitio de nuy poveri Lumbardi, 

Che da Francesi, Guasconi et Pichardi 
Crudelemente siamo stradati etc. 

nella impressione Veneta invece si legge nel secondo verso: 

Che da Francesi, Spagnuoli e Alcmani, 

e questo associarsi al ricordo dei Francesi, contro i quali unicamente era 
rivolto il canto popolare, quello di altri stranieri mostra, a nostro giudizio, 
che la stampa fu condotta in tempo in cui agli antichi s’ erano aggiunti 
nuovi danni: ai barbari altri barbari. Inoltre del Pater Noster la Cro¬ 
naca Cremonese offre una lezione molto migliore che la stampa, dove 
leggesi guasta, straziata, corrotta in più luoghi, come era naturale che 
avvenisse durante quel ventennio nel quale era andata esprimendo le 
sofferenze ed i dolori di tutti i popoli dell’ Italia settentrionale (1). Ma 
comunque sia di ciò, tanto nel ms. dei primi anni del cinquecento, ove 
è Lamento dei Lombardi: quanto nella edizion Veneta, ove divien l’Ora¬ 
zione dei Villani « cosa ridiculosa et bellissima » questo P. N. è poesia 
affatto popolare. Tale la addimostra la trivialità dei concetti: giacché 
non si aderge mai a nessun sentimento nobile, dignitoso, ma si aggira 
nella sfera ristretta dei danni, delle privazioni materiali: deplorando 
non 1’ onta del servaggio, ma le busse toccate, le cantine vuotate, i de¬ 
rubati granai; — e la addimostran pure la rozzezza grandissima della 
forma; le leggi della misura apertamente violate; i versi zoppicanti, ove 
più volte alla rima si sostituisce spontanea ed inavvertita 1’ assonanza. 
Ed affatto popolare si è questa poesia per il genere a cui appartiene: 
geuere curioso e poco esplorato, del quale non sarà forse discaro ai let¬ 
tori l’iutrattenersi alquanto. 


II 

Già in secoli molto lontani, come il XII ed il XIII, avviene di in¬ 
contrare esempj numerosi e svariati del vezzo abituale nel popolo di 
servirsi dei canti appartenenti alla liturgia ecclesiastica a trattare 
argomenti di ogni fatta, dall’ammaestramento morale alla canzone 
da taverna.* Parafrasi e versioni di inni sacri, ispirate al pio intendi¬ 
mento di renderle utili documenti di buon costume, erano composte 


(1) Queste ed altre considerazioni ci indus¬ 
sero a riprodurre la lezione del Bordigallo, 
mantenendone scrupolosamente la grafìa. Le 


varianti dell*Ediz. Yen. né poche, né spre¬ 
gevoli, troveranno luogo a pié di pagina. 


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romanza, n.° 5] IL PATER NOSTER DEI LOMBARDI 


123 


assai di frequente in Italia dai monaci, che le distribuivano ai fedeli, 
qual ricompensa dei doni loro arrecati ; sapendo essi forse quanto grato 
dovesse tornare ai laici indotti e devoti il poter recitare, intendendole, 
quelle sante orazioni, che avevano balbettate fanciulli e delle quali la 
nessuna o imperfetta cognizione dell’idioma in cui eran scritte, lor na¬ 
scondeva sovente V intimo concetto. Forse di sì fatto genere erano 
que’brevi che sui brandelli di pergamena strappati ai codici venerandi, 
scrivevano (se non è favola) i frati di Monte Cassino; e sen doleva il 
Boccaccio. Mentre in una letteratura, universale nell 1 evo medio tanto, 
quanto forse non arrivò ad essere nel tempo moderno, la francese, tali 
parafrasi e traduzioni volgari di documenti sacri non sono, a quanto 
sembrerebbe, in gran copia (1) ; nella nostra letteratura più antica invece 
esse abbondano: i codici del trecento e anche dei primi del quattrocento 
ne son pieni. Ma di tanta ricchezza di poesia sacra volgare non è fa¬ 
cile il formarsi adeguato concetto, giacché la maggior parte di questi 
componimenti è sempre inedita (2). Gli oscuri rimatori che riguarda¬ 
vano le loro fatiche come opera pia, non si spaventavano dinnanzi al 
lavoro, quantunque ingrato o difficile; ed imprendevano a ridurre in 
volgare non solo le orazioni più note, gli inni più cantati; ma le stesse 
Sante Scritture, e specialmente gli Evangeli trovarono molti parafra¬ 
sti (3). 


(1) Nell’i/ijtoÉrtf littér. de la France , 
tomo XXIII, p. 254 si ricordano: una lun¬ 
ghissima parafrasi in francese di 3330 versi 
sopra il libro di Giobbe, nella quale l'autore 
si perde in digressioni che non hanno nulla 
a che vedere col testo sacro; un Paternostre 
en Francois in 1048 versi di un tal Silvestro, 
esso pure non inen facile versificatore che 
fervido moralista; un’anonima Patenostre 
farsie, che in dieci strofe, di sei ottonari 
l'una, racchiude amplissime esposizioni del¬ 
l’orazione domenicale, scritte in un rozzo 
linguaggio mezzo francese, mezzo latino. 
Ricorderemo ancora la Parafrasi dell'Ade 
Maria di Rutebbuf, (Oeuvres complètes 
de R. ree. par A. Jubinal. Paris, 1839, 
voi. II). 

(2) Lo Zambrini , Catal. dei testi volg. etc. 
( IV ediz.) non enumera che poche esposizioni 
(cioè illustrazioni e commenti), pochissime 
parafrasi rimate di orazioni e di inni: non 
più insomma d’una decina di componimenti 
in mezzo a tanti che pur ne rimangono. A 
questi si possono però aggiungere i Vangeli 


in versi composti per Castellano di Pie~ 
rozzo Castellani, dottore Fiorentino (sec. 
XV) in numero di trentasette, che ripuldicò, 
giovandosi di un’ antica edizione fiorenti¬ 
na (1514) il Galletti, nel volume Laude 
spirituali di Feo Beicari, Firenze, Mulini, 
1864. 

(3) Non sarà forse inutile il ricordare qui 
alcuni de’più importanti fra siffatti volga¬ 
rizzamenti, che ci vennero sott’occhio nelle 
biblioteche fiorentine. Il Cod. Riccard. 1704 
(Misceli, secolo XV) ci offre una Passio 
Dominy nostri gieso Cristi secondo chano 
scripto i vangilisti, che incomincia: 

Gran cbonsiglio fecciono gli Farisei 

Principi e sacerdoti e gran giudei etc. 

Nel Riccard. 2760, esso pure del sec. XV, si 
legge: Questo el vangelio dela generai ione 
di Xpo in volgare secondo la lederà pero 
chel decto Vangelio non è disposto in que¬ 
sto libro ne adietro ne inansi il quale Vun- 
gelio dice cosi: (f. 17), ma però è mutilo 
dopo pochi periodi. A questo segue il Passio 


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124 


F. XOVATI 


[giornale DI !' LOLOGIA 


III 

Ma questi travestimenti pii, queste parafrasi volte ad intenti mo¬ 
rali e religiosi se formano forse la parte maggiore non formano però 
la più notevole in siffatto genere letterario. In età, nelle quali incom¬ 
beva sul mondo T onnipotenza di una religione, quale la cristiana, noi 


del nostro Signore Gesocristo composto per 
M. Dolcibene (f. 53): 

Passio Domini nostri Yhu Chrlsti 
Secondo cono scritto i vangelisti etc. 

Dell'Evangelo di S. Giovanni si hanno nella 
stessa Biblioteca tre diversi volgarizzamenti: 
due d’anonimi (Codd. 1155 e 1705); il terzo, 
(Cod. 1591) fatica di Francesco d'Altobianco 
degli Alberti; e degli Evangeli quaresimali 
secondo Matteo Lucha Afarcho et Giovanni 
Evangelisti ci offre pure il Cod. 1332 una 
versione ritmica che comincia: 

Sempre si vuole istare 
In penitentia con vera intentione, 

Oggi più che stagione 

Chel tempo è virtuoso di ben fare. 

Il già citato Cod. Riccard. 2700 racchiude poi 
gli Evangelii dela quaresima in volgare in 
rima (f.° 1 ), ai quali tougon dietro, dopo pa¬ 
recchi fogli I vangeli di fuori quaresima 
in rima e in volgare ( f.° 17). Agli uni ed 
agli altri va premesso il medesimo Proemio, 
la qual cosa potrebbe farli giudicare opera 
d'un solo autore. 11 Proemio è degnissimo 
di attenzione, giacche, se non andiamo er¬ 
rati, giova molto a confermare quanto si è 
di sopra accennato, che autori di siffatti vol¬ 
garizzamenti fossero per lo più dei monaci: 

Quantunque i mi coguosoha dignoranzia 
Tanto pien che sto facessi mio dovere 
Cclerela acque can de seno abondanzia 
Pure uon posso volendo taccere 
Quel che piaccere dedeo chio manifesti 
Ondo per rima diro mio parere 
Sopra Vangclie quatuuque loro testi 
Confusi sieno a me che pocho sporto 
Son dogo! grossa cosa e men di questi. 

Almen dalchun cho me si mostri aperto 
Senza muttar la forma del chon tratto 
Da qual partir uomiutendo per certo 


Esalo me nc partissi In alchun atto 
La prosa chebbi si può ripigiare 
Che chi la scrisse piu de me fu matto 
Mttlogli in rima percogni mio pare 
Grosso recitandosene uno alamente 
Sic piu informato andando al predichare etc. 

In altro Cod. Riccard. (1155), che contie¬ 
ne varie versioni di inni e orazioni, come 
la Dispositene de la magnificat rimata 
(p. 7), l’ Espositore del Miscrere in rima 
(p. 8), il Credo piccolo in rima ( p. 11), la 
Salve Regina (p. 34), un altro Magnificat 
(p. 35), l 'Ave Maria ( Ave Regina de’ su» 
perni cieli) (p. 30), l 'Ave Maris stella (p. 
30 d.°), si trova premessa alla maggior parte 
di siffatte poesie l'indicazione: compilata 
per il decto frate (che non è mai ricordato 
col nome suo) di S. Benedetto. 

Un Codice, già appartenente al Convento 
di S. Marco, e secondo ogni probabilità ivi 
scritto, conteneva (a quanto ricaviamo dal 
voi. XIX p. 48 degli Estratti da mss. e rare 
edizioni, spogli autografi di L. MFHrs.che 
si conservano nella Riceardiana, 3351-3376) 
anch'esso molte versioni ritmiche di orazioni: 
cosi 1/oratione domenicale del P, N. detta 
la Orazione Signorile alla quale non si può 
nè levare nè porre fatta per Jesu Christo 
ed è in rima (com. O Padre nostro onni¬ 
potente Iddio); — L'Oratione dell'A. M. ehe 
fu fatta dall’Agnolo messo mandato da Dio 
per- nostra salute, che è avochata de'miseri 
peccatori e per nostro salvamento {Ave Ma¬ 
ria , che se' del del regina ); — Il Simbolo , 
cioè la Ballata degli Apostoli in rima e 
dice così : Credo in uno Dio vero Signoreec. 
IIP.N. disposto in rim a per ternate scritto 
per Antonio di Matteo di Churado Fioren¬ 
tino. Abita a Vinegia: a lande sia didio 
(Cora. Pater dell* universo e del profondo); 
IfA. M. in rima c in ternaie compilata 


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125 


bomanza, N.o 5] IL PATER NOSTER DEI LOMBARDI 

la troviamo — strana cosa — vilipesa in ciò che meno si potrebbe cre¬ 
dere, irrisa nelle sue forme stesse. Avviene — né è argomento di poca 
meraviglia — di leggere in antichi manoscritti, talvolta nel medesimo 
foglio (1) accanto alla imitazione seria di una preghiera, di un cantico 
appartenente alla innologia sacra, una parodia burlesca, bacchica o 
satirica di tale audacia, di tal sfrontatezza, che un devoto non poteva, 
né potrebbe, chiamar altrimenti che un sacrilegio. Eppure nei versi 
degli scolari vaganti, di quei chierici scapestrati, che attraversavano 
la vita col sorriso sulle labbra, e lanciavano agli echi dei campi, o ri¬ 
petevano nelle taverne rumorose dei canti ispirati al più ardente paga¬ 
nesimo, in quello scolorito ed imbarbarito idioma che era stato la lingua 
del Lazio, nei Carmina Burana , come in tutte le altre raccolte di poesie 
medievali, queste parodie abbondano, pungenti e facete spesso, irri¬ 
verenti sempre. Quindi del Laetabundus , canto che recitava S. Agostino 
in un antichissimo Mistero latino del Natale, assai prima del secoloXIII 
trovasi una famosa parodia bacchica, non ancor dimenticata —dicesi — 
in Germania (2): e così uno dei tanti inni composti in lode della Ver¬ 
gine, il Verbum bonum et suave cangiavasi in un’ode al buon vino: Vi¬ 
mini bonum et suave (3). Ma non a sì modesti principi limitavasi la li- 


per detto Antonio Curradi (Com. Ave Re - 
gina diddio figlia e madre );— La Magni¬ 
ficat rimata (Com. L* anima mia magni¬ 
fica il Signore); — Salve Regina in rima 
per rinterzato (Com. Salve Regina di Mi¬ 
sericordia) ; — Inno della Verg. Maria (Com. 
Ave stella del mar tutta splendente)', — il Te- 
deo rimato (Com. Te Dio laudiamo et te Si¬ 
gnor Santissimo etc). Nel Cod. Riccard. 1704 
troviamo a p. 123 Qui comincia la sposizione 
dell' orazione del santo pater nostro dove 
si contenghono sette petizioni etc. a p. IG3 
Ave Maria in 49 terzine (Com. Ave Reina 
excelsa umile e pia); a p. 184 volgarizza¬ 
mento letterale in prosa del P. N. A. M. e C. 
Nel Cod. 2734, scritto, a quanto ci sembra, 
per intiero di mano del poeta fiorentino Mi¬ 
chele del Giocante, a p. 33 trovasi il P. No¬ 
stro disposto, ma mutilo sulla fine; nel 
Cod. 2760 a p. 14 il P. X. disposto per sette 
doni andamenti contro a septe vitti prin¬ 
cipali; a p. 83 Lantcmerata in volgare 
(Coni. 0 sempre benedetta intemerata ); 
a p. 87 Questo è il credo rimato in volgare 
(Com. Credo in un dco padre onipotente); 
e a p. 89 la gloria in excelsis in volgare e 
in rima (com Gloria sia negli alti luoghi 
a Dio); nello stesso t.'. magnificat anima 


mea in volgare e per rima (Com. L'anima 
mia grandi fica a Dio); e il Pater nostro in 
volgare e in rima (Com. Padre nostro che 
se * in del beato); e 1 Ave Maria in volgare 
in uno madriale (com. Dio ti salvi Maria 
digratia piena) l'uno e l'altra assai graziosi. 
11 Coti. 2198 (sec. XIV) contiene pure un'aire 
Maria disposta , in 15 terzine, che com. Are 
stella diana , luce serena; ed il Cod. 1540, 
che racchiude un bel volgarizzamento di Boe¬ 
zio, porta nell'ultimo foglio la Salve Regina 
disposta per uno valente Poeta conventato 
in ogni scientia, che com. Iddio ti salvi al¬ 
tissima allegrezza. Altra A. M. contiene il 
Cod. 1246; un’altra in 8 ottave il Cod. 1939 
(Com. Ave Maria reina dello etterno); una 
bella parafrasi del Miserere il Cod. 1622. An¬ 
che il Cod. Laur. già Gadd. 33 contiene il 
Credo il Magnificat ed il Te deum in ter¬ 
zine, versificati con molta scioliezza. 

(1) llist. littcr. de la Trance I. c. 

(2) Wwoht, Reliq. antiq. t. II; Du 
M KRIL, Orig. latin, du theatr. mod. p. 194, 
e Poes. pop. antcr. au douz. siede, p. 96. 
Curm. Iìut\ p. 84. 

(3) Du Mbkil, op. cit. p. 96; llist. littcr. 
de la Francc, XXII, p. 140. 


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F. NO VATI 


[giornale di filologia 


1*2G 

cenza: e presto non solo gli inni e le orazioni più note, ma gli Evangeli 
stessi e perfino la Messa divenivano argomenti di parodìa. Si ebbe 
quindi la Missa de potatoribus o Missa gidonis (1), nella quale a Bacco 
si indirizzavano le preghiere dei bevitori: Introibo ad altare Bacchi , ad 
eum qui laxtificat cor hominis; ad esso il loro pentimento: Confiteor reo 
Baccho omncpotanti et reo vino coloris rubei etc.; affinché li conduca: ad 
majorcm tabcrnam , qui bibit et potat per omnia pocula poculorum. Stra- 
vnen . La parodia cade adunque perfino sulle parole rituali, consacrate, 
alle quali, per maggior derisione, si sostituiscono vocaboli di suono 
affine: così ad Amen, Stramen; a Pax vobiscum , dolus vobiscum; all’Ore- 
mus , Potemus . Di simil fatta è V Offìcium Lusorum( 2), nel quale pure 
è tutto il rituale posto in ridicolo, riferendolo non più a Bacco, ma a 
Decio , non più al vino, ma ai dadi; ed ai versetti segue V Oratio, a que¬ 
sta le Epistolae , la lettura degli Atti degli Apostoli, la Sequentia falsi 
Evangéli secundum Marcam argenti (3). Altra parodia del Vangelo è 
V Initium fallacis cvangelii secundum lupum (4). 

Semplicemente giocosa e senza satiriche allusioni, è invece una pa¬ 
rodia bacchica dell’ Orazione Domenicale, che si rannoda però per i ca¬ 
ratteri intrinseci ed estrinseci alle precedenti. Essa è il Pater noster 
del vino (5), notevole per l’ingegnosa rassomiglianza del suono dei vo¬ 
caboli col modello: Pater noster , qui es in scyphìs , sanctificetur vinutn 
istud: adveniat Bacchi potus: fiat tempcstas tua sicut in vino et in ta- 
berna . Panem nostrum ad devorandum da nobis hodic , et dimitte nobis 
pocula magna , sicut et nos dìmittimus potatoribus nostris , et ne nos in - 
ducas in tentationem vini , sed libera nos a vestimento . 

Dello stesso titolo e sul medesimo argomento, ma differente sia per 
la lingua in cui è composta, sia per la disposizione ritmica—giacché ogni 
strofa in antico francese comincia cou uno dei versetti latini — si è un 
altra parodia del P. 2V r ., che spetta al XII o XIII secolo e nella quale 
devesi riconoscere lo- stesso spirito beffardo che ha ispirato la prima, 
la Patenostre du viri (6), che non doveva essere poi altra cosa, a giudizio 
nostro, da quel Paternostre aus Gouliardois, di cui pubblicò le ultime 
strofe, traendole da un codice Parigino mutilo, il Wright (7). Nel fram- 


(1) Wright, Reliq. antiq. t. II, 208-210. 

(2) Carm. Jhtr. p. 248. 

(3) Carm. Ilur. p. 22. È parodia del 
Cap. 13 della Seq. S. Evang. sec. loan. 

(4) Wright, Reliq. antiq. t. Il, 58. 

(5) Ved. Hist. Littér. de la Frati ce, I. c. 

(6) .JrniNAi., Ionglevrs et Trouvères. Pa¬ 
ris 1835, p. G9: 

Pater noster ; biaus bire Diex eec. 


(7) Wright, The latin Poems attrib. to 
TP. yiape.s. London, 1845: « there was a Fa¬ 
bliau euiitled: Le Paternoster aus Gouliardois, 
in a Ms. of thè thirteenth century preserved 
in thè Bibliothèque du Roi at Paris, but iii- 
fortunately, from thè mutilation of thè raa- 
nuscript, thè coneluding lines only are preser¬ 
ved. » (Introd. p. XIV). Il frammento è stam¬ 
pato ueH'Appeiid. VI. 


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romanza, N.° 5] IL PATER NOSTER DEI LOMBARDI 


127 


mento del Wright e nel Fabliau, pubblicato per intiero dal Jubinal, si 
trovano versi identici (1) ; e se nella chiusa diversificano alquanto, pure 
non possiamo stimar questo come argomento a danno della nostra opi¬ 
nione, essendo troppo noto quali differenze di lezioni si incontrino quasi 
sempre nelle poesie popolari, raccomandate prima che alla scrittura alla 
memoria ed all’ arbitrio del volgo. 

Al XIII o al più XIV secolo, si possono ricondurre parecchie altre 
parodie del P. N. e del Credo : il PcUenostre d'Amours (2) ; il Patenostre 
à V Usurier (3); un altro del medesimo soggetto di quest’ultimo, ma peg¬ 
giore per le idee e per le espressioni (4) ; il Credo à V Usurier (5) ; il 
Credo au Ribaud(6): molto lunghi, ma altrettanto insipidi. Migliore 
assai di queste parodie si è una poesia francese, la Letame des bons Com- 
pagnons , nei quali è agevole riconoscere dei Goliardi o dei Ribauds , stam¬ 
pata nel 1545, ma da ritenersi indubbiamente, a giudizio del Montaiglon, 
assai anteriore, del XIV o XV secolo (7). 

Così noi arriviamo al quattrocento. Ecco in Germania due pa¬ 
rodie: del P. N. l’una, l’altra dell’J.. M: ambedue dialoghi erotici fra 
un frate ed una monaca, burlescamente intessuti colle frasi latine delle 
orazioni parodiate (8). Fra i medesimi personaggi avviene pure un 
altro dialogo poco edificante, composto di frasi tedesche e di versetti del 


(1) WRIGHT 


Chascun jour 1111 patenostre 
Ribaut et gouliardois doivent 
Par le paia tiex .c. deniers 


Sed libera nos i sentieri 
Le matin quant moy leverai 
Par tous les vignerons dirai, 

Pour les cepes qu'ils ont plenté, 

Qui du vin donnent a plenté etc. 

(2) Barbazan, Fabliaux et contee des 
Poétcs Frane, des siccl. XI-XV. Tom. IV, 
p. 441. 

(3) id. ibid. Tom. IV, 99. 

(4) Jubinal, Rapport sur les Mss. de 
Berne , p. 32-35. Ms. de Berne 354, fol. 108. 
Questo secondo P. N. de VUsurier porta il 
nome dell’autore, il Trovatore normanno 
Richard de Lison. Cfr. Jlist. Littér. de la 
Fr. 1. c. 

(5) Barbazan, op. cit. T. IV, p. 100. 

(0) Id. ibid. p. 445. 


JUBINAL 

Chascun jor ceste patrenótre 
Di-je por toz cels qui bien boivent 
Ribaut et gouliardois doivent 
Par le pais tei c. deniers. 


Sed libera nos , I sentier, 

Au matin quant je leverai 
Par toz les vignerons dirai, 

Por les ces que il ont plantez, 

Ou il croist des bons vins assez etc. 

(7) A. De Montaiglon, Recueil des Poés. 
frane, des XV et XVI siecles. Paris, 1855. 
Tom. VII, p. 66. 

(8) Vennero pubblicati nella Germania 
(VoL XIV, Vienna 1869) da I. V. Zingerle, 
che trasse l'uno da un Ms. Viennese del 1393, 
r altro da uno d’Innspruck del 1456. Negli Alt- 
deutschen Liedersaal del Lassleig (Band 
III) leggesi uua poesia: des Ruben Klage , 
nella quale un giovane recita al mattino il 
P. N. e VA. M. frammischiaudovi lamenti e 
riflessioni. 


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128 


F. NOTATI 


[giornale di filologia 


Salmo LXIX che, senza rammentarne la data, riporta il Du Méril (1). E 
ritornando alla Francia, ci soccorre il Pater Noster des Verollez (2), ove 
nella forma troviamo dei cangiamenti ; il versetto dell’Orazione non apre 
più la strofa, come si usava per innanzi, ma la chiude, esempio che verrà 
poi quasi sempre seguito. Quindi una parodia di carattere politico, il 
Pater noster des Angìoys (3), scritto probabilmente in occasione del rin¬ 
novarsi delle lunghe e disastrose guerre fra i due paesi tanto vicini, e 
che s’odiaron tanto. Gli Inglesi sgomentati — secondo finge l’autore — 
della nuova guerra che loro sovrasta, si rivolgono a Dio per soccorso: 

Pater noster , dieu éternel 
Tout-puissant en ciel, en terre, 

[VoiaJ les Angloys, qui ont la guerre; 

Les Francois par mer, par terre, 

Nous feront des maulx infinis; etc. 

e così continua la poesia per alquante strofe; ma sulla fine lo scrittore 
che si compiacque a dipingere le angoscie degli abborriti nemici, butta 
la maschera e con significante incoerenza conchiude col dimandar vit¬ 
toria per i suoi: 

Amen , pour finable conclusiou 
Priant Jesus, sa doulce mère, 

Tenir les Francis en union 
Et les garder de vitupère, 

Et douuer puissance, victoire 
Au roy contro tous ses ennemys: 

AngloÌ8, notez ce pour mémoire 
Et vive le roy des fleurs de lys ! 

Anche più ricca è la messe nel secolo XVI. In esso è però a no¬ 
tarsi, che sebbene si ritrovino ancora parodie di canti religiosi indiriz¬ 
zate all’espressione di vari sentimenti, come in Francia il De Profundis 
des Amoureux (4), pure nella pluralità esse intieramente convengono a 
manifestare sentimenti politici. I grandi avvenimenti che sconvolgono 
allora l’Europa: le guerre di conquista in Italia, di religione in Germania 
attirano singolarmente l’attenzione, risvegliano, padroneggiandola, la 
fantasia dei poeti popolari. Perciò la letteratura francese, che fino ad 


(1) Du Méril, Poés. poprel. lat. anter. 
au douz. siede, p. 90-97. Il dialogo inco¬ 
mincia: 

* Deus in adiutorium meuti> intende • 

Sprach cln bubsches immilliti das was 
behende ctc. 


(2) De Montaiolon, op. cit. Tom. I, 

p. 68. 

(3) Id. ibiil. Tom. I, p. 125. 

(4) De Montaiglon, op. cit. Tom. IV, 

p. 206. 


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romanza, N.° 5] IL VALER NOSTER BEI LOMBARDI 


120 


ora ci ha pòrto il maggior numero di esempi, cede il campo alla italiana 
ed all’alemanna. Infatti, oltreché il Fater Noster des Flamans\ Ile - 
nouyers et Brebansos e V Ave Maria des Espagnólz stampati, secondo 
giudica il Brunet (1), fra il 1520 ed il 1525, noi non conosciamo altre pa¬ 
rodie, che appartengano in questo secolo alla Francia, se non si voglia 
ad essa ascrivere quella vergata da mano francese, ma di argomento 
nostro, che è Le Fatenostre qui cs in coclis des Genevoys cn baìade (2), 
opera di Andry de la Vigne , segretario della regina, di cui rimane 
una rarissima stampa. 

Italiani poi per il soggetto e la lingua sono anzi tutto que’ versi 
conservatici dal Sanudo, fati a ferrava 1499 di fevrer , per Manutio Lu - 
cense (3): parodia del Te Denm indirizzata a Lodovico il Moro, che pro¬ 
babilmente trovavasi ancora fuori d’Italia: 

Te Maurum laudamus cura voce e canti; 
te dominion fatemur: non più Galli; 
te eternimi patrem , te vogliamo avanti. 

Tibi omnes populi fan balli, 
tibi rustici fan leticia e festa, 

Omnes clamant al gal, scazialo e dalli. 

Pieni siam tutti d’ una rabia infesta : 
omnes clamamus: dura Ludovico, 
veni abassar al gal l’ardita cresta etc. 

Un’altra poesia, che doveva essere per più riguardi importantissima, ora 
perduta o almeno ignorata, è la canzone composta da Re Federigo di 
Napoli nel 1501, anno in cui perse il regno; e della quale conservò quattro 
versi l’Oviedo, che ne scrivea: Questa canzone ha che si canta , 34 anni 
et non si dimenticherà di molto altro tempo: v 

Alla mia gran pena e forte 
Dolorosa, afflitta e rea; 

Diviserunt vestem meam 
Et super eam miserunt sortevi (4). 

negli ultimi due versi noi riconosciamo agevolmente il versetto 18 del 
Salmo XXII. 

E per un fatto inaudito, che sgomentò il mondo cristiano, la presa 


(1) Brunet , Manuel. T. IV, Part. I, 
col. 431. 

(2) Id. ibid. tom. Ili, part. I, col. 880. 

(3) Vennero pubblicati con altre Poesie 
storiche tratte dai diarii di M. Sanudo 
(mcccclxxxxix-mdxxu), (Venezia 1871) da 


A. Bartoi.i e R. Fultn per nozze d’Ancona- 
N issi ni, in XXIV esemplari. 

(4) Oviedo, Naturale e gener. Historia 
delle Indie ai tempi nostri ritrovate. Ve¬ 
nezia, 1006, voi. Ili della Raccolta del Ra- 
musio, p. 03. 

[)* 


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130 


F. NO VATI 


[giornale di filologia 


ed il sacco di Roma nel 1527, venne pure composto un Credo dei Ro¬ 
mani (1), nel quale imprecando contro le infamie degli Imperiali, i cit¬ 
tadini si rivolgono al Re di Francia per soccorso: 

0 tu signor[e] del fiorito giglio 
di questi cani fa aspra vendetta, 
segue del padre l 1 amoroso figlio, 

qui conceptus est. 

Non vi vaierà già fin l’indo andare, 
contra la synagoga pesa deos, 
nemanco far la messa celebrare 

del spirito santo. 

Sconfondi tutti questi cani iudei, 

Jesu benigno, che la magior parte 
tengon per certo che tu non sei 

natus de maria Vergine. 

Italia mia, asta pur con lieto core, 
sta forte in lega e non haver timore, 
che te annuntio chel tuo redentore 

Surrexit a mortuis. 

E1 bon Jesù che mai se trovò scarso 
ha exaudito el prego de Taliani, 
perché la voce del gran sangue sparso 

Ascendit ad codos. 

Siede a man stancha quel chera De Leva 
del gran Minos judice infernale, 
et il Cotona che più degno era 

Sedet ad dexteram. 

Ma tutto il resto per gran punitione 
non starà troppo che credo per certo 
ritorneranno alla maleditene 

dei patris omnipotentis. 

Anderà a Napoli il liberatore 
De Italia beila per poner il freno, 
ei Duca de Lorena con lonore 

inde venturus est. 

In pace e in gaudio Italia noi vedremo, 
tal che simil a lei mai esser stata 
facilmente da noi stessi potremo 
indicare. 

Posteriore di alquanto tempo e di origine meno popolare che let¬ 
teraria e — forse per questo — di minor efficacia e nella espressione e 

(1) Bri net, Manuel. Tom. IV, col. 803: Pasq. e Marf. Venezia, Guadagnino. Stampa 
Presa di Roma el lamento e le gran cru - rarissima e non mai se non nello stesso se- 
dcltate fatte dentro con el credo che ha fatto colo ripubblicata. Il Credo comincia : 
li Romani con un sonetto et un successo di Credo, se creder so po in la speranza etc. 


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romanza, N.“ 5] IL PATER NOSTER DEI L OMBARDI 


131 


nel concetto che quello da noi pubblicato, è un altro P. N, nel quale 
T autore sconosciuto lamenta le guerre fra V Imperatore ed il Re Cristia¬ 
nissimo e li esorta a volgersi contro il Turco che minaccia l’Italia; 
ciò che lascia luogo a stimare questa poesia composta verso la metà del 
secolo XVI. Anch’ essa è cavata da una stampa senza data né luogo, 
rarissima tanto da poterla a buon dritto chiamare inedita: e per questo 
rispetto e per il suo valore poetico e storico non spregevole, ne ripro¬ 
duciamo i brani più rilevanti (1). 

0 Sommo Iddio che tutto V universo 
Di niente creasti, e poi volesti 
Esser detto da noi in simil verso: 

Pater , 

D’Italia i tuoi figliuoli afflitti e mesti 
Con salda fé, con cuore umile e pio 
Gridano a te che protettore resti 

Noster. 

Se non P ajuti tu, nel mondo rio 
Chi sarà quel? chi darà lor la pace, 

* Se non gliela dai tu, o sommo Dio 

Qui es in coelis'ì 


Liberali, Signor, da Turchi e cani: 

Scampali da quei ladri e assassini, 

A 1 quai poco parrebbe in le lor mani 

Rtgnum tuurn. 

Signor, fa che ascoltando nostri inchini 
Ti degni dir, secondo sua dimanda, v 
Nauti li spirti tui almi e divini: 

Fiiat. 


Ch’abbi Italia aver guerra ognun ragiona, 
Per il Turco che viene, e alcuni sono 
Che dicon che sarà quivi in persona 

Hodie. 

S'Italia non soccorri, signor buono, 

Già non so altrove di voltar miei piedi, 
A me i peccati miei per grazia e dono 

dimittc. 


(I) Il Priegho | d'Italia detto | il Pa¬ 
ter Noster | Fatto al sommo Iddio | Nel 
quale ilpriegha voglia liberarla dalle loti | 
ghe guerre miserie et affanni , dei quali 
per | longo tempo è stata afflitta , e gli 
piqc J eia renderli quella liberta che già | 


hebbe prima c darli pace uni | versale come 
hebbe al tempo | d’Augusto con altri capi¬ 
toli I cosa molto degna e \ bella di nuovo | 
stampata . 8 facciate s. a. n. 1. Ne dubbiai» 
la comunicazione all’illustre prof. A. D’An¬ 
cona. 


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132 


F. XOVATI 


[gioiixale di filologia 


Quanta piente mi strazia ognora, il vedi, 

Da un canto l’Aquila ho, dall’altra i Gigli, 
E questa e quelli dicono: vo\ cedi 

Nobis. 

Ma io che già ho provato con miei figli 
Quanto superbo sia lor fare e dire, 

E in quanti posti mi hanno, oltre i perigli. 

Débita ; 

Vorrei dalle lor man, potendo, uscire; 
Gridando i miei figliuoli: o sommo Iddio, 
Dè, facci ormai la libertà fruire 

Nostra . 


Porgi l’orecchio a noi, o sommo Iddio, 

Ascoltaci, signor invitto e degno: 

Da guerra, da tormento e affanno rio 

Libera nos . 

Ch’ ognun di noi laddove al santo regno 
Siedi con tuoi, ti manderà suo cuore: 

Liberato sarà, quantunque indegno, 

A malo. » 

Fallo per tua bontà, dolce Signore: 

Dammi libertà, pace e buon governo, 

Che sia tuo santo nome in tutte P ore 
Dall’ Italia lodato in sempiterno. 

Né la Germania è in questo secolo inferiore all’ Italia nella produzione 
letteraria di parodie religiose-politiche: la pareggia anzi indubbiamente, 
se pur non la supera. In essa si prepara infatti e si compie uno dei 
più grandi rivolgimenti dell’evo moderno, la Riforma: ed è più che na¬ 
turale che a manifestare un’agitazione, la quale aveva le sue origini in 
questioni di fede e di culto, venisse preferita dai poeti popolari una forma 
che si prestava, svariatamente atteggiandosi, così all’espressione seria 
come alla satirica e burlesca dei sentimenti e dei fatti. 

Ed è in Germania appunto che, quale non ultimo né inefficace stru¬ 
mento a combattere la Chiesa Romana, pubblicavasi nel 1544 da Celio Se¬ 
condo Curione quella curiosa e ormai rarissima raccolta di satire contro 
la Curia, che si intitola Pasquillorum Tomi duo (1). In essa, fra le molte 
e varie forme di componimenti, sonetti, terzine in italiano, epigrammi, 
endecasillabi, dialoghi e ritmi latini, si trovano pur anco due parodie 


(1) Parquillouum | tomi | nuo | quorum 
primo rersibus ac rhytmis, altero \ solata 
oratione consrri | pta quamplnrima conti - 
nentur y | ad \ cxhilarandum, confirmau - 
du/nque hoc | perturbaiissimo rrrum stata 


pii | ìcctoris animum | opprime | eotidu- 
centia. | Eorum catalogum proxima | a 
Pracfatione pagella rcperies. | Eleuthero- 
poli | MDXL1III. 


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romanza, n.° 5] IL VA TER NOSTER DEI LOMBARDI 


133 


latine degli Evangeli, di molto interesse. Se esse poi si debbano giu¬ 
dicare opera di italiani o surte, come le più antiche goliardiche, da biz¬ 
zarro cervello germanico, mal sapremmo giudicare: perché le scritture 
raccolte dal Curione non souo tutte Pasquinate: bensì esso di questo 
nome si fa schermo pubblicando poesie più antiche, che giovano a mo¬ 
strare la secolare corruzione della Chiesa Romana, a giustificare la ri¬ 
bellione recente (1). 

Le due parodie, di cui teniamo parola, possono ricondursi al me¬ 
desimo tempo : giacché V una e V altra riguardano avvenimenti vicinis¬ 
simi: la morte di Papa Clemente (1534) ed il viaggio di Carlo V com¬ 
piutosi poco dopo. La prima è imitata dal Capitolo XXIV del Vangelo 
di S. Luca (2), in cui è descritto rincontro dei due Discepoli che an¬ 
davano in Emaus, con Gesù: ma Luca e Cleofa divengono per Pasquino, 
S. Pietro e la Curia; Cristo, il morto Clemente. Questi chiede ai due 
viaggiatori di che cosa si attristino : De Clemente 7.° — Pietro ri¬ 
sponde — et vir iustus iniuria popttli mortuus est: nos autem timide ru - 
mores fugbnus, quia ci successisse Faulum III audivimus , qui liane cu - 
stodiam removit , domumque orationis caprarum ccllulam fccit, hujns pro- 
ventus suis nepotibus contulit , oh quae Fopulus stupet. Quare Clementem 
summopcrc cupimus et cxpcetanius resurgere. lite autem respondens , dixit: 
0 staiti et tardi cordis ad credendum nonne oportuit Clementem morì , et 
alium surgere qui in vos peius tyrannizarct? Così continua il dialogo, 
secondo le esigenze della parodia più o meno letterale: ma sempre acuto 
e pungente, quale lama a doppio taglio: ferisce il nuovo Pontefice e 
non risparmia l’estinto. Contro lo stesso Paolo III, sul quale altrove 
Pasquino barbotta questa giaculatoria, 

Oremus prò Papa Paulo , quia zelus 

Domus suae comcdit illum (3), 


(1) Pag. 94 (per errore d’i ni pressione: si 
corregga 99): Ad Lectorem. Libuit hic 
subijeere Querelata de fidc^pii et spiritua- 
lis cìtiuspiam Parochi, ut videtur , ante 
hoc nostrum seculum, nupcr in Germania 
reperta f ut videas , optime Lertor , etiam 
ante nos fuisse semper in Ecclesia aliquot 
pios et sanctos viros, qui cum pubi ice non 
auderent suum spiritum et sensum pro- 
fìteri, tamen in angulis suis , ut erat tunc 
Ecclesia in desertum pulsa per Draconcm 
(ut Apocalypsis dic.it ) suum dolorem extil- 
laverunt et visitationis die ni suspirave- 
runt. La Querela de fide ha tutti i carat¬ 
teri (l’un ritmo goliardico. Ma ciò che è molto 


notevole e che, se non erriamo, sfuggì fi¬ 
nora all' attenzione di chi si occupò della poe¬ 
sia Goliardica, si è il fatto che a p. 302 ( t. II ) 
è riportata sotto il titolo di Evangelium Pa- 
squilli o | lini Romani iam peregrini Do- 
lus cobiscum. Et corniti tuo. Frequentia 
falsi Evangelii sccundum Archam Auri 
et Argenti. Gloria tibi Auro et Argento , 
la famosa parodia Goliardica, la Sequentia 
falsi Evangeli sccundum Marcam argenti , 
che si legge nei Carni, liur. p. 22. 

(2) Pag. 308: Evangelium sccundum | 
Marphorium. In ilio tempore Petrus et Curia 
ilmnt in Castello nomine Emaus. eto. 

(3) Salmo LXIX vers. 9. 


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134 


F. NO VATI 


[giobxalb di filologia 


si legge nello stesso volume altra violentissima satira sotto forma di pa¬ 
rafrasi del Misererò (1). 

L’altra parodia cade sul Capitolo XII del Vangelo di S. Gio¬ 
vanni (2). Come abbiamo già detto, ne viene colpito Carlo V, al quale 
Roma, come già Maria a Cristo, effonde sui piedi preziosi unguenti. Ad 
un francese che ne mormora (Quare hoc unguentimi non venit ad nos 
decetn millibus et non datar Francisco? ) , Carlo risponde: Sine Ulam: in 
die enim victoriae meae hoc unguentimi servavit. Vos enim Gaìlos semper 
Fonia nutrii , me vero non semper. Crudele verità ammantata da cru¬ 
dele ironia! Al banchetto segue l’ingresso dell’Imperatore in Roma; 
la preghiera d’esser liberato dalle francesi molestie ( transeat a me calix 
Galli) e la affermazione, che se vincesse, trarrebbe a sé tutti e tutto (et 
ergo si exultatus fuero in victoria , omncs traham ad me ipsum): il che si 
verificò davvero (3). 

Venendo adesso alla Germania, appartengono a questo tempo al¬ 
cune parodie in prosa del Benedicite , del Gratias , del Pater Noster 7 del- 


(1) Pag. 425: Psalmus Miserare mei. se | 
cundum Ambrosium, Pas | quillo para - 
phraste: 

Misererò me! Panie non seenndum Ravignanam 
miaerioordiam tuam, 

Nec sccundum consuetudlnem tuam dele sustan* 
tiam meam etc. 

Termina: 

Tunc imponont in mensam tuam In argento meo 
capoucB et vitulo». 

Gloria Patri Alio et nepotnm tnorurn choro, sicut 
fuit in Ravenna et medico et mo et none et 
semper et in obitum prelatoram. Amen. 

(2) P. 305: Evangelium | secundum Pa- 
squillum: In ilio tempore ante decem dies 
Pascliae Carolus ven it in mona sterilirti post- 
quam Clemens mortuus erat etc. 

(3) Della fine del cinquecento, allusiva alla 
occupazione di Marsiglia fatta a tradimento 
dagli spagmioli. che nel medesimo modo la 
perdevano per opera del Granduca di To¬ 
scana nel 1505, è una parodia del Salmo CXIII, 
conservata in un Cod. del tempo, già Segniano 
ora Laur. 14; e in un altro Riccard: il 771. 
Essa è molto notevole ed è stata composta 
da un fautore de' francesi: 

7)i exitu Cacsaris de Ghallia, Andreas 
de Doria de mari pròfundo : fat ta est Mar- 


silia fortifichatio regis, monumentum eius 
Druentia. 

Caesar Drucntiam vidit et fugit : Do- 
rias propter regis copiosa classe conversus 
est retrorsum et equites Caesaris exulta- 
bunt ut arictes et pedites eius sicut agni. 

Quid est tibi Caesar quod fugisti et tu 
Doria quare conversus es retrorsum f 

Marsiliam munitissimam vidi et fugi: 
propter fìretonum et Xoi'inanorum classali 
conversus situi retrorsum. Quid vobis fuit , 
equites, quod fugistis ut cervi silvestres et 
vos pedites ut lepores campestresi 

A facie regis motus est excrcitus , afacie 
eius motac sunt triremes. 

Qui Marsiliam in medio constituit et 
Avelatam prope fontes aquarum. 

Non nobis, Domine , non nobis militibus 
regis, de Caesaris fuga et suorum strage, 
sed di' gloria nomini tuo etc. 

Più innanzi rammenta gli alleati del Re 
francese : Domus Orlienensis ducis spe¬ 
rarti in Domino et ab insidiis Caesaris li¬ 
berarti eam Dominus. 

Dominus memor fuit Ioannis Pauli 
Vrsini et benedixit illi. 

Benedirti Dominus Stephano Pi'ene- 
stino et Corniti Rangoni. 

Benedixit Dominus omnibus sub Regc 
Gallorum militantibus equitibus et pedi- 
tibus . etc. 


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romanza, n.° 5] IL PATER NOSTER DEI LOMBARDI 


135 


r Ave Maria: e di queste due ultime orazioni e del Credo se ne hanno 
pure altre in versi (1). Del Salmo CXIII cita pure una parodìa politica 
il Du Méril (2); ed il Soltan pubblicò il Valer Unser der Herzogs Ulrich 
von Wurtembcrg (3), che comincia : 

Valer unser : 

Reitling ist unser ; 

Der du bist in den himmeln 

# Tùbing und Essling wòUn wir auch baXd gewinnen. 

Questa predilezione del popolo tedesco per le parodìe, continua nel secolo 
seguente e prende anzi maggiore incremento coll’aprirsi della guerra dei 
Treni anni: quando gli eserciti Danesi, Francesi e Spagnuoli apportano 
nelle ricche provincie Germaniche quel lutto e quei danni, che aveva 
tanto tempo sofferto la misera Italia. Nei Canti Storici già citati, il 
Soltan ha raccolto anche l’ Heidelbergische und Rcbcllen Valer Unser (4) 
del 1621: ed un Der Soldaten Vatter Unser (5), che suona: 

Wenn der Soldat zum Bauren keret ein, 

Griisset er ihn mit freundlichem Schein : Vatter 

del quale ci occorrerà di nuovo tener parola. E nella raccolta di Canti 
appartenenti ai medesimi tempi, del Weller, un Màhrisclie Vatter Un¬ 
ser (G), in prosa, del 1619: un altro del 1631, svedese: Das Schwedische 
Valer Unser (7); e del 1646, Das Forstensohnische Vatterunser ( 8); tutti 
e due in versi. Nel volume dell’ Opel e Cohn leggesi pure Das %xipsti - 
sche Valer Unser (9) del 1620 unito a tre parodie di Salmi, nonché varie 
parodie in prosa dell’Evangelo di Giovanni (10), di Luca (XIX) (11), 
del Salmo I e II (12), della tentazione di Cristo (13); una poesia intito- 


(1) Ved. O. Schade, Satiren und Pa • 
squillen aus der Reformationszeit, 2. 1 2 3 4 5 ® 1 * 
Band, p. 270-71 (Hannover 1856). Questi 
componimenti si trovano aggiunti al Der 
Papisten Handtbùchlein (1559). 

(2) Du Méril, Poés. lat. antér. etc. p. 96: 
In exitu Landgravii de Hassia: doraus Saxo- 
num de populo barbaro etc. 

(3) F. L. Soltan, Ein Hundert deuts- 
che historische Volkslieder. 2 Ausgabe, 
Leipzig, 1845, p. 241. Sopra una Litania 
Germanorum , cfr. D. F. Strauss, Hulrich 
von Hutten , II, 183. 

(4) F. L. von Soltan, op. cit. p. 460. 

(5) Id. ibid. p. 67. 


(6) E. Weller, Die Lieder des Dru ■* 
stigjàrhigen Krieges , Basel, 1855, p. 61. 
Nella stessa pagine trovasi das Bóhmische 
aller Angen , pure in prosa. 

(7) Id. ibid. p. 204. 

(8) Id. ibid. p. 263. 

(9) I. Open und A. ConN, Der drustig- 
jàhrige Krieg. Etne Sammlung von histo- 
rischen Gedichfen und Prosadar stelli* n- 
gen. Halle, 1862, p. 32. 

(10) Id. ibid. p. 100. 

(11) Id. ibid. p. 195. 

(12) Id. ibid. p. 209 e 210. 

(13) Id. ibid. p. 99. 


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136 


NO VATI 


[GIORNALE DI FILOLOGIA 


lata: Il decalogo degli Spaglinoli (Die Spanischen Zchen Gebot) (1): una 
parodia dell’ In dulci jubilo (2) e finalmente alcune parodie di Canti 
ecclesiastici protestanti conosciutissimi (3). 

L’Italia pile ha tanta ricchezza di poesie politiche nella letteratura 
colta di questo secolo, non manca di parodie, esse pure rivolte a ram¬ 
mentare avvenimenti storici. Due però fra esse hanno altro carattere: 
il De Profundis d'una monaca disperata (4), nel quale si svolge un ar¬ 
gomento assai gradito, a quanto sembra, in quel tempo; e un P. N. di¬ 
retto contro il Senatore Rossi, ministro del Granduca di Toscana, at¬ 
tribuito nel ms., da cui lo ricaviamo, al bizzarro ingegno del fiorentino 
G. B. Fagiuoli: cosa che non ci sembra priva di probabilità (5). Il P N. 
comincia : 


0 del Toscano ciel Giove benigno, 

Avvezzo ad influir con mani d’oro, 

Grazie a quei che ti acclamano per loro 

Pater, 

Qual fallo nei tuoi servi mai scorgesti, 

Che gli facessi dare in man d’ un cane 
Quel che dato ci fu dal ciel per pane 

Noster ? 

Rivolti dunque a te, Rossi inumano, 

Non ti sovvien che mulattier sei stato? 

Rispondi or che tu sei infarinato : 

Qui es? 

Cagione delle invettive e dei lamenti si è la ingordigia del ministro 
e la durezza adoperata nelle esazioni esagerate: 


(1) Id. ibid. p. 6. 

(2) Id. ibid. p. 91. 

(3) Id. ibid. p. 318. Molte di queste in¬ 
dicazioni ci sono state fornite dalla genti¬ 
lezza del D. r R. Kòhler di Weimar. 

(4) Questo De Profu?idis è stato edito da 
G. Leti nella Vita di B. Arese (Colonia, 
della Torre 1682 ) senza nome d’autore. Ade¬ 
spoto si legge pure in un Codicetto misceli. 
Riccard. (il 2883) intitolato: Varie cose scrit¬ 
te da Gio. Minuti nel Collegio di Prato nel - 
Vanno 1713: e salvo parecchi sformati er¬ 
rori di ortografia non differisce dalla stampa. 
Fra le poesie di P. Maura (1638-1711) del 
quale ripublicò recentemente (Milano, Bri- 
gola, 1879) i componimenti in dialetto sici¬ 
liano L. Capuana, sono ricordate VA. M. 
ed il P. N. di una Monaca : ambedue ine¬ 


dite. Ad un Miserere scritto contro la città 
di Messina dopo la rivolta del 1672 dovette 

10 stesso poeta la liberazione dal carcere. 

(5) Cod. Riccard. 2947. In esso però è 

taciuto il nome del Rossi, contro al quale la 
poesia è diretta: e dove occorreva, come nel 
primo verso della terza terzina, è stato sosti¬ 
tuito con un epiteto. Invece questi riguardi 
non si sono avuti da colui che copiò la mede¬ 
sima poesia nel Cod. Riccard. 2242, che pre¬ 
senta anche varianti non poche né senza va¬ 
lore. Per i brani che citiamo, abbiamo scelto 
dall’uno e dall'altro Cod. le lezioni che ci pa¬ 
revano piu conformi all’intento dell’Autore. 

11 ritrovar tante varianti di si breve poesia, 
può esser prova della diffusione che essa ebbe 
quando apparve in pubblico. 


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HOMANZA, Ji.° 5] 


IL PATER SOSTER DEI LOMBARDI 


137 


Se anderan, come credo, nell’Inferno, 

Metteranno l’appalto anche sul fuoco, 

Giacché hanno fatto questo simil gioco 

Et in terra. 


E che occorre più dire il Pater Noster, 

Se ora appaltato è quel che ci consola? 

Per noi infruttuosa è la parola 

Panetti. 

La disperazione in cui sono entrati i toscani è, secondo il Poeta, 
grandissima : 


In Tripoli, in Algieri, in Barberia 
Mandaci, Serenissimo Padrone, 

Che liberi sarem dal reo fellone 

Et nc nos. 


Per concluderla adunque dichiaro 
Vi risolviate l’impresa lasciare; 

Che a fé de Dio voi ci farete entrare 

in tentationcm. 

Sottoporremo il capo al manigoldo 
Ed i suoi strazi a noi parran men fieri, 

Ma da navicellai e mulattieri 

libera nos. 

E giù che i nostri queruli lamenti 
Non son sentiti, bisogna sbrigarsi, 

Unirsi ciaschedun per liberarsi 

a malo. 

E se ’l nostro poter non é bastante, 

Venga in nostra difesa ’l Turco e ’l Moro, 

Già che si sa che il fiorentin decoro 
Deve un giorno morir con il turbante. 

Amen. 

Poco interesse presentano due altre parodie dell 1 Orazione domeni¬ 
cale, una di proposta, l’altra di risposta, le quali si possono ascrivere 
al medesimo tempo (1). Non contengono che indeterminate domande di 
soccorso celeste e altrettanto vaghi rimproveri della divinità per i com- 


(1) Si leggono nel Cod. Riccard. 3464. Il 
primo componimento intitolato Rime sopra 
il P. N. consta di 25 terzine e comincia: 


Pater celeste Iddio, onnipotente 
Padre, sofferma alquanto il tuo furore. 
Se ti slam figli sempre ti stia a mente. 


a p. 3 segue la Risposta di P. N: 

Figliuol, e’ io ti son padre e redentore ctc. 
a p. 12 le Rime sul Salmo XXV: 

Ad te levati gli occhi, o Signor mio, 

A te ricorre l’alma tribolata, 

A to Trinità santa, solo Iddio. 

10 


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138 


F. NO VATI 


[giornale di filologia 


messi peccati. Sono però lavoro di non rozzo versificatore tanto esse, 
quanto un’amplificazione (più che parodìa) del Salmo XXV : lunga assai 
e nella quale non vi souo che queste due strofe, le quali faccian cenno 
dei fatti contemporanei: 

Omnes gentes gran duol ci fan patire, 

Con strazi con minaccio et con ingiuria 
Sì che ’I ben manca e cresce il gran martire. 

Princìpes persecuti sunt con furia 
Il popol nostro con acerbi stenti, 

Et d' ogni ben sentiamo gran penuria (1). 

Uno de’ maggiori tentativi che la Potenza Ottomana, già declinante, 
ardisse, cioè 1’ assedio di Vienna del 1683, che ha ispirato le magnifiche 
canzoni al Filicaja, viene pure rammemorato da due umili componimenti, 
sin qui, a quanto pensiamo, ignoti. Il primo è parodìa del notissimo 
inno sacro, il Dies irae (2) : 

Dies irae dies illa 
Turcas solvit in favilla 
Ilex Jouannes cum Maxilla. 

Quantus terror iam futuru*, 

Si in Vieunam intraturus, 

Omnia strage vastaturus! 

Tuba circum sparsit sonimi 
Per Provincias Polonum 
Vocans Duceni legionum. 

Facta dicunt et natura 
Quod Germania seni per dura 
Sit Turcarum sepultura; 

e così continua piuttosto lungamente: ma a noi sembra opportuno fer¬ 
marci a tale saggio: giacché questo ritmo non ha certo molto pregio, 
come ne ha pochissimo un altro componimento, formato di tanti ver¬ 
setti scritturali, cavati dal libro de’Salmi, da quello de’Giudici, da Ge¬ 
remia, che celebra lo stesso fatto, cioè la liberazione della capitale au¬ 
striaca (3). 


(1) Pag. 14. 

(2) Si trova nel Cod. Riccard. 3473, che 
è un volume di poesie vario, autografe per 
la più parte e indirizzate al Fagiuoli: il quale 
non solo deve essere stato il possessore, ma 
il formatore di questa miscellanea. Questo 
componimento però non ha nome d’autore: 
porta il N. 11. 

(3) Cod. Riccard. misceli. 2503, cart. 105- 


106: Populus Viennae ab obsidione divino 
ausilio liberatus, sic loquitur ; Audite 
haec omnes gentes, auribus percipite omnes 
qui Inibitati* orbem etc. — In fine si legge: 
A . Z. eoe dìvinis scripturis hos flores le~ 
gebat. Anno a partu Virginis CIO .IOC. 
LXXXIII Ex Psalterio Davidis. Ex libro 
ludicum. Ex oratione Jeremiae. C. V. 




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romanza.| 5 ] IL PATER NOSTER DEI LOMBARDI 


139 


Della fine del seicento, è pure una parodia del P. N. diretta contro 
Alessandro Vili (1689-1691), che abbiamo ricavata da una raccolta di 
Pasquinate (1). A noi non occorse mai vederla ricordata : è molto vio¬ 
lenta, ma non priva però di qualche eleganza di forma. L’anonimo au¬ 
tore apostrofa così il Pontefice: 

/ Oh tu che avesti il regno in Vaticano, 

E fusti eletto dallo Spirito Santo, 

Esser tu sol nostro sovrano e santo 

Pater , 

Tu fa che il gregge tuo, eh' è già disfat to, 

Non resti esposto al Gallico giudizio 
E che il misfatto altrui non sia supplizio 

Noster. 

0 tu che Pietro ancor con tua follia, 

Con Prencipi rimetti a competenza, 

Forse che non conosci in tua coscienza 

Qui cs ? 

Sei altro eh' un pezzente rivestito, 

Ch’opera buona mai sapesti fare, 

E ti ricordi al fin che devi entrare 

in coelÌ8? 

Né i desideri suoi si limitano a poco. La preghiera che rivolge a Dio, 
è che faccia morire il Papa al più presto: giacché in Roma non si può 
più resistere alle vessazioni dei ministri d’Alessandro: 

Roma sta male, né mai stette peggio, 

E s’i capi non hanno compassione, 

Non pagheremo nell' occasione 

Debita nostra. 

Non 8’userebbe tanta tirannia 
Se li Papi con noi stesser del pari, 

E se mangiasser dei bocconi amari 

Sic ut et )U)S. 

Né gli pare d’ aver detto abbastanza : 

Molto in ver vorrei dir, ma perchè so 
Che della veritade ognun si picca, 

E chi vuol dir il vero alfin s’impicca; 

dimittim us. 


S'i Veneti ab aeterno furon pazzi, 

Però ti prego, Padre onnipotente, 

Che più al governo di sì pazza gente 

ne nos induca». 


(1) Cod. Ri cenni. 2504, j». 22. 


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110 


F. NO VATI 


[giornale di filologia 


Altro non brama il popol che un motivo, 

Per dar Roma principio a sollevarsi, 

Che saria lor pensiero sollevarsi 

a màio. 

Allora sì vorressimo vedere 
Subito un parapiglia, un serra serra 
E Monti e Stelle e Quercie andar per terra: 

Amen . 

A questi lamenti dei popoli della media Italia contro i loro gover¬ 
nanti si uniscono espresse nella medesima forma, le querele dei Lom¬ 
bardi soggiacenti a dominio più di tutti stolto ed iniquo. Una parodia 
Lombarda del P. N. per sé stessa notevole, ma che acquista per noi 
maggiore importanza per un fatto che metteremo ora in luce, veniva 
parecchi anni sono pubblicàta dall’ illustre letterato G. Carducci in un 
periodico fiorentino (1). 

Il Carducci in una Notizia premessa alla poesia, diceva crederla 
inedita e tale era difatti nella forma in cui usciva alla luce. Eppure 
essa non opera originale di ignoto secentista, ma devesi ormai conside¬ 
rare come rifacimento letterario del P. N. plebeo dell’antecedente secolo 
contro i Francesi. Curioso a dirsi: la parodia misogallica cent’a-nni dopo 
rimaneggiata e trasformata in parte, diveniva misoiberica, ma in fondo 
rimaneva sempre la stessa. Il rifacimento del secento si scosta e non 
poco dal modello: opera di persona non indotta, essa non presenta più 
quelle forme dialettali a mala pena larvate da desinenze italiane e quelle 
licenze di metrica e di rima che si incontrano nella poesia anteriore: 
anche la distribuzione dei versetti seguenti ad ogni strofa è fatta da ar¬ 
bitraria, regolare: talché non ne viene ommesso alcuno; né riferito or 
un solo or molti a capriccio : ma per quanti mutamenti siano stati intro¬ 
dotti nelle espressioni e nel linguaggio, le due parodie hanno conser¬ 
vato una sostanziale identità. I raffronti che, a dar forza alla nostra 
affermazione, potremmo fra Runa e l’altra istituire, sono troppo nume¬ 
rosi per poterli riprodurre in queste pagine: troppo evidenti per non 
indurre chiunque sentisse curiosità di farli, a riconoscere l’indiscutibile 
affinità che lega le due poesie. 

Per questa ragione ci siamo indotti a ripubblicarla in seguito alla 
prima: giacché si è questo, a giudizio nostro, un fatto degno di consi¬ 
derazione, e che addimostra una volta di più, come nelle forme adoperate 


(1) 1 4 Ateneo Italiano , Giornale di Scien¬ 
ze, Lettere ed Arti etc. diretto da G. Chia¬ 
rini. Voi. I, fase. VI (1866). Puhblicaz. di 
Scritti Ined. Una Poesia Stoì'ica del Se¬ 


colo XVII, p. 90-93. Venne tolta da due 
C-odd. Riccard. il 2868 (indicato con A) e 
il 2977 (indie, con B). 


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bomanza, n.° 5 ] IL PATER NOSTER DEI LOMBARDI 


141 


dalla fantasia del popolo all’espressione de’suoi sentimenti, nulla mai 
si ritrovi in realtà, sebbene talvolta 1’ apparenza possa ingannare, di in¬ 
consueto e di nuovo. Il popolo predilige pur sempre quelle forme che tra¬ 
dizionalmente furono da esso adoperate : e molte, già scomparse e sepolte, 
veggonsi rianimate di nuova vita risorgere, e manifestare, coll 1 eloquente 
linguaggio, la storia di nuovi affetti e di nuovi dolori. 

Questi vincoli di rassomiglianza che annodano alla parodia popolare 
del cinquecento, l’altra più letteraria del secolo posteriore; vincoli che 
noi stimiamo prodotti da voluta imitazione, e non fortuita coincidenza 
di casi e di sentimenti nella plebe Lombarda, intercedono in grado mi¬ 
nore, ma non meno singolare fra i due P. N. italiani ed uno tedesco del 
secolo XVIII, il Pater Noster dei Villani di Colonia , composto nel 1704 
contro i francesi (1). 

La parodia germanica Vatcr unser def Colnischen Bauern, della 
quale il modello, o certo almeno una redazione anteriore si è quel Ber 
Soldaten Vater Unser , che abbiamo già rammentato, del seicento, è molto 
probabilmente una cosa sola con la poesia popolare del Meklenburg in¬ 
titolata Bauern vatcrunser , e 1’ altra rammentata dal Prohle, come quasi 
identica a questa ultima, l’ Ilannóverschcs Vatcrunser (2). E la identità 
di questi quattro canti popolari, che potrebbe forse ad alcuno sembrar 
strana, non parrà più tale, quando si pensi che prodotta dai medesimi fatti, 
esprimendo gli stessi affetti, questa parodia dovette rapidamente diffon¬ 
dersi in tutte le provincie dell’ Alemagna e divenire in ciascuna di esse 
la manifestazione dei pianti e dei desideri comuni. 

Nella poesia tedesca adunque e nelle parodie lombarde, che certo 
non hanno altra relazione fra loro fuorché quella prodotta dalla origi- 


(1) H. Pròiile, Wcltliche und geistli- 
cheVolkslleder und Volksschauspiede. 1855; 
n.° 99. Alcune strofe (cioè la l a , 2 a , 12 a . e 22*) 
tradusse, citandole per saggio, il prof. E. 
Teza in una nota apposta alla notizia del 
Carducci. 

(2) A meglio stabilire questa relazione fra 
le quattro parodìe crediamo che non sarà 
inopportuno il dar qui un brano di ciascuna. 
Il Pater Noster dei soldati del XVII secolo, 
dato alla luce dal Soltan, comincia così: 

Weim der soldat zun Bauren keret ein, 

Grùsaet er Ihn mit freundliclien Schein: 

Vattcr, 

Dankct ilun daneben zu allcr Frist: 

Bau or, was da hast, ulte* ist 

t'aver, t ic. 


La parodia Meklenburghese, edita da H. 
Gadkk nel Dcutschen Museum del Prutz, 
anno 1855, n.° 47, p. 769 non è che una tra¬ 
sformazione di quello: 

Der Fransoz der tritt ine Hans hinein 

Hund spricht zum Hauswirth aus falschem Schein : 

Vater etc. 

Il P. N. Annoverese, della fine dello scorso 
secolo, citato dal Soltan (p. LXXVI1) non 
abbiamo veduto, ma basta, crediamo, rassi¬ 
curazione del Soltan stesso, che lo dice quasi 
identico al Meklenburghese. Il P. N. dei Co- 
lognesi poi, pubblicato dal Pròhle, è quasi 
preciso : 

Wo nur dor Franzmann kebrct ein 
Ho grusst i r uhm mit falschem Schein 

Vater! eie. 


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142 


F. NO VATI 


[OIORNALK DI FILOLOGIA 


naria affinità del pensiero del popolo in tutti i paesi, è mirabile la coin¬ 
cidenza delle idee e del linguaggio. I villani di Colonia soffrono gli 
stessi insulti e le stesse privazioni dai Francesi guidati dal re Luigi, 
che i contadini Lombardi avevano patiti da Carlo Vili: quindi nella 
parodia germanica, che si divide in ventotto distici, chiusi ognuno da 
una parola o una frase del P. N. in tedesco, non in latino, troviamo 
come nelle italiane, gli invasori tutti umili dapprima, brutali subito dopo: 

Wo nur der Franzmann kehret ein, 

So griisst er una mit falschem Schein: 

Yuter ! 

Man bald horet zur selben Frisi: 

Mein Vater, was du kast, das ist 

Unser. 


ne vediamo istessamente d#scritta la rapacità: 

Ach Gott, wenn’s stiind in ibrer Macht 
Zu 8plùndern wàren aie bedacht 

dein Reich. 


e gli insulti all’ouor maritale: 


Solch 1 2 Volk hat man gesehen nie; 

Bei unsern Weibern liegen sie 

als auch wir. 


e parimenti espresso il desiderio di liberazione: 

Ach Gott, lass sie bei uns nicht lang, 

Die Schelmen thun uns angst und bang, 

sondern erlflse uns (1). 


Dei primi anni del secolo XVIII sono pure due altre parodie del¬ 
l’Orazione Domenicale. La prima, il Pater Noster di Mantova pentita , 
non può riferirsi che alle conseguenze della imprudente deliberazione di 
Ferdinando Gonzaga; il quale nella guerra per la successione di Spagna, 
sebbene fosse soggetto all 1 Impero, pur volle stringersi in alleanza coi 
Francesi ed aprì loro le porte della città, perdendo e libertà ed onore: 
e poco più tardi (1707), come ribelle, lo stato. La supplica di Mantova 
all’Imperatore è piuttosto lunga e scritta con qualche eleganza: ma 
venne in più luoghi guasta dal trascrittore nel ms. dalla quale la rica¬ 
viamo (2). Nelle necessità della guerra cerca scusa la città alla sua ri¬ 
bellione : 


(1) Cfr. del P. N. contro i Francesi, da noi 
pubblicato, le strofe 1, 2, 5,15, 19: e di quello 
del Carducci, la 3, 4, 6, 10. 21. 

(2) Cod. Riccard. misceli. 2121, Mantova 


pentita supplica V Imperatore per il per - 

dono : 

Ravveduta, signor, del grave errore etc. 


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romanza, n.° 5] IL PATER NOSTER BEI LOMBARDI 


143 


Son rea di ribellion, già lo confesso, 

Ma la necessità tale mi rese, 

Per non veder distrutto il bel paese 

Noster. 

Troppo lo so, presume mia baldanza 
E ’l temerario ardir : ma pur pietade 
Spero da te, esempio di boutade 

Qui es. 

1/ ambizion trasportommi a tanto eccesso, 
E credendo il Re Gallo un altro Dio, 
Sperai che trar potesse il stato mio 

In codis. 

Mora provo l’Inferno, e quello istesso 
Che T sollievo mi diè, via più mi noce ; 
Nè mi vaio il gridare ad alta voce: 

Santificetur. 


E pur se sfogar vói l’ira terribile 
Sul duce mio, perchè ti fu infedele, 

Purché salvi il mio popolo fedele, 

Fiat. 

Più breve assai, ma di gran lunga più vivace e pungente è il Pater 
Noster Francois en 1708 ( 1), contro il Poi Soleil : 

Nótre-Père qui est à Versailles, 

Son nom n’est plus precieux, 

Son Iioyaume n’est plus si grand, 

Sa volontà n’est plus faite 
Sur la Terre, ny sur la Mer; 

Donne-nous du pain qui manque 
De tous costcz: pardonne les enemys 
Qui nous ont battus et ne pardonne 
Pas les Generaux qui les ont laissés faire; 

Ne nous abandonne pas aux caprices 
De la Maintenon, et delivro nous 
De Chamillard et de Partisans. 

Aincy-soit-il. 

Molto posteriori sono tre parodie in versi italiani, di qualche im¬ 
portanza. La prima, imitazione della Salve Regina, allude al matrimonio 
di Ferdinando di Borbone, Duca di Parma, con Amalia d’Austria. I 
sudditi, a quanto accenna la poesia, accolgono con gioja l’arrivo della 
novella sovrana, che deve ajutare i maneggi di coloro che osteggiano il 


(1) Cod. Riccard. Misceli. 2WX 


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F. NO VATI 


144 


[giornale di filologia 


governo del Du Tillot. La poesia è anonima, ma abbastanza felice nel¬ 
l’accoppiamento, spesso arduo, dei due idiomi: 


Donna regai, donna pietosa Salve , 

Tu degna figlia d' Austriaca Regina ; 

Verso i sudditi tuoi mostrati Mater, 

E i segni fa veder Misericordiae : 

E fa che tomi a noi vitae dulcedo , 

E che in te cognoscendo ogni spes nostra , 
Ognuno nel suo cor ripeta: Salve, eie. 


L’altre due parodie del P. N. furono scritte, In occasione della par¬ 
tenza del Granduca di Toscana, l’una; di quella della Granduchessa l’al¬ 
tra: senza dubbio di Leopoldo e della moglie che ascendevano per la 
morte di Giuseppe II al trono imperiale (1790). L’addio al sovrano non 
è scevro di asprezza: 

Pater , tu parti e porti teoo il noster, 

Contro il decreto del qui es in coeUs ; 

Tu fosti finto qui sanctificetur, 

Ma noi malediremo il nomen tuum. 

Tu che facesti volentier V adveniat, 

Se il ciel ti punirà, noi direm: fiat , 

Che iniqua sempre fu voluntas tua etc. 


Affettuoso invece è il saluto alla Granduchessa: 


Tu la consorte sei del Pater noster 
Per il volere del qui es in codis; 

Com’ei non fosti qui sanctificeturt 
Perciò fu sempre amato il nomen tuum. 
Sebben tu avessi in grande orror Vadveniat, 
Nulla potesti oprar pel regnum tuum; 
Mentre, quand'egli detto aveva: fiat , 

Inutil si rendea voluntas tua. 

Felici sol con te sicut in coelo 
Noi saressimo stati etiam in terra , 

Mangiato avremmo in pace il panem nostrum 
Lodando tua bontà nel quotidianum ; 

Noi diremmo languenti allor : da nobis 
Qualche cosa da viver come hodie ; 

Liberi dal gridar dimitte nobis, 

Non ci tormenterian debita nostra , 

Lieta saresti tu sicut et nos. 

Ma tu parti; noi mesti or te dimittimus, 

E nel libro riman de debitoribus 

Pien d'afìlizion segnato ognun de nostris. 

Gran forza ci vorrà ne nos inducas 


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romanza, n° 5] IL PATEli NOSTER DEI LOMBARDI 


145 


Di venir a seguirti in tentationem. 

Per quanto puoi almen da lungi libera, 

0 Pier Leopoldo, nos a màio. Amen. 

E nella penisola ed in ogni altra parte d’Europa il grande conflitto 
d’armi e di idee eccitato dalla Rivoluzione Francese, avrà certamente 
dato la vita ad un numero ingente di parodie religioso-politiche, fra le 
moltissime poesie di forma e d’indole popolari. A noi per vero manca 
e il tempo e la possibilità di estenderci in malagevoli, e forse poco grate 
ricerche a tal proposito. Ne ricorderemo tuttavia alcune che ci ven¬ 
nero sott’occhio; così da poter dire d’aver seguito, sebbene in modo 
rapidissimo e certo incompiuto, il fantastico cammino di questo bizzarro 
genere letterario, dai secoli che diconsi più immersi nella caligine me¬ 
dievale alla aperta luce del secolo XIX. 

In un volume ms. miscellaneo conservato nell’Ambrosiana che con¬ 
tiene discorsi, proclami, poesie pubblicate in occasione della venuta dei 
Francesi a Milano e dello stabilimento della Repubblica Francese (1), 
leggonsi, fra altri componimenti, un Credo repubblicano (2), per nulla no¬ 
tevole, ed un Pater nostro patriottico che vorrebbe esser spiritoso ed è 
triviale (3). Dello stesso tempo è pure un Dialogo intessuto di frasi 
scritturali fra il pontefice e vari stati d’Italia e d’Europa; i Doveri d'un 
cristiano da recitarsi sera e mattina in onore e gloria della Sant.™ e Beat.™ 
Libertà ed altri (4). Ma più opportuna a chiudere la nostra rassegna è 
da giudicarsi la Orazione Domenicale che recitano i Francesi nel partire 
dalla bella Italia. Al lamento degli oppressi Lombardi, che viene ora 
alla luce, così si unisce la querela degli oppressori : 

Che infamia ò mai la nostra, massime quella del nostro capo, che col suo molto 
operare si meritò il bel nome di Pater, 

Essendo ridotti ad una miseria tale, che quel poco che possediamo lo possiamo nem¬ 
meno dir Noster\ 


(1) Voi. segnato S. C. V. II. 14, coll’ epi¬ 
grafe: si quid dclirant auctores ne typi cui - 
pentur. 

(2) Pag. 134: *) Credo nella Repubblica 
Francese, una ed indivisibile, creatrice del- 
rEguaglianza, Libertà sociale; 

2 ) Credo nel generai Bonaparte suo fi¬ 
gliuolo, unico difensor nostro etc. 

Lo rammenta anche N. Bianchi, nella 
Storia della Mon. Piern. T. Ili, p. 516. 

(3) Pag. 133. Comincia: 

O buon Dio che sei in cielo. 

Padre nostro e del Vangelo ! 


Non siam bestie da some : 

Si santifichi il tuo nome. 

Venghi tosto il tuo regno: 

Oli altri Re non han sostegno. 

Faccia ognun la volontà 
Del suo Dio pien di bontà 

Tanto in cielo quanto in terra 
Vuol pazienza in noi la guerra etc. 

(4) G. De Castro, Milano e la Repub¬ 
blica Cisalpina. Milano, Dumolard, 1879. 

10 * 


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F. NO VATI 


110 


[giornale di filologia 


La ragiono giusta e vera delle nostre disgrazie si ò il non aver voluto riconoscere 
qui es in coelis , 

Jl non aver voluto osservare i suoi precetti, e sue feste sanctificetur. 

Ahi Francia infelice! Ciò di che dei più crucciarti si è questo che in te non debba 
rimanere che il solo infame nomen tuum. 

L’Italia or gioirà,, e godra de 1 nostri mali, e tutta allegra e contenta, rivolta verso 
l’Austria griderà,: Adveniat regnimi tuum . 

Pochi nostri partitanti ci restano ancora, ma essendo anche questi resi vili e inti¬ 
moriti dalla nostra sorte fatale, con voce tremante diranno: fiat voluntas tua. 

Iddio pur troppo sa mostrarsi sempre in ogni evento lo stesso situi et in coelo et in 
terra. 1 

Che ci resta or dunque? Nuli’altro che andar cercando il Panem nostrum . 

Ma terminerà, questa nostra cattiva condizione, o sarà, il nostro disdoro quotidianum? 

Ove sono quei dì felici, che con tanta prepotenza, coll’alterigia inaudita ci presen¬ 
tavamo agli Italiani, quai creditori di scadute cambiali, dicendo: da noli a 
hodie ? 

Ma ora ci tocca dire: dimitte nobis. 

Ora ò giunto il momento in cui riconoscere, ma troppo tardi, debita nostra. 

Con qual animo vorranno gli italiani far fronte a chi si impadronisce dei loro stati, 
e difender noi, se sorgono dal male che gli abbiamo cagionato, sicut et nos 
dimitlimus ? 

Se anzi da moltissimi Italiani si ritiene che l’Austria abbia da soddisfare debitori- 
bus nostris? 

Che valsero tutti i tentativi da noi usati per fare che il popolo Italiano ci njutasse? 
Che giovarono le nostre finzioni nelle gazzette, ne’ fogli e ne’ bollettini per te¬ 
ner celata la nostra rovina? Esso pur troppo saprà le disfatte continue per la 
nostra parte : per cui franco risponderà : et ne nos inducas in tentationem. 

Se Napoleone fosse ancor grande come era, gli potressimo almeno dire: libera nos a 
malo. 

Ma ahi! che siam forzati a replicare: Amen. 


IV 

Il Pater Noster , che cantava la plebe Lombarda nel XVI secolo, per 
quanto si può rilevare dalle poche notizie che abbiamo cercato di rac¬ 
cogliere nelle pagine antecedenti, appartiene adunque ad una categoria 
speciale nel genere delle Parodie : non spetta né alle imitazioni serie del- 
l’Orazione Domenicale, né alle satiriche o semplicemente giocose. In 
esso si trovano, come in molte altre parodie religiose politiche suac¬ 
cennate, misti i due elementi: V intenzione ne è seria, l’espressione 
non sempre. Ecco perché la nostra poesia è detta nella stampa ve¬ 
neta cosa ridiculosa e bèllissima : eppure si tratta del Lamento dei vil¬ 
lani, di quegli infelici che vedevano la messe dispersa, gli armenti 
rubati, il casolare preda alle fiamme: non gioconda scena. Ma in essa 
il pianto dà talvolta adito al sorriso: e accanto alia imprecazione di¬ 
sperata coutro Poppressione straniera, v’è l’ironica beffa: in mezzo a 


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bomanza, 5 ] IL PATER NOSTER DEI LOMBARDI 


147 


tante sventure, fenomeno bizzarro, pur di ridere il popolo rideva di sé 
medesimo, delle proprie calamità, della propria vergogna: ed era intanto 
pervenuto a tal bassezza da giustificare quasi l’acerbe parole deirAlioue: 

Per Galli e noi reduti a tanto 
Che se passemo la montagna, 

Podemo dir fin in Alamagna 
Con reverenzia, siam Lombardi (1). 

Quale è tuttavia, nella rozzezza della sua forma e nella trivialità 
de’concetti, non dubitiamo di affermare che questo P. N. si unisce bel¬ 
lamente a completare la serie già copiosa dei canti popolari d’argo¬ 
mento politico, che possediamo di quel tempo. Esso porta una nuova nota 
in quel contrasto veementissimo di opinioni e d’affetti, sorto nell’Ita¬ 
lia, bruscamente strappata ad una lunga, ahi troppo lunga! pace. In 
mezzo alle tante disastrose avventure di quelle diuturne guerre che scop¬ 
piano per il Reame di Napoli, per il Ducato di Milano, i poeti popolari 
profondono i loro versi, per ogni avvenimento importante, ogni vittoria, 
ogni sconfitta: ed i canti o in metro lirico, o in terzine e in ottave, i 
Lamenti , le Barzellette , le canzoni, nate fra il popolo e per il popolo, 
corrono l’Italia narrando indifferentemente d’Alessandro VI, del Valen¬ 
tino, del Moro, di Luigi XII; la prigionia di Massimiliano e quella di 
Francesco I, eccitando la compassione sui caduti, o sovra di essi provo¬ 
cando le risa e gli scherni del volgo (2). Ma fra tutti questi canti, mentre 
alcuni si preoccupano soltanto delle battaglie, delle vicende de’Principi, 
che vertiginosamente passavano dalla reggia alla prigione, altri invece 
deplorano i mali della patria e piangono sovra le città saccheggiate e 
distrutte: i campi abbandonati ed incolti. A questi oscuri ignorati ri¬ 
matori, improvvisatori, cantori in banca si aggiungono nelle querele i 
più eccelsi, i più classici fra i poeti del secol d’oro; all’Altissimo, allo 
Strascino da Siena, all’anonimo scrittore del P. N ., van compagni il Fra- 
castoro, il Bojardo, l’Ariosto, il Vida. E tutti insieme o nel monotono 
ritmo popolare e nel breve ottonario, o nella ottava splendida e nell’en¬ 
decasillabo latino maestoso alzano un grido d*angoscia e d’affanno di¬ 
sperato, una chiamata alle armi, cui non risponde che il gemito d’un 
popolo infiacchito che non può sollevarsi, lo sprezzo dello straniero che 
lo sa e ne approfitta. 

F. Novati. 


(1) Commedia e farsele,. (Farsa del Fran- del sec. XVI, v. D’Ancona, La poes. pop. 
zoso alogiato ec.) p. 352. Milano, Duelli, 1805. ital. $ IV, pag. 41-70. 

(2) Su queste Canzoni popolari politiche 


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148 


F. NO VATI 


[GIOITALE DI FILOLOGIA 


PATERNOSTER 

CONTRO I FRANCESI 


Pater nostcr, 

Audi il supplitio de nuy poveri Lombardi 
Chi da Guasconi Francesi et Pichardi 
Crudelmente sciamo stradati: 

5 De(h) non guardare a nostri gran pecati, 

Qui es in coeli 

Quando lor veneno in le terre nostre 
Tanto pietosi et honesti se fano, 

9 Che pareno con soi offidoii in mano 

Santificetur. 

Poy che in casa sono arrivati 
Pareno orsi et leoni dsscadengiti : 

13 Biastemano corno Cani renegati 

Nomen tuum . 

Poy subito comentiano a cridare: 

- Baliate le claves del granare, 

17 Et quella de casa et del solare 

Adveniat 

Fano poy de nostri ben tal masaria 
Questa crudel et perfida genia, 

21 Che in un giorno se consumaria 

Regnum tuum . 

Se alcuna cosa voleno domandare 
Et nuy sei baston no volemo provare 
25 Dir ci bisogna, corno el marinare, 

Fiat, 

E se la rason alcuno domanda 

Perchè el gran Roy è passato in qste bande. 

29 El ci risponde certo che le stato 

Voluntas tua . 

Poi te dirano che se trova scritto 
Che luy sera imp’atore del tuto, 

33 E questo afirmano esser stabilito 

Sicut in coelo . 

Sumergeli qui, dio de passione, 

Si commo submergisti Pharaone, 

37 Et dalli in celo la maliditione 

Et in terra. 

E non li basta ancor far tanti mali, 

Che ne tractano corno animali, 

41 Et dano (o dio) iusino a li cavalli 

Panati nostrum. 


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bomajiza, H.° 5] IL PATÉ li NOSTER DEI LOMBARDI 


149 


E molti affani se passeno in un momento, 

E ogni mal se purga in qualche tempo; 

45 Ma pure il dolore nostro è in un tormento 

Quotidianum. 

Se habiamo caponi over gaiine 
Et se voliamo s’var per la matina, 

49 Comenziano a cridare in gran ruina 

Da nobi^ ltodie. 

Quando ne la Camera sono arrivati 
Et hano li boni vini retrovati, 

53 Gridano corno cani renegati 

Et dimitte nobis. 

Pur se volesseno usar discretione, 

Si corno fano le bone persone, 

57 Doveriano pagare cum rasone 

Débita nostra. 

Se habiamo moglia over donzelle 
Le voleno per ior et le più belle, 

01 Et in nel lecto ancor dormir cù elle 

Sicut et non. 

E noi per non rece vere le derate 
De calzi e pugni e male bastonate, 

65 E anchor per schivar le cortellate, 

Dimittimus. 

Pensa se questi sono gran dolori! 

Se fano si stessi procuratori, 

09 Kescodeno li dinari corno signori 

Debitoribns nostris. 

Signor Idio, cum devotione 

Noi te pregamo per la tua passione, 

73 Che ci deffendi da questa maleditione 

Et ne nos inducas in tentationem. 
Ma tu signor che sei justo e clemente, 

Da queste bestie e crudel gente 
77 Che ci consumeno, presto ci deffende: 

Et libera nos ab eis. Amen. 

Tìibl. Marc. Cod. Misceli. 2 213 , n° 4. Il titolo è nella stampa cosi espresso : Lo 
Alphabeto | delli Villani | Con il pater noster e il lamen | to che loro fanno, cosa | ridiculosa 
& bellissima. — Anche nell* edizione Veneta la prima strofa è di quattro veì'si. Verso 
2 de noi poveri villani — 3 Che da Francesi Spagnuoli e Alemani— 4 Siam crudelmente 
straziati — 5 a li ni peccati — 7 vengono in le case nostri — 9 con suoi offici e pater no¬ 
stri— 11 in casa nostra sono intrati — 12 Paieno leoni e orsi scatenati — 13 Biastemando 
come fanno i renegati — 16 Baja sa le chiave — 17 della casa del cellaro (francese céllier) — 
18 Adveniant— 19 E fan — 20 gente— 21 in tre giorni gli — 23 hanno a comandare. — 24 Se 
dal bastoti non vogliamo — 25 Dir ne bisogna come fa — 27 Se la cagion la fusse addi- 
mandata — 28 Perche cagion gli monti abbin a passare — 29 Risponden loro e dicono esser 
stata — 31 E poi diceno — 32 Che per lor Timperator esser diritto (?) — 35 Sommergili 
Signor— 39 Falli — 40 Che lor ne uccidon tutti gli animali — 41 Ma danno ancor alli 
lor — 43 Molti affanni passauno ad — 44 se sana a — 45 Ma lo male ns è un — 47 Se noi — 


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150 


F. NO VATI 


[aiOBXALE DI FILOLOGIA 


48 E volessimo salvar — 49 con — 51 E quando in lo cellaro sono intrati — 52 già trovati — 
53 arrabbiati — 54 dimitle— 55 chi volesse — 50 Come fan gli gentili e buon — 57 Che 
pagar ce volesser. — 59 E se abbiala mogi irre — Od per loro le — Gl Ne li letti veleno 
dormir con quelle — G3 Ter non recipere de li derate — 04 Che ci minaccian di bon col¬ 
tellate— 05 bastonate — G7 crudel — 08 Che lor si fan in procuratori — 09 E voglion ri- 
scotere da gran — 71 tutti in geaocchione — 72 con devotione — 73 Che da noi discacci — 
75 Liberaci Signor — 70 Da questa fallita e disperata grate — 77 Che ne consuma e guar¬ 
daci al presente — 78 soltanto: Amen, Amen: In Venezia per Mathio Pagau in | Frezaria 
al seguo del | la Fede. 

PATERNOSTER 

CONTRO GLI SPAGNUOLI 

Pietà, signor, ch'ogni speranza è morta: 

Porgi rimedio a’poveri cristiani, 

Che non sien strapazzati da' marrani, 

4 Pater noster. 

Questi son quei che in su la dura croce 
Sino alla morte ti fér sempre guerra; 

E peggio ti farien se fusai in terra, 

8 Qui es in coelis. 

Quando son questi entrati in casa nostra, 

Vanno guardando intorno umanamente 
Co 1 colli torti, e paion veramente 
12 Sanctificetur. 

Da una sera in su si fan padroni ; 

E non si può lor praticare intorno, 

Perché rinnegan mille volte il giorno 
16 Nomen tuum. 

La prima cosa che fa lo Spagnuolo, 

Per ogni luogo della casa bada; 

E dove veda cosa che gli aggrada, 

20 Adveniat. 

Di poi dice al patron - Traiga aqui todos - 
Col petto gonfio e con il viso altero, 

Che non gli basterebbe un giorno intero 
24 Rcgnum Tuum. 

- Vengas hs póUos ij las gaUinas : 

Si non , quiero ammattar con U cuciglio - 
Tal che si convien dir con basso ciglio, 

28 Fiat. 

Forse Milan per qualche gran periglio 
È sottoposto a questa gente ria: 

Benché si creda, o giusto Dio, clic sia 

. Vvlunta* tua. 


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homanza , k .° 5 ] IL PATER N OS TEE DEI LOMBARDI 151 

Caccia, signor, d'Italia questi cani, 

Nostri nemici e tua, perfidi, infidi; 

Acciò che non ne resti a 1 nostri lidi 
36 Sicut in coelo. 

Signor, ti prego per la tua clemenza, 

Che questi che non credon nel vangelo, 

Sian maledetti da te sempre in cielo 
40 Et in terra. 

Non gli basta straziar e tòr la robba: 

Per doppio scorno di tutti e vassalli 
Danno in cambio di biada a’lor cavalli 
44 Panem nostrum . 

Signor, metti or mai fine a'nostri mali: 

Che ciaschedun di noi si trova afflitto, 

Mentre voglion per loro il nostro vitto 
48 Quotidianum. 

S'abbiam nulla di buono da mangiare 
Che salvar lo vogliamo all'altro giorno, 

Dicon - Rinego Dios - sempre d’intorno, 

52 - Da nobis hodit 

E questo lor non basta : e 1 vogliono anco 
Ch'audiamo lor davanti peccatori, 

E che dichiamo: Per gli nostri errori 
56 Dim Ut e nobis. 

Dopo avergli serviti e dato loro 
11 nostro aver, trattano ognun da matto, 

Dicendoci che non li abbiamo fatto 
60 Debita nostra. 

Appress'a questo ogni «altro male è poco, 

Chi si voglion cavar tutte lor voglie, 

Mettendosi a dormir con nostre moglie 
64 Sicut et nos. 

Poi minacciau dicendo - 0 vos ombre , 

Juro a Dios te dare una scartigliata - 
E noi, per non toccar cotal picchiata, 

68 Dimittimus. 

Non basta tòrci la roba e l'onore : 

Vedi se son ribaldi, iniqui, avari: 

Voglion anco riscuotere i danari 
72 Debit or ibus nostris. 

Dò, benigno signor, fa ch'oggi mai, 

Quantunque grandi sien nostri peccati, 

A discrezion di questi scellerati 
76 Et ne nos inducas. 

Questi son perigliosi ancor parlando; 

Che gli santi farian scandalizzare, 

E forse gli farebbon anco entrare 
b0 In tcntationem. 


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152 


F. NO VATI 


[GIORNALE DI FILOLOGIA 


Piglia pur quanto vuoi d’oltramontani, 
Che di tutti peggior son gli SpagnuolL 
Però con nostri ben, moglie e figliuoli, 

84 Libera nos. 

Cessa l’ira, signor, di tua giustizia: 

Chò i gran peccati che commesso abbiamo 
Sono la causa che condotti siamo 
88 A malo. 

Metti, signor, l’Italia in unione, 

Acciò da questi con siam liberati: 

E pigli l’arme ciaschedun barone, 

Acciò che a pezzi sian tutti tagliati. 

93 .Amen. 


V. 5 Che strapazzati non sien: B. — 5 che su: A .— 13 che paion: B — 18-19 In ogni 
luogo di tua casa vadi, Addove trova cosa che gli aggradi: A, — 21 traino qui: A, Do¬ 
vrebbe leggersi todo ove nel testo è todos. E vale : Porti qui tutto. Le parole spagno¬ 
lesche del testo valgono: Porti qui tutto. È inutile del resto avvertire che, dove si 
contraffa in questi versi il parlare degli Spagnoli, le dizioni non son tutte spagnole 
nè regolari . — 25 Traga aqui : B. Ma non va bene nè V uno nè l’altro. Quei testo po¬ 
trebbe racconciarsi : Vengan aqui los pollos y gallinas. — 26 chreo amcon lo scorciglio : 

A. Quel testo dovrebbe ridursi cosi: Si non, quer matar el cuchillo (seno, voglio am¬ 
mazzar con il coltello). Valgono: voglio ammazzar con il coltello. — 27 Si che: A. 
torto ciglio : B. — 29 Invece di periglio probabilmente doveva leggersi peccato. — 30 a questa 
cotal gente: B. — 31 Ben che ognun creda, o giusto Dio potente: B. — 35 non ne siano a’: 

B. — 48 basta saziarsi : B. — 42 Per troppo: B, — 48 Cotidiano: A. —49 Se nulla abbiamo 
di buon da: B. — 50 per l’altro: B. — 53 basta: voglion: B. — 54 andiam da lor: fì .— 
55 E gli dichiara: B. — 57-60 Mancano in A. —61 Appresso questo: A. — 62 voglion 
cavar: A. — 63 Voglion anco dormir: A. — 65 Putto pebro: B. Dove non so che voglia 
dire pebro, se pure è scritto cosi nel cod. — 66 covillada: B. Nel testo dovrebbe dire 
cuchillada. E vale: 0 voi uomo, giuro a Dio ti darò una coltellata. — 67 cotal pric- 
ciada: B. —77 anco: A. — 78 farian : B. — 79 forse li farieno: A. — 81. Piglia quel che 
tu: A. — 81 i peggior: A. — 83 Però i nostri: A. — 85 Cessi, signor, l’ira di: B. — 87 Son 
la cagion che condotti noi siamo: A. — 90 Acciò siamo da questi liberati: i?. —92 Acciò 
che in mille pezzi sien tagliati: A. 


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ROMANZA, N. n 5] 


li. PUTELLI 


15D 


UN NUOVO TESTO VENETO DEL RENARD 


Chiedo ospitalità al Giornale di filologia romanza per un nuovo 
testo veneto del Renard , che a me fu dato rinvenire. Il testo che io 
pubblico, contiene le stesse avventure che trovansi in quello edito, anni 
sono, dal Teza; l’identità però, consiste solo nel contenuto, che la re¬ 
dazione è affatto diversa, specialmente nella seconda parte. Nella quale, 
l’accenno che si fa (vv. 575-587) ad un’ altra avventura, di cui non v’ha 
parola nel testo del Teza, ci può far credere che anche quella fosse co¬ 
nosciuta in Italia; il che importerebbe stabilire, per cancellare mag¬ 
giormente l’opinione, un tempo accettata, che le ragioni storiche e le 
condizioni psicologiche negarono agli Italiani ogni partecipazione alla 
gran satira che si esplica nel Renard. Né parmi di essere fuori del vero, 
se penso che il nostro testo abbia per ciò una speciale importanza, ma¬ 
nifestandosi di forma e di contenuto popolare, con quel suo prologo 
(vv. 1-42) a sentenze morali, e colla moralità che in fine (vv. 695-703) 
si deduce da ciò che è stato narrato. La mancanza di tutti i mezzi 
necessari mi tolse di raffrontare i due testi veneti con quello, o con 
quelli da cui possono derivare, e stabilire così la relazione che passa 
tra loro. Desidero che altri si accinga a questa ricerca, e spero che ai 
dotti riescirà accetto anche il solo testo, quale io sono costretto a dare. 

Ho tratto il testo del Renard da un codice miscellaneo, apparte¬ 
nente alla Biblioteca Arcivescovile di Udine, che per errore figura nel 
catalogo dei codici latini, de’quali segna il numero XIII degli in 4°; 
è membranaceo, di carte complessive 64; alto cm. 19, largo cm. 14. È 
rilegato, e sulla costola porta la scritta: « Mss. Ascetici] sec. XIV ». 
Nella faccia interna della legatura leggesi, dopo l’indicazione 4° XIII, 
questa nota: « Codicem hunc | Bibliothecae Archiep.” Utinen. | dono de- 
dit | Petrus Braida sacerdos | et ejusdem Bibliothecae praefectus | Kal. 
Decemb. 1783 ». Insieme al codice è legata una nota, probabilmente del 
bibliotecario Ongaro, nella quale si dà una diffusa descrizione del codice, 
e si dice, cadendo in vari errori, della natura di ognuna delle sette scrit¬ 
ture contenute. L’autore di questa nota afferma che il codice « vuoisi 
supporre scritto, se non prima, al cadere del sec. XIV », ed infatti i 
criteri paleografici lo assegnano alla seconda metà di questo secolo. 

Nel recto della prima carta, che un tempo faceva da foglio di cu¬ 
stodia, si vedono i segni di parole ora quasi scomparsi, e leggibili 
forse solo con grande fatica. Contiene quindi il codice: 

11 


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154 U. PUTELLI [giornale di filologia 

a) Una Somma sul modo da tenersi nella confessione (c. 1 b — 8 b). 
Comincia : 

Incipit quedara siimela sub brevitate vulgariter conpillata qualiter mares et 
mulieres debent sui[s] confessionibus per ordinem sua confiteri peccata. In poi quello 
che multi homini e temine po falire alguna fiata e veramente falla per invistiga- 
cione de lo diavolo. 

Finisce : 

a^o che uni (?) ne possa seguire utilitade he le altre persone ne possa piare bono 
exemplo. am. am. am. Deo sit laus et honor. Explicit liber confessionum deo 
gratias. 

b) Il noto poemetto sulla Passione (c. 9 a—15 b). Comincia: 

Aid ite bona gente questa mia raxone 
Col cor e cun la mente e cun la entencione 
La qual non e parabole ne fable ne can 9 on 
An 9 e de jesu cristo la vera passione. 

Finisce: 

Li sant e le sante martir e confessor 
K elli per pietai fa$a preg al segnor 
Ke perdon a queluj ke de quest fo auctor 
E deali vita eterna en pres de quest lavor. Amen. 

Il poemetto è intercalato da rozzi disegni a penna coloriti, che 
rappresentano i fatti della passione. 

c) Una preghiera latina alla Vergine (c. 16 a); il verso della stessa 
carta è occupato da un disegno che raffigura, nella parte superiore G. C., 
seduto tra due angeli, nella inferiore molti santi. 

d) I salmi graduali (c. 17 a —22 b). 

e) Una raccomandazione dell 1 anima in latino, seguita da preci la¬ 
tine; senza alcuna distinzione da c\ò che precede, tengon dietro due 
preghiere latine alla Vergine e a S. Giovanni Evangelista; a queste si 
accompagnano le litanie alla Vergine diverse dalle Lauretane, e molte 
preci latine (c. 23 a—38 b); a c. 33 b, nelle ultime linee, tra una prece 
e l’altra, v’ha questa curiosa ricetta: 

Per la discorencia. Tuo del or 9 o e failo iribrustidarlo quando questo e fato 
tuo e failo bulir chom el plantagn quant el havera ben bolito va chiólo de la aqua 
mediesema chel a buli entro e tuo el rosso d un ovo e batilo ben e tu del grasso 
della tella d un becho e messeda tuto quanto e haveray fato un bon cristiero. 

Le parole in corsivo sono friulane, e ci fanno pensare che il codice sia 
stato scritto in Friuli, tanto più che in una delle preci latine precedenti 
si invoca S. Gallo, patrono della Chiesa di Moggio; ciò che fece pen- 


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bomanza, s.» 5] NUOVO TESTO VENETO DEL RENARD 


153 


sare all’autore della nota unita al codice, che questo provenga dall’ab¬ 
bazia di quel paese. 

f) Il poemetto di fra Giacomino da Verona, « la Gerusalemme ce¬ 
leste e la Babilonia infernale » (c. 39 a, 49 b), già edito dall’Ozanam 
(Documents inedits) e dal Mussafia [Monumenti di antichi dialetti italiani ), 
del quale ci riserviamo di far conoscere la lezione secondo questo nuovo 
codice in uno dei prossimi fascicoli del Giornale. Comincia: 

D una cita sancta ki ne voi oyr 
Cum eli e fata dentro un poco ge n o dir 
E 90 ke gen diro se ben le voi retenir 
Gran prò ge fara senya negun mentir. 

Finisce : 


L o conpilla de te^e de glosse e de sermone 
Ase ave enteso de le bone raxon 

.emo tuti ke quel ke fe 1 sermone 

Ke Xristo e la soa mare ie fa^a guedon. 

A c. 50 a, un disegno illustra i versi di fra Giacomino; nella parte 
superiore si vede G. C. seduto, alla sinistra la Vergine e una piccola 
figura di santo, alla destra un altro santo; nella parte inferiore Luci¬ 
fero siede sul suo trono, mentre altri diavoli s’ affaccendano a cacciare 
con forche i dannati in una caldaja. 

g) Il Renard (c. 50 b — 64 b) il cui testo riproduciamo nelle pagine 
che seguono, adorno anch’esso di parecchi disegni ispirati dai fatti 
narrati. 

Raffaello Putelli. 


# 


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R. PUTELLI 


[giornale di filologia 


15(5 


i SEgnori c clone che se qui, [50 b] 

Plasve intender et aldir 
Un sermon de grant aola^ 

A chi intender si li plas. 

8 E1 e sermon de grande festa 
A chi intendre se deleta, 

E sciencia sen po trar, 

Chi i ì bona part la voi retrar, 

Che bein dise la scritura: 
io Tute cosse voi mesura. 

Chi altri briga de inganar, 

L ingano in lui sol retronar, 

E chi per altri fa la fossa, 

Entro el ca 9 e con soa volta: 
la E 1 omo che pensa vadagnar, 

Con mal[i]cia aveir trovar, 

El ge perde quel et altro 
Et e fora del so salto. 

Nui om no diga mal d altrui, 

*o Che altri diga bein de lui. 

Chi voi dir ma del so visin, 

Inprima inpense pur de si 
E soa rason si de cercar, 

E postra (1) diga de altri mal, 

*5 Chi de altri dise vilania 
Ella retorna in soa camissa: 

Or, per 9 e che lo mondo se de mal afar 
Et ogn omo briga de far mal, 
Impelo xristo veras signor [51 a] 
so Si ne a dado cotal rason, 

Che tuta 9 ente al raont vivent 
E tute bestie curent, 

Viva soto segnofia 
Che li demene per dreta via, 
ss Che tuti aibia soa rason 
A soa dreta domandason. 

E si plasete a ieshu xristo, 

Che del mondo fo magistro, 

Che lo lion fosse podestà 
4 » E signor e re clama 

De tute bestie che al mondo son, 

Per far a lor soa rason. 

Or sta lo lion su in una grant montagna 
Con molte bestie in soa compagna, 


(1) Così il ms. per puAviu. 


45 Et avea soi conscieri 
Quant li fasea mesteri, 

E comandadori e scrivan 
Si aveva d ogna man. 

Elo tegniva pledo e rason 
6o Si com re e grant signor; 

Tute le bestie fese adunan 9 a 
E si fese grant lementan 9 a 
Sovra reinaldo conninament 
Deli soi grandi offendiment. 
ss Li 9 a[n]tacler orden segra 
Si se comen 9 a a lementar. 

Or dise quelli: miser lion, [51 b] 
V # i se re e bon signor, 

Nui ve pregemo fortement 
so Entendi nostro lementame[n]t, 

Et a dreta demandason 
N avreine in nostra rason. 

Dananti vui fasemo reclamo 
De rainaldo to vasallo, 

05 Che sempre ne va mal metant, 

Lo orden segre e la nostra 9 ant. 

Nui cantemo li officii e li maitin 
Et el no cessa de nui alcir; 

Ancora non e tropo tenpo 
to Che de nui a morti bein cinque cento, 
Cen 9 a queli eh eli a inavra 
E poco vivi li a laga; 

E questa se cosa manifesta 
Ch io d ai perclada la ala dreta. 

7 ? Or, mesier, per nostro honor 
De questo vui ne fai rason. 

Si deo m ai, dis lo lion, [52 a] 
Questa se grande offension 
Ad alcir 1 orden segre, 
eo Eo son tegnu de 9 ustisier. 

Or andei, busnard lo criador, 

E i mel cridai in bant mortor, 

E vui, simia, scrivan facent, 
Scriverne 1 ordenament, 
ss Si che per scrito sempre se trova 
E bein ne sia in memoria, 

Che in bant mortor sia crida 
Quel malvasio omicidial. 

E la simia si se aprestava 


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hokanza, n.° 5] NUOVO TESTO VENETO DEL RENARD 


157 


90 A far 90 che lo lion comandava. 

Or e vegnu 9 ilbert lo tason 
Che de rainaldo se compagnon. 

Si venne dananti lo lion 
£ si disse saviamentre 
95 Dananti lo lion so parlamenti 
0 nobel lion, per deo mar 9 e, 

Yui deve intender me. 

Molte false lementason 
Se fa davanti vui, baron, 

100 Incontra rainaldo loro vasaio 
Che sovra tuti li altri vai. 

Ma se rainaldo fose qui, 

Chel soa rason podese dir, 

Bein vederis, nobel lion. 

10 B Ora non e qui rainald, [52 b] 
Ch el e anda in altra part, 

A feste 0 a predicacion, 

Per inparar cant e ferm. 

Eo ven prego, 9 entil signor, 
no No mel mete in bant mortor, 

Che eo voio eser so 9 urador 
£ dananti vui manlevador. 

De qui a trei 9 orni vel faro vegnir 
A rason far e pleido aldir. • 
ii 5 In bon ora, dis lo lion, 

Da poi cheo trovo 9 urador 
£ per lui manlevador, 

Non e dreto ni rason 
De cridarlo, in bant mortor. 

120 Or andai, 9 ilbert le tason, 

Per rainald vostro compagnon; 

De qui a trei 9 orni mel fai vegnir 
A rason far e pleido audir. 

Dis 9 ilbert che bein lo fara. 

U 5 Partise de la cort e si sen va 
Dreto al castello de rainald, 

Sen va cilbert 9 en 9 a revart. 

Rainald era in una montagna, [53 a] 
De le altre bestie no se da lagna, 
ìao Bein XV porte elo a d andar 
£ bein quaranta onde el po scanpar : 
£1 e bein perta 9 a la noit 
Del man 9 ar a grant deport, 

Sette galline, cinque caponi 
135 E doi 9 antacler grosi e boni, 

Ch el aveva porta de la noit 
Per aver so grant se 9 oru. 

E yilbert fo a le porte 


E si clama rainaldo molt e forte. 

140 E rainaldo respose in alt: 

Chi e tu che ses vegnu in questa part? 
Eo son 9 Ìlbert le tason. 

E que voi tu far, bel compagnon? 

Eo te voi parlar e dir, 

145 Dis, rainaldo, che avem nui a partir. 
Eo vegno da la corte de lo lion 
Che se imperer e baron; 

Eo te digo novella tal, 

Che li 9 antacler orden segra 
150 Dananti nostro re lion 
De ti a fat lementason, 

Et eo per ti son 9 urador 
Et alo lion manlevador, 

De qui a trei 9 orni ti presentar 
155 A rason e pleid menar. 

De 90 no sia in ti rancura, [53 b] 
Che nui semo si savi de scritura 
E si doti in la rason, 

Che, s el torto fose d[e] nui, 
ìeo Bein saveremo nui si far 
Ch el pleido avere vadagnar. 

Chi a si tegna, 90 dis rainald, 

Eo no vegno in quella part, 

Che remor de povol bein m avraf alcir, 
tea Ch eo no porave mia rason dir. 

Char compare, dis lo tason, 

Vegni ala corte de lo lion : 

Da che eo son stado to 9 urador, 

No me lasar in desenor, 

170 Che deo ne a dado si bon signor, 

Ch el no sen ausa far remor 
Ni parola alsa dir, 

Se no a chi el fa mestier. 

Dis rainald: eo vegnero; 

175 Eo cre 90 che mai no tornerò. 

Eo ven prego, cilbert le tason, 

No m intrei a far manlevador 
E non m intrei a manievar, 

Se eo no ven vegno bein a pregar; 
ìao Eo vel voio paleismentre dir, 

Bein ven porave mal avegnir, 

Quando eo te vegno a pregar, 

Che tu men entresi a manlevar; 
Quant prega 1 om per grant amor [54 a] 
i 85 No po el trovar manlevador. 

Or dis 9 Ìlbert ch el bein fara. 


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158 


B. PUTELLI 


[giornale di filologia 


Partise intrabi e 9 i sen va. 

La mula de gilbert bein trota 
E quella de rainald e 9 ota, 

190 La mulla de cilbert bein ambia 
E quela de rainald e stancha. 

Or son aprea de la cort de lo lion 
C[h]e se inp[e]rier e grant baron. 
Quando le bestie li vete vegnir, 
i 95 Tute ai scumenga a dir: 

De qua ven rainald e lo tason, 
Andemo a corte de lo lion, 

0 8 ia dret, o 8 Ìa tort, 

Si li farem donar la mort. 
loo Compare cilbert, 90 dis rainald, 

Tu m ai conduto in mala part ; 

Bein tei vegni per tempo a dir, 
Remor de povelo me ave alcir, 

Ch eo no porave mia raaon [54 b] 
205 Dir ananti lo lion. 

Or senio apreaso de la cort, 

Grant paura ai dela mort; 

In corte senio deio lion 
Che se imperier e grant baron. 
sio Or intranbidoi ae apresenta 
E lo tason preia parlar : 

Sire lion, 90 dis lo tason, 

Vedi rainald meo compagno[n] 

Che sovra tuti li altri vai. (1) 

215 Ni che aibia ai frane cora 90 
De bein portar un mesa 90 , 

Com fu rainald, sire lion. 

Si mel tegni bein a rason, 

Ch eo 1 incontrai a me 9 a via 
220 Cen 9 a demora ch el vignia. 

Lo lion rainaldo varda, [55 a] 
Avri la boca e si parla : 

Bestia mala de natura, 

Tu ei de si pigola figura, 

225 Com poi tu tante vere far 
E tante brige demenar? 

Dis rainald : miser lo lion, 

Impelo ch eo ai rason. 

Et Ì 8 igrin, che rainaldo non ama, 
sso Dananti lo lion se reclama: 


Nobel lion, per deo marge, 

De rainald fai rason a me, 

Ch el m a uni da mia muier, 

De isigrina, ch e qui a river. 

2 85 Ad un pertus el 1 a trova, 

A mal so gra si 1 a forga. 

Si deo m ai, dis lo lion. 

Questa fo grant offension 
A forgar 1 altrui muier ; 

240 Eo son tegnu de gustiser. 

REesponde gilbert lo tason [55 b] 
Che de rainald e compagnoni 
Sire bon, per deo merge, 

Vui deve bein intendre me; 

245 Molte false lementason 
Se fai ananti vui, baron. 

Per meo compare voio parlar 
E voio soa rason cuiter; 

Quel che de goar a rainald 
aso Digo per lui in questa part, 

Quel che li devese noser per se 
No digo per lui, anci per me. 

Con dret deveres tu isigrin 
Far condur a mala fin, 

255 E la putana de soa muier 
Farla arder e brusier. 

Com poraf eo a meo signor dir 
Parole che non e de crer, 

Che rainald, ch e qui. river, 

260 Podes isigrina a forger? 

Che isigrina se si forte 
Che a dodese darave la morte. 

Or vel digo per convent 
Del bant no de 1 pagar nient, 

265 E fai, mesier, comandason 
Che de 90 piu no sia tengon. 

Se deo m ai, dis isigrina, 

Eo me lemento de puta^ostrina 
De un falso spergurador, [56 a] 
270 Che e bandega de so signor. 

Rainald se caga in una tana, 

Et entro la tana se aposta; 

Eo me cagai entro la terga part, 

De fora romas la quarta part; 

2-5 Uncha no poti dentro entrar 


(1) Dopo questo manca un verso, come si vede dalla rima e dal senso. 


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bomahza, K.° 5J NUOVO TESTO VENETO DEL RENARD 


Ni de fora no poti tornar. 

Fora ensi rainald da 1 altra part, 

De dreto me venne cen 9 a revart; 

A ma meo gra si m a fo^a, 
sso Entro la via se acolega, 

Eo no me podeva corler, 

Per 90 sofri quel gref mestier. 

Dis rainald: qnesto no fes eo miga, 
Ella ve dise grant folia. 

*85 Ella fo altra mala bestia, 

0 altra mala cosa pessima 
Che lil feis intro la tana. 

Sert eia e paleis putana. 

Se dio m ai, dis lo lion, 

* 9 o E1 par che rainald aibia rason: 

Da che 1 se po con dret defender, 

A tort non li voio la morte render. 
Li 9 antacler si s apresenta, 

Davanti lo lion si s alementa : 

*95 Saipia bona 9 ent, 

Che i era bein seto cent, 

Un si n era sanguanent [56 b] 

Che rainald trova la noit; 

Con li dent li trase 1 alla del corp 
300 Ont el parea eh el fosse mort. 

Quel eh era inavra e sanguannent, 
Davanti lo lion si veni plan 9 ent: 
Nobel lion, per deo mer 9 e, 

De rainald fai rason a me, 

305 Che 1 m alci 1 orden segre : 

Tu ei tegnu de 9 U 3 tiser. 

Bein sai tu eh eo son to 9 antador 
E prevede de 9 antar le ore. 

SE(o) deo m ai. dis lo lion, 
sto Questa fo grant offension 
Ad alcir lo[r]den segre, 

Eo son tegnu de cu 9 ti[s]er. 

Se deo m ai, dis rainald, 

De queste parole eo son ben calt; 
su De 90 no responda negun per mi 
Ch eo no li prego, si deo m ai : 

S el de responder algun baron, 

Eo no la tegnaro per vesponsion. 

A vui digo, meser lion, 
ito Eo ve credeva un bon signor; 

Vui se spci^uro per tute part, 


159 

Mal de andar tute le art. 

La podestà de bein intender [57 a] 
E 1 apelason inprendre 
8*5 E la rason bein ascoltar 
E dreta sentencia debia dar. 

Ancora te digo, miser lion, 

Se tu no me teines bein in rason, 

Eo no te presio un speron. 
sso Deli 9 antacler a mi sient 

Eo n ai man 9 a bein cinque cent. 

Eo son veglo, non poso 9 ir, 

No deverave a cort vegnir, 

Mai vos tu pur ch eo devegna 
835 E 1 to comandament mantegna. 

Eo non volsi mai in glesia intrar 
Per messa ni per maitin scottar, 

Se no andai per gal ine prender 
Et alo meo corpo grant asio render, 
sio 0 per gaiine o per capon 
Ond eo me fes de gros becon. 

Eo son bestia per andar 
E li auselli sa bein volar, 

Chi non voi lo mal fu 9 Ìr, 

845 De rason lo de padir. 

Si deo m ai, dis lo lion, 

El par che rainald aibia rason ; 

Da poi ch el se po con dret defender, 

A tort no li voio la morte render. 

850 Dis rainald: grant marce, miser lo lion. 
Dis 9 ilbert: miser fase li don. [57 b] 
Dis lo lion: vole vui mestier? 

Dis rainald: no voil mesier, 

Trop son vetran, noi pos durer. 

335 Or a fato comandament 
Lo lion incontinent 
A rainald bel e 9 ent, 

Sota peina de sagrament: 

Eo ve comando, rainald, 
eco Treva e pas in ogna part. 

Reteite, rainald, de lavorer 
E lasa star lo reo mestier; 

Reteite, rainald, de te lavor 
E non eser piu scacador. 

8d' Se piu mal fasi, eo te faro prender 
E la morte te farai render. 

Dai» cort rainald sen part 
Con reo incegno e con mal art, 


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1GQ 


B. PUTELL1 


[ GIORNALE DI FILOLOGIA 


E va digand: deo criator, 

370 Que ma fato 9 urar lo meo signor! 
Ch eo me mantegno de lavorer 
E lasa star li rei mestieri ( 1 ) 

Eo non sei arar, ni capar, (2) 

Ni sachi adoso no sai portar, 

876 Ni travesar vin in ve 9 ol, 

Ni capar fava ni fasol, 

Ni cambiar or ni ar 9 ent, 

Ni far nisun lavorament: 

Ni far nave ni sandon, [58 a] 

38o Ne alguna lavora (vora) son, 

Ni menar mercadantia, 

Ni lavorer ch al mondo sia. 

Eo cre 90 bein ch eo me spe^urero 
E 1 sagrameuto no tegnero : 

886 Femel 9 urar a mal meo gra, 

S eo me spe^ur non e 1 peca. 

In una "braida rainald intra, 

Una cavra si ne trova. 

Deo te salve, comare cavra, 

39 o Que fastu in questa braida? 

Dia la cavra cen 9 a rancura : 

Deo ve dia mala ventura, 

De qui se vui, mia compare, 

Che vui m apelai vostra comare ? 

39 & Dis rainald: del cavnel 
Ch eo te batÌ 9 ai 1 autrer : 

Bein te devrestu arecordar 
Ch eo tei teni a buttar. 

La cavra li dise in quela ora: 

400 Bein cre 90 ch eo mel recorda. 

Car conpare, que vole vui far? 

Or mel dise, se 1 ve plas. 

Eo vegno de la corte de lo lion 
Che se imperer e gra[n]t baron, 

406 Eia m a comanda per so art 
Treva e pas in ogna part, 

E ch eo me tegna de lavorer [58 b] 
E lasse star li rei (3) mcstier. 

Eo 01*090 beiu che meu spery urero 


4io Ne 1 sagrament no tegnero; 

Femel 9 urar a mal meo gra, 

S eo me sper 9 uro non e peca. 

La cavra responde e si li dis: 

Vui no se savio ni corteis 
4i6 A 8 per 9 urarve del sagrament, 
Partireseve da deo omnipotent 
E averase bando mortor 
Da lo lion ch e inperer e baron. 

Or mi e vui oomunament 
4io Semenemo questa braida de furment; 
Grant bein ne porave deo far 
Se nui scumencemo a lavorar, 

D un gran ne dara bein cent 
Lo vero deo omnipotent. 

436 E rainald un poco se inpensa: 
Comare, nui non avemo semema, 
Arar tera seu 9 a semenar 
Poco ne pora 90 var. [59 a] 

Dis la cavra : bein la troveremo 
430 E tosto la recovrerreino. 

Un vilau de quella villa 
Si n ge n a piena una tina ; 

Doman per tenpo nui nuderemo 
Et asai nui de involeremo: 

4 36 Si la voremo semenar 

Grant beiu ne poremo trovar. 

Dis rainald: ala bou ora, 

Deo ne fa 9 a far bona ovra. 

La cavra inver la villa va 
ito E rainald con si mena. 

Dis rainald per lo (4) primer : 

In la villa no voio intrier, 

Che tuti li e mei verier; 

Eo me staro pur da lu[n]tan, 

4*6 Ch eo ai vere con li can. 

La cavra inver la villa va 
E de forment se carega. 

Dis rainald : per mia fe, [59 b] 
La cavra qui no trova me. 

430 Ella vein de forment cargada 


(1) Il cod. me scier. 

(2) Capar come al v. 376 per capar. 

(3) Il cod. Iteri. 

(4) Il cod. prima di lo ha la traccia d'una lettera ora affatto svanita; ho congettu¬ 
rato fosse un p con segno d'abbreviazione, ed ho letto per. 


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romanza , x.° 5] NUOVO TESTO VENETO DEL RENARD 


x 101 


E rainald non a trova, 

Et e aiegra, ananti sen va 
E rainald si trova. 

Or semenemo lo forment 
455 Intrabidoi cumunament. 

La cavra fo bo per arar 
E rainald preis a semenar; 

Tant cerclia rainald vai e dos 
No li remase pel a dos. 

400 Si deo ra ai, dis rainald, 

Eo son conduto in mala part. 

Alto pare creador, 

Com mala cosa fo lavorason: 

Eo cre 90 bein eh eo me sper^urero 
405 Ne 1 sagrament no tegnero : 

Femel 9 urar a ma meo gra, 

S eo me apertura non e 1 peca. 

Or e semena lo furmopt 
Iu la braida bel e 9 ent, 

470 Tant che 1 furment e cresu 
E grant bein li e devegnu. 

La cavra va per lo furment 
E man 9 a la erba e bein e 9 ent. 

Se deo mai, dis rainald, 

475 Vui men fare mala part, 

Bein save 1 erba (1) man 9 ar; [00 a] 
Eo d ai dura fadiga e pensier, 

Tant ai cerca e vai e dos 
No me remas pel ados. 

48o Si deo m ai, la cavra dis, 

Vui no se savio ni cortes; 

Yui non se uso de lavorason, 

Per 90 parla vui contra rason; 

An me te cretev eo servir, 

485 Bein sai a lavor che fai mistier. 
Atant che 1 furment e cresu, 

E madur el e vegnu, 

E1 a medu e taia, 

Et al ara e 1 porta, 

4 oo De un granel lind a rendu cent 
Lo vero deo omnipotent. 

AMantenent rainald si dis: 

Questo furment se voi partir; 


Del partir bein e rason 
495 La soa part eiba 9 ascadun. 

Eo faro la partita, dis rainald, 

E vui tore la vostra part: 

Lo stran a la paia toi a ti, 

E lo frumento eo voio a mi. 

6 oo A chi el doia, 90 dis la cavra, 

La mia part averai eo a casa, 

E la mia parte bel e 9 ent, 
Intregamentre del furment, 

E la semen 9 a del meo signor [60 b] 
605 Tuta dananti alo lion. 

Dis rainald: lo sol fir a monta, 
Placar de not me fai grant onta; 
Doraan per te[n]po qua vegneremo, 
Se a deo plas, si s’acorderemo. 

510 La cavra sen va per un camin, 

E 9 ura deo e sant martin; 

Rainald, tu me voi in 9 egner, 

Eo tei faro bein conprer: 

Se eo non demeino intrabi li mastini 
615 A questo furment partir, 

Samai no voio deo orer, 

Ne 1 creator che ferma lo cel ; 

Se tu veines rainald a la ten 9 on, 

Se tu no ge lasses lo pil^on, 
fiso Samai no voio deo orer, 

Ni 1 creator che ferma lo cel. 

A li cagnoni la cavra anda 
E si li parla com ella fa. 

Dont vegni vui, mare, dis li cagnon? 

525 Fioli, de molto mala ten 9 on, 

Oh eo semenai furment 
Con rainald comunament, 

E lo traditor rainald 
No me voi dar la mia part. 

530 Fioli, eo voleva del gran, 

Ch eo ve voleva far del pan, 

E si ve voleva dar inaiar, [61 a] 
Unde ch eo ve voleva alevar. 

Dis fortinel: mare, intendi mi, 

635 Menei me a quest furment partir; 

Se 1 vein rainald a la ten 9 on, 

Se 1 no ge lasa lo pil^on, 


(1) Il coti. Ubar : la correzione è resa evidente dal v. 473. Noto che bar è parola friulana 
e vale: cesto, cespo, corona di foglie o ramoscelli sopra una radice (Pirona, Toc. Friulano). 

11 * 


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102 


R. RUTELLI 


[giornale di filologia 


Carnai no voio deo orer. 

Ni 1 creator che ferma lo cel. 

sio Dls bonapresa: mare, intendi me, 

Da che meo frer voi lo pilÌ9on, 

Sego no voio far ten9on; 

Ma in tanti logi lo scur acero 
E si 1 ai romper e forer, 

616 Che non pura nui bein aveir. 

Dis la cavra: a bon ora, 

Eo vcn prego, Soli cagnon, 

Che vui vigne ala ten9on. 

A la maitina la cavra s a leva, 

660 Intranbi li mastin si trova, 

Si sen va bel e 9ent 
0 e la paia e 1 furment : 

Soto la paia li cani s acolega, 

La cavra la paia su li 9Ìta: 

655 Si li covri e bein e 9ent, 

Uncha no par che sia nient. 

E Rainald sen va per un camin, 

E 9ura deo e saint martin: 

Cavra tu me voi in9egner, 
neo Eo tei faro bein conprer. [61 b] 
S eo non demein isigrin 
A questo frument pa[r]tir, 

Qamai no voio deo orer, 

Ni 1 creator che ferma lo cel ; 

665 Se tu no gen lases lo pilÌ9on, (1) 
Qamai no voio deo orer, 

Ni 1 creator che ferma lo cel. 

Tant k el trova isigrin 
Ch el noi tein per bon visin. 

67o Deo te salve, 90 dis rainald. 

Isigrin sen9a rancura: 

Deo te dia mala ventura, 

Per que m intrei vui ad apelar, 

Ch eo non a mo dun dinar? 

575 Tu credi eser verament 
A la caneva del vilan: 

Tu menassi acan (2) salear mancer, 
Poi me fasisti bein fruster. 

Se de m ai, dis rainald, 


oso Eo ve menei in bona part; 

E 1 era asai carne salea, 

Yui ne man9asse oltra mesura; 

Si ve fo streto lo capei, 

Che 1 ve trova lo vilan 
585 Ch aveva lo baston in man ; 

Per la carn che avevi man9ea 
El ve de una mala copea. 

Eo ai semena furment (62 a) 

Con una cavra grossa e 9ent: 
s9o Yui pori la cavra prender, 

Al vostro corpo grant asio render. 
Dis isigrin: or sia in bon or, 

Eo ve apello per meo signor. 

Si se mete allo via90 
so» L un e 1 altro a frane cora90, 

Si se mette amatinent 
Ad andar la ch e 1 furment, 
Amantinent si sen va 
E la cavra si a trova, 
eoo Quant la cavra ve isigrin, 

C[k] ella noi tein per so bon visin, 
Ne a paura, ne voi fuyir, 

Anci sta ardida e balda; 

Con le graspe cometa graspar 
605 E con le come a mane9ar: 

Se tu vens rainald ala ten9on, 

Se tu no ge lasses lo pil^on, 

Qamai no voio deo orer, 

Ne creator che ferma lo cel. 
ciò Rainald varda per vai in perdos, 

E varda per tute part, 

E lo stalo rainald varda: 

Ad una volta de via 
La paia cresuda li paria. 

6i3 Si deo mai, 90 dis rainald, 

La cavra se de mala art : [62 bl 

Questa note fo rosea 
E la paia me par basca. 

Vede lo furment in quella part, 

620 Andai, compare, in quella part 
E si tolere la vostra part. (3) 


(1) Manca un verso facilmente ricostituibile, quando si pensi che qui si ripete la 
stessa formula occorsa ai vv. 518-521, 536-539 e ai vv. 606-607. 

(2) Forse: uguanno. 

(3) Probabilmente questi tre versi non dovettero essere che due. 


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iomanza, n.° 5J NUOVO TESTO VENETO DEL RENARD 


163 


A mi se pres grant mal de ventre, 

E sapiai eh eo ai reo talento, 

Grant mal me farave intro 1 era star, 
osa E rainald intro un bosceto se caya, 
Su in un arbor si monta, 

Si che lue e bel e yent, 

La o e la paia e 1 furment. 

DÌ 8 isigrin a grant baldor: 

63o Eo son gastaldo e partidor 
De rainald eh e meo signor. 

Dis la cavra: a mi siente, 

Vui no portili gran del furment: 
Yegna meo conpare rainal, 

633 Si torà la soa part. 

Isigrin tost sen va, 

Lo dent a col si li ca 9 a. 

Intranbi li mastin su leva, [63 aj 
Fortinel lo pia fort, 
eio Per 1 ara lo getta stravolt. 

Bonapresa lo scuarca foro 
Tanto li tira si che 1 e mort. 

Si deo m ai, 90 dis rainald, 

La cavra se de mal art; 
eia S eo fos anda al furment pa[r]tir, 

• Bein m averave coudut a fin, 

Mai meo compare isigrin 
Bein a conpra lo desin. 

De la pasava doi vilau 
oso Che aveva doi forche in man : 

Deo, dis 1 un incontr a l altro, 

Yarda la che sta rainaldo; 

Coni el e ven 9 a de isigrin [63 bj 
Che 1 noi [tein] per bon visin. 
osa E li cagnon si 1 aldi ; 

Entro lo bosco eli sali, 

E rainald se mete de 1 altra part ; 

E li cagnon si sailuto, 

Si che non 1 a miga veyuto. 
eoo Dis 1 un incontr a 1 altro : 

Eo cre 90 che 1 sia scampa per ria art, 
Ananti non e 1 anda, 

Ni in dreelo (1) non e 1 trona : 


El e scamp[a] per art, 

605 Sin noi trova in nuia part. 

Rainald se pia ad una rama, 

Dre 9 a la coda inver la montagna. 

E Li cagnon oltra se torna : 

Mare, isigrin e mort, 

67o E rainald vo^essemo in lo bosco, 

E se anda de tosto in tosto: 

Om ere eh ei sia scampa per art, 
Avanti non e 1 anda, 

Ni ananti non e 1 torna. 

675 Dis la cavra mal usada, 

Se lera arbor in la contrada? 

Si era bein seto cent 
Petiti e grandi comunamentre. 

Vui non vardalle ad alto rainald, [64 aj 
oso Bein sa 1 montar in rama ad alt. 

A chi el peis et a chi e sen caia, 

La cavra a 1 furment e la paia 
E la scmenya del so signor 
Tuta dauanti a lo lion. 

O'b E rainald se caya inn un bosco, 

E si sen va de tosto in tosto, 

E gura deo lo creator : 

El yamai no fara lavor; 

Ananti voi eser scacador 
eoo Sicom fo li soi mayor. 

Eo non era uso de gran wanyer, 

Ni de far uisuri lavorer ; 

Eo partiva falsament 
Non e meraveia se 1 mal men prent. 
603 Li mal inyegni sol mal lenir : 

Chi altrui mantel voi reteuir, 

Lo so ne sol bein remagnir; 

[Chji a[l]trui mantel voi inyegner 
[L]o so ne sol bein laser, [64 bj 
700 Si coni fo quel de isigrin, 

Che de soa muier fo oni, 

E si fo avergonya, 

E si perdi tu lo 1 so plaid. 


Finito libro sit laus et gloria xristo. 

Qui scribiit scribat seinper cum domino vivat: 
Yivat in celis Marcus in nomine Felis. 
Amen. 


(1) Cosi il ms. 


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164 


G. BERNARDI 


[giornale di filologia 


NOTERELLA 


al verso 46 del III deW Inferno : 

QUESTI NON HANNO SPERANZA DI MORTE. 


Con parecchi miei amici, ma in particolare col mio rimpianto Al¬ 
fonso della Valle di Casanova, tanto sottile e felice interprete di Dante, 
mi sono assai volte bisticciato per questo benedetto verso, ma senza 
poter mai venire a una ragionevole conclusione. Io a dirgli: Quella 
speranza di morte, non può, non dee significare speranza di annulla¬ 
mento, come dicono tutti i commentatori. 0 che gli altri dannati T hanno 
forse cotesta speranza ? E se non 1’ hanno, come sarebbe venuto in testa 
a Dante di notare pei soli dannati del primo cerchio un male che hall 
comune con tutti gli altri? — E lui: Ma che vuoi che significhi, se per 
morte non si può intender che la morte; e per chi è già morto corpo¬ 
ralmente, che muoia anche nell’anima? — Io però non mi rassegnava. 
A forza di pensarci su, la spiegazione mi pare d’averla trovata final¬ 
mente; ed eccola qua, se piace. 

Incomincio con un lemma, com’usano alcune volte i matematici. 
Che cosa ha voluto dir Dante in quell’altro verso (117, Inferno , I): 

Che la seconda morte ciascun grida? 

Francesco da Buti, il più felice interprete di Dante dice:(l) «cioè 
chiama . Qui si dubita quello che l’autore intendesse per la seconda 
morte, e quanto a me pare che l’autore intendesse della dannazione 
ultima, che sarà al giudicio: imperò che per invidia vorrebbero che 
già ella fosse per avere più compagni, però che la prima morte è la 
dannazione prima, quando l’anima partita dal corpo è dannata alle 
pene dello inferno per li suoi peccati. La seconda è quando al giu¬ 
dicio risuscitati, saranno dannati ultimamente 1*anima col corpo in¬ 
sieme; e questo ciascun grida, perché ciascun vorrebbe come dispe¬ 
rato, che già fosse l’ultima dannazione. Altrimenti si può intendere 
della annullazione, dicendo che la prima morte sia la dannazione del- 
l’anima, quando si parte dal corpo; la seconda morte sarebbe, quando 
l’anima fosse annullata. » 


(1) Commento eco. pubblicato «la Cuescektixo Giannini. Piba, 18ÒS. 


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ROMANZA, N.° 5] 


NOTEBELLA AL III, 46 INF . 


165 


La chiosa cassinese, posteriore alla scrittura del codice, è questa: 
Gridai Quasi diceret quilibet vellet iterum mori ut pena finem ha- 
beret. » 

Il P. Lombardi (1) « invoca ad alta voce: allusivamente a quei del¬ 
l’Apocalisse: Desideràbunt mori , et fugiet mors ab eis; e dice la seconda 
per rapporto alla prima già successa morte del corpo. » 

Brunone Bianchi (2), brevemente : « la seconda morte , quella del- 
l’anima. » 

Il Giuliani (3) : « Dolenti , sì che ciascun grida, chiama, invoca ad alte 
voci la seconda morte, che è la distruzione dell’anima, l’annullamento 
dell’essere, perocché i dannati sono già veri morti (Purg . XXIII, 122) 
avendo perduto Dio, bene dell’intelletto ( Inf\ III, 17) e perciò la 
prima vita dell’anima. E poiché non hanno più rimedio a tanto do¬ 
lore, bramano la morte seconda, di essere cioè annullati: Desideràbunt 
mori, et mors fugiet db eis: Ajioc. IX, 6. Mors secunda. Ib. XX, 14. » 

Mi fermo qui; perché tutti gli altri interpreti di cui ho notizia, 
anche il Landino, in sostanza non dicon né più né meno né diversa- 
mente. Mi attacco però a quella seconda citazione dell’ Apocalisse, fatta 
dal Giuliani (cap. XX, 14), e ne aggiungo due altre della stessa Apo¬ 
calisse (XX, 6, e XXI 8), dove ritorna appuntino la mors secunda . Or 
S. Giovanni, in tutti e tre i versetti, dice che la seconda morte è la pena 
eterna, e non già l’annullamento dell’essere (4). E mi sembra assai 
giusto questo, di chiamare seconda morte la dannazione. 

Come vi son due vite, la temporale e l’eterna, così anche due morti. 
Entra l’uomo nella prima morte, quando più 

Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome: 

nella seconda, quando la giustizia di Dio lo caccia nella pena dell’eter¬ 
nità, nella morte eterna, come canta la Chiesa. Or Dante, al quale era 
assai viva e presente nella memoria l’Apocalisse, donde ha tratte tante 
immagini e allegorie, si deve ragionevolmente credere che abbia tolta 
di peso da S. Giovanni quell’espressione, usandola nello stesso signifi- 


a Timidis autem,et incretiulis,et execratis, 
et homicidis, et fornicatoribus, et venetieis, 
et idololatris, et omnibus mendacibus, pars 
illorum erit in stagno ardenti igne et sul- 
phure: quod est mors secunda. » 

Comunque si considerino questi luoghi di 
S. Giovanni, sempre la mors secunda signi¬ 
fica la pena eterna. 


(1) Kd. della Minerva. Pad., M DCCC XXII. 

(2) Le Monnier, Firenze, 1857. 

(3) Metodo di commentare la Divina 
Commedia. Le Monnier, Firenze, 1801. 

(4) « Et infernus et mors missi sunt in 
stagnimi ignis. Haec est mors secunda. » 

« Beatus et sanctus, qui hnbet partem in 
resurrectione prima: in his secunda mors 
non habet potestatein. » 


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166 


G. BERNARDI 


[giornale di filologia 


cato (1). Come supporre che, yeduta in certo modo fissata dal santo 
quella espressione, come una espressione tecnica, l’usasse poi lui per si¬ 
gnificare tutt’altra cosa, cioè Tannullamento dell’anima? Ritorna, sì, 
nel poema la stessa espressione, e propriamente nel XX del Paradiso : 

E, credendo, s’accese in tanto fuoco 
Di vero amor, ch’alia morte seconda 
Fu degno di venire a questo giuoco; 

ma qui si parla di Trajano, il quale, dannato all’inferno, fu richiamato 
a vita per le preghiere di S. Gregorio, secondo la leggenda; e così poi, 
giustificato per la fede e la carità in Gesù Cristo, quando rimorì, fu fatto 
degno delle gioje del paradiso. Qui è chiaro il senso ; e non si potrebbe 
in verun modo pensare né all’annullamento, né alla pena di dannazione 
eterna. 

È vero anche, come si vede dall’altro passo dell’Apocalisse, ricor¬ 
dato dal Lombardi e dal Giuliani, che i dannati provano il vano e pun¬ 
gente desiderio di morire anche nell’anima, cioè d’essere annullati; ma 
nel verso in quistione, se si vuole stare con S. Giovanni, conviene ad¬ 
durre i passi dove si parla della mors secunda , e non già quello del dc- 
siderabunt mori. Il dcsidcrabunt mori torna invece a capello in quei¬ 
raltro verso del XIII dell’ Inferno, là dove Lano da Siena, inseguito dalle 
nere cagne bramose e correnti , grida invano, 

Ora accorri, accorri, morte. 

. Veniamo ora al grida , che tutti i commentatori, eccetto uno solo, 
spiegano chiama, invoca ad alte voci. Trentadue volte si trova questo 
verbo nel poema, stando al vocabolario dantesco del Blanc, e non mai 
nel senso di chiamare. Si troverebbe in questo senso, soltanto nel verso 
del quale ci occupiamo. E in esso, e in due altri soli, il gridare è usato 
transitivamente, con l’oggetto: 

La fama, che la vostra casa onora, 

Grida i signori e grida la contrada, 

( Vurg . Vili). 

L’alto preconio che grida l’arcano: 

« ( Parad. XXVI). 


(1) Al modo che fece anche S. Francesco 
nel cantico del sole, giusta mi ricorda oppor¬ 
tunamente il D’Ovidio. Quivi il poverello 
d’Assisi (o chi per lui) fatto prima cenno 
della morte corporale , dalla quale nullo 
omo vivente po' scappare t dice |>oi : «guai 
a quelli che muojono in toccato mortale; e 
beati invece, quelli che muoiono in grazia di 


Dio, ha la morte secunda non li farà male. 
Cioè, perché essi sono immuni dalla danna¬ 
zione eterna, a cui vanno invece soggetti 
quelli che muoiono in peccato mortale. * Qui 
il contrapposto tra la morte corporale e la 
secunda morte reude sicura 1'interpretazioue, 
che in Dante par disputabile. 


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ROMANZA, N.° 5] 


NOTERELLA AL III, 46 INF . 


167 


e in questi due casi significa, indubbiamente, predica , piìbblica , mani¬ 
festa, bandisce , come intendon tutti. Questo senso però non è applica¬ 
bile al verso in quistioue, perché non se ne caverebbe nessun costrutto. 
Ch’ io sappia, e confesso di sapere assai poco, nessun poeta o prosatore 
usò mai gridare per chiamare , e non mi so persuadere che Dante solo, 
e una volta sola, l’abbia usato così. 

Ma se non s’ha da intendere che i dannati chiamino la seconda 
morte, nel senso che invochino il loro annullamento, s’ha da intèndere 
che cosa? 

Due codici autorevoli, il vaticano e il cassinese, e l’Aldina di Ve¬ 
nezia (1502), leggono 


ch’rtfta seconda morte. . . . 

Or la povera vecchia Crusca spiega il gridare, parlare a voce alta; e il 
gridare a qualcuno , garrirlo, riprenderlo, non già chiamarlo, invocarlo. 
Anche dunque accettando questa lezione, per cavarne il significato di 
chiamare converrebbe che al grida fosse sottinteso, sottilizzando sul con¬ 
testo, un che venga . Ma noi che intendiamo quella seconda morte per t 
pena eterna , ci atteniamo naturalmente alla lezione comune; perché se 
no, i dannati butterebbero via il fiato a gridare che venga a loro quello 
che hauno, cioè quella pena eterna che già soffrono! 

Intanto, se non l’ho buttato io il fiato, posso oramai concludere, 
che il grida la seconda morte significa: Ciascun piange con gran voce U 
suo eterno danno; ovvero, si lamenta con alte strida della pena eterna 
che soffre. Non mi sembrerebbe tanto strano spiegare il grida , in co¬ 
struzione transitiva, come lo spiegò quell’ uno detto più su, il Tommaseo, 
per lamentarsi, piangere (1), quanto mi sembrerebbe spiegato per chia¬ 
mare , invocare. Ma se fossi giunto a dimostrare che la seconda morte 
s’ha da ritenere per la pena eterna , non saprei quale altra significazione 
che calzasse gli si potrebbe dare a quel grida. 

Questo è il lemma, un po’ lunghetto, per verità, contro mia voglia; 
e vengo al verso per cui scrivo questa noterella. 

Se Dante ha detto che quell’anime, poste là nell’Antinferno, non 
hanno speranza di morte, nessuno potrà sostenere che 1’ abbia detto così 


(1) Commedia di Dante Alighieri con 
ragionamenti e note di Niccolò Tommaseo; 
Milano, 1865. — Ecco la nota al verso 117: 
« Morte dell’anima. — Grida: piange. » È 
strano come al Tommaseo, espertissimo delle 
cose bibliche, sia sfuggito il riscontro della 
seconda morte di questo verso di Dante con 
i passi di S. Giovanni. Certo è però che, 


avendo spiegato il grida per piange , dovè 
necessariamente prendere la morte dell’a¬ 
nima in senso religioso; in forza del quale 
si dice morta l’anima, quando è priva in tutto 
della grazia divina, e si trova nello stato di 
riprovazione. A ogni modo, rafforzata la sua 
nota con quei testi dell’Apocalisse, essa di¬ 
venta preziosa. 


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168 


G. BERNARDI 


[ GIORNALE DÌ FILOLOGIA 


per dire, o per darci la gran bella nuova ch’esse non sperano d'essere 
annullate . Si sa che non lo sperano! In tutti i quattordicimila due¬ 
cento diciassette versi del poema, egli ha mostrato che non è poeta da 
cadere in siffatte puerilità, neanche dormitans. Soltanto uno che avesse 
dato di volta, potrebbe dirmi: Amico, sai? io non ho speranza di cam¬ 
par senza fine. —Invece, se qualcuno, roso dalla smania dell’immorta- 
lità, mi dicesse che, per quanto ha fatto, non è riuscito ad aver fama 
fra i presenti, né spera d’averla tra coloro 

che il nostro tempo chiameranno antico; 

capirei benissimo la tribolazione di cotesto poveromo per un desiderio 
sempre vivo e non mai sodisfatto. Dunque Virgilio non volle già dire 
a Dante che quell’anime lì non hanno speranza d'essere annullate , ma 
che non hanno speranza d’aver qualcos’altro che, avuto, le farebbe sof¬ 
frire meno abbiettamente. Or tutto si riduce a fissare il concetto che 
il poeta ha voluto esprimere con quella parola morte . Vediamo che cosa 
dicono gl’interpreti. Cito gli stessi citati di sopra, per risparmiare ai 
lettori scrupolosi il fastidio di andarli a riscontrare. 

Il Da Buti : « Questi non hanno speranza di morte ; cioè costoro son 
fuori d’ogni speranza: imperò che eziandio sono privati della speranza 
della seconda morte, per la quale s’intende l’annichilazione, et in 
questo si manifesta la loro miseria, in quanto dice che vorrebbero 
innanzi essere annichilati, che vivere in tanta miseria, e soggiunge 
la lor miseria quando dice: E la lor cieca vita è tanta lassa, Clic in¬ 
vidiosi son d'ogni altra sorte. Per questo significa l’autore che sono 
tormentati dalla invidia che è gravissimo dolore, secondo che pone 
Orazio nel libro primo delle sue Epistole, ove dice: Invidia siculi non 
invenere tyranni Majus tormcntum ecc.; quasi dica Virgilio a Dante: 
Questi sono in tanta oscurità, et in tanta bassezza che ogni altro stato 
pare loro migliore che il suo; e però d’ognuno posto in qualunque 
stato ànno dolore ; ecco la cagione perché sono invidiosi d’ogni altro. » 

Il Codice cassinese, nella nota marginale scritta di altra mano, ha: 
c morte . — Si de essentiali inferno loquitur bene dicit quia ibi est mors 
sine morte. Si de morali dicendum quod intentio vera auctoris est quod 
isti viles ut plurimum deveniunt ad tam miserabile vite statura quod 
vocant mortem que eos spernit. » 

Il Lombardi : « Sono certi di dovere nella loro miseria durare eter¬ 
namente. » 

Il Bianchi: « Questi non hanno speranza di tornare al nulla, come 
bramerebbero. » 

Il mio carissimo Giuliani, richiamando il verso 117 del primo 


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BOMAHZA, H.° 5] 


NOTERELLA AL III, 46 INF. 


169 


Canto, scrive: « Gridano essi la seconda morte (la propria annichila¬ 
zione ), e la morte si fugge da essi. » 

Il Tommaseo: « Morte: che li tolga all’onta tormentosa. > 

Gli altri interpreti, sottosopra, dicon tutti lo stesso. Però mi par 
degno di nota il commento di Francesco da Buti. Ma se il punto sta 
tutto nel sapere che cosa si debba intendere per quella voce, morte, e 
morte è per lui e per tutti Vannientamento dell'anima, la quistione non 
si può dire che sia sciolta, e neanche spianata per niente. Prendiamo 
tutta la terzina di Dante, 

Questi non hanno speranza di morte, 

E la lor cieca vita è tanto bassa, 

Che invidiosi son d’ogni altra sorte. 

La bassezza o abiezione del loro stato li fa invidiosi dello stato degli 
altri; perché la lor cicca vita non può significare che la condizione in 
cui son essi rispetto agli altri dannati; e fa riscontro con ciò che di loro 
è detto da Virgilio quattro terzine più su: 

Questo misero modo 
Tengon T anime triste di coloro, 

Che visser senza infamia e senza lodo. 

L’invidia è naturale effetto del non aver essi speranza di morte , cioè 
speranza di quella cosa che gli altri dannati hanno, ed essi no. Or qual 
vita fu la loro su nel dolce inondo? Vita senza infamia e senza lodo , 
cioè vita senza valore nessuno, né in bene né in male, spregevole in¬ 
somma. E qual 1 è la vita loro laggiù? Egualmente spregevole; perché 
son meschiati a quella schiera abiettissima di angeli, che non furono né 
ribelli né fedeli a Dio, ma per sé foro; cioè che non furono né caldi né 
freddi, ma tiepidi, per paura di compromettersi; e aspettarono di risol¬ 
versi a battaglia finita. A costoro dice il Giudice eterno (Apoc. Ili, 15 
e 16): Scio opera tua; quia neque frigidus es ncque calidus; utiuàm fri- 
gidus esses aut calidus. Sed quia tcpidus es , et ncc frigidus ncc calidus 1 
incipiam te evomere ex ore meo (1). Epperò il cielo li vomitò, per non 
macchiarsi della loro bruttezza; e l’inferno non li volle, perché nessuna 
gloria (2) veniva agli angeli ribelli dall 1 aver compagni nel regno della 


(1) Ripensando a quell 'utinam di S. Gio¬ 
vanni, starei per dire che fu esso che ispirò 
a Dante Videa di fare un luogo a parte, e 
non propriamente nell' Inferno, a questi scia¬ 
gurati, e di attribuire ad essi il rodimento 
dell'invidia cheli strazia. Anche Vevomere 
(cacciarli idei....) mi fa sospettare che forse 
Dante ebbe in mente questo passo dell'Apo¬ 


calisse nello scrivere di tali stomachevoli ri¬ 
fiuti del cielo e dell'inferno. 

(2) Sto col Monti e con gli altri che spie¬ 
garono quell* alcuna gloria per nessuna glo m 
ria. Se non s‘intendesse così, finirebbe l f ef¬ 
ficacissimo contrapposto voluto dal Poeta (pèr 
non esser men belli: — che alcuna gloria 
i rei....) 

12 


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G. BERNARDI 


ITO 


[filOHSALE 1>I FILOLOGIA 


morte quelli che non ebbero cuore ili esser compagni ad essi nella ri¬ 
bellione. 

Rifiutati dunque dal cielo, perché non operarono il bene; rifiutati 
dairinferno, perché non operarono propriamente il male; e non l’ope¬ 
rarono per paura di uscir fuori da quella loro specie di autolatria , spre¬ 
giati da tutti gli spiriti celesti e infernali, questi egoisti si rodono d’in¬ 
vidia eternamente. Non si lamentano sì forte per acerbità esteriore di 
pena: benché 

stimolati molto 

da mosconi e da vespe eh 1 eran ivi, 


e costretti a tenere i piedi tra fastidiosi vermi , pure non si tratta di 
nessuuo di quegli atroci tormeuti sofferti dagli altri peccatori; ma si la¬ 
mentano di esser rifiutati da tutti, in dispregio a tutti. Come il mar¬ 
tirio vero di Capaneo non è la pioggia di fuoco che lo martura , ma la 
rabbia d’essere veduto vinto è quella che lo strazia senza mai posa; così 
il martirio vero di quegli egoisti, superiore a qualunque altro, è il di¬ 
sprezzo in cui son avuti eternamente. Per sottrarsi a un tale insoppor¬ 
tabile disprezzo, parrebbe a loro un gran sollievo, se potessero avere lo 
stesso destino degli altri dannati (invidiosi son d’ogni altra sorte); ma 
appunto la certezza di non poter mai trovarsi con essi, e liberarsi così 
dall’insopportabile dispregio, li strazia in eterno. Si ricava pertanto da 
tutto il contesto, come la speranza che non hanno della morte, è questa, 
cioè di non esser proprio nell’inferno vero con gli altri dannati, ma 
fuori di esso; vale a dire non nella perfetta seconda morte , che è vera 
e compiuta pena, ma in una mezza morte; la quale, se non è più cruda 
dell’intiera, certo e più spiacente . Ed ecco in che modo, almeno come 
sembra a me, quella seconda morte ritorna qui a spiegare il pensiero di 
Dante, e rende ragionevole il senso del verso: 

Questi non hanno speranza di morte. 

Lassù, nel primo Canto, dove si trattava di determinare geuerica- 
meute il supplizio di tutti i peccatori, conveniva quel supplizio chiamarlo 
seconda morte, rispetto alla prima. Qua poi, dove i due poeti son già 
in sulla proda 

Della valle d’abisso dolorosa, 

cioè presso il proprio luogo della seconda morte, bastava dire soltanto 
morte , senz’ultra aggiunta; perché s’intende di qual morte si tratti, es- 
seudo succeduta già la prima, che sta nella separazione dell’anima dal 
corpo. 

Non voglio dire che Dante avrebbe potuto parlar più chiaro, come 
s‘ò detto, e non a torto, tempo fa dal D’Ovidio a proposito di le pa~ 


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ROMANZA, N.° 5] 


XOTEltELLA AL 111, 40 IXE. 


171 

roZe tue sien conte; ma che doveva tenerla ben di conto la differenza tra 
scrittore e lettore, per non dar pretesto ai futuri interpreti di annojare 
i galantuomini con noterclle più o men lunghe di questa. 

G. Bernardi, cassinese. 


P. S. Era già scritta questa noterella, quando dal trovare assai lodato da un 
amico mio, più sopra nominato, il Commento dello Scartazzini, eh' io non conoscevo, 
mi nacque il desiderio di vedere come vi fossero interpretati i due versi in questione. 

Un altro amico mio, il sig. Americo De Gennaro, ebbe la gentilezza di man¬ 
darmi trascritti i luoghi che m’importavano. Dice dunque lo Scartazzini: 

« 117. Che la seconda morte ciascun grida. — Tutti i commentatori intendono 
per la seconda morte la morte dell’anima, ossia l’annichilamento, e spiegano que¬ 
sto verso: « Ciascuno desidera, chiede con grida di morire una seconda volta, cioè di 
rientrare nel nulla. » Senza accingermi a dare una nuova esposizione di questo 
verso, mi sia lecito di esternare alcuni dubbi. Primieramente non vo' decidere se 
il verbo gridare abbia il seuso di desiderare , chiedere ad alta voce; ma appo il Dante 
un tal senso il verbo gridare non lo ha, e sarebbe questo il solo passo, nel quale 
esso verrebbe preso in questo significato. In secondo luogo non mi sembra molto 
probabile che Dante voglia dire che ogni dannato chiede con grida ciò di che è 
certo, non potergli esso giammai venir concesso. In terzo luogo la frase seconda 
morte vuol dire qualche cosa altro che annichilamento; eccone il senso (E qui l’A. 
riporta due dei tre passi da me riportati dell’ Apocalisse, il 14 del XX, e l'8 del XXI). 
Forse il Buonanni aveva un ceito presentimento del vero, scrivendo a questo verso: 
« Cioè tutti i dannati aspettono la resurrezione, e di ripigliar carne . » Ma ho già 
detto che non vo’azzardarmi a darne una nuova interpretazione; aggiungo sol¬ 
tanto che il Tommasko spiega grida per piange . » 

« 46. Speranza di morte: son certi che il loro misero e vile stato non avrà mai 

fine. Gli uomini cercheranno la morte e non la troveranno : e desidereranno di mo¬ 

rire e la morte fuggirà da loro . ^lpoc. IX, 6. > 

« 48. D’ogni altra sorte: dunque anche della sorto degli abitatori del più pro¬ 
fondo inferno. Questi miseri preferirebbero al loro vestibolo sinanche la bocca di 
Lucifero. » 

« 50. Misericordia e giustizia : la misericordia di Dio risplende particolarmente 
nel cielo, la giustizia sua si mostra terribilmente nell’inferno. Ma questi mise¬ 
rabili sono esclusi dall’ uno e dall’ altro luogo : non gli vuole né Iddio né il diavolo. 
Vedi v. 63. » % 

Ai dubbi espressi dal valente interprete, intorno al verso 117, vorrei che gio¬ 
vassero le mie osservazioni per trasformarli in certezza. Quanto alla nota del Buo- 
nanni, non so capire come i giustissimi dubbi dello Scartazzini si possono accordare 
col presentimento del vero di un commentatore, il quale, per giunta, ripete le cose 
dette in proposito da Francesco da Buti. Vedasi il commento che ho riportato. 

In ordine poi ai versi 18 e 50, ch’egli spiega così bene, se gli avesse considerati 
intimamente congiunti col verso 40, forse non si sarebbe appoggiato a quell'altro 
passo dell’ Apocalisse. 

G. R 


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17*2 


F. SETTEGAST 


[giornale di filologia 


JACOS DE FOREST 

E LA SUA FONTE 


Da più anni sto preparando una edizione del Roman de Jtdius Cesar 
composto da Jacos de Forest, e della sua fonte, che ora indicherò, ed 
ho al presente raccolto tutto il materiale a ciò necessario, per quanto 
in’ era conosciuto. Ma poiché questa edizione non potrà venire alla luce 
tanto prossimameute, premetto alcune osservazioni relative a quei testi, 
le quali spero serviranno a rettificare ed ampliare le notizie finora pub¬ 
blicate intorno di quelli. 

Si è creduto sin quache il Roman de Jules Cesar di Jacos de Fo¬ 
rest traesse origine dalla Pharsalia di Lucano come da fonte diretta. 
Questa è l'opinione della Histoire littéraire (1) che in un bell'articolo 
del sig. A. D. (Duval) s’esprime a proposito del poema in discorso: 

C’eat à tort, au reste, qu'il [i. e. Jacos] a donné à son ouvrage le titre de Ju* 
les-César, puisque ce n’est qu’une traduction de la Pharsale de Lucain. Il est vrai 
qu'il a osé compléter Fépopée du poète latin : il n’abandonne César que lorsqu’il en 
a fait un empereur de Rome etc. 

In queste notizie intorno a Jacos de Forest il sig. Duval commu- 
nica che nel Vaticano (Reg. 824) si trova un ms. francese il quale tratta 
appunto dei fatti di Giulio Cesare. Egli dice relativamente a questo 
ms. (pag. 686): 

Il commence par ime miniature preaque entièrement effacée, au-dessus de la- 
quelle on lit ce titre en lettres rouges : « C’est de Julius César » ; et au*dessous : « Cy 
comence li histoire de Julius Cesar ke Jean de Cuien translata de latin en ronman, 
selon les X livrea de Lucan. » Voilà du moina un dea translateurs de Lucain bien 
connu : c'est Jean de Cuien. Maia nous ne pouvona rien dire, jusqu’à présent du 
moins, de cet auteur dont nous trouvona ici le nom pour la première foia, ni de son 
ouvrage que noua n’avons point sous lea yeux. 

L’ultima circostanza allegata dal Duval, che cioè non potè vedere 
egli stesso quel ms., serve a scusarlo; poiché in quel ms. (2) non è 


(1) Anche Joly segue questa opinione (2) Dal quale il prof. Monaci ebbe la bontà 
nella sua opera: lienait de Sainte-More, Pa- diluviarmi copiosi estratti, e che io stesso 
rigi, 1870, t. I, p. 383. uelPanuo 1878 copiai iu Itoma per intero. 


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ROMANZA, N.° 5 ] 


JACOS DE FORESI 


173 


scritto Jean de Cuien, ma chiarissimamente Jehans de Tuim. La stessa 
opera di questo Jehan è contenuta nel ms. n.° 722 della Biblioteca pub¬ 
blica di St. Omer(l), nel quale comincia in questo modo: 

Chi comraencent les estoires de Julius Cesar, corament Jehans de Thuun lee 
translata de latin en romana selonc lea X livrea de Lucan. 

Quest’opera di Jehan de Tuim o Thuun (2), il quale deve essere vissuto 
circa la seconda metà del XIII secolo, è la fonte immediata di Jacos 
de Porest; anzi può dirsi che il poema di quest’ultimo non sia altro 
che una versificazione di quel romanzo in prosa. Ambedue le opere 
raccontano dal principio alla fine gli stessi fatti, nella stessa maniera, 
sovente con le stesse parole. Per mostrare questa relazione, riporto qui 
gotto il Prologo, il quale in Jehan de Tuim viene dopo il Sommario. 

1. Jehan de Tuim ( Vatic . f. l b ) 

Ci coumence Jehans son prologue et dist ensi : 

Puis que volentes me semont ke je vous raconto en Pestore roumain (sic) cou- 
ment Julius Cesar coumeuca le guerre et le maintint encontre les citoaius de Roumc, 
les queus il desconfi es chans de Thesale, et comment il conquist toute le seignorie 
dou monde: bien est drois ke si dit soient racontet et si fait ausi en tei maniere, 
que tout li haut home ki terre ont a garder et a gouvrener, pour con que il miex 
se maintiegnent en gentilleche et en toutes bontes, i prendent examples et ensei- 
gnemens; car quant il fist tant (f. l c ) et conkuist par le viertut de nostre seignour 
premierement et par se proeche en apries, k’il fu oremus et redoutes par tout le 
monde et ses nons ensauchies et so vie, bien est drois que si fait soient ramenteut et 
racontet apries se mor en avant. Pour cou ke Jehans Tuym (sic) veut ke la grans 
bontes des preudoumes que Julius Cesar fu a sou tans soit seue et racontee, il translata 
Pestore roumain de latin en roumant selonc cou ke Lucans en escrist; mes tant i 
a k’il redoute sour toute riens les mesdia des euvios, k’il ne li atournent a folie cou 
k’il fait pour sens et pour edefiier les cuers des prodoumes ki Pestore en ascouteront. 
Il croit bien ke li mauve9 l’en blasmeront et sans raison, et s’il en devant ne le 
font, si le feront il en derriere. Il lor doune rose pour boine odour, et il li rendent 
espines encontre ; il lor donne miei por doucour, et il li rendent fiel amer. Mais pour 
ce k'il set bien et voit que li raauves ne puet laissier (f. l d ) sou vili usage ne se mau- 
vesse acoustumance, ains art tous de duel et d’envie pour le bontet k’il voit ou boin,- 
ausi com li ploos s’art pour Pargent : nonpourquant Jehans dist qu’il pueent de lui 
mesdire, car on sara bien k’il ne le feront fors par envie, ne ja pour lor envie sa 
bontes n’abaissera, car li biens si vaintera tous tans; et pour cou veut il revenir a 
se matere et commencera en tei maniere. 

2. Jac >s de Forest (Paris, Bibl . Xat. fr . 1457, fol. 4 r.°) 

Uns penserà qui mon cuer entaleute et esprent 

De trover me semont et a dire m’aprent 


(1) V. su ciò il Cataloguc des Manu - 
scrits des Bibliothcques des Départements , 
t. III. 


(2) Sembra al certo la città di Thuin nel 
Belgio (Mainaut). 


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174 


F. SETTEGAST 


[giornale di filologia 


Selono Testoirc vraire (sic) endroit mon escient 
I/estoire dea Romains et por quoi et comment • 

Julia Cesar li preus qui tant ot hardenient 
La guerre commenca et mena longuement 
Vera lea citaina de Rome, qu'il par esforcement 
Enz e8 chana de Tessale desconfi plainement, 

Et qui par sa valor, se Testoire ne ment, 

Citez, bora et chastiaus conquist si amplement 
Con li cieux le mont coevre et la terre s’estent. 

Bien est drois, ce m’est via, qui raison i entent, 

Que de celui aoit faia romanz nouvelement 

Por 8on pria essaucier et por ce enseinent 

Que haua hom qui tient terre par son droit fievcment, 

Pour tant qu'il a'en maintiegne mieula et plus franchement, 
De bonte prandre (sic) example et bon enaeignement 
A la vertu du aien et a son hardement, 

Qui tant fiat et conquist, que li nona aeulement 
De lui fu redoutez desi qu’en orient * 

Et de la dusqu'au lieu c'on apele occident; 
foi. 4 v.° Qui tant fist en sa vie, bien est drois voirement 
Qu'aprez sa mort en aoit loez a toute gent. 

De Temperor Cesar qui par sa baronnie 
Le plus du mont conquist et mist en sa baillie, 

Qui fist tante bataille et tante aorsaillie, 

Tant estor, tant assaut, tante dure envaie, 

Dont maina bers et mains cors d’omrae a chiere hard io 
Et maina bona chevaliera a perdue la vie, 

Qu’il deaconfi Pompee od aa chevalerie 
Et lea citains de Rome par bataille arramie : 

De celui fet Tauctors, que qu’enviouz en die, 

Ce8 vera de tei matere qui n’est pas molt oie; 

Quar il Ta du latin toute en romanz changie 
Et de la vraie estoire de Rome departie. 

Mea il doutent (sic) forment lea mesdis et Tcnvie 
De plu8ors gens qui seulent atorner a folie 
Ce que on fet por sena et aanz losangerie; 

Nc8 ce qui bien est fait ne laiasent encor mie 
Qu’il n’i voilent noter ou mal ou vilenie. 

Bien le croi qu’envioux a tort me blasmeront 
Et espine por rose, fiel por miei me rendront; 

Quar ce que por sena faz a folie atorront 
Et ce que por bien di en mal reprenderont, 

El 8 , il nel font devant, en derrier le fcront, 

Quar tex est lor coustumo que il pas ne lairont 
Por moi, ce poise moi; mes tant lor en respont 
Qu’ausi bien li mal vaia pour le bon ae confon t 
Con fet li plons qui s'art por Targcnt ou il font: 


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ROMANZA , X.° 51 


JACOS DE FORESI' 


175 


Ausai s’ardent inalvea por cela qui vaillant soni 
Par Penvie et par l’ire qu’il de lor boute ont; 

Et a’il de raoi raesdient, plus que moi s'empiront, 

C’on saura bien que il d’envie le feront; 

Por ce petit me chaut de quanque il diront; 

Et ai porrà bien estre que il me greveront, 

Mais ja voir mon boin non dou tout n’abaiaaeront, 

Quar adea en la fin li bien se proveront, 

Et il com meadiaant menteor remainront. 

Or a’en voit envioua et cil qui sordit sont, 

De mesdire ae taisaent, quar encombrier nona fonti 
Et je dirai comment li premerain vera vont 
De l’eatoire de Rome, qui a verte respont, 

Que Pauctora devant dia en romanz voua despont. 

Ambedue questi passi bastano a far riconoscere che l’uno dei nostri 
testi è solo un rifacimento dell’ altro. Un solo dubbio può tuttavia sus¬ 
sistere; si può, cioè, fare la domanda se Jacos abbia posto in versi il 
romanzo in prosa, o se al contrario Jehans abbia ridotto in prosa il 
poema. Da questo dubbio ci libera lo stesso Jacos con il passo se¬ 
guente (f. 147 v ): 

Mais adone en son oat avint merveille granz, 

Quar une nuit a Pore que lea gaites vaillanz 
Doivent aler par i’oat por guaitier lea dormanz, 

Adone fu une ploeve jua du ciel descendanz, 

Qui molt fu perillouae et qui molt fu nuisanz; 

Quar o la pluie estoient groaea pierrea ebeanz, 

Qui erent tot entor cornues et poiguanz, 

Si fu molt cÌ8 tempes lea Romaina apressanz; 

Quar lea pierrea lea erent molt durement blecanz 
Et contro lor col8 nus n’avoit autre garanz 
Que ce que chascun8 s’iert de aon eacu covranz; 

Quar cote ne mantiaua ne lor valoit una ganz 
Que trea parmi les draa ne fuat li col8 sentanz, 

Si ronpoient les pierrea dea tentea pluaora panz. 

Enei c'iert eia orage8 Ce8are molt grevanz 
Si COM l'eSTOIBE DIST ET EN APHE8 JeHANZ. 

Il passo corrispondente in Jehan de Tuim dice (Yat. f. 74 c ): 

Maia une grana mierveille i avint adont une nuit ; car une grana pluie commenca 
et avoec cele pluie cheirent grana pieres cornuea telea ke cotes ne mantiaus ne draa 
ne lor porent valoir, ain8 ae (Ma. le) couvroient de lor e8cua et de quanque il pooient 
avoir pour au8 garandir; et ebeoient ces pierea de 8Ì grant ravine, k’elea dearompoient 
lea pana dea tre8 ki fort eatoient et doublé. Que vaut cou ? Molt grevoient cea pierea 
a Ceaar et a sa gent. 

Da questo confronto si rileva che il Jehans (de Tuim) menzionato 
da Jacos, fu la sua fonte diretta. E da questa menzione della « Estoire » 


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176 


F. SETTEGAST 


[giohnale di filologia 


si potrebbe anch’essere indotti a conchiudere che Jacos abbia avuto 
anche un’altra fonte insieme a Jehan; ma tuttavia ciò è abbastanza 
inverosimile. Jehans dall’altra parte ha attinto il passo sopra riportato 
dal c. 47 De bello Af ricano. La sua fonte principale è Lucano, ma anche 
i Commentari di Cesare da lui non menzionati ; dal punto in cui Lucano 
interrompe la narrazione, cioè dal principio dalla guerra d’Egitto in 
poi, egli segue (senza citare tal fonte) la continuazione delle storie di 
Cesare De bello Alexandrino e De bello Africano; si è anche giovato 
della storia De bello Hispaniensi. 

Qui troverà luogo anche una osservazione intorno alla relazione fra 
il testo di Jehan de Tuim ed un altro d’eguale contenuto. Io alludo 
all’anonimo romanzo antico francese intorno alla vita e ai fatti di Giulio 
Cesare, contenuto in numerosi mss. e compilato dalle opere di Sallustio, 
Lucano e Svetonio. Lo citerò in seguito col nome di Vie. Esso è stato 
anche tradotto in italiano, e questa versione italiana fu pubblicata dal 
Banchi col titolo: I fatti di Cesare (Bologna, 1863; una critica molto istrut¬ 
tiva di questa edizione fu inserita dal Mussafia nel Jahrbnch fiir roman. 
Liter . VI, 109 ss.) La Vie e il testo di Jehan de Tuim sono fra loro 
indipendenti ; le somiglianze che reciprocamente presentano, provengono 
generalmente dall’ avere ambedue in parte la medesima fonte, Lucano. 
Solo mi sembra in qualche maniera verosimile che Jehans abbia al¬ 
meno conosciuta la Vie. Dei passi che mi hanno condotto a questa 
supposizione, ne riporto due i quali forse sono adatti anche a dare un 
po’ di luce sulla domanda: da chi sia stata composta la Vie. Jehans (e 
il suo seguitatore Jacos, f. 160 v ) narra che Catone dopo la sconfitta dei 
Pompeiani a Thapsus si trafisse con la spada per non sopravvivere alla 
schiayitù della patria: 

Il avoit o lui pourpenseement portee s’espee si Fa sachie don fuerre et s’en fiert 
ou costet semestre si cruelment que l’espee li partist le cuer et li sana en saut apries 
le cop. (Vat. f. 81 c ). 

Jehans si fa un po’ dopo (f. 83 b ) a sostenere questo racconto della 
morte di Catone come il vero, contrariamente ad un altro, secondo il quale 
Catone si sarebbe ucciso col veleno, e che egli ascrive ai « mestres 
d’Orliens » : (1) 

Ensi s’ocist com je vous di ; mais li mostre d’Orliens en vont contant antre chose, 
car il dient qu’il s'ocist par vcnim et par ire ; mais li hestore ne s’i assent póint. 


(1) Come Jehans racconta anche Jacos f. 104 v . — La « hestore » a cui si richiama 
Jehan è senza dubbio « De bello Africano» dove al cap. 88 si legge: « ferrum intro ciam 
in cubiculum tulit atque ita se (ransjecit. » 


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ROMANZA, N.° 5J 


JACOS DE FORESI 


177 


Se uoi ora cerchiamo nella Vie il passo corrispondente, troviamo 
difatti che qui si racconta che Catone s’uccise col veleno. Così in uno 
dei mss. di questo testo (Bibl. Nazion. di Parigi, n.° 295 fr. p. 614) si 

dice relativamente a Catone : « 11 adevanca sa mort par venim.il 

s’envenima et morut » (1). 

11 secondo passo si riferisce alla morte di Cn. Pompeo, figlio di 
Pompeo il Grande. Jehans racconta (secondo il Rellum Uispanicnse 
cap. XXXIX), che quegli dopo la disfatta di Munda si nascose fuggendo 
dentro una fossa, e continua: 

Mais cou ne li valut riens, car paissant, ki a Cesar se tenoient de guerre, le 

trouverent la se li cauperent la tieste si l’aporterent a Cesar.Ensi com je 

vous di fu Pompee mora, mais li maistre d i Orliens en dient autre chose en lor fa- 
bles, car il dient que Cesar asega Pompee en Mondain et morut par famine (Vatic. 
f. 84 b , Jacos f. 166 v.°). 

E qui nuovamente corrisponde ciò che è attribuito ai « maistres d’Or- 
liens » col racconto della Vie , sebbene non in tutti i punti, almeno in 
un «punto principale, cioè V assedio di Munda. Poiché infatti in questo 
testo (per esempio nel N.° 281 fr. dèlia Bibl. Naz. f. 226 T ) ambedue i 
figli di Pompeo vengono assediati da Cesare in Munda (chiamata « Mon¬ 
de » e anche « Mede >). Diversamente è qui narrata la morte di Cn. 
Pompeo (chiamato nel n.° 281 « Gaio » invece di « Gneo *); poiché 
quivi è detto che egli sarebbe stato ucciso in una sortita fatta dall’as¬ 
sediata città (2). 

Da ciò sembra discendere che se la Vie è davvero, come si può 
supporre, opera dei « Maistres d’Orliens, » Jehans ne aveva solamente 
un’imperfetta conoscenza, o che egli, cosa che non può sorprendere 
in uno scrittore del medio evo, ha dato di quella soltanto una notizia 
inesatta. Sempre però è cosa degna d’osservazione che in ambedue i 
passi nei quali il racconto di Jehans contradice a quello dei « Maistres », 
quest’ultimo concorda quasi in tutti i punti con la Vie. Io riassumo il 
risultato di questa piccola ricerca nelle seguenti proposizioni: 

1) Il Roman de Julius Cesar di Jacos de Forest non è rifacimento 
diretto della Pharsalia di Lucano ma sibbene della Estoirc de Julius 
Cesar di Jehan de Tuim; 

2) Con la menzione dei « Maistres d’Orliens » Jehans sembra al¬ 
ludere agli autori della Vie. 


(1) I Fatti, cap. XXXV, narrano di Ca- (2) Con la Vie concordano i Fatti, capi¬ 
tone: «Prese uno beveraggio che si chiama tolo XXXV. 
cicuta e morì. » 




Q* 


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178 


JACOS DE FOREST 


[ GIORNALE DI FILOLOGIA 


Per conchiusione mi sia lecito d’aggiungere che sarò gratissimo a 
chiunque mi saprà indicare altri mss. diversi da quelli da me conosciuti 
del testo di Jehan (Vatic. Reg. 824, St. Omer 722 (1)) e di Jacos (Bibl. 
Naz. 1457). 


Zurigo, 19 ottobre 1879. 


F. Settegast. 


(1) Ultimamente il signor Professore D. r Gròber ebbe la bontà di darmi notizia di un 
terzo manoscritto, il quale si trova a Parigi nella biblioteca dell’Arsenale, n.° 3344. 


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BOMAKZA, M.° 5 ] 


A. I)’ ANCONA 


170 


STRAMBOTTI DI LEONARDO GIUSTINIANI 


Quando io metteva insieme quegli Studj sulla poesia popolare ita¬ 
liana che furono stampati nell’anno 1878 dall’editore Vigo di Livorno, 
io ricordava di avere tra i miei libri un opuscoletto stampato nel se¬ 
colo XVII di Strambotti del Giustiniani, e mi sembrava per una certa 
rimembranza che me ne era restata, che non dovesse esser inutile 
alle ricerche che allora facevo, e sopratutto a meglio confermare le 
continue ed antiche relazioni fra la poesia cantata dalle plebi e quella 
di autori che imitarono la forma plebea. Riuscitami vana ogni indagine 
dell’opuscolo, perdutosi in mezzo a volumi di maggior formato, e non 
avendone trovato copia nelle Biblioteche pubbliche e private di queste 
parti, non ci pensai più, finché per caso mi ritornò sotto gli occhi. È 
desso un libercolo di 8 carte non numerate, così intitolato : Strambotti | in 

PROPOSITO | DI CIASCUNO | AMATORE | LI QUALI 8CRISSE DI SUA PROPRIA | MANO | IL 

nobile messer Leonardo | Giustiniano. | In Trevigi | Per Girolamo Righet- 
tini. 1641 | Con lioenza de’ superiori | e di nuovo ristampato. — Rilettolo, 
e colla memoria fresca dei molti cauti popolari che avevo dovuto ri¬ 
petutamente leggere nel comporre il volume degli Studj , mi avvidi che vi 
erano per entro non pochi Strambotti tuttora viventi sul labbro dei nostri 
volghi, ed altri compresi nel Cod. perugino del sec. XV da me ripro¬ 
dotto in Appendice al mio lavoro. Pensai allora che non sarebbe stato 
inutile agli studj della popolare poesia il riprodurre questi Strambotti 
del Giustiniani, corredandoli di qualche raffronto colle versioni antiche 
e moderne ; ed offro questa tenua fatica ai benevoli del nostro Giornale . 

Se non che una stampa popolare del sec. XVII di poesie che risal¬ 
gono al XV non offriva sufficiente sicurezza di buona lezione : e pensai 
si dovesse ricorrere o a manoscritti o ad edizioni antiche, e a tal fine mi 
rivolsi all’egregio bibliofilo e cortese amico il signor cav. Andrea Tessier 
di Venezia, perché nella Marciana mi trovasse ciò che fosse a me ne¬ 
cessario. Ed egli con quella sollecitudine che rende più graditi i favori, 
mi trasmetteva copia degli Strambotti del Giustiniani secondo una antica, 
e forse prima edizione veneziana, accompagnando la trascrizione con 
una lettera, che stimo utile riprodurre per le notizie biografiche e bi¬ 
bliografiche che in essa contengonsi. 


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180 


A. D ANCONA 


[giornale di filologia 


c Leonardo Giustiniani, che nacque intorno al 1388 e morì il 10 
Novembre 1446, era patrizio veneto e fratello al Protopatriarca di Ve¬ 
nezia, il B. Lorenzo ; ed è autore degli Strambotti, non meno che delle 
Canzonette , delle Laudi Spirituali ecc. Di lui parlarono moltissimi autori, 
fra’ quali ricordo i seguenti: V Agostini negli Scrittori veneziani , tomo I, 
pag. 135 e seg. e tomo II, p. 31; il Foscarini nella Letteratura vene¬ 
ziana, a pag. 368, nota 94; il Contarmi (G. Battista) negli Anecdota 
veneta , 1757, a pag. 73 e seg.; il Morelli a pag. 193 della sua Disserta¬ 
zione sulla cultura della poesia presso i Veneziani , riportata anche nel 1 . 1 
delle Operette, Venezia, 1820; il Tiraboschi nel voi. VI, part. I, pag. 157-9 
della Storia della Lett. ital ., e voi. VI, part. IV a pag. 1069 dell’ediz. di 
Venezia, 1823; il Crescimbeni nei Commentari a pag. 246 del voi. II, 
part. II; il Sansovino nella Venezia descritta, lib. XIII, cart. 244 tergo; 
il Quadrio, voi. II, 469, 474; VII, 100-101, 125-6, 200; il Corniani nei 
Secoli della Letteratura, voi. II, p. 289; il Cicogna, Inscriz. veneziane , 
t. II, pag. 71-3; t. V, pag. 516; t. VI, pag. 775-6; ed altri assai. 

« Quanto agli Strambotti, oltre l’edizione di Trevigi da lei posse¬ 
duta, varie altre ne esistono. La più antica ch’io conosca è la seguente, 
di cui sta un esemplare nella Biblioteca Marciana, ov’è contrassegnata 
A. T. 7. 5761 : — Questi Strambotti scrisse de sua maò in prepo | sito 
d’ ciascaduno amatore il nobile misser | Leonardo Iustiuiano. — Senza 
anno e senza note tipografiche, ma degli ultimi anni del sec. XV o dei 
primissimi del sec. XVI. Di sole 4 c. in 4° con fig. intagliate in legno 
nella 1* e 3 a carta. 

« La stessa Biblioteca possiede le due altre edizioni che seguono : 
l’una intitolata: — Strambotti | in proposito | di ciascuno j amatore. | Li 
quali scrisse di sua propria mano, il Nobile Missier | Leonardo Giusti¬ 
niano | In Trevigi, con licenza de’ Superiori | ed in Vicenza per il La- 
nezari. — Senz’anno, del sec. XVII, di 4 c. non numer. in 4°. — Tale 
esemplare è contenuto nel voi. miscellaneo n. 1945. L’altra è intito¬ 
lata: — Strambotti | in proposito | di ciascuno amatore ] Li quali scrisse di 
sua propria mano | Il nobile missier | Leonardo Giustiniano | In Trevigi, 
MDCLXII. | Appresso Francesco Righettini | Con Licenza de’ Superiori. 
Di 4 c. non numerate, in 4°, con fig. intagliata in legno sul frontespizio 
e nell’interno dell’opnscoletto. È nel voi. misceli, n. 2677. 

« Però i detti Strambotti, che sono i medesimi in ciascuna delle 
succitate edizioni, vennero tratti dalle più copiose stampe, di cui mi è 
dato darle una breve descrizione, per averne trovato esemplari nella 
Marciana. La più antica è la seguente : — Comincia il fiore delle ele¬ 
gante | sime Caneionete dii nobile messere Leonardo | Iustiuiano. — In 
fine: — Il fiore delle elegantissime cancionette di mes | sere Leonardo 
Iustiuiano qui finisse: I Vene | tia con ogni diligenza impresse per An¬ 
tonio | de strata. a di none Marzo MCCCCLXXXII | Messere Giovanni 


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ROMANZA, N.° 5] 


STRAMBOTTI DEL GIUSTINIANI 


181 


mocenigo inclyto principe | di Venetia. — In 4° di c. 44, non numer. 
Magnifica edizione, contrassegnata CXIII, 4* 41127. Altra edizione: — 
Queste sono le Canzonette et | Strambotti damore compo | ste per il Ma¬ 
gnifico mi | ser Leonardo Iusti | niano di Venetia. — In fine: — Impres- 
sum Venetiis per Ioanné | Baptistam Sessam Anno | dui MCCCCC | Die 
nero XIIII | Aprilis. In 4°, di 16 c. non numer., contrassegnato col 
n.° 2677. Altra edizione : — Queste sono le Canzonette et | stramboti 
damore compo | ste per el Magnifico mi | sor Leonardo Insti | niano di 
Venetia. — In fine : — Impresso in Venetia per marchion Sessa | nel 
MCCCCCVI. adì XII octobrio. — In 4°, di 16 c. non numer. Contrasse¬ 
gnato A. T. 7. 5761. — Altra edizione: — Queste | sono le canzonette 
Et | Strambotti Amoro | si. Composte per | el Magnifico | miser Leo | 
nardo Iustiuiano da | Venetia. Stàpa | ta Novamète. — In fine: — Stam¬ 
pata in Venecia p Zorzi de Rusconi j Nel M. D. XVIIII. adi XIII de 
Novèbre. — In 8°, di 40 c. non numer. Contrassegnato A. S. 3. 5003. 

« Quanto a codici manoscritti, la Marciana ne possiede uno con¬ 
trassegnato col n.° CV della Cl. IX degli italiani, del sec. XVI, in 4*, 
il quale contiene Rime di vari antichi autori . Fra queste àvvene alcune 
del Giustiniani, che reputo inedite, ad eccezipne di quella che comincia: 
lo vedo hen che amor è traditore , la quale è stampata fra le Canzonette 
delle*quattro edizioni poc’anzi indicate. 

€ Quanto a Laudi Spirituali del suddetto Giustiniani, se ne trovano 
inserite in varie raccolte a stampa, insieme con quelle di altri autori, 
secondo ne fa menzione il Gamba sotto i n. 1 105, 106, 107, 108 della 
Serie detesti di lingua , Venezia, 1839, mentre il Cicogna nel t. II, pag. 72, 
col. 1 delle suddette Inscrizioni veneziane accenna esistere la seguente 
edizione: — Le devotissine et sanctissime Laude. Cremona, 1474, in 4°; 
le quali Laude furono ristampate più volte. 

« Molte Laudi Spirituali , poi, di esso Giustiniani stanno nel ms. 
Marciano contrassegnato col n.° CLXXXII della cl. IX, il quale è in 
foglio, e del sec. XV: e taluna delle stesse Laudi sta nell’altro cod. 
Marciano contrassegnato col n.° LXXV1II della detta cl. IX, il quale 
è in foglio piccolo, e della fine del sec. XVI o del principio del se¬ 
colo XVII. » 

La copia fattami diligentemente dal sig. Tessier è tratta dall’edi¬ 
zione s. a. ma della fine del sec. XV o dei primissimi del XVI. Il testo 
da me prodotto, ha per principal fondamento quella stampa, contrad¬ 
distinta colla lettera a, ma si giova anche dell’ edizione del Righet- 
tiui 1641, notandola con 6. 

* Le relazioni fra gli Strambotti del letterato veneziano ed i Rispetti 
colti dalla bocca del popolo per opera dei moderni editori sono evidenti 
dai paragoni che verremo notando, e de’ quali forse alcuno ci è sfuggito. 
Ma riconosciuto il fatto, resta sempre da sapersi se il letterato imitò 


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182 


A. D'ANCONA 


[GIORNALE DI FILOLOGIA 


il popolo, o questo l 1 altro : e la questione è pressoché insolubile. Certo 
il Giustiniani dovette imitare le forme plebee ; e spesso, non che i sen¬ 
timenti e i concetti, riprodusse nei suoi Strambotti anche versi che ripe- 
tevansi popolarmente; ma a perpetuare fra il popolo la memoria di canti 
suoi propri ab antico, non poco dovetter giovare le molte e ripetute ri¬ 
stampe volgari di questi Strambotti giustinianei. Del resto, approprian¬ 
dosi le ottave del poeta veneziano, il popolo riprendeva il suo; e, mu¬ 
tandole e modificandole variamente, vi imprimeva il proprio suggello, 
come ha fatto sempre delle forme di poesia letterata che andarongli a 
genio. Ad ogni modo, se questi Strambotti che qui riproduciamo,* non 
servono a sciogliere la controversia, servono almeno a sempre meglio 
comprovare ciò che nei nostri Studj , con frase mercantile ma acconcia 
al caso, dicemmo « partita aperta di dare e avere tra la poesia culta e 
la popolare, e conto corrente sempre acceso fra i rimatori illustri ed i 
plebei » (pag. 322). 

Alessandro D’Ancona. 


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romanza, n.° 5] STRAMBOTTI DEL GIUSTINIANI 


183 


I 

Amore vuol che novamente io canti, 

Tanta è la pena che sente il cor mio. 

I’sono el più fidel fra li altri amanti, 

E sempre vivo lieto e con disio. 

Risguardo ancor quando vi son avanti 
El vostro volto signoril e pio: 

E poi ringrazio Idio che vi produsse, 

E avanti a'vostri occhi mi condusse. 

1 si voi: a, si vuol: b —2 Tanta la: a, nel : a — 5 Te ri sguardo : a. Risguardo amo: b — 6 bel r. : a — 
7 che d'amor ri: a, Ringratio i Dei ch’ancora : b — 8 belli ochi si me: a, E innanzi i: b. 


II 

Amor mi sforza amare il tuo bel viso 
Là dove ogni piacer chiaro si vede, 

Con quel suave e dilettoso viso, 

Con tuo dolce parlar, con tua mercede; 

Tu puoi d’inferno trarrne al Paradiso, 

Contento mi puoi far, come tu vede, 

Di tutto quello che'l mio core brama, 

0 fior, ch’avanzi ogni leggiadra dama. 

1 si me condusse: a, il to: a —4 parlar tua: a — 6 poi da linfetmo: a. Tu puoi di brutto farmi 
il ver Narciso : b —fl E contento me poi: a, si vede : b — 7 lo cuor mio: b — 8 avanza : b, ogni altra: a. 


Ili 

In questo mondo Idio t’ha mandata 
Per morte darmi, e non per altro fare; 

Dime: chè tu no' cerche una fiata, 

Quando ci passo, dovermi parlare? 

L'anima mia sarebbe consolata, 

Non mi faresti più tanto stentare: 

Tu hai diletto di farme languire: 

Deh guarda ancor che non t'abbi a pentire! 

1 credo tu sii naia : b — 2 darmi , non : b — 3 che te no: a, Dimmi che noglia ti saria : b — 6 E non : a, 
AV: b — 7 farmi: b — 8 eh’ancor non: a, ancora non: b, abbia: b. 


IV 


Il Papa ha concesso quindeci anni 
De indulgenzia a chi te pò parlare; 


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184 


A . D’ ANCONA 


[ GIORNALE pi FILOLOGIA 


Cento e cinquanta a chi te tocca i panni, 

E altri tanti a chi te pò basare; 

E io che per te porto tanti affanni, 

Di pena e colpa mi vói perdonare ; 

E se basar potesse’l tò bel viso 
L’anima e *1 corpo mando in Paradiso. 

Manca in b, flovo, come si vede, sono stati modificati o tolti aorupoloaamcntc tutti gli accenni 
a cose sacro o divine. — 6 t ài colpa : a — 7 quel io : a. 


V 

Se li arbori sapessen favellare 
E le lor foglie fusseno le lingue, 

L’inchiostro fusse l’acqua dello mare, 

La terra fusse carta c l’crbe penne, 

Le tue belleze non potria contare. 

Quando nascesti, li angioli ci venne; 

Quando nascesti, colorito giglio, 

Tutti li santi furno a quel consiglio (1). 

1 ftapeswiio : a, sapesser: b — 2 foglie lor: a —4 carta l' : a —6 untoti : a. la gratta: b — 7 o col.: 
b. — 8 Ini : b. 


(1) A pag. 204 del mio scritto sulla Poe¬ 
sia popolare italiana io supposi che la 
prima forma di questo Canto fosse, come in 
tanti altri casi, siciliana, sebbene in Sicilia 
non si trovasse se non un Canto consimile, 
ma vólto ad argomento religioso, ed a glo¬ 
rificazione di Maria (Vigo, n.° 3297: cfr. 
n.° 3944); 

So l'inca fusai lu mari aupranu, 

Lu celu ccu la terra fusai carti, 

L’anelli’n celu e lu munnu aupranu, 

E l’omu'n terra, la natura e Parti, 

Si ogni omu mi 111 manu avissi, 

Ed ogni manu milli penni e carti, 

Scrivili di Maria mai nun putissi 
Di li grazii so'la quinta parti. 

La forma toscana, che più si accosta a quella 
del Giustiniani, è la seguente (Tommaseo, 
pag. 98): 

Se gli alberi poteasan favellare 
Lo fronde ebo aon au fossauo lingue, 
L’inchiostro fosse l’acqua dello mare 
La terra fusse carta c l’erba penne, 

E in ogni ramo ci fusac un bel foglio. 


Ci fusac scritto il beno che ti voglio: 

E in ogni ramo ci fusse un bel breve, 

Ci fusse scritto quanto ti vo’benol 

Per altre varianti toscane vedi Tigri, n.° 483, 
Nerucci, pag. 191; per le venete, Dalme- 
dico, C. pop. venez. p. 70, e C. popol. di 
Chioggia , n.° 29, e Bernoni, VII, 30; per 
le marchigiane, Gianakdrea, p. 153; per 
le friulane, Arboit, n.° 351. L’immagine 
è comune alla poesia di molte letterature, 
e specialmente alla popolare, come si vede 
da un arde, del Kòhler, neli’OrtVnt und 
Occid . II, 546: Wenn der Himmel wàr 
Papier. Ma in italiano qual è la forma ori¬ 
ginaria, Ir popolare o questa del Giusti¬ 
niani ? 

Gli ultimi tre versi si raffrontano a quelli 
dei Rispetti toscani (Tommaseo pag. 61; 
Tigri, n.° 93): 

La vostra mamma quando v’ ebbe a fare 
Sali negli alti cieli a far consiglio, 

Da quattro Dei la ne preso parere eco. 

Quando la vostra madre v’cbbe a fare 
Andicdc in alto ciclo a far consiglio ccc. 


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ROMANZA, N.° 5 ] 


STRAMBOTTI DEL GIUSTINIANI 


185 


vi 

Sia benedetto il giorno che nascesti, 

E l’ora e’1 punto che fusti creata! 

Sia benedetto il latte che bevesti, 

E il fonte dove fusti battezzata! 

Sia benedetto il letto ove giacesti, 

E la tua madre che t’ha nutricata! 
Sia benedetta tu sempre da Dio; 
Quando farai contento lo cor mio? (1) 


1 che <m: a — 4 la fonte: a — 5 dove : a — 1 A te siano propizj sempre i Dei, Quando farai contenti 
i voler mici: b. 


VII 

Non perder, donna, el dolce tempo c'hai: 
Dò, non lassar diletto per dureza: 
Tempo perduto non s’acquista mai; 

Nò anche in donna non riman belleza ; 
Però, madonna, guarda quel che fai, 
Non perder tempo di tua gioveneza; 

Sì che, donna, da voi debo venire? 
Con qualche modo mandaiuel a dire. 

6 ti tempo : & — 7 dama s’a te debba : b — 8 bel mi. : ». 


(1) Un Canto siciliano dice così (Salo- 
mone-Marino, n.° 3): 

Binidlttn In Din chi ti crian, 

E la mommuzza chi ti parturlu, 

E in patruzzu chi ti ginirau, 

Ln cumpari chi a fonti ti tiniu; 

Ln parrinoddu chi ti vattian, 

E T acqua cu ln sali ti mittiu : 

Beniditta cu’fu chi t’addivau, 

Ca t’ha’ddivatu pri Tamari miu. 

Un Canto Toscano (Tigri, n.° 253): 

Benedetto quel Dio che t’ha creato, 

E quella madre cho t’ha partorito! 

E il padre tuo cho t’ha ingenerato, 
Benedetto il compar che t’ha assistito. 

11 sacerdote cho t’ha battezzato, 

E alla luce di Dio t’ha istituito! 

Benedetto parole, e quella mano 
E poi quell’acqua che ti fc’cristiano! 


Oli ultimi tre versi almeno sanno di ritoc¬ 
catura letteraria. La versione veneta (Dal- 
medico, p. 170) è diventata una Ninna-nanna, 
ma ritrae da quella del Giustiniani, anche 
in qualche rima e in un verso intero: 

Sia benedeto a l’or* che nassesti, 

L’ora e ’l momento che ti ò partorito : 

Sia benedeto ’l lato che bevesti 
A la tua marna che t’ha nutricato; 

8ia benedeto’l prete, c anca’l compare, 

Che t’ha tcgnùo a la fonte a batizare. 

Sia benedeto ’l prete, e anca ’l zagheto, 

Cho t’ha messo quel nomo benedeto: 

E benedeto, o benedoto sempre. 

Sia benedoto a chi tc dorme arcntc : 


A chi te dorme aronte a ti, putela ; 
Fame la nana, che ti è tanto bela! 

13 


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18G 


A. I)' ANCONA 


[giornale di filologia 


Vili 

Presto me acorgerò, donna, se m'ami, 

E se vói traimi di questo martire ; 

Presto m’acorgerò, donna, se chiami 
Contenta de Pantiquo mio servire; 

Presto me acorgerò, donna, se brami 
Di dar soccorso al mio giusto desire j 
Presto me accorgerò di tuo talento, 

Stu vói ch’io mora, o che abi contento. 

1 m\- b — 2 }' voi . .. tranni questo mio: a — 4 antico: b. — fi m‘ : b — 6 De ... gran: a — 7 w’: b, 
dii: b — 8 Se. . . o futi che sia : b. 


a 

IX 

Stu sei donna gentil, tu’l degi amare, 
Servo che del tuo amore sia ben degno 
E l’amor di quei solo seguitare, 

Usando verso d’altri del contegno; 

Un solamente ti potrìa bastare ; 

Per Dio, m’agreva che dir tei convegno; 
Chè non è onor nò non ò gentileza 
’N tanti amanti voler aver fermeza. 


1 Si vuoi ... ti degqa: b — 4 de altri : a — fi patria ben : a — fi A f* : b — 7 nt meno : b — 8 In. .. veder 
mn-: a, ai ir la tua: b. 

X 

Uioja mia cara, coni' te so die il core 
Che ’l caro amante stia da te diviso ? 

Non ti ricordi il nostro antiquo amore, 

L’usate feste e ’l dolce paradiso ? 

Quest’ò la doglia che mi passa el core, 

E rivoltami in pianto el dolce riso: 

0 labri di coral, zucaro e mèle, 

Non hai pietà del tuo servo fedele? 

1 Zoia... soffri: a. ('lori gentil.... soffri : b — S nnmrdi : b — 4 il doler: b — fi Questa la: a —fi Ili- 
volt ami . a, E im rivolta : b. — 7 corallo o : a — 8 io : a 


XI 


lo mi viveva senza nullo amore, 

Non era donna a chi volesse bene 


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romanza n.° 51 STRAMBOTTI BEL GIUSTINIANI 1*7 

Denanti a me puristi, o no bel fiore, 

Per dar a la mia vita amare pene ; 

E sì presto m’entrasti tu nel core, 

Come saetta che da 1’ arco vene ; 

E come intrasti, io presto serrai ; 

Perchè nuli’altra donna c’entri mai (1). 

1 Io: b — ‘J E: a, a cu» colessi: b — 3 Datanti a me paresti : b, nobili b — 6 tu tu'intrasti: a, così 
presto m’entrasti nei: b — fi tiene: b — 7 entrata fosti io lo: b — 8 cintro zumai: a, altra donna non 
c entrasse mai: b. 

XII 

Gioioso vorria star, ma la Fortuna 
Per molti modi par che mi molesta; 

Par che ’l cielo e le stelle con la luna 
Cercan di tòrmi ogni diletto e festa ; 

D’amarte non starò per cosa alcuna, 

E la mia fe’ farotti manifesta ; 

Fortuna, fortnneggia quanto sai : 

Peggio non mi pòi far che fatto m’ hai (2). 

1 stare : a — 3 E par: b, citi stelle: u — 4 cerca a — 5 ninniti b — 0 fede: a — 7 /vi lumia: a — 
8 Che pezo. ..fare : a, può*, b. 

XIII 

Dio ti dia bona sera; son venuto, 

Gentil Madonna, a veder come stai; 

E di bon core a te mando il saluto, 

De miglior voglia che facesse mai. 

Tu sei colei che sempre m’hai tenuto 
In questo mondo inamorato assai: 

Tu sei colei per cui vo cantando, 

Giorno e notte me vado consumando (li). 

1 la b.: a, Ti do la buona: b, e son : b — 3 E di buon cuor io ti : b, un : b. —4 Di. ..facessi: b — 7 
che mt fa gir: b — 8 giorni : u, E giorno c notte andarmi : b. 


(1) È il 51° dei Rispetti del Cod. peru¬ 
gino da me stampati in Appendice al libro 
sulla Poesia popolure italiana: e nel Cod. 
sta così: 

lo vivea senza sentir d'amore, 

£ no avea donna a cui io volese bene. 
Quando m’aparisty innanzi liouobel bore 
Per dare alla mia vita amare pene. 
Subitamente m'entrasti nel core, 

Come Balletta che dall'arco venne; 

La prima volta che merexguardasti 
Lo cor misaperse, e tu dentro intrastty. 

(2) Nel Cod. perugino, n. u 29, si leggo 
così, seguendone la grafia in tutto; 

Giolioxo voria star, ma la fortuna 


Per mily modi par che ini molosta: 

E par che il cielo e le stelle e la luna 
Circhi dintorno ogni allcgreza e festa . 
Damarttc nom starò per cosa alcuna 
£ la mia fedo ttisera manifesta 
Serotty lldelo e tu lo poray videro 
Per multti wuodi ettelo farò a savere. 

(3) Nel Cod. perug., n.° 99, dice così: 

Dio ti dia la bona notte, e son venuto 
Bella madonna, a veder come stai; 

Fatti di fuora, e mo ti do saluto 
De mioro volia ch'io fuse giamai. 

Tu aie chulie che sempre wattenuto 
In questo mondo innamorato assai; 

Perù tti priego s io tto ben servito 
N"n ua lasare a si duro partilo. 


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1S$ 


A. ir ANCONA 


I GIORNALE DI FILOLOGIA 


XIV 

Fallar io ti vorìa, e io non osso: 

Tu che sai el modo mel degi insignare: 

Che co 1 li occhi m'ha' posto foco adosso ; 

Vedi ch'el arde, e non lo vói stuare; 

Ajutame per Dio, chè più non posso 
Cotante amare pene, omè, durare; 

Se non me ajuti, moro per tuo amore; 

Agi di me pietà, ligiadro fiore (1). 

1 Parlar ti: a. serri a: b — 2 c* hai il modo mel debbi insegnare: b — 3 il f.: b —4 che Varde non lo 
tuoi: b: — 5 Ajtelami perciocché: b — 6 pene amare ahimè: b — 7 wi'a.: b — 8 abbi pietà di me Uggia - 
ilro : b. 

XV 

E vengote a veder, perla lizadra, 

E vengote a veder, caro tesoro; 

Non sa’ tu ben che tu se’ quella ladra 
Che m 1 hai ferito il cor, tanto che moro V 
Quando io passo per la to contrada 
Dò, lassati vedere, o viso adorno; 

• Quel giorno che ti vedo, non potrìa 

Aver doglia nessuna, anima mia. 

1-2 vengoti: b, che sei leggiadra: b — 3 «ai: b. — 4 m'ha: b — 5 tua: b — 4 veder: a, o viso d'oro: 
l> — 8 utssuna, o vita : b. 


XVI 

Non te maravigliar, lizadra donna, 

Se spesse volte passo de qua via: 

Non sa’tu ben, che non ho altra donna 
Che signoreza la persona miaV 
Tu sola sei d’esta vita colonna; 

E quella sola che ’1 mio cor desia ; 

Sapi per certo che tu sola sei 
Quella che bramo, e quella ch’io vorrei. 

1 .. . dolce Madonna: b — 3 sai: b —4 signoreggia: b. — 5 de questa: a, de sta: b — 7 Sappi: b — 
8 che v b. 


(1) Nel Coti, perug., n.° 12, dice così: 

Scchurimo per Dio, che più nom posso 
Tanti crudi martiri più durare; 

C hò li occhi tuoi m’ ha meno el foco adosso 


Tutto m’scende e non me voi aitare. 
Vorriato favellare, ma io nom posso, 
Tu che sai el modo mel die insignare; 
Torio che tu fusai gentile c cortese 
A le mie pene ch'io tc fa^o palese. 


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ROMANZA, N.° 5] 


STRAMBOTTI DEL GIUSTINIANI 


189 


XVII 

Quei labri mi consuma fin a tanto 
Che non li strenzo un poco al mio diletto: 
Db, vengati pietà de mi alquanto. 

Cara speranza del mio cor perfetto. 

Tu sei colei che porti il dolce manto 
D’ogni mio bene senza alcun sospetto: 
Tu sei colei per fin che tu sei viva 
Ch’io amerò se morte non ci priva. 


1 consuman : b — 2 Ch'io non li stringi: b — 3 di tnt : b — 8 Hanuro • a, Io t’ amerò : b. 


XVIII 

l’t’ò dipinta in s’una carticella, 

Come se fusti una santa de Dio ; 

Quando mi levo la mattina bella 
Ingcnochion mi butto con desìo: 

Sì t’adoro, e poi dico: Chiara stella, 

Quando farai contento lo cor mio? 

Bàsote poi, e stringo con dolceza: 

Possia mi parto, e vòmen’ a la mesa (1). # 

1 in su: a, su una : b — 2 Come a, fosti : b, il vero idolo mio : b — 4 Avanti a U mi fermo : b — 
5 E si. ..poi .d a, E si t’onoro e d.: b — 7 Basciotti: b, stringote: a —8 Poscia : b; disparto: a; e la¬ 
scio tua bellezza: b. 


XIX 

Dezo sempre servire al vostro aspetto 
Che me destruge l'alma e ’l cor ognora ? 

Non se de’ mai porger qualche diletto 
Ai tristo del mio cor, prima che mora? 

Dezo sempre portar bagnato il petto 
De lacrime cotante che me accora? 

Dezo sempre servir chi più s'indura, 

0 maladetta mia disaventura? 

1 Peggio ... il r.:b — 2 Che V anima ed il cor mi strugo: b.—3 porgere: a, si die horamai porger d.: 
a — 4 A lo tristo mio: b, ch’io: b — 5 Peggio: b — 0 Di: b, cotanti: a — 7 Peggio: b. servire: a , seguire: 
b — 8 Che maladetta sia la mia sciagura : b. 


(1) Nel Cod. perug., n.° 66, dice cosi : 

T* aggio dipinto in una carticella: 
Quando ti veggio mi sto inginocchiato : 
Adoromi la ttoa persona bella 


Ogni mattino po'che son levato. 
Guardoti sposso, chò mi par pur quella; 
Poi ti priego te sia ricomandato 
E1 più fidel che donna avesso mai 
Che in questo moudo attormentato r hai. 


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A. D’ANCONA 


j GIORNALE DI FILOLOGÌA 


15*0 


XX 

Quattro sospiri ti vorìa mandare, 

E mi, meschino, fusai ambasciatore! 

Lo primo sì te degia salutare, 

Lo secondo ti conti el mio dolore. 

Lo terzo sì te degia assai pregare 
Che tu confermi questo nostro amore; 

E lo quarto io te mando inamorato; 

Non mi lassar morir disconsolato (1). 

1 ri; b — 2 io. .. fossi : b — 4 B lo: %, 11: b , conta: b — 5 II: b — 7 Lo: b — 8 lasciar: b. 


XXI 

Più lieto amante de sto mondo fui, 

Ora mi trovo el più disconsolato : 

E questo è stato pe ’1 dir mal d’altrui ; 
Chb malanno aggia chi m’ha incolpato ! 


(1) Questo Cauto è passato al popolo, che 
lo leggfb in questa forma aulica (Poes . po - 
poi. ital. f p. 382) : 

Quattro sospiri miei ti vo’mandare, 

So che sono fedeli ambasciatori : 

11 primo genuflesso in adorare, 

Il secondo a ricordarti i nostri amori; 

11 terzo a dirti il mio lagrimare. 

Il quarto che contempli i mici dolori ; 
Piangendo tutti uniti poi cercare 
Vendetta a chi divise i nostri amori. 

E nel vernacolo chietino suona così (1 m- 
briani, C. prov. merid., 11, p. 30): 

Quattr’ suspir’ miè‘ ti h j mandat', 

Non sacce si so* fedel’ ii mbasciatur’ : 

Lu prlm' genufless’ per adurart’, 

Lu sccond’ a ricnrdareco lu nostr’ amor’, 

Lu tcrz* a dirt'lu mio lacrimar*, 

Lu quart’ che cuntempl’ lu mie dulor’. 
Piangend’ tutt’ nnit’, e poi ccrcaud’ 

Vindett* a chi ha divis’ lu nostr’ amor. 

EaRibera in Sicilia (Salomone-Marino, 
n.° 182): 

Quattru suspiri ti vurrìa mannari, 

£ tutti quattru suspiri d*amuri: 

Cu lu priniu ti mannu a salutari, 

L’autru cuutirà lu nostru amuri,- 


Ma cu lu terzu ti mannu a vasari, 

L'autru ti sta davanzi addinucchiuni ; 

A tutti quattru li farrìa gridari: 

Giustizia di Dio cu’sparti amuri. 

Questa è variante di Minèo (Vico, n.° 1447): 

Quattru suspiri ti mannu, patruna, 

Tutti quattru fidili ammasciaturi ; 

Unu a la scala lu fazzu mintiri, 

E unu a la finestra o a lu barchuni ; 

Unu a l’oricchia ti veni a parrari, 

L’atru ti cuntirà li me’ raggiuni : 

£ tutti quattru li fazzu bramari: 

Giustizia di Diu cu'cangia amuri! 

Che nel Lazio dice così ( Marcoaldi, u.° 29): 

Quattro saluti ti voglio mondare 
Come quattro fedoli ambasciatori: 

Uno verrà nella porta a bussare. 

L’altro si metterà ginocchioni: 

L’altro ti toccherà la bianca mano. 

L’ultimo conterà le suo ragioni. 

Altre forme consimili, vedi nei Rispetti pe¬ 
rugini, n.° 39, pag. 449; e nei canti Toscani 
(Tigri, n.° 203); cfr. anche Oianandrea, 
pag. 131; Marcoaldi, C.p. umbri, u.° 69, 
latini , n.° 40; Visconti , u,° 32; Ivk, p. 72. 
Vedi Lu Poesia popol. ital. t p. 143 e 411. 


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ROMANZA, N.° 5| 


STRAMBOTTI DEL GIUSTINIANI 


UU 


Ancora spero di veder colui 

Stentare al mondo per sto gran peccato: 

E spero in Dio di veder vendetta 
Di quella lingua falsa e maledetta (1). 

1 El piti: a. di questo: a —2 trovo piti: b — 8 ver il dir: a — 4 venga bene e: b, me n’ha: b — 
li Dubito ancora : b — 7 E temo ancora : b — 8 si al dir mal perfetta : b. 


XXII 

Da poi ch’io vedo fermo il tuo volere 
E che al tutto abandonato m’hai, 

Lassar te voglio per farte a piacere ; 

Di quh per te non passerò giamai: 

El piacer ch’io ho avuto il vo’perdòre, 

E più per servo, donna, non m’arai: 

Fami quanti dispetti che tu sai, 

Quel ch’agio avuto, tu non mel torrai. 

1 Dopo : b — 3 farti p. : b — 4 E quinci per tuo amore non passare» : n — S La men te cercherò per mio 
piacere : b, el voglio : a — ft K se: b — 7 fai : b — 8 io: a — Che qitel ch’ho avuto tu : b. 


XXIII 

Biastemo il giorno che me inamorai, 
Biastemo il giorno che ti missi amore, 
Biastemo il giorno che in te mi fidai, 
Biastemo il giorno che ti dèi il mio core ; 
Biastemo il bene eh’ io te volsi mai, 
Biastemo l’alma mia che per te more; 
Biastemo l’assai beffe che m’hai fato: 
Ancor biastemo chi cason n’è stato. 


Manca in b. — 5 ben: a. 


XXIV 

Non ti ricordi quando mi dicevi 
Che tu m’amavi sì perfettamente? 

Se stavi un giorno che non me vedevi 
Con li occhi mi cercavi fra la gente. 


(1) Nel Cod. perugino (n.° 2) suona cosi ; 

Più lieto amante di questo mondo fui. 

Ora mi trovo el più disconsolato: 

Questo mi viene per lo mal dir d’altrui: 


Or matonaia chi mena incolpato. 
Ancora spierò di veder chuluy 
Sten taro al mondo sol per sto peccato: 
Ancora spierò di veder vendetta 
Di quell» falsa lengua maledetta. 


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192 


A. D' ANCONA 


[OIOHXALE DI FILOLOGIA 


E riguardando sta non mi vedevi 
Dentro de lo tuo cor stavi dolente: 

E mo mi vedi, e par non mi cognosci, 

Come tuo servo stato mai non fasci (1). 

3 ini: b — 5 riguardando: b, se tu: a, che: b — 7 or: b, e won oh: a, conosci: b. 


XXV 

Viver al mondo non voglio più mai, 
Nè più conforto non spero d'avere; 
Poi che del tutto abandonato ni'hai, 
La morte cercarò per mio piacere. 


(1) Il principio del Canto è comune o simile 
almeno a quello di parecchi Rispetti toscani 
(Tigri, n.° 884): 

£ tl ricordi quando mi dicevi? 

0 n.° 889: 

Non ti ricordi, turca rinnegata. 

Quando t'amavo e ti portavo amore? 

Ma più stretta simiglianza ha con questo 
tetrastico, evidentemente monco del principio 
(ivi, n.° 887): 

E se tu stavi un’ora e’nmi vedevi 
Con gli occhi riguardavi fra la gente. 

Ora mi vedi e non mi dici addio; 

Come se tua non fossi stata lo. 

Più intera e simile all'ottava del Giustiniani 
è la versione romana (Nannarklli, p. 48): 

Dov’è tutto quel ben che mi volevi, 

Dov’ò tutto l'amor che mi portavi? 

Se stavi un’ora che non mi vedevi 
Coll’occhio fra la gente mi cercavi. 

Adesso passo, e non so’ più guardata, 

O mal la diva tua non fossi stata ! 

Adesso passo, e non mi riconosci; 

Oh mai la diva tua stata non fossi t 

Tornano al tetrastico due forine venete : l’una 
(Dalmedico, p. 128) : 

Ma dove xe quel ben che me volevi, 

Quele carezo che d’amor mo fèvi? 

Co' g’era un’ora cho no mo vedevi 
Del vostro caro ben vu demandò vi. 


E l'altra (Bernoni, punt. 1*, n.° 30), che 
varia il solo 4.° v.: 

Co i oci in tra la gente me cerchevi. 

Nel vicentino è un esastico (Alverà, n.°85): 

Do’è quel tanto ben cho mi volevi, 

E qaelo carezzine chi mi favi? 

Passava un giorno che non me vedevi 
Coi oci per le genti mi cercavi: 

Bassavi i oci, e la bocca ridevi, 

Dentro nel vostro cor mi saludavi. 

E neiristria (Ive, p. 205) con evidente sal¬ 
datura di due tetrastici diversi: 

Ragasso bielo, nuobili sembianze. 
Testimonio saruò li me belisse; 

Nu’ xi ningoùn che me purtasso amante, 
ltagasso bici che me farà carcsse. 

E duve xl quii ben eh’i mo valivi, 

Duve li caresseine, Amur, me fai? 

Un giorno, biela, cu’ i’ nu’ mo vedivi, 

Cu’ 1 uoci in fra la zento i* me cerchivi. 

La forma toscana intera, e assai prossima 
a quella del Giustiniani, è la seguente (Ti¬ 
gri, n.° 978): 

Non t’arricordi quando mi dicevi 
Cho tu m’amavi sì sinceramente? 

Se stavi un’ora che non mi vedevi 
Cogli occhi mi cercavi fra la gente. 

Ora mi vedi e non mi dici addio, 

Come tua dama non fossi stat’io: 

Ora mi vedi c non mi riconosci. 

Come tua dama io stata non fossi! 


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ROMANZA , N.° 5 J 


STRAMBOTTI DEL GIUSTINIANI 


103 


Ancora una sol grazia mi farai, 

E poi contenta tutto il tuo volere : 

Dimmel palese, e no'l tener celato 
Se’l tuo amor ad altri l'hai donato. 

2 più spero: a — 3 al tutto : b — 5 sola: a — 6 to', a -* 7 non viti tenir : a — 8 Vamor tuo: b. 


XXVI 

Non piangerò giamai quel che t'ho fato, 

Nò'l dolce e longo ben che t'ho voluto; 

Ma ben me dole ch'io te sono stato 
Fidel amante, e non m'hai cognosciuto. 

E per lo grande amor che t'ho portato 
Merito alcun non aggio ricevuto; 

Ma sempre arai piacer di poter dire : 

Ho fatto sto meschin per me languire. 

1 quello eh'ò /atto: b — 2 lungo: b-* 3 «oh: a, mi duole perch'io ti «oh: b — 4 fidel: b —5 /Vr 
Vamor grande ch'io ti ho: b — 6 alcuno non ho: b — 8 fatò questo: a* 


XXVII 

Per fin che vita avrò non sarò stanco 
De biastemar i giorni trapassati: 

Oimò, che Palma trista vien al manco 
Pur in pensando i bei piaceri andati ! 

Misero me, ohe per oonforto abranco 
I fazoletti ohe tu m'hai donati, 

E poi piangendo dico: lasso a mene, 

Questo m'avanza de tutto il mio bene! (1) 

1 charo vita non sero mai: a — 1 2 Di biasimar: b — 3 mia ne piene: b —4 impensando: a, Solo pen¬ 
sando ai bei piacer passati : b — 5 e branco : a, che conforto io branco : b — 7 lasso mene : b — 8 Quest’ è 
l'avanzo: b. 


(1) Segue nell’antica stampa questa terzetto: 

Chi se dilecta de eequitar amoro 
Per un Marchetto dhaver questo no stia 
Che Bon a proposito a ciascun amatore. 


13 * 


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(ì. SALVADOIU 


[uiOHNALK DI FILOLOGIA 


VM 


STORIE POPOLARI TOSCANE 


AVVERTENZA 

Ho chiamato queste canzoni Storie, perché così le chiama il popolo 
che le cauta; e le ho intitolate toscane, perché in Toscana le ho sentite 
e raccolte. Del resto quattro di esse (la IV, la V, la VI e la VII) 
sono oramai conosciute da tutti per non toscane di origine; le altre 
quattro invece, che credo nuove, danno nell 1 andamento e nella forma 
iudizii di molto probabile toscanità. Con ciò non affermo nulla; espongo 
semplicemente un parere che non è soltanto mio. La sola esistenza di 
questi iudizii è cosa degna di attenzione, mentre fino a ora tutti o quasi 
tutti i dotti italiani, che si sono occupati di studj popolari, han dato 
per certo che i nostri canti narrativi non riconoscono patria diversa 
dall’Italia traspadaua; perché i canti trovati di qua dal Po mostrano 
tanto ben distinti nella sostanza e nella forma i segni della nascita, che 
non si può stare in dubbio nel battezzarli. Ed è vero: ma la conclu¬ 
sione è forse troppo recisa; già che, se la scarsezza dei canti narrativi 
e l’abbondanza dei lirici nell’Italia che il Nigra chiama inferiore (cfr. 
Romania, voi. V, p. 423), lusingava gli studiosi a raccogliere piuttosto 
questi che quelli, tanto che per parecchi anni ci fu un vero diluvio uni¬ 
versale di strambotti e stornelli; non mi par giusto dir questi i soli 
frutti del paese. Né piò mi par giusto lo star troppo attaccati alla sen¬ 
tenza ripetuta anche dal Nigra in quel suo scritto pregevolissimo su 
La poesia popolare italiana (cfr. 1. c. p. 448), che la narrazione poetica 
è contraria all’ indole dei popoli italici : poi che è vero che noi # non ab¬ 
biamo né i Nibclnnffcn , né la Clianson de Roland , né il Romancero del 
Cid; ma questo non vuol dire che presso di noi non si possa proprio 
trovare qualche ombra di leggenda poetica, qualche briciolo di epopea. 
Si tirano in ballo i latini; ma presso i latini di leggende ce n’erano e 
non poche, se non vogliamo che Tito Livio e Virgilio se le siano fab¬ 
bricate da sé; e c’erano anche, probabilmente, dei canti popolari che 
le conservavano; anzi le tracce di questi canti sonosi volute trovare da 
certi critici tedeschi nelle istorie stesse liviane. 

Ed è impossibile che non sia cosi. L’istinto epico si trova sempre, 
come il lirico ed il drammatico, presso tutti i popoli di questo mondo. 
L’epico si sveglia primo, quando lo spirito troppo occupato dalle cose 


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ROMANZA, N.° 5] 


STORIE POPOLARI TOSCANE 


195 


e dai fatti esteriori, che la fantasia gli riveste di luce, non è ancora 
capace di rivolgersi sopra sé stesso, ed è quello che lascia traccie più 
profonde; il lirico poi, che dipende dalla prevalenza del sentimento per* 
sonale su V impressione degli oggetti esterni ; ultimo il drammatico, che 
non può essere senza la conoscenza del cuore umauo. Ora può darsi 
che, per l’indole particolare d’un popolo e per l’effetto delle circostanze 
fra le quali ei s’è trovato, l’uno o l’altro di questi istiuti sia più de¬ 
bole e rimauga in parte soffocato; ma che taccia del tutto, no. Nel 
nostro popolo il lirico ha maggior forza, e nessuno lo nega; nei celtici 
e più nei germanici, come osserva benissimo il Comparetti (cfr. Rassegna 
settimanale , voi. II, p. 45), prevalgono invece i due altri: ma, come 
sarebbe contrario al vero dire che tedeschi e francesi non hanno l’espres¬ 
sione lirica dei loro sentimenti, così mi pare un poco esagerato affer¬ 
mare che le genti italiche non abbiano affatto rivestimenti poetici delle 
nostre e delle leggende straniere. 

Io non dico queste cose perché si conceda un passaporto alle quattro 
storie che, fra le qui raccolte, credo, almeno quanto alla forma, toscane 
di origine, che in verità sarebbe troppo misera cosa; ma per combattere 
un principio che mi pare e mi è parso sempre troppo dogmatico. Del 
resto, ad uua conclusione sicura riguardante i nostri canti narrativi 
credo non si possa ancora arrivare; e questo perché (come dice il sig. 
John Addington Symonds, dotto inglese amantissimo di cose italiane) 
« abbondantemente ricche di canti erotici, rispetti, strambotti, stor¬ 
nelli ecc., le raccolte recentemente fatte con somma e lodabilissima 
industria in tutte le province del Regno, sono finora scarsissime di 
canti narrativi » (cfr. Rassegna settimanale , voi. Ili, p. 195). E il 
D’Ancona stesso, in que’ suoi Studj tanto importanti, ne tocca a mala 
pena e di volo. 

La ragione che mi ha indotto a creder toscane di origine le quat¬ 
tro storie suindicate, sta nei loro caratteri esterni concordanti precisa- 
mente con quelli per i quali, secondo lo stesso Nigra, si riconoscono 
facilmente i canti che non provengono dall’Italia superiore. E questi 
caratteri sono: la presenza dell' endecasillabo, che dà loro un andamento 
epico ben diverso da quello semilirico delle canzoni norditaliche ; la de¬ 
sinenza regolarmente piana e parossitona, che però si potrebbe osservare 
non tanto necessaria, forse, ai canti del centro e del mezzogiorno d’Italia 
quanto la vogliono il D’Ancona ed il Nigra; e finalmente l'assenza di 
di versi sciolti . 

Debbo inoltre avvertire che, per gli schemi delle varie specie di 
versi, ho adoperato i segni appartenenti alla metrica antica; indicando 
col segno di brevità (□) le sillabe non accentate, e le accentate col 
segno di lunghezza (i): costume introdotto recentemente dal Forna- 
ciari con la Grammatica dell'uso moderno . Osservando questi schemi, 


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190) 


G. SALVADOKI 


[OIOKXALK DI FILOLOGIA 


sarà facile l’avvertire: prima, che l’endecasillabo, il settenario e il qui¬ 
nario, sono sempre composti di serie giambiche pure; poi, che molto 
spesso, cioè quando 1’ accento grammaticale non combina col ritmico, 
il popolo, nel canto e nella recita, sforza il primo ad obbedire al se¬ 
condo; osservazioni non del tutto inutili per gli studj metrici, che solo 
da poco tempo si cominciano a coltivare un po’ seriamente in Italia. 

Debbo finalmente ringraziare il eh. 100 prof. Monaci, che mi giovò 
di consiglio e d’aiuto e mi offrì l’ospitalità nel Giornale di filologia 
romanza. 


Roma, 23 Novembre 1879. 


Giulio Sal valori. 


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ROMANZA, N.” 5] 


STORIE POPOLARI TOSCANE 


107 


i 

LUGG1ERI (1) 


[Nella seconda parte di questa storia, che incomincia Quando al castello, e finisce 
con la storia stessa, c’è, se non erro, qualche somiglianza con la seconda parte della bal¬ 
lata danese Erlkónigs Tochter, tradotta dal prof. Carducci e da lui pubblicità sotto il 
titolo di Sir Oluf nel n.° 1 della Rassegna settimanale. Eccone gli ultimi versi, che 
fanno appunto per noi: 

v. 25.... £ quando alla porta di casa egli venne. 

Sua madre al veniente guardò con terror : 

— Ascolta, mio figlio : di su, che t’avvenne ? 

Perché così smorto? che è quel pallor? 

29 — Como esser non debbo sì pallido e smorto? 

Nel regno degli elfi mi avvenne d’entrar. — 

— Ascolta, mio figlio, mio dolce conforto ; 

Ed ora alla sposa che debbo contar? 

33 — Le di che a sollazzo cammino pel bosco 

Con cane e cavallo, provandolo al fren. — 

T*n fatto simile, di uno sposo cioè ucciso dai fratelli della sposa, è anche raccontato nel 
Sigurdharkvidha deWEdda; dove lo sposo è S gurdh, e la sposa Gudruna sorella di 
Gunnar (Cfr. nella trad. del Pizzi, Antol. epica , Loeseher, 1877, p. 233). Del resto questa 
canzone, di cui finora, per quel ch’io so, non sono state pubblicate var anti, mi pare no¬ 
tevolissima, princ'palmente per la sua forma schiettamente toscana e pel metro che rara¬ 
mente si riscontra nella poesia popo'are (e anche non popolare) italiana, sì antica che 
moderna (Cfr. Carducci, int. ad alcune Rime dei secoli XIII e XIV ecc., Ga¬ 
gati, 1876, p. 100).] 

| ] 

Era scren che si rannuvolava : 

.> C’era Luggicri che moglie menava. 

E quando funno lk pella via piana, 
i E’ prese la su’ sposa pella mana. 

I su’ fratelli stimano l’onore ; 

« Gli denno un colpo senza fh parole. 

I su’ fratelli l’onore stiinonno, 

« Gli denno un colpo e quasi l’ammazzouuo. 

Quando Luggieri se sentì ferito, 
io Diede una speronata al su’cavallo: 

— Parenti mia, venitene bel bello, 
u Che me voglio condii verso ’l castello. — 

Quando al castello se ne fu arrivato, 


Ed ecco (il mattino tremava ancor fosco) 
La sposa e l’allegro corteggio ne vien. 

37 Recavano cibi, recavano vino. 

— Ov’è il mio sir Oluf, lo sposo dov’è? — 
— Usciva a sollazzo pel bosco vicino 
Con cane e cavallo : verrà presto a te. — 

41 La sposa una rossa cortina solleva: 

E morto lì dietro sir Oluf giaceva. 


(I) Già pubblicata da me nella Rassegna settimanale , voi. Ili, p 48r». 


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108 


G. SAL VADORI 


[GIORNALE m FILOLOGIA 


14 Le porte del palazzo eran serrate: 

— 0 madre mia, aprite queste porte; 
i« Yedarete Luggier condotto a morte: 

0 madre mia, apritemi quest’uscio; 
i8 Yedarete Luggier mezzo distrutto. — 

— 0 figlio mio, c’hai fatto al tu’ cavallo, 

20 Che del tu’sangue gronda propio tutto? — 

— 0 madre mia, pensate a fà costi'e, 

2* Ché ’l mi’ cavallo deve fà coste. 

0 madre mia, pensate a cucinare; 

24 Quando arriva la sposa, abbia a mangiare. — 

Quando la sposa a casa fu arrivata, 

20 Del su’Luggieri n’ebbe a domandare. 

— 0 nora mia, pensate su a mangiare, 

28 Ché Luggieri è nel letto a riposare. — 

Quando la sposa ebbe mezzo pranzato, 

:jo Del su’ Luggieri n’ ebbe a domandare. 

— 0 nora mia, pensate su a cibarvi, 

8 * Ché Luggieri b nel letto, e verrà tardi. — 

Quando la sposa ebbe bell’e pranzato, 
a* Del su’ Luggieri n’ ebbe a domandare. 

— 0 nora mia, caviti testi panni, 

so Ché Luggieri b nel letto in grand’affanni : 

0 nora mia, caviti testi vezzi, 
as Ché Luggieri b nel letto in gran tormenti : 

0 nora mia, caviti testi anelli, 

04 Ché Luggier l’hanno ammazzo i tu’ fratelli. — 

— Sorella mia, piglia cotesti panni, 

42 Ché a casa noi te se rivuoi menare 

E un conte o un cavalier te se vuol dare. — 

44 Un conte o un cavaliere non vò io; 

Voglio Luggieri che l’b da par mio. — 

ID» Donata Massini di Ciggiano, prov. (VArezzo.) 


II 

LA BARBERA BELLA 


[Nel Legendario | delle Santissime | Vergini | Le quali valsero morire per il 
nostro Si | gnor Giesv Ciiristo, et per mantenere la sua santa Fc | de, et virgini¬ 
tà | In Venetia appresso Domenico et Gio. Battista Guerra , fratelli , MDLXXVIll; la 
leggenda di S. Barbara (p. 172) è presso a poco raccontata come nella nostra storia 
quella di Barbera bella; anzi in certi punti la corrispondenza delle parole è veramente 
notevole: si che facilmente si vede che la Barbara della leggenda cristiana e la Barbera 
della nostra storia non son che una sola. È vero che la prima ci appare martirizzala dal 


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romanza, N.° 51 STORIE POPOLARI TOSCANE 199 

padre per essersi fatta cristiana, e la seconda per essersi opposta alle turpi proposte di 
lui; e che il racconto del martirio della prima non procede in tutto e per tutto come il 
racconto del martirio della seconda: ma chi sa quanto sian facili ad alterarsi i racconti 
affidati alla fantasia e alla memoria del popolo, non ne farà le meraviglie.] 

— Sta su, Barbera bella costumata, 

2 Ché io te vò con mo per maritata. — 

— Sta su, padre diletto; 

4 Lo sposo mio gli ò Gesù benedetto. — 

Quando U su 1 padre gli sentì dì questo, 

Alle prigioni la fece menare; 

7 Tre giorni senza bé, senza mangiare. 

— Sta su, Barbera bella, costumata... — 

— Sta su, padre diletto... — 

Quando T su' padre gli sentì dì questo, 

Alle segrete la fece menare; 
io Tre giorni senza bé, senza mangiare. 

— Sta su, Barbera bella, costumata... * - 
— Sta su, padre diletto...— 

Quando '1 su' padre gli sentì dì questo, 

Alle colonne la fece legare; 

13 Tre giorni senza bé, senza mangiare. 

— Sta su, Barbera bella, costumata...— 

— Sta su, padre diletto... — 

Quando '1 su' padre gli sentì dì questo, 

Per terra ignuda la feoe trainare; 
le Tre giorni senza bé, senza mangiare. 

Allor la Santa si voltò ’n ve’ ’1 cielo : 

— Angioli santi, fate coprì questa vergogna. — 
io Allora vennon giù l'angioli santi, 

Ed in palma de mano la piglionno 
E ’n paradiso con sé la portonno. 

22 — Angioli santi, su su su ’n ve’ ’1 bello; 

Io vado’n paradiso, e te all’inferno: 

Io ’n paradiso con canti e con suoni; 

25 E te all'inferno con sospiri e duoli: 

Io 'n paradiso con suoni e con canti ; 

E te all'inferno con sospiri e pianti. 

(Dalla med.*) 


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200 


G . SALVADOM 


[giornale di filologia 


III 


[Questa storia mi fu cantata tutta storpia e malconcia; molti versi non tornano, 
c'è qualche lacuna fra mezzo, e manca la fine. Ad ogni modo, così com’è la pubblico, 
perchè mi pare, nel suo genere, molto importante. Del resto, di mostri divoratori e di 
giovinetti figliuoli di re destinati ad esser divorati da loro, son piene le mitologie antiche 
e moderne.] 

[oiuiuioioiu] 

Un mago ’n una macchia scura scura 
2 Ogni giorno voleva una persona. 

Chi toccherà, e quell'anima cura: 

4 Toccò al re; n'aveva altro che una. 

— Per in già che mangià me la volete, 
g Sett'otto giorni me la lascerete: 

Per in già che mangià me la volete mangiare, 
s Sett’otto giorni lasciatemela stare. — 

Quando funno compiti i giorni, 
io 11 mago gli mandò d'un'imbasciata 
Che la su' figlia gli avesse mandata. 

12 Quando fu pe’ 'na viottolina scura, 

Non ce batteva né sole né luna; 
i4 La se riscontrò 'n un vecchiarello ; 

Gli disse: —Dov'andate, o ragazzina, 
le Che ve sete saputa accomodare, 

Che pare che a marito abbiate a andare? — 
ìa Rispose: — Dal mago a fammi mangiare. — ( 1 ) 

E il vecchiarello le disse: — Quando sarai lù 

Sciogliti i nastri del grembiul, ché vinchi, 

20 Lo meni a mano com’un agnellino. — 

( Dalla med.* ) 


(1) Qui è interrotta la serie de* versi. 


IV 

IL MARINARO 

[Cfr. Wolk, il marinaro e la sua bella, pag. 74; Ferraro, Rie. di filai. ro,n , 
voi. II, pag. 198, i tre marinari; e Riv. di lett. pop., fase. I.] 

[ viv/io I oiuio] 

Bel marinaro, che vai peli’acqua, 

Che vai peli'acqua col ciel sercn, 
i Per riscontrano l’amato ben. 


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JtOMAXZA, X.° 5 


STORIE POPOLARI TOSCANE 


2M1 


E quando furono a mezza strada, 

Se riscontrarono tutti e tre: 
r. — Domanderemo stasera a cé? 

Co Manderemo dalla bell'oste, 

Dalla bell 1 oste che al cor ci diè; 

La più bellina de lei non c’è. — 

Mentre la bella gli apparecchiava, 

Il marinaro la rimirò; 
ix E la su’ mamma gli domandò: 

— 0 che rimiri, bel marinaro? — 

— lo la rimiro la tu’ figliò ; 

15 Che per amore sposare la vò. — 

E quando l’ebbe bell'e sposata, 

Il marinaro se la ’mbarcò ; 
i3 Nell’alto mare se la menò. 

Ma quando funno nell’alto mare, 

La su’ barchetta nel fondo andò : 
i« — Mai più la bella non rivedrò! 

Se io campassi quattrocent’ anni, 

Il marinaro non lo fo più, 
ai Oh’è la rovina ’lla gioventù. — 

( Dalla nied “ ) 


V. 0: Centi. 14 j Figlioli!. 


V 

LA BELLA INGLESE 


(Cfr. MarcoaLdi, La vendicatrice , pag. 106; Migra, Monferrina, nella Riv. contempi 
voi. XX111, pag. 73-74; Righi, pag. 30; Ferraro, La Monfcrrina incontaminata e La 
Liberatrice , pagg. 3 e 4 ; Wolf, La figlia del Conte , a e 6, pag. 47-49; Caselli, pag. 191 ; 
Bbllermann, A Romeira , pag. 168; Pgymaigre, Rcnaud et ses quatorze femmes, pag. 98; 
Depping, II, n.°03, pag. 107 ; Villemarqtjé, Les troie moines rouges, I, pag. 305; Am¬ 
père, pag. 40.] 




— Dimmelo, bella Inglese, 
Se te vuoi marita. — 

Sì sì, o padre mio, 

Chi me volete da? 

Un cavalier di Francia 
Te vuol per su’ moglie. - - 
-- Sì sì, o padre mio, 
Mandatelo a chiama. 


Quando gli fu arrivato, 
io Dal prete la menò; 

Quando l’ebbe sposata, 
i» In Francia se n’andò. 

Lì fece trenta miglia; 
n L’Inglese mai parlò: 

Lì fece l’altre trenta, 

E pianse e sospirò. 

11 


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202 


{}. SALVADOBI 


[giornale di filologia 


— Dimmelo, bella Inglese: 
js Cos’hai da sospira? 

— Sospiro padre e madre, 

20 Che l’ho lasciati anda. — 

— Se tu sospiri questo, 

22 L’avrai’na gran ragió. 

Rimira quel palazzo: — 

E lei lo rimirò: 

— C’è trenta-sei ragazze 
p ’Nvaghite dall’ amò ; 

Una de quelle sei 
2M Me l’ha ferito ’l cò. — 

— Dimmi, marito mio, 
jh M’impresti un po’ la spò, V — 
— Dimmelo, bella Inglese, 
m Che cosa ne vuoi fa? — 

— Vò speronò, ’1 cavallo, 
a4 Che presto vò arrivò,. — 

Quando glie l’ebbe data 
m Nel cor se la sentì. 

— Scendi, marito mio, 
a8 Quaggiù’n questi fossó: 

V. G: Mofflitro. 28: Core. 30: Spagli. 38: 


C’è li rospi e li serpi; 

40 Saranno i tu’ padró: 

Il più bello dei mondo 
4 > Sarò, ’l padron de me. — 
Rivolta la pariglia, 

44 Addietro rivoltò; 

Quando fu a mezza strada, 

4« ’L fratello riscontrò. 

— Dimmelo, bella Inglese, 

4 8 Tu sei rimasta só? 

— L’assassini di strada 
so M’hanno ammazzo ’l mari. — 
— Dimmelo, bella Inglese; 

-.2 L’avrai ammazzo da te. — 

— Non ho tanto coraggio 
64 Da ammazzallo da me. 

M&uda a chiamaìlo ’l prete 
se Chd me vò confessi: 

Ce l’ho un peccato grave, 
ss Lo voglio soddisfi: 

L’ha perdonato a tanti; 
co Perdonerò, anco a me. — 

(Dalla med.*) 

Fossont, 48 : Sola. 


VI 

LA CECILIA 

[Cfr. Bolza, Cecilia , pag. 671; Wolf, La povera Cecilia, pag. 64; Ferraro, Ce - 
cilia, pag. 28; e Riv. di filai, rom., voi. II, pag. 206; Gianandrea, pag. 264; Briz, La 
dama de Tolosa , pag. 129; Mila y Fontanals, La dama de Reus, pag. 143; D’An¬ 
cona, Studi su la poes. pop. it., pagg. 119-123. Questa storia che, dopo quella di Donna 
Lombarda , è la più diffusa di tutte in Italia, è riportata dal D’Ancona verso la metà del 
s colo XVI; e i primi dodici versi di questa lezione, che mancano nelle altre, con l’ac- 
ivnno che vi si.fa alla causa del fatto raccontato, avvalorano la sua opinione. Questo 
fatto è, come appare chiaramente da tutte le lezioni, una violenza soldatesca; e, come 
appare chiaramente da questa lezione, una violenza fatta a popolani osservanti delle pra¬ 
tiche cattoliche da dispregiatori di queste pratiche: non è difficile dunque che avvenisse 
al tempo delle contese religiose p t la Riforma e delle frequenti calate in Italia degli eser- 
c ti cesarei, guidati qualche volta e composti in parte da riformati.] 



— Bona sera, sor oste. — Rispose la Cecilia: 

2 — Bona sera anche a vó : 6 — Questo non se può fk, 

Siamo tre capitani; Che l’è un sabato sera 

4 Volem carne e picció. — * Giorno de devoziò. —- 


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ROMANZA, N. u 5] 


STORIE POPOLARI TOSCANE 


20:5 


L’oste n’andette in corte 
io A dì le su’ ragió; 

E fu preso e legato 
12 E fu messo ’n prigió. 

Eccola la Cecilia 
14 Che piangeri su 1 mari: 

— Me T han preso e legato ; 
io Me ’l voglion fa morì. 

Senta, signor tenente, 

1 8 La grazia lei m’ha a fìu ~ 
— La grazia te sia fatta; 
a.» Vieni a dormì con me. — 

Cecilia andette a casa; 

Si mise il grembio bianco 
23 E le scarpette fi 1 : 

— Caro signor tenente, 

25 Venuta sono qui. — 

Quando fu mezzanotte 
27 Cecilia se svegliò; 

Disse : — L’ho fatto un sogno ; 


so L’ò morto ’l mi’ mari. — 

— Sta giù, sta giù. Cecilia, 
m E non te fa sentì: 

Siamo tre capitani; 

3:: Padrona sei de qui. — 

Quaudo fu fatto giorno. 

33 Cecilia se svegliò; 

La se mette ’n camicia; 

*7 S’affaccia nel balcó: 

Lo vidde ’l su’ marito 
io ’Mpiccato a ciondolò. 

— Senta, signor tenente, 

4i Lei m’ha preso a tradì: 

M’ha levato l’onore; 
n La vita al mi’ mari. 

Addio, bandiere rosse; 

43 Addio, bella città: 

Le calceri de moda 
47 Io più non rivedrò. 

(Dalla med." ) 


V. 4: Piccioni. 23: Fine. 44-47: che cosa siano queste bandiert ros'ie e queste carceri di moda 
io nou ho potuto capire. Ne lascio quindi la spiegazione a chi nc sa più di ino. 


VII 


LA DONNA LOMBARDA 


[Cfr. Marcoaldi, D. L., pag. 177; Nigra, I). L. , nella Riv. contempi voi. XII, 
pag. 17 e s?gg.; Wolf, D. L., pag. 46; Righi, D. L. , pag. 37; Caselli, D. L ., pag. 210; 
Ferraro, D. L., nei C. p. m., pag. 1; e Rir\ di Filol. rom., voi. II, pag. 196; Saba¬ 
tini, Riv. di lett. pop., fase. I; D’Ancona, Studi ecc., pag. 117-119; E. Dorer-Egloff, 
Zur Literatur des Volksliedes. Questa lezione poi è evidentemente incompleta: manca 
il racconto della morte di Rosmonda che ne dovrebb’esser la parte più importante. È no¬ 
tevole però la regolarità del metro il quale, in questa più che nelle altre lezioni, si avvi¬ 
cina alla strofa tristica quinaria degli antichi celti. che fu probabilmente l’originale (cfr. 
Nigra, 1. cit.). La irregolarità della strofa quinta dipende, credo, daH’aggrunta fattale 
dell’ultimo verso della strofa seguente che aveva perduto i due primi.] 


[ Ks i ^ 1 Ks | V/ i ^ ^ | 


-- Donna Lombarda, 
Vogliami bene,. 

3 Vogliami bè. — 

— Com’ho da fare 
A volerti bene, 

». Che ci ho mari V — 


— Se ci hai marito, 
Fallo morire: 

9 T insegnerò. 

Vanne in nell’orto 
Del signor padie, 

.* Che e’ è un serpe ; 


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G. SALVADOllI 


[GIORNALE DI FILOLOGIA 


2()1 

Piglia la testa 
De quel serpente, 

Pestala bè; 
le Dagliela a bé. — 

Torna ’l marito 
Da lavorare 
10 C’ ha una gran se' : 

— Donna Lombarda, 

Dammi da bere, 

2i Dammi da bé. — 

Donna Lombarda, 

V. 4, 3: I.’/i che cominciu il 3." verso si 
l'ulto rido. HI: Mtsi, 


Che ha questo vino 
25 Che turbo Pò? — 

— Saranno i tuoni 
Dell’altra sera, 
a» Che turbo Pò. — 

Parlò un bambino 
De nove mesi 
si De nove mé: 

— 0 padre mio, 

Non lo bevete 
ai Che c’ b ’l vele. — 

(Dalla med.*) 

l«< con IV che termina il 4.o 19; Srtf. 27: Var.: lui - 


Vili 

LA SANTA LUCIA 

[CIY. por questa storia il Lrgendarin citato innanzi, a p. 1PS, dove si racconta all'in- 
circa come nel nostro canto la leggenda di s. Lucia.] 

I | 

Santa Lucia vergine e polzella 

2 De quindici anni se riohiuse in cella, 

Ce se richiuse perdi’eli’era bella. 

4 Passò ’l re de Malvagio peli a via ; 

Gli disse: —Cosa fai, Rosa Lucia? — 

« Disse: — Se vuoi veni con mene a stare, 

Oro e argento te farò portare, 

3 Padrona del mio regno te vò fare. — 

Disse : — Né con voi né cor uomo nato, 

io Quando m’éssi a ridurre a fa ’l peccato. — 

’L re de Malvagio se n’andette a casa, 
u Nel letto se buttò per ammalato. 

Ecco Lucia dal coraggio fino 
n Se cavò l'occhi e glie no mandò ’n piattino: 

— Dite che se ne sazii veramente, 
io Che da Lucia non aspetti piò niente. — 

E ’l re : — Gli manderò ’n par de giovenchi 
i“ Che ’un sian domati e né da domare. 

E allora Lucia la farò portare. — 

20 Quando i giovenchi enno tocco Lucia, 

Loro persou la forza e la possia: 

22 Quando i giovenchi euno tocco la Santa, 

Loro person la forza e *la possanza. 

( l>ullu nidi. 1 ) 


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h«»manza , x." 5| 


A. THOMAS 


205 


I)E LA CONFESIOX ENTRE R ET S Z 

EN PROVENyAL ET EN FRANCIS 
DOCUMENTS NOUVEAUX 

/. Provai (al. 

Le fait linguistique sur lequel nous nous proposons de fouruir quel- 
ques documenta nouveaux a été sigualò et òtudié pour la première fois 
en provenivi par M. P. Meyer, en 1875. Dans un premier article (Ro¬ 
mania, IV, 184-194), réminent romaniste, après avoir expliquò et dé- 
crit au poiut de vue phonétique le fait eu questiou, en a signalò la 
fréquence relative dans trois textes: nne partie du Petit Thalamus de 
Montpellier, le libre de Memorias de Mascaro et YEvangile de VEnfance; 
il en a aussi relevò des exemples dans la nomenclature géographique, 
et il est arrivò à cette couclusiou « que la confusiou dV et de 5 z s’est 
surtout manifestòe au XIV C siede dans la partie du Languedoc qui cor- 
respond aux dòparteinents du Gard et de THtrault, et qu’il n’est pas 
probable qu’elle ait été fréquente ailleurs ni en aucun autre temps ». 
Dans un supplément à cet article (ibid. p. 404), Tauteur a citò des 
exemples nouveaux, et par la publication d'une lettre de M. Alard, ar¬ 
chiviste des Pyròuòes-orientales, il a montré que le mème fait s’était éga- 
lement produit avec assez d'intensité en Roussillou au XIV 0 siede. Enfin 
dans un dernier article il en a precisò encore ( ibid. V, 488-490) les li- 
mites géographiques et chronologiques: « tont considéré, dit-il, on peut, 
ce me semble, teuir pour certaiu que le chaugement d's z en r et iu- 
versemeut dV en s z ne s'est point éteudu, sanf en des cas isolés, au 
delà du Rhòne et qu’il a en géueral cessò vers le commencement du XV C ‘ 
siede » (1). D’autres exemples relevès par M. Cbabaneau (llcvuc des 
langucs romancs, I cro serie, t. Vili, p. 238, et 2° serie, I, p. 148-151) 
n'ont guère fait que confirmer les ròsultats obtenus par M. P. Meyer sans 
apporter aucun òlèment nouveau à la questiou. Il n’eu est pas de mème 
de ceux que nous avons publiòs une première fois ( Romania , VI, 261- 
200): ils ont montré que vers le milieu du XV° siede la confusion de r 
et de s z avait été très frequente daus les proviuces du nord de la 

(1) CVst ò\id; mment par suite d'uu • fante d'iininYssion qu\m lit X1V‘‘ dans la Romania. 


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206 


A. THOMAS 


[giornale di filologia 


langue d’oc, dans la Marche, le Limousin et surtout la Basse-Auvergile. 
Ceux que nous avcms réunis depuis et que nous publions ci-dessons ap- 
partienneut également au milieu du XV° siècle, continuant ainsi à faire 
fléchir la limite chronologique primitivement établie par M. P. Meyer; ils 
dépassent également la limite topographique assiguée jusqu’ici à la con- 
fusion de r et de s z, limite que nous avions déjà notablement élargie 
dans notre premier article. Ces exemples en effet se divisent uaturel- 
lement en deux séries: la première relative au département de l’Aude et 
spécialement à l’ancien diocèse de Narbonne, montrera qu’au milieu 
du XV e siècle le confusion entre s z et r a été aussi frequente dans 
cette partie du Languedoc que dans la Basse-Àuvergne; la seconde, 
formée d’éléments empruntés à différentes régions du domaine proveu£al, 
prouvera que cette coufusion, à l'état accidentel, s’est manifestée presque 
partout à la inèine epoque. 

l.° Département de VAude. 

A. Diocèse de Narbonne. — Nos exemples sont empruntés à cinq 
ròles d’assiettes d’impòts conservés à la Bibliothèque natiouale de Paris 
8ous les n.°* Fr. 23901 et 26071 n.° 4894, ròles dont deux datent de 1434 
et trois de 1443, 1445 et 1495. Le ròle de 1443 (26071 n.° 4894) est 
le seul dont le préambule soit rédigé en provenni (les autres sont eu 
fran 9 ais). Voici ce préambule qui, dans un texte très-court, nous offre 
déjà deux exemples du passage de s z à r : 

« S’ensiec la assieta de X m 1 . 1 . donadas a Mosscnhor d’Orliex ( 1 ) lo daria cosselh 
tengut a Monpelia, en lo mes d’octobre l’an M IIII 0 XXXXIII, don toqua la vielha 
e dieussera de Narbona la soma de VI* XVIII 1 . X 1 III 8. ViUI [d.], laqual se de- 
veris coma a’ensiec : * 

Les exemples que nous avons relevés dans ces cinq textes (exemples 
qui naturellement portent sur les noms de lieux) sont les suivants: (2) 

Auriac ( 3 ), 1434 A, B; 1445 ; 1495 . Auziac, 1443 . 

Itoan-las-Granolheyras ( 4 ), 1434 B; 2 ?*- JBtran-las-Granolheyras, 1434 A. 
ran-las-Granoleyras, 1443 ; Bizan- Grano- 
lheyras, 1415 ; Bisa n-Granolheres, 1495 . 


(1) Il s’agit du poète Charles d’Orléans, 
et la somme en question lui fut donnée par 
ordre du roi pour lui aid^r à payer sa ran¬ 
toli aux Anglais. 

(2) Comme on le verrà, dans ce tableau 
nous mettons à gauche la forme moderne 
et nous ne formons pas deux séri*>s distin- 
ctes, Fune pour sz — r et l’autre pour r =3 
s z; cette distinction ne nous parait pas très- 
utile, et d'ailleurs elle ne pourrait pas ótre 
faite avec sùreté pour les mots dont nous 


ignorons la forme primitive. 

(3) Canton de Mouthoumet. La forme pri¬ 
mitive est en r : castellimi de Auriago 1028 
( Hist . de Languedoc , II, 181). 

(4) Bizan (en 911 Jliciano , Jlist. de Lang. 
11,54) tst auj. Bize, C. on de Ginestas; mais 
nous ne vovons plus de traces de la distinc¬ 
tion de Bizan-/aj-^//itftVo^ et de Bizan-/a.v- 
Granolhciras , à moina que fune dea deux 
localités ne soit Bizanet, C. ou de Narbonne. 


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ROMANZA, N.° 5] 


DE LA CONF. ENTBE R ET S Z 


207 


itoan-Albeyras, 1445; 2?&a w-A illieres, 
1495. 

Montpezat (1), 1115; Montpesat , 1195. 
Montscren (2), 14*34 A, B; 1415; Afont- 
sw, 1495. 

Pazan (3), 1443; Prua, 1495. 

Pasulz (4), 1405. 

IW8 (5), 1495. 

Tezan(6), 1415; Tesati , 1495. 


.Bjran-les-Alheyras,1434 A ; — las-Alhey- 
ras, 1434 B; — las-Aleyras, 1443. 
Monperat , 1434 A, 1443 ; Montperat , 1434 B. 
Monsezen, 1413. 

Para, 1431 A, B; Parati , 1445. 

Paruls, 1434 A, B; Portds, 1443; Poruols, 
1445. 

Poro&, 1434 A, B; 1443; 1445. 

Teran , 1434 A, B; 1443. 


B. Di oche de Carcassomie . — Nous avons des assiettes d’impóts 
de 1434, 1435, 1438, 1453 et 1455 dans le N. Fr. 23900. Un seul nom 
nous fournit des exemples, c’est Saint c-Etdalic , C.°" d’Alzonne. Cette loca¬ 
nte est appelée en 1434 Saintc-Eidalie cornme aujourd’bui; mais en 1435 
et 1438, nous trouvons S. u Aulazic , en 1453 et 1455 Sant’-Aulasia. 
Ces formes en s supposent Texisteuce à la mème epoque d’une forme 
Sant'-Aidaria — derivée de Sant'-Aidalia — qui se retrouve d’ailleurs 
aujourd’hui dans Saintc-Aidaire (Corrèze), que Fon écrit à tort Saint - 
Aulaire. 

2.° Départemcnts divcrs. 

A. Gard . — Pour les diocèse3 de Nìmes et d’Arles, nous avons 
des ròles d’assiettes d’impóts à la Bibliothèque Nationale, Fr. 26071 
(N. 4823) et 23901, et nous y relevons les cas suivants: 

Ardessan (7), 1439. Arderan , 1438; 1143. 

Gratusieres (8). Graturieres, 1443. 

Vergcses ( 8), 1439. Vergeres , 1438; Vergieres, 1443, 1491. 

Vizenobre{10 ), 1438,1439; Visenobre , 1491. Virenobre , 1443. 


(1) C. n “de Roquefort-d>s-Corbières, C. on 
de Sigean. La forme latine n'est pas dou- 
teuse: cVst Montcpe[n\sato. 

(2) Montseret, C. on de Lczignan; castel¬ 
lata de Montcsercno 1134 ( Hist. de Lang. 
II, 473). 

(3) Pasa, C. ne de Soulatge; Petianum , 
889 (Hist. de Lang. II, 24). 

(4) Paziols, C. on de Tuchan. Nous igno- 
rons la forme primitive. 

(5) Pouzols, C. on de Ginestas. La forme 
latine primitive est évidemment Pìiteolis, 

(0) Th^zan, C. on de Durban. Il y aanssi 
un Thézan d^ns rilérault, castrata de Le¬ 
dano 1105 (Hist. de T.ang. II, 308). 

(7) La forme primitive est Arderannum 
(918); le plus ancim exemple de la forme 
avec s z est de 1384 ; aucun des exemples 


réunis par M. Germer-Durand ( Dict.top.diL 
dep. du Gard ) et reproduits pas M. P. Meyer 
n’appartient au XV* siècle. Il y a pourtant 
dans VIntrod. du Dict. top. p. XIX, un exem¬ 
ple d'Ardesan en 1435 que Tauteur a oublié 
de reproduire h Tarticle alphabétique d’4r- 
dessan. 

(8) Cette localité était dans la viguerie du 
Vigan. Dans la préfnce du Dict. top. p. XXI, 
on trouve locus de Gratuseriis, 1384, Gra - 
tusieres , 1435, 1539; mais on chercherait en 
va iris dans le corps du dictionnaire Gratu- 
sirres ou Graturieres. 

(9) La forme primitive est Ver seda 1125; 
M. M. Durand et Meyer ne citent qu’un exem- 
pb, de 1435, de la forme avec r. 

(10) Auj. Vezenobre; formi primitive: Ve- 
denobrium (voy. le Dict. top.). 


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208 A. THOMAS [giornale di filologia 

Les assiettes des diocèses d’Uzés et d’Avignon, contenues daus le 
mème N. 23901, nous fournisseiit deux exemples: 

Salazac (1), 1438, Salezac et Salesac, 1445, Salerete, 1403. 

1464, 1488. 

Valeguiere (2), 1438, 1445, 1464, 1488. Valaygucse , 1404. 

B. Haute-Garonne . — Assiettes da diocèse de Toulouse dans le 
mème volume: 

Roqueseriere (3), 1438, 1449. Roquesericze , 1439. 

C. Lot. — Une commune de ce département, dans le cauton de Ca- 
stelnau-de-Moutratier, porte le noni de Sainte-Mauzie. La mème forme 
se trouve au XVII 0 siècle, et est traduite en latin par Saucfa-Alausia (4). 
Mais il n’existe pas de sainte de ce nom. Eu 1526, cette localité est 
appelée Sainte-Aulaye (5), et cette forme moutre que nous avons réelle- 
ment affaire à Scinda-Eulalia (6). Alan zie est line corruption de Aalazie , 
dont nous avons expliqué ci-dessus la formation. 

D. Tarn-et-Garonne . — Dans ce département, commune de Lapenche, 
se trouve ègalement une localité appelée Sainte-Aalazie (7): c’est donc 
le mème cas que ci-dessus. 

E. Haute-Vicnne. — Dans une pièce écrite à Limoges eu 1439, ou 
lit deux fois evesque de Maillerais (8): il s’agit de l’évèché de Maillezais 
( MaUeaceìisis) y aujourd’hui réuni à la Rochelle. Nous notous ègalement 
les formes Maillerés et Maillerais dans deux autres pièces d’origine lan- 
guedocienne des 18 octobre 1383 et 4 mai 1450 (9). 


77 . Francate. 

Il n’entrait pas daus le pian de M. P. Meyer d’étudier la confusiou 
de s z et de r en fraufais. Toutefois il ne pouvait s’empècher de rap- 
peler après Diez Thabitude que Théodore de Bèze et Palsgrave repro- 


(1) Forme primitive avec s (ibid). 

(2) Yalliguière, Valle-Aquario, (ibid.). 

(3) La forine primitive n'est p is douteuse: 
Rocca-serraria. 

(4) Pouillé du diverse de Cahors, p. p. 

M. Longnon dans la collection des Docu- 
mcnts inedite , Mélanges, 2 e sèrie, t. II, 

N. 658. 

(5) Ibid. 

(6) 11 y a en effet encore auj. Sainte- 
Aulaye dans la Dordogne. 

(7) « Samt-Alauzie, Tarn-e*-Caroline, C. 


de Lipench a , 14 liab. » et « Sainte-Eulalie, 
Tatti- »t-Garonne, C. de Lapenche, 10 hab. » 
On trouve ces deux articles dans le Dict. 
des Postes , et nous pensons qu’il font doublé 
empiei: il est néanuioius curieux de voir les 
deux formes subsistant cóte-à-cót?. 

(8) Voy. notre travai 1 intitulé Les États 
provinciali# de la Trance centrale sous 
Charles VII (Paris, Champion 1819), t. II, 
p. 110 et 111). 

(9) Libi. Nat. Fv. 20884 f. 13, et 20885 
f. 25. 


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ROMANZA, N.° 5] 


VE LA CONF . ENTRE R ET S Z 


209 


chaient aux Parisiens de leur temps, habitude qui consistait à prononcer 
s pour r, et dont nous avons un débris incontestable dans le doublet 
chaise et chaire (1). M. Ch. Joret (2), dans un article évidemment inspiro 
par le travail de M. P. Meyer, bien que Tauteur n’en dise rien, s'est efforcé 
de traiter plus à fond cette questioni mais sauf des détails intéressants 
sur quelques patois modernes, il n’a rien dit de bien nouveau, et les 
rapprochements ù priori qu’il établit entre des formes de noms de lieux 
avec r ou s manquent absolument de base. En somme on ne sait guère 
sur ce sujet que ce que Th. de Bèze et Palsgrave eu disent: les pré- 
cédents du fait qu’ils signalent n’ont été montrés nulle part. Les quel¬ 
ques textes que nous avons réunis et que nous publions ci-dessous servi- 
ront donc de jalons sur ce terrain inexploré. Nous ne voudrions par bàtir 
un système avec des éléments si insuffisants, mais nous ne croyons pas 
nous éloigner de la vérité en pensant que la confusion entre r et s 
s’est produite en fra^ais comme en provenfal, mais un peu plus tard, 
c’est-à-dire snrtout dans la seconde moitié du XV* siècle, que cette 
confusion s’est manifestée particulièrement à Paris, dans le langage 
parie, et que nous en trouvons les dernières traces, au NVP siede, 
dans le fait cité par Palsgrave et Th. de Bèze. 

1. ° Picccs isolées de provenance dontcuse. 

Un arte originai de Charles VII dauphin (3) du 2 février 1420 porte 
allocation de 150 1. t. à son chambellan messire Guillaume de Chastcl - 
neuf-de-Randon, sire de Saint-Ramery ; en 1426-1427 on trouve une 
montre de Guillaume de Saint-Remery , qui est évidemment le mème 
personuage (4) ; le 26 mars 1420 nous avons (5) une quittance où il est 
dit seigneur de Saint-Rcmaisy : cette forme nous fait facilenient recon- 
naitre qu’il s’agit de S^Remeze ( S . Remigius) dans l’Ardèche. — Dans 
une quittance originale de 1460 (6) nous lisons Girors pour Gisors en 
Normandie, et dans une autre(7) de 1466, deux fois Vierron pour Vierzon 
en Berry (8). 

2. ° Rcgistres de la Cour des Aides de Paris (9). 

A la date du 23 juin 1445 nous lisons: 


(1) Au dernier moment nous relevons cha- 
iezt cathedralc dans un ms. de Jean Chartier 
ifenviron 1470 (Vat. Reg. 087, f.° 70, v.°). 
M. Littré, au mot chaise, ne cite pas d’exem- 
ple ant^rieur au XVI® siécle. 

(2) Mètri, de la soc. de linguistìque de 
Paris, t. Ili, p. 154-102 

(9) Bilil. Nat.de Paris, Cabinet des Titres. 

(4) ArcliivesNationaleSjCaWow* des Rnis, 
li." 2014 de Plnventairo. 


(5) Cab. des Titres. 

(0) Ibid. au dossier Gaucourt. 

(7) Ibid. 

(8) On lit ^galement Viarron dans la 
chronique de Louis XI écrite à Paris et dite 
chronique scandalense, collect. MiciuUDet 
PoiMOUt.AT, t. IV, p. 252. 

(9) Aux Ai chi ve* Nat. Z. 1 A. 15, 10 et 17. 


1 - 1 * 


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210 


A. THOMAS 


| OlOHNALK DI FILOLOGIA 


Entro le8 conaulz du bourg de Carcassonne, d’une part, contre ceulx de Lozan 
d’autre. Lefevre pour lesdiz de Carcassonne dit que leadiz de Lauzen , etc. 

Et le 26 juin suivant: 

Entre lea habitants de Carcassonne.... contre les habitants de Laureti .... 

La localité meutionnée sous ces diverses formes est Laure, près de Car- 
cassoune. — Eu 1446 nous ne trouvons pas moins de six fois la forme 
Vierron pour Vierzon (1). — En 1448, deux fois Desire pour Decize, 
daus la Nièvre (2). 

3. ° Le mister e du sicge d y Orleans, p. p. MM. Guessard et de Cer- 
tain. — Texte d’environ 1470, daprès les éditeurs. On y remarque 
plusieurs exeraples de plaisa pour plaira (3); 

v. 11992. Ou il vous plaisa & aller. 
v. 12128. Ce qui vous plaisa nous ferons. 
v. 12639. Quant y vous plaisa partirons. • 
v. 12613. Ou il vous plaisa les bouter. 
v. 12856. Nous ferons ce qui vous plaisa. 
v. 15393. A partir quant y vous plaisa etc. 

De meme conduisons pour conduirons au vers 11991; rcmcdìsoicnt 
poni* remadiroient (v. 18299) etc. 

4. ° Procès de Jacques d'Armagnac (4), fait à Paris en 1476-1477: 

t*.° 414 v.° Et lui faisoit tres mauvaise cheze de ceste cause.... 

f.° 48 v.° Hugues de Bournarél. ... (appelé ordinairement Bournazél). 

5. ° Vig'des de Charles VII, par Martial d’Auvergne, ouvrage com¬ 
pose à Paris en 1484. Il y a un exemple très-important, parce qu’il 
est assuré par la rime: la ville de Decize y figure sous la forme Decirc 
et rime avec le verbe dire (5). Peut-ètre y trouverait-on plus d’un 
exemple analogue. 

6.° Chroniquc universclle jusqu’en 1461. Ce texte est le plus impor- 
taut que nous ayons à cause des exemples relativement nombreux que 
Ton y trouve. Il est contenu dans un manuscrit de la Bibl. du Vatican, 
Heg. 811, in 8.° de 402 f.°“ L’ouvrage est sans titre, et va de la créa- 
tion à la fin du règue de Charles VII: le récit de ce deruier rógne n’est 


(1) Z. I A. 16 f.°* 19 r.", 21 r.° et v.", 
97 r.° et 260 r.° 

(2) Z. 1 A. 17 f> 52 v.° et 59 r. * 

(3) M. Guessakd fait remarqupr (p. XL) 
ces formes plaisa, condiiisons, mais il 1 s 
rapproche à tort de la forme archaique fise ut 
à còté de fircnt (pie fon trouve au XIl e et 
au XIlI e s. Fisent derive de la torme pri¬ 
lli ti ve fisrent (féc runt) par la cliùte de r 
comme firent en derive par'la diùte de s; 


il ne faut donc pas voir là, du moins au 
Xlll e un exemple du passage de r à s. 

(4) Jlibl. S. ,<f Geneviève, L. 7. in 4.° 

(5) Nous avons fait cette observation sur 
un incunable ou les vers ne sont jias numé- 
rotós et nous avons malheureusement oublié 
de noter la page ; en tout cas c’est à Tannée 
1440, à la fin ou à la suite du récit de la 
Praguerie. 


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ROMANZA, N. u 5] 


DE LA CONF. ENTEE K ET 8 Z 


211 


antre que l’ouvrage de Jean Chartier. Le ma. est (Lune écriture assez 
mauvaise et paraìt avoir été exécuté très-rapidement. La date en est 
assez bien fixée par le fait suivant : à l’année 1458 Jean Chartier men- 
tionne la mort d’Arthur, due de Bretague, et l’avènement de son suc- 
cesseur Francis II; notre ms. ajoute: « lequel trespassa en la ville de 
Nentes l’an mil quatre cent quatre-vingz et huit en son lit peu après 
la journée de S* Aubin-du-Courmier et laissa deux filles seules lieri- 
tieres ». Le texte est donc postérieur à 1488; mais comme l’une de ces 
filles mourut en 1490 et que l’autre, la célèbre Anne de Bretagne, se 
maria en 1491 avec Charles Vili, il n’est pas probable que l’interpola- 
teur eut omis ces deux faits s’il avait écrit postérieurement à leur ar- 
rivée. Il est donc à peu près sùr que le ms. date de 1489. Ajoutons 
que le filigrane du papier, identique pour tout le volume, est un écu 
chargé de trois fleurs de lys, circonstance qui pourrait peut-ètre servir 
à en fixer l’origine et à y reconnaitre, corame nous le peusons, un texte 
écrit à Paris. Nous ne pouvions pas raisonnableraent nous condamner 
à lire tout l’ouvrage d’un bout à l’autre pour y relever des exemples 
de s = r et de r = s. Nous avons uuiqueraent parcouru les vingt pre- 
mières pages et la plus grande partie du règue de Charles VII : voici les 
cas que nous avons remarqués; ils suffisent araplement à justifier notre 
affirmation. 

f° 8 v°: Quant Moyse et tout son peuple furent en ce desart qui estoit oultre la 
mer, ilz ne trouverent nulles maisons, nulles gens, nulles vivres, ne point d’eau 
doulce que nulle creature peust boise t et quant leurs vivres furent faillies, les 
peuples vindrent a Moyse et lui fìsent grant murmuration en leur remonstrant 

leurs necessités de boire et de manger.Adone k. la priere de Moyse, Dieu 

envoia au peuple la manne du ciel pour manger et de Teau doulce pour boise, 
eulx et leur baistail. 

f° 333*.... de laquelle (de Maine-la-Geuhais [s?c]) estoit capitai ne Pierre Le Porc, 
lequel se deffendit moult vaillamment, mais en la fin fut constraint de rendro 
la ville aux Angloys par comporicion .... 

f° 334*.... laquelle (ville de Pontorsou) fut prise bien toust après par comporicion. 
f° 338*.... et s’en alerent par comporicion leurs corps et bienssaufvés (de Beaugency). 
f° 339 b Le roy luy respondit (a la Pucelle) que c’elle diroit chose qui fust pourfi- 
table, qu’elle seroit creue. 
f° 340*.... comporicion .... (de Troyea). 

f° 310 b Et quant le due de Bethfort.... sceut les nouvelles, il partit de Paris et 
s’en alla k. Corbuel et à Meìun et diroit qu’il combatroit le roy de France.... 
f° 341* Messire Loys de Luxembour, evesque de Therouane, lequel soy diroit chan- 
cellier de France. 

f° 344 b ... Et envoya (Florent d’Illiers) plusieurs de ses gens es lieux que on diroit 
esquelx y avoit gens desobeissanp au roy. 
f° 345 b . comporicion ... (de Louviers en 1431 ). 

f° 346* Ilz firent une conclusion en dirant que la place (Gerberoy) n’estoit pan 
fortifiée. 


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‘212 


A. THOMAS 


[aiOKNALK DI FILOLOGIA 


f° 385 v°... et alla ( le corate d 1 Armagnac ) mettre le siege devant une place nom- 
mée Rions ou il fut une espasse de temps en fairant forte guerre aux Anglois. 
( En 1461 ).... fut serrai aucun langage en dirant que on vouloit empoisonner le tot 
de France.... et quant le dit roy fut informe du dit empoisonnement, il y bouta 
telleraent son ymagiuacion qu’il en lessa le boise et le manger. 

Antoine Thomas. 


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ROMANZA, >*." 5 


213 


VARIETÀ 


ANEDDOTO DI UN CODICE DANTESCO 


A proposito delle interpolazioni trovate dal Palmieri (1) e dallo 
Scarabelli (2) in tre codici della Commedia di Dante, il prof. D’Ancona 
giustamente osservò essere « probabile che d’ora innanzi si avvertano 
nei codici danteschi altre simiglienti interpolazioni, le quali mostreranno 
come a più d’uno piacesse nel sec. XIV, per ragioni private o pubbliche 
di aggiungere nomi e fatti al registro d’infamia, e fors’anche a quello 
di gloria, composto dall’Alighieri, cercando per tal modo di raccoman¬ 
dare i sentimenti proprj alla fortuna del poema famoso » (3). Ecco 
difatti un altro codice, ora esistente nella Bibl. Nazionale di Roma, 
offrircene un nuovo saggio, e qui non si tratta più di poche terzine, 
ma di due iuteri canti. Uno di questi canti è contro gli Usurai, l’altro 
contro i Golosi, e nel primo è tolto di mira un certo Bonafidauza, nel¬ 
l’altro si ragiona di Messer Filiseno, di Lambertaccio da Faenza, di 
Mannello Scotto, tutti nomi che per me suonano affatto nuovi. Il codice 
è un bel volume membranaceo, alto 0. ro 290, largo 0. m 222; consiste di 
ff. 146, scritti forse da tre mani diverse ma tutte verosimilmente del 
sec. XIV, ed essendo provenuto dalla Biblioteca dei PP. Scolopj di 
S. Pantaleo, ora porta la segnatura « S. Pantaleo 8 ». Mutilo al prin¬ 
cipio e alla fine, presentemente comincia col verso « Che tu mi segue 
et io sarò tuo guida », 113° del I Inf., e seguita colla Commedia fino 
al f. 132, ove questa finisce. Appresso, il Codice contiene queste altre 
materie : 

F. 132 r. Quidam uersus rithimici facti per dominum Busonem de Egubio , super 
expositione totius comedie dantis et breuiter : Pero die sia piu fruito et 
piu diletto. 


(1) V. r Athaenevm, 21 Agosto 1875, 7 
Aprii#» 1877, 24 e 31 Agosto 1878. 

(2) Dante eoi minateti fo di Jamp<> della 


Lana p. p. I. Spararsi,li, t. I, p. 4fì3. 

(3) Raftxeyrìa Settimanale ilei 0 FYI»l>r. 
1870. 


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214 


VAIilETA 


[oiOIIXALK DI FILOLOGIA 


f. 133 v. Hic snnt uerstis editi de morte dantis, Seu ubi, quando et qualiter sit 
defunctus : Teologus dantes nullius dogmatis expers. 

Canzoni di Dante e di Guido Cavalcanti 

f. 134 v. Poscia c amor del tutto m a lasciato. 

Io son venuto al punto della rota. 
f. 134 v. E m increscie dì me si duramente. 
f. 135 r. La dispietata mente che pur mira. 

9 Tre donne intorno al cor mi son uenute. 
f. 135 v. Amor da eh ei conuen pur eh io mi doglia. 
f. 136 r. Donna me prega per eh i uoglio dire. 
f. 136 r. Uoi eh entendendo il terQO del monete. 
f. 136 v. Cosi nel mio parlar non gli esser aspro. 
f. 136 bl * r. Doglia mi reca nell orecchie ardire. 

f. 137 r. Epistola missa ad Regem romanorum per dantem aUegheri florentimm. 

Versione italiana; comincia: Al gloriosissimo et felicissimo triunfactore... 
Si chome testimona lo smisurato amore.... 
f. 140 r. Il testo latino della stessa lettera; comincia : Gloriosissimo atque felicissimo 
Triumphatori... Inmensa dej dilectione testante.... 
f. 142 r. L’altra lettera di Dante ai principi italiani. Comincia: Uniuersis et sin- 
gulis ytalie regibus et senatoribus... Ecce nunc tempus accetabile.... 

Altre rime di Dante 

f. 144 r. Parole mie che per lo mondo andate. 

0 dolci rime che parlando andate. 

Amor che ne la mente mi ragiona. 
f. 145 r. Le dólci rime d amor eh io solia. 
f. 145 v. Amor che muoui tua uirtu dal cielo. 

Io sento si d amor la gran possanza. 
f. 146 r. Al poco giorno ed al gran cerchio d ombra. 

Amor tu uedi ben che questa donna. 

Donne pietose di nouella etade. 

Donne c auete intelletto d amore. 

In fine della pagina, precedute dalle parole « Frate ugólino » se¬ 
guono cinque linee pressoché interamente svanite e illeggibili. Comin¬ 
ciano « In nomine exeelso Jesuano , Vhilosophum Instruentc laicum *. 

Al f. 42 r. Il De Batines (1) avendo letto le seguenti parole che tro- 
vansi dopo la Cantica dell 1 Inferno: « MCCCCXXVIIIJ Martis XIIJ 
Decembris | Non (ma 1. Nero non) si fa leggero \ Trar del gran sospetto 
él mal pensiero » argomentò da queste che il Codice sia stato scritto nel 
sec. XY. Ma chi bene osservi la scrittura di quelle righe, tosto rico¬ 
noscerà che sì per la forma delle lettere come pel colore dell’inchiostro 
rosso che vi è adoperato, essa è affatto diversa dalla scrittura di tutto 


(1) Bibliografia Dantesca, II, 208. 


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romanza, n/> 5 ] ANEDDOTO DI UN CODICE DANTESCO 


215 


il resto del ms., e se quella è del 1429, questa non si può assegnare 
se non agli anni che precedono la fine del sec. XIY. 

I canti di cui sopra ho parlato, si trovano ai ff. 86 e 88, subito 
dopo la Cantica del Purgatorio. La scrittura non differisce da quella 
del resto del poema; ma la pergamena è un po’più bianca e levigata 
che non i fogli che ora stanno prima; onde inclinerei al sospetto che 
vi sia stato uno spostamento per opera del legatore, e che in origine 
quei due canti fossero destinati ad entrare nella cantica dell’Inferno: 
ma la robusta legatura del volume ora non permette di appurare que¬ 
sto dubbio. Lo scrittore del Codice conobbe certamente che qui aveva 
che fare con opera non Dantesca, e a sgannare i mal pratici sulla 
fine del secondo canto annotò « Expliciunt duo capitula facta per àlium 
quam per dantem » ; ma chi fosse quest’ altro egli stesso dovette igno¬ 
rarlo, nè a scoprirlo valse V eruditissimo Cittadini, il quale studiò su 
questo codice, benché alle forme vernacole vi avesse riconosciuto uno 
della sua patria. Onde il medesimo vi scriveva sotto di suo pugno 
« Quisquis ille fuerit senensis uidetur fuisse talisque dicitur ex idiomate 
proprio . » 

Qualche indagine da me fatta intorno alle persone alle quali i due 
canti si riferiscono, tornò del pari vana; ma ciò non mi trattiene dal 
darli alla luce tali quali si leggono nel codice. Solo credetti necessario 
di riordinare i nessi secondo le parole e di aggiungere la punteggiatura, 
nell’intento di rendere agevole, per quanto era possibile a me, l’intel¬ 
ligenza del testo. Debbo però confessare di non esser riuscito a spiegare 
diversi passi veramente intricati ed enimmatici che il lettore troverà 
perciò annotati con un segno di dubbio. Forse un giorno o l’altro si 
troverà chi meglio di me valga a chiarire i soggetti di questo nuovo 
aneddoto che si volle intrecciare alla storia del divino poema, e a de¬ 
cifrarne le parole oscure. 

I. Giorgi. 


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210 


VARIETÀ 


| (SIOUX A LR IH FILOLOGIA 


[ Libi. Nazion. di Roma, S. Pantaleo 8, f. 86 r.] 

Capitulum De vsnrariis et nominatar bonaficlanza 


Come le tre sorelle, che un sol occhio 
comune usauan riguardando altrui, 
chi riguardava si uolgea n un rocchio 
Di dura pietra; cosi, quand io fui 
fra quelle genti, che per laida brama 
uisser con onta, non guardando cui 
Spolliassero usurando, unde lor fama 
in questo et nel mal mondo e bassa et uile, 
douenni per mirar la turba grama. 

Ma 1 alto ngengno del dottor gentile 
uolse la faccia mia in altra parte, 
celando a me ongni ueduta hostile. 

Po, per mirabil sapieofa et arte, 
lo cuor che d ogni senso ora (1) spogliato, 
rimise n posseasion di parte a parte. 

Appresso: o filliuol mie, tu se smagliato, 
disse 1 buon duca sorridendo un pocho 
quando mi uide alquanto confortato: 

Perch e si uil la gente d esto locho, 
che mmobil uiso nella prima gionta 
fra 11 or uien men come nell acqua foco. 

Ornai la uista tua non Bara ponta 
da brutti aspetti eh ai press alle spalle; 
uoluet allor, che Ila lor pena et onta 
Non ti fia rea, ma guarda per la ualle, 
si che nel mondo tu ritorni experto 
di quei che son per lo molesto calle. 

0 signor mio, che ma non a sofferto 
mie mpedimenti po che techo foi, 
dissi a llui chol uiso dischuperto: 

Que duo chi son che uan dinai^i a noi? 
et ei : se tu uedrai a llor la faccia, 
tarati certi li difetti suoi. 

Perch io : maestro mio, dunqua procaccia 
come le faccie lor a noi sien uolte. 
e 1 duca: anime uil, non ui dispiaccia 
Che questo uiuo uostr esser ascholte: 
uolget e passi ncontr a le uostr orme 
uoi che corrite come fiere sciolte. 

Et quelle allor despetto (2) et brutte forme 
isbigottite et smorte s arrestavo, 
dando le spalle a le dolenti torme. 

(1) Leggasi ora. (2) L. d spoi 


Et io, quand elle a no piu s appressaro, 
uidi animai che si pascien di loro, 
come mastin cacciati per lo charo. 

Non eran d altro tallio che coloro 
cho la in soria n gran selue anno lor esca 
nome qui non e fenice il moro, (3) 

Saluo c ognun la testa aue lupesca, 
quiui mangiauan color facend un cerchio 
ciaschun rotondo, unde non conuien eh escha. 

E 1 un che di lor pelli abbian coperchio 
ei raspaion rodendo sopra 1 ossa 
la carne che rinasce del soperchio 

Lor; perch i dissi : o uo eh en questa fossa 
set aspramente, com i ueggio, rosi, 
pregho le colpe uostre saper possa. 

Et 1 un di loro a me : i mi naschosi 
uintesett anni la press a maghan^a 
in una torre ou a prestar mi posi. 

Et fu lo primo d esti che 1 usau 9 a 
posi nel mondo de romiti felli, 
et fecimi chiamar buonafidanga. 

I rodeua le carni a pouarelli, 
pascendo uioleut i sudor macri 
lor, e spolliando i burchi de capelli. 

Coutra ponti ficchai decreti sacri, 
et perch i rosi, uede chon che morsi 
continuo son roso che piu acri 
So che di fore uipere o ched orsi, 
et questo mio companguo che si tace, 
ne parlo poi che qui dentro lo scorsi. 

Chon dio non uolse ma triegua ne pace, 
nell uopare et nel cuor fu si peruerso 
che non bastolli sol esser mordace 
In tollar; ma 1 fattor dell uniuerso 
presumpse disputar tanto che uolse 
che non potessa mai esser couuerso 
Al primo possessor, quel che mal tolse, 
et prouidesi a questo si dinan 9 Ì, 
eh el nodo che legho mai non si sciolse. 

Et i all istigian : di, come dian 9 Ì 
dicesti 1 nome tuo, quel di costui, 
et mostraci n che pena elli tauan 9 *i, 

le. (1) Cost nel Cori ire. 


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romanza, n." 5] ANEDDOTO DI UN CODICE DANTESCO 


217 


Oh e tuoi auau 9 an li defetti sui. 
allor la man li mise nella strofa 
e trasse fuor la lingua di colui, 

Ch era mirabilmente infiata et soc 9 a; 
poi la tiro si forte, ch i pensai 
allor che n man li rimanesse mo 99 a. 

Vid allei cosa ch i ne lagrimai, 
che 1 cuor del corpo li si suelse et uenne 
fuor de la boccha, et io poscia guardai 
Buonafidan 9 a che insieme sostenne 
la lingua e 1 cuor di quello sciagurato ; 
et quando presso al uiso li ini tenne, 
Vid un serpente ch era nuiluppato 
nel membro principal, misero, ch era 
di nero toscho tutto nuetriato. 

Et quel facia la lingua grossa et nera, 
sopra la quale i uidi spessi spessi 
scarpion et uermi di crudel maniera. 

Poi quel rimatro parbe ch ali auessi 
a ritornar co le dolenti membra 
nel luogho onde per for 9 a eran discessi. 

El mal romito poi: non ti rimembra 
che tu costui uedessi mentre uisse V 
mi disse, et io allui: non mi rassembra 
Alcun ch a mia notitia peruenisse. 
et elli : 1 martir graue li a trasuolte 
si le fa 99 on che n lui natura fisse, 

Che da tuo occhi non per sue son tolte, 
or ti sie conto che fu tuo uicino, 
ch ebbe parole come 1 opre sciolte. 

Piagentin nacque et uisse fiorentino, 
goloso fu et non uisse di starne, 
et lasso 1 mondo quando celestino. 

Et i: non e mistier piu ricordarne 


di suo condition, che sol per queste 
cognoscho ben che questi e neracarne. 

Che, sano essendo, duo pomelle agreste 
tolser del mondo, et non s acorse come, 
ora, maestro mio, quelle moleste 
Ombra, chu non ueggia se non le chiome, 
giognan, diss io; ma se tu mel iodi, 
et quelli allor chiamandomi per nome: 

Quella turba chola chu pianger odi, 
trafitta et morsa fra quelle aspre ualli 
uendette 1 tempo per diuersi modi. 

Que dimandar de coniati metalli 
u la proprietà non e da 1 uso 
distinta, ma chi presta insieme dalli 
Con uso et proprietà, sen 9 a altro abuso, 
compensation distinta di ciascuno, 
di magri o grassi non facendo scuso. 

Et sempre ognun di lor parbe digiuno 
in agu 9 ar lo ngegno in usurare, 
ma se di presso tutti ad uno ad uno 
Color guardassi, non potresti trare 
cosa che 11 andar nostro ualesse, 
perche ti lodo di lassarli stare. 

Et i: buon duca, quel c a te piacesse 
mentre conto mi fusse non mi spiacque, 
ne potrebb esser ma che mi spiacesse, 
Cosi 1 talento mie sotto 1 tuo nacque, 
et elli: el uoler tuo, filliuol, me conto, 
disse, uolgendo li occhi sopra 1 acque 
Del mal cocito, che sor torna al ponto 
di quella spera; po diss io: m acosto 
uerso colu che piu dal ciel digiunto, 
Che per leuarsi fu si basso posto. 


[f. 88 r.l 

ltic incipit de Gidosis Capii ninni 


NOu (1) era n tutto la ueduta sciolta 
di noi da cerber per lo scender fatto, 
quando 1 maestro disse : uolta uolta. 

Allor mi uolsi presto, con quell atto 
che fa colui che per paura triema, 
dicendo: signor mio, partianci ratto; 


Teniam altro camin, che già si scema 
ongni mio spirto per la scura forma 
di pluto, si che par da me li prema. 

Et elli a me : non ci e mestier un orma 
far per fugir lo doloroso aspetto 
che temi, ma perciò che questa torma 


(1) Leggasi Non 


15 


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218 


VARIETÀ 


[ GIORNALE DI FILOLOGIA 


Vo ti sia conta, dias io con affetto 
che tti uolgessi, e or dico raguarda 
lo stato loro, et come il lor difetto 
Segue la colpa, ne un punto tarda: 
uede la dolorosa fiamma et bruna 
und a ciaschun la gola conuien c arda, 
Et uede 1 altre pene che ciaschuna 
ombra dolente de la greggia scioccha, 
che sotto al mastio cerbero a aduna. 

Queste parole fuoro al mie cor roccha 
di tanta sicurtà, che con franche 99 a 
guardai color e uedi per la bocha 
D alcun intrar di si laida brutte 99 a 
un animai, che quasi un choncodrillo 
S0990 pareua fuor de la grande99a. 

Questi facea fra 11 uno e 1 altro cillo 
crespa la pelle altrui col forte orrore 
che di se daua ; ma chome c aprillo 
La bestiai boccha, cosi uenne fuore 
del brutto uentre co la testa lorda, 
e in boccha li torno con quel furore 
Che 1 iaculo s auenta, se s acorda 
in alcun animai di fare assalto, 
quando conuiensi che per fame morda. 

El peccator treschaua con quel salto 
che fanno quei che in frigia del gallo 
beuon che reca lor li fumi in alto. 

El cerebro lo turba, si che fallo 
perdar de la ragione il nobil uso 
talora, si eh alcun mai non riallo. 

Pietà mi nacque allor di quel confuso 
et uolsimi al mio sauio et diss : io cheggio 
chi e costui c a tanta pena et (1) chiuso 
Ti pi acci dirmi, et perche questi a peggio 
eh e uicin suoi, c anno di pena meno, 
et elli: 0 filliuol mio, si coni io ueggio, 
Sappi che questi e misser filiseno, 
mi disse, c a la mal disposta gola 
inordinata mai non pose freno. 

Costui proferse la bestiai parola 
che mosse la gholosa ardente uollia, 
che parbe che mouesse de la schuola 
Del misero epycurio, eh a dollia 
maggior che questa per la fede corta, 
che la durabil uita d altrui spollia. 
Questo dolente ebe n credeva morta 


che 11 anima uiuesse eternalmente, 
ma 1 uan diletto i fe la lingua achorta 
A orar per lo corpo bestialmente, 
cherendo spesso a dio che i concedesse 
longh^a de la gola quanta assente 
C abbian le grue, accio che ssostenesse 
tanto maggior diletto in prender 1 escha 
quanto piu longo el collo si facesse. 

Perciò trapassa la rabbiosa trescha 
de suo consorti, che quanto 1 affetto 
e piu peruerso, piu couuien che crescha 
La pena, et io: maestro, quésto letto 
tien, lasso, lambertaccio da ffaen 9 a, 
c or non udij biasmar di tal defetto. 

Qual ebber quei che qui an peneten 9 a 
mala, ochate eh enea porto in borsa, 
questi ebbe in ata a chomune senten 9 *a (2). 

Perche e 1 ombra sua dunque chi morsa 
dal nero fuocho che Ili edaci morde, 
non e a ttorto in lui tal pena corsa. 

Et ei: filliuol, geu non fu disorde (3) 
di morte laida, perche li hebrei folli 
de nati lor facieno offerte lorde. 

Et dato che tal opra non da molli 
fusse, ma sse potesse dirsi bona 
in se, la nten 9 Ìon rea condannolli. 

Cosi la fama che di costui sona, 
non uide la nten 9 Ìon eh ebbe peruersn, 
eh a la uendetta che tu uendi (4) el dona. 

Perche non die parer cosa diuersa 
a tte, se non s acorda uostra fama 
chol diuino giudicio che qui 1 uersa. 

Che quest intese a fornir la sua brama 
cupertamente, et, per piacere a charlo, 
la uita che nel mondo troppo s ama, 
Dispose a morte, et non già per amarlo, 
ne per amar uirtu fece opre molte 
che parber da uirtu ; di che lodarlo 
L umane uoci, et fuor dal uero sciolte ; 
che la suo ghola fu 1 ultimo fine 
de 1 opre sue, per che a tal fiu (5) uolte 
Fuoro. 1 uigor che mostro nel confine 
che parte 1 queto mar da etyopia 
uerso gauleon, u uon uicine 
Son giamai serpi, non uenne da copia 
di uoler forte; ma 1 altr opre et quella, 


(1) L. e (2) Cosi nel codice. (3) Cosi nel codice. (4) L. uedi (5) L. fin 


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romanza, jj.o 5] ANEDDOTO DI UN CODICE DANTESCO 


219 


come 1 gran lume uolge 1 elitropia, 

A 8se riuolse quella alplestia (1) fella, 
et perche 1 fine da in tali opre il nome, 
goloso non ardito quei s appella. 

Che Ili atti audaci a ghola ordiua come, 
se 1 aspro faentin che si somise 
legieramente a le piu graui some. 

Mannello schotto alfin la uita mise 
et prima si saria 1 aspetto spento 
che cotai uollie da cholui diuise. 

Et io : o ducha mio, che m ai contento 
sempre, disse io, di quel che da tte chiesi, 
chi e colui eh all atto par si uento ? 

Quand ebbi detto al caro duca, attesi, 
et elli a me: colui e labeone, 
da chui molti golosi so discesi. 

Et labeon chiamato ogni ghiottone 
et (2) da colui, et ancho un uil poeta 
che piu eh a uersi intese al garghalone. 

Questi e ssi concio, che tten uerrie pietà, 
che fra putrida carne elli e sepolto, 
di che la gola sua spesso repleta 
Era, ne faccia for 9 a auesse molto, 
del eh intesi che fu uero sepolcro 


di quell uu egli et (3) d ongni parte inuolto. 

La pena e laida si eh io la t apulcro 
per quel eh entendi, or queste anime antiche 
che già mill anni fuor del mondo pulcro 
Qui messe, lassa, et perche tu non diche 
di cholui che tti pare all atto stancho, 
io non discerno anchor da quai fatiche? 

Et si appresso guardai presso al fianco 
et uede con che rabbia i ue polseggia 
un gran serpente eh e dal lato mancho, 
Et non si vede quanto forte il feggia, 
perch e cuperto et perche send allunga 
et pur conuiensi a for 9 a che qui reggia 
Matto, quantunquo lo trafigha et pungila ; 
eh el membro ou e 1 principio motiuo, 
etsichi (4) d ongni fo^a, prema et munga, 
C appena scemo come riman uiuo. 
se non eh i so c a la uendetta eterna 
già non sarebbe, se di uita priuo 
Fusse giamai. or uo che tu discerna 
come gli auari presso a pluto conci 
son, color assai uo che tu sperna, 

E 11 iracundi che inen presso sonci. 


Expliciunt duo capitula facta per alium 
quam per dantem. 


(1) Cosi nel codice. (2) Lcjj. e (3) Lcgg. e (4) essicchi ? 


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220 


VA1UETA 


[giornale di filologia 


POESIE CIVILI DEL SECOLO XV 


Da un codice miscellaneo (T, 4, 15, di ff. 364 di circa c. m. 15 X 21) 
che dalla biblioteca del card. Passionei è passato all’Angelica, traggo 
alcune poesie volgari che per la forma e per il soggetto credo non del 
tutto immeritevoli di essere conosciute. Il numero delle parti onde 
si compone il volume, a prima vista sembra maggiore che non sia in 
effetto, essendo state nel rilegarle malamente scomposte: ma non è dif¬ 
fìcile riordinarle. La parte che più ci preme, è di 72 fogli (ff. 38-109) 
e appartiene alla fine de) secolo XV o al principio del XVI. Ne è prin¬ 
cipale contenuto una raccolta di formule cancelleresche, come lettere 
di nomina a podestà, gonfaloniere, maestro di grammatica; salvacondotti, 
benserviti ecc.; e insieme, di discorsi da pronunciarsi dai detti magistrati 
o dal cancelliere del comune nell’accettare l’ufficio, o nel prenderne o 
darne il possesso, ed in altre sipiili occasioni; come anche per. nozze, 
conviti e funerali. E in questi squarci oratorj specialmente si vuol far 
pompa di elegante latinità e di classica erudizione; erudizione ingenua, 
che in un discorso da farsi nell’essere ammesso nel collegio dei notai, 
trova modo di citare tutti gli illustri oratori romani, dando a ciascuno 
quell’attributo oude ebbero particolar lode da Cicerone. Degli atti pub¬ 
blici alcuni non hanno indicazione nè di città, nè di persone nè di tempo, 
proprio a modo di formulario: altri invece sono dati quali uscirono 
dalle Cancellerie, specialmente di comuni dello stato ecclesiastico (1) ; 
e il documento più recente è una lettera di famigliarità (f. 56) del Cardi¬ 
nal Ludovico del titolo di S. Lorenzo in Daraaso, Camerario del papa ( 10 
settembre 1482). In una tale raccolta trovauo naturai posto le poesie 
volgari (2) che pubblichiamo, composte da un notaio o cancelliere comu¬ 
nale (persona pubblica e comnna) in onore dei podestà ed anziani di 


(1) Toscane!la. Acquapendente, Forlì, 
Spoleto, Velletri, ecc. Di Roma abbiamo 
il buon servito a Giovanni « de Floribus... 
qui officium sacri senatus— ultra consue- 
tum tempus exercuit » ( f. 67) e ai suoi ma¬ 
rescialli (f. 68); del comune di Firenze ab¬ 
biamo la nomina prudentis viri Nicolai 
Francisci Ciuis fìononiensis a curiale 
famigliare perché rallegri con onesta gio¬ 
condità i conviti ( f. 60). 


(2) Fol. 40 v. al 43 v., dove la poesia ditti 
et excelsi resta interrotta al verso Joue le 
muse apollo ne so arte: ma si trova il se¬ 
guito al f. 109, il quale termina con la se¬ 
guente intestazione di altra poesia che ora 
non si trova più nel codice: In laudem Ma- 
ctei lacchi Civis Amerini gonfalonerii be¬ 
nemeriti et suorum collegarum domino- 
rum Antianorum. 


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romanza, n.° 5] POESIE CIVILI DEL SECOLO XV 


221 


Amelia e di Norcia, dov’egli esercitò il suo ufficio, non posso dire pre- 
cisanieute in qual tempo, non essendomi riuscito di sapere quando sia 
stato gonfaloniere di Amelia Matteo di Iacopo (1), e governatore Gen¬ 
naro Riccio. 

Al formulario il suo compilatore ha fatto seguire un trattatello di 
prosodia e metrica latina (ff. 86-91 v.), ed è andato poi valendosi dei 
fogli rimasti bianchi per appuntarvi motti e Sentenze morali di scrittori 
sacri e profani, versi di Virgilio, Dante, ecc. 

Se le poesie volgari presentano un qualche interesse per una certa 
novità del soggetto e pel curioso contrasto fra la palese imitazione Dan¬ 
tesca e la semplicità dei concetti e la rozzezza della forma quasi popo¬ 
lare; l’insieme del codice resta singolare monumento degli studi di quella 
schiera numerosa di persone che in qualità di cancellieri, notai, giudici 
ramingavano allora da un comune all’altro d’Italia: ai quali l’ambizione 
e il desiderio di vita più riposata faceva sperare dal merito di maggiore 
coltura qualche posto più agiato presso le corti dei principi, dei cardi¬ 
nali o dei pontefici; per cui scrivevano le penne dei più eleganti umanisti. 

Sotto lo stesso aspetto, poiché per lo meno ha appartenuto a qual¬ 
cuno di simile condizione (2), può considerarsi l’altra parte del volume (3) 
donde tolgo la versione di alcuni distici in onore di un Orsini : la quale, 
sebbene di argomento diverso dalle precedenti poesie e di scarso valore 
letterario, credo non inutile di aggiungere a modo di appendice per 
riguardo al personaggio a cui si riferisce. Non occorre dare delle materie 
contenute in questo codice particolareggiata descrizione: basti dire che 
buona parte di esso è consacrata alle Satire di Persio con note inter¬ 
lineari e marginali, seguite da copioso commento; alla Poetica d’Orazio 
pure con note, e a Marziale, di cui però è perduto il testo e resta solo 
parte delle illustrazioni. Accanto ai classici troviamo poesie e prose di 
umanisti, come due elegie di Paolo Marso a Sisto IV e alcune orazioni 
di Gio. Battista Volterrano, le quali trovansi insieme con altre scritture 
di minor conto ne’ fogli che, staccati dal resto, stanno ora in principio 
del volume. 

Al foglio 271 leggesi la poesia Salve magne parens scritta con molta 
cura e in carattere identico, panni, al testo delle satire di Persio. Sotto è 


(1) V. nota precedente. Rendo grazie alla 
cortesia del signor Cav. Carpenti, Sindaco di 
Amelia, il quale a mia preghiera fece fare 
le opportune ricerche in quell'Archivio Co¬ 
munale: ma senza frutto. 

(2) Di fatto in alcuni foglietti inseriti in 
questo codice trovansi due littere bone ser- 
ritt'tis, una del 23 marzo 141*2, e l'altra 


dell’8 gennaio 1520, questa del cardinale 
Francesco Orsini; nonché un sermo prò 
nvptiis (Roma 1518... giugno) della stessa 
mano che al f. 369 ha scritto un orazione 
prò quando exponitur corpus chrixti. 

(3) Ff. 271 al fine, e di più i primi 34 

fogli. 


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222 


VARIETÀ 


[giornale di filologia 


la traduzione, che a dir vero non mostra nna grande conoscenza nè del 
latino nè del volgare. Tuttavia fa credere che sia opera di chi ha co¬ 
piato quei classici il confronto con una scrittura volgare, dovuta alla 
stessa penna, dove si dà la regola e il computo àe\Y cpatta per gli an¬ 
ni 1471-1480 (indizio dell’età del codice), scrivendo costantemente li 
ondi, Varido (anni, anno) come nei versi è colonda per colonna. A 
tergo è un’altra elegia latiga per le nozze fra un Giordano Orsini e una 
Chiarina (1), delle quali non ho trovato alcun ricordo nè nel Litta nè 
altrove. Tali distici ad ogni modo confermano che anche i primi sieno, 
come mostra la versione, dedicati ad un Orsini: della cui casa, famosa 
più per allori guerreschi che letterarj, dovrebb’essere anche il giovane 
poeta ( parvi .... nepotis) autore pure dei due carmi che ora stanno nel 
foglio 358, certamente spostato, e scritti nella stessa foggia dei prece¬ 
denti. L’uno comincia: 

Pax tibi, diue parens, ueteri quam misit ab alto 
Iuppiter Augusto, coelicolunque salus: 

Haec eadem patruo etc. 

L’altro riporto per intero, sembrandomi che ci offra i dati sufficienti per 
iscoprire la persona di questo illustre zio di cui si fa per la terza volta 
menzione. 


Salue, diue sacri custos; florentia, que te 
Tarn clarum genuit sit quoque salve precor. 

Hec generis nostri repeto sic facta, priorum 
Semper allumna pontificumque domus; 

Nec simulare licefc, quamvis fortuna fatiget 
Quos coliraus, nullo turbine cessat amor. 

Te quoque certa fìdes, patrui te maxima nostri 
Gratia, sed piladis fedus utrumquc tenet: 

Ille flurentino gaudet nunc nomine prese 9 , 

Nomine tu malphe dignus honore micas : 

Sit felix utrumque decus, florentia felix, 

Et, uos qui uinxit, sit quoque faustus amor. 

Non vi ha dubbio che questi distici sieno dedicati a un nobile fioren¬ 
tino Vescovo di Amalfi : e nella serie dei Pastori di questa Chiesa dal 1475 
al 1483 figura infatti Giovanni Niccolini, di famiglia certamente illustre 
per civili ed ecclesiastici onori (2). Al tempo stesso (1474-1505) in Fi¬ 


li) Nec mirum ex alto ioi'dano Sanguine cretus 
Clarinam duxit nobilitate parem. 
l’rsitjer hunc genuit duro sub marie potente , 
llla pudicitie dina colìinma subii. 

(2) Non è da pensare al Cardinal Pucci, 


[1516], né tanto meno al Cardinal Giovanni 
de’ Medici [ 1510-1515], pei quali il vescovato 
di Amalfi fu una commenda non certo un 
onore. V. Ugiielli, Ital. Sacr., Vili, 252 e 
per Ilainaldo, II, 181 (ed. Coletti). 


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romanza, n.° 5J POESIE CIVILI DEL SECOLO XV 


223 


renze era Arcivescovo Rinaldo Orsini, fratello di Clarice moglie di Lo¬ 
renzo il Magnifico, al quale ben potè essere diretta la poesia antecedente 
con opportuno augurio di pace quando il poeta altrove dice qnos colimus 
fortuna fai igei ; come a lui è dedicata un’altra elegia che comincia nel 
verso del citato foglio, proseguendo nel f. 369. È scritta con penna 
frettolosa e con variauti quali solo possono uscire dalla mano dell’au¬ 
tore stesso: anzi in fine sono ripetuti con leggere modificazioni i due 
primi distici. Il poeta, esule dal Lazio, già godeva il favore Mediceo: 

Aspice, diue, precor (1) natum de stirpe latinuin, 

Quein reppulit puerum (2) sede malignus amor. 

Sors sua nunc facilis, medices qui gente benigna 
Utitur: 

ma chiedeva la speciale protezione di Lorenzo, 

at melior cum dabis ipse manum, 

« 

quando il Magnifico era scampato al ferro di un Pellacc Ulisse (la con¬ 
giura de’ Pazzi) ed era gloriosamente vittorioso di re, di duci non meno 
che dei cittadini: perciò forse non prima della pace del 13 Dicembre 1483, 
nè dopo il 1489, quando nominato Cardinale Giovanni de’Medici già 
erasi avverato V augurio: 

Maior adhuc quondam poteris sub sole uideri (3) 

Si cui (1) purpureus fronte galerus erit. 

Cercando ora con tutti questi dati di scoprire V autore delle poesie, 
ricorre subito alla meute il nome di Franciotto Orsini nipote appunto 
delPArcivescovo Rinaldo, allevato alla corte medicea, e della cui cultura 
in mezzo all’ amore per le armi ci fanno fede le lettere a lui dirette dal 
Poliziano (5). Se non che, secondo l’iscrizione della sua tomba, come 
è stata letta dal Forcella (6), Franciotto sarebbe nato nell’anno 1483, 
ultimo del Vescovado Amalfitano del Niccolini. Ma certo, o la data 
della morte (1544) o il numero degli auni suoi (61) è inesatto: poiché 
le lettere del Poliziano (1492) ce lo mostrano giovane di già vigo¬ 
roso. Anche però accettaudo la lezione seguita dal Litta che anticipa 
di 10 anni la data della morte (1534), nell’83 sarebbe stato ancora troppo 


(1) Var. pio. 

(2) Var. miscrum. 

(3) Var. Maior adhuc uinctapoteris cum 
gente videri: ed anche super astra invece 
di sub sole. 


(4) Prima fu scritto sibi. 

(5) Politiani, Opp. (Basileae 1558), Epp, 

lib. X, p. 145. * 

(6) Forcella, Iscris. VI, 48, n.° 174. 


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224 


VARIETÀ 


[giornale di filologia 


fanciullo per poterglisi attribuire i versi diretti al Niccolini, che del re¬ 
sto debbono essere stati probabilmente scritti prima del 1481 (1). 

Seuza far altre congetture, e solo considerando meglio tutte queste 
poesie che per lo stile e V intimo nesso che le unisce non dubito attri¬ 
buire ad un solo autore, io credo si possa trovare modo di spiegare 
questo anacronismo. I versi a Giordano Orsini e gli ultimi a Lorenzo 
presentano una notevole differenza con gli altri, dove con evidente 
compiacenza si fa sempre menzioue dello zio: invece in quelli non si 
ricorda affatto il vincolo di parentela che con Lorenzo e cogli Orsiui 
avrebbe avuto l’autore. Iuoltre, a guardar bene, nè Franciotto nè 
altri di sua casa poteva implorare il favore Mediceo così dimessamente 
come è fatto nei citati versi. Mi sembra perciò di potere con qualche 
ragionevolezza conchiudere che dove parla un nipote dell’Arcivescovo è 
per cortigiano artificio di un poeta, aio forse del fanciullo o per altra 
ragione addetto al suo servizio, autore anche delle altre poesie scritte 
invece in proprio nome. 


Roma, Novembre, 1879. 


Guido Levi. 


| HiM. Angelica, Cori. T. 4, 15; f 0 l. 40. ] 

IN 1 NTR 01 TU PRKTORIS. 

Non chiamaro d apollo di parnaso 
Le muse ad fauorir lu uostro ingresso, 
Ma solo hauero impresso 
Dell incarnato uerbo el uero amore. 

Quel patre eterno nostro redemptore 
Presente sia ad questo uostro officio, 

Si che nel summo hospitio 
Ne senta laude omne beato coro. 

Et per uirtu del celeste thesoro 
Monarca di uirtu San benedecto 
Norscia col suo distrecto 
Triumphi sempre in liberta et pace 
Sobto la fo del pastor uerace. 


(1) Non v'ha più dubbio suli’anno della 
morte di Franciotto dopo che all'ultimo mo¬ 
mento ho trovato la seguente notizia nel- 
\'Estratto de' Libri del Contelori (presso 
l'Archivio Romano di Stato) pag. 318: « 1534 : 


27) Januarij Clementis PP. f} Breve, quo 
Octavio Ursino concedit donatque bona 
omnia et jura ad Cameram Apostolicam 
spectantia .super hereditate Franciotti 
Card, de Ursinis eius genitoris .» 


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romanza, n." r»| POESIE CIVILI DEL SECOLO XV 

Da po che socto el cielo omnuno ui chiama 
Ad gubernar la liberta nursina, 

Questa breue doctrina 
Con fede iurarete de obseruare. 
Promecterete ad me per le sacre hare, 

Come persona publica et comuna, 

Che da gente importuna 
La liberta di Norcia saluerete. 

Et poscia con fede san età promectete 
Di ministrar rascione in equal parte: 
Legi, statuti, et carte 
Del alma norscia conseruare inlese, 

Sì che le soi rascion sien ben difese. 

Lu publico thesoro, o signor mio, 

Non spendarai che util non sia, 

Terrai quella uia 

Che tenne Rodomante in far rascione. 
Sbanditi latri et chi rebellione 
Contra questa Republica ha usata, 

Che sia persequitata 
La falsa turba et le genti maligne. 
Farrete sì che 1 adornate et digne 
Laudi che acquistar quei bon romani, 

Con necte et pure mani 
Se sequino da uoi con acto pio, 

Et cussi iurarete in fe di dio. 

Finis. Nttrsie. 


IX PUBLICATIONB DOMINORI M ÀXTIÀNORUM POST RREUEM ORATIUNCTLAM KXORATAM. 

Gloria in excelsis deo, in terra pace, 

Triumpho et stato del sucoessor di pierò, 

Del suo collegio del protector ucrace; 

Del bon legato sotto el cui emispero 
Questa prouincia uiui del naturale 
Don Gen. Riccio Signor degno de impero. 

Pace, reposo di questa alma ciptade, 

Del quieto, ciuile e degno stato, 

De tutto el suo distrecto forza e contato. 

Sia el presente Acto, questo Antianeto, 

Con 1 aiuto de olimpiades et firmina, 

Si che cipta Ameriua 

Viva vnita dentro dal tuo ostello. 

Morte de chi ad te fusse rebello. 

- Finis . Am eri e. 


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22 G 


VARIETÀ 


[giornale di filologia 


(1) Il ma. eh col 
Kegno di abbrevia¬ 
tura attraverso 1 ’h. 


(2) Il ius. sirfila 


IN 1NTKOITU DOMINOR1M AXTIANORl'M. 

Quella excelsa uirtu che i coeli guberna 
Et guida di ciascun mortai suo curso, 
Sia quel nostro succurso 
Et uostra intrata judica et discerna. 

Sia qui presente maria uirgo superna, 

Ad ciò che nel celeste et summo coro 
De radiante loro 

Con fronde sia coperto el sacro altare. 

L agiuto de Olimpiades uoglio inuocare 
Insieme con la martire firmina, 

Si che questa amerina 

Patria triumfi con Iustitia e pace 

Socto a la fe del pastor verace. 

0 uoi eh 1 a (1) sorte publicate sete 
Ad gubernar nostra cipta amerina, 
Questa breue doctrina 
De obseruare ad me promecterete. 

Prima uostra Cipta conseruarete 
In questo degno et glorioso stato, 

Si che sempre exaltato 

Sia, et de qui scacciate omne tirampno. 

Tucti culoro che de intorno uanno 
Per occupare uostre roche et castella, 
Con mente ferma e snella (2) 
Persequitate sempre in omne parte. 

Solleciti starete con uostre arti 
Ad conseruare priuilegii et ragione, 

Et sensa passione 

Tractate tucti questi publici facti, 

Si che chi justo uiui sien satisfacti. 

Lu publico thesoro, o signor mei, 

Nel qual consiste omne felice stato, 

Fate sia conseruato 

Et non se expenda senza gran bisogno. 

Lu mio parlar già non e in sogno : 

Lu sudor de li orfani et pupilli 

Sien sempre nanti ai cigli 

De li uostri ochi, et chiesie et hospitale. 

Promecterete a me per le sacre are, 

Como persona publica et comuna, 

Che da gente importuna 

Le loro ragioni sempre defendarete, 

Et cussi in fe di dio jurarete. 

La saucta vnione vi sia ad mente 
Di vostri ciptadini si gloriosi, 

Nobil degni et famosi, 

Che ne fie coronata 1 alma roma. 


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ROMANZA y N. n 


(1) Cobi il ms. 


# 

5] POESIE CIVILI DEL SECOLO XV 227 

Quell alta donna che terra et mare doma, 

Venegia giusta et napuli gentile 

Con loro sensi virile 

Tucti son Rodomante in far rascione. 

Scacciate latri et chi rebellione 
Contra lor justo uiuar tentasse, 

Si che lor ossa lasse 

Vite (1), insepulte, et al tucto scherniti. 

Che chi mal fa sempre sian puniti. 

Finis . Amcrie. 

IN PUBLICATIONE DOMINORUM AXTIAXORUM. 

Gentes jam uidi de sinu Israel, 

Cantando: osanna, figliuol di dauit, 

Benedictus qui venie summus Emanuel. 

Tra gli altri vidi la casta Judit, 

Che la divina gloria exaltaua, 

Eam fauendo dum olophemes occidit. 

Vidi el psalmista, dolcemente cantaua: 

Deus in adiutorium meum intende; 

Gloria in excelsis, Pangel preconizaua, 

Misericordiam tuam nobis ostende 
Et salutare tuum da semper nobis 
Contra Caronte che tanto ce offende. 

Del mio parlar comprende 
Chel tuo fauore inuoco con noce pia 
Cantando, osanna, figliol de maria. 

Quiui consiste la pace et 1 unitade 
Di questa patria, o summo justo dio, 

Che laude rende ad uostra maiestade. 

Et perche sempre, o patre, fusti pio, 

Sei, et serai di fin che 1 secul dura; 

Pero ti degna, benigno signor mio, 

Infondare la tua gratia da 1 altura 
Degli alti celi cun somma melodia 
Per contentare in terra la creatura. 

Manda qui Olimpiades et quella diuina, 

Che collocata fu colle tue manu 
Nel diuo coro, la martire firmina; 

Si che quest amerina 
Cipta mantenga so santa unione 
Col uiuar justo et con summa rascione. 

Finis. Amerie. 

IN INTROITU DOMINORUM ANTIANORUM. 

Diui et excelsi mie patri et signori, 

Justi, prudenti, temperati et forti, 

Tublicati per sorte 

Al degno Segio per duj mesi futuri; 


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‘J'is 


(1) Nota marginale : 
(/•ibtrmilvr. 


VAltlETA [oiOHNALE DI filologia 

Non chiamaro li dei falsi et obscuri 
Joue, le muse, apollo ne so arte, 

Minerua et anchor marte 
Ad fauorire el degno uostro ingresso. 

Sol ne la mente mia jo ho jmpresso 
Chiamar Jesu et la matre divina, 

Olimpiades et firmina 

Che sien presenti ad questo vostro officio, 

Ad ciò laude ne senta el summo hospitio. 

Da poi che 1 mondo, li celi, et dio ni chiama 
Ad gubernare questa digna ciptade 
Con fede e caritade, 

Questa breue doctrina observerete. 

Vostra republica conseruar promectete 
Socto la fede del pastor verace, 

Con vnione et pace, 

Sempre scacciando la tyrannica gente. 

Si come ad roma fece quel possente 
Oratio Cocles, che solo el ponte tenne, 

Ad morte quasi uenne 

Sol per saluar la liberta di roma; 

Mutio sceuola, che si constante doma 

L errante dextra e quella in fiamma cosse, 

Perche ella non percosse 

Quello che la sua patria subiugaua: 

Et per quella saluare ad morte annaua. 

.Tustitia che di Ascreo fu figliola, 

Sia uostra Concubina, o signor mei; 

Castigate li rei, 

Li bon sempre exaitate con honore. 

Ascolta patiente, ad chi propone 
Le uostre menti sempre firme terrete, 

Benigne responderete. 

Contentando ciascun e far rascione. 

Di uostri ciui la sancta vnione 
Antiporrete ad uostri cari figli, 

Orfani et pupilli 

Fauorirete sempre jn omne parte. 

Legi, statuti, priuilegij et carte 
Dell alma Amelia obseruar farete 
Et sempre obedirete 
Do. Gen. Riccio (1), Signor Justo c pio, 

Et cussi jurarete iq fe di dio. 

Finis. Amerie . 

[Voi 271.1 

Inclito patre, excelso mio signore, 
tra sacri diui lume, specchio, fonte, 
norma de costumi et fermo ponte, 
de genti ursin colonda et alto honore. 


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uomaxza, x. u 5] POESIE CIVILI DEL SECOLO XV 


220 


In uuoi speranza, fede et nero amore 
de mei parenti et anchi de passati, 
gloria, fama, triumphi et alti fati 
in uuoi se sbelie, si eh ognun ui adoro. 
Pietà prudentia sblende piu che sole 
in uui, signor; qual idio mantegna 
felice al mundo quanto tra soi uole. 

Vnde ad mi gratia spero che trasegna, 
come da patre al piccolo ilo 
i celi consento che paco vegna 

(i) Cosi il ins. cnf. da mente benegna (1). 
il tonto latino! _ . . _ 

Cosi sperando, o car mio thesoro, 

Contento uiuo et solo uui adoro. 

* 

Salue, magno pater, sacre lux inclita gentis, 
Salue iterum nostre sola columna domus. 

In te spes omnis certa est et prima parentum 
Gloria, si detur quod fuit ante decus. 

Iu te uera fides, pietas, prudentia, uirtus, 
Presidium parui cura nepotis amor. 

(2) leggi lador Lector (2) ego, spectante patrem plus forsitan ilo 

Oppida dum re peti s que puer ipse colo. 

Te presente, mihi crescit tum nomen et etas 
Gaudet et aspectu subdita turba tuo. 

Viue, precor, felix, quo te iam principe martem 
Comprimat iufensum pastor in orbe pius. 

* Vedi addietro pag. 221. 


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‘230 


[oiOKNAl.K DI FILOLOGIA. 


DUE RISPETTI POPOLARI. 


Il D’Ancona, parlando dei canti popolari apocrifi introdotti nelle 
raccolte per astuzia o per vanità di coloro che hanno porto aiuto ai col¬ 
lettori, e per imperizia o sbadataggine dei collettori mede imi ( Studj su 
la poes. pop . il ., pagg. 324, e 325), dà come evidente fattura di un 
inesperto il seguente rispetto, che nella raccolta del Tigri è segnato 
del n.° 548: 


Caro amore mio, chi me lo avesse detto 
Ch’ io non t’avessi a por 1’ anello in dito ! 

Il naso mi sarìa tronco di netto, 

E in boccon me lo sare’ inghiottito. 

0 Nina mia, la mastico, la mastico, 

Ma mi pare un boccon troppo fantastico: 

Troppo mi par fantastico, e il sai tu: 

0 Nina mia, e’ non mi vuole ir giù. 

Ora, che questo rispetto sia apocrifo, va benissimo; ma fattura di un 
inesperto collaboratore del Tigri non è. Difatti nella Gambata di Ba¬ 
rinolo di Lazzaro Migliorucci, pubblicata dal Trucchi ( Race. di poes. it. 
ined. di 200 aut., voi. IV, pagg. 288-293), si leggono i segg. versi: 

v. io? Tina, una volta chi m’avesse detto, 

Ch’ io non t’avessi a por l’anello in dito, 

Staccato il naso gli averei di netto 
Coi denti, e poi me lo sare’ inghiottito 

v. no Io la mastico mal, Tina, la mastico; 

Canchero! gli è boccon troppo fantastico. 

Ora non ci vuol molto a vedere che V onesto collaboratore del Tigri ha 
tolto di peso il suo rispetto da questi versi. 

Non così dell’altro rispetto (Oh quanto tempo sola sono stata), che 
subito dopo il D’Ancona dà pur per apocrifo. Esso fu pubblicato, 
prima che dal Tigri, da Tullio Dandolo, in certe lettere indirizzate dai 
bagni di Livorno al Beigioioso. E probabilmente il Tigri lo prese di lì, 
giacché, se la memoria non m’inganna, (il libretto del Dandolo mi è an¬ 
dato perduto fra le carte) le due lezioni sono uguali. Ora è possibile 
che il Dandolo abbia limato e pulito quel rispetto per renderlo più ac¬ 
cetto all’amico; ma non che lo abbia fatto o contraffatto lui; non ci 
sarebbe stata ragione. 

G. Salvadori. 


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ROMANZA, X.° 5] 


231 


DELLA NOVELLA DEL PETIT POUCET 


Una delle novelle popolari più diffuse in tutta Europa è quella, 
che, conosciuta in Francia col titolo sopra indicato, fu non ha guari 
assai dottamente e ampiamente illustrata da Gaston Paris nella sua mo¬ 
nografia Le Petit Poacct et la grande Ourse . A comprendere il significato 
di questo titolo, o meglio qual relazione possano avere i due soggetti in 
esso espressi, è mestieri notare che fra i popoli valloni il nome dato alla 
nota costellazione dell’ Orsa è Chaur-Pócè , e che Pòcè è chiamata sin¬ 
golarmente la piccola stella, in cui essi pretendono vedere il condut¬ 
tore del celeste carro. In pari modo 1’ astro medesimo viene appellato 
Rouvet tra i francesi del Nord, e, secondo il Grimm con nomi analoghi 
lo si conosce tra gli Alemanni e tra gli Slavi. Il Paris pigliando in ac¬ 
curato esame tutte le varianti di questa novella, richiamandosi agli an¬ 
tichi miti di Grecia e d’Asia, facendo profitto dei sussidi della moderna 
scienza linguistica, s’argomenta di rinvenire nel Petit Poucet una rela¬ 
zione evidente col classico mito di Boote, il condottiero del celeste carro, 
che impropriamente fu chiamato la Grande Orsa. 

Ma di questo noi non intendiamo occuparci. L’intento nostro è di 
rettificare ora un fatto, circa la diffusione della novella, sconosciuto al- 
l’illustre filologo francese. Egli afferma a pag. 52 della sua preziosa 
monografia che soit ce conte , soit cette denomination trovasi essenzial¬ 
mente presso i popoli slavi (lituani e schiavoni) e presso i germanici (ale¬ 
manni, danesi, svedesi e inglesi). E dopo avere aggiunto che les contes 
des Albanais , des Roumains et des Grecs modernes sont sans doute em- 
pruntés aux slaves , e che le nom tvallon et le conte forézien nous nion - 
trent en France la legende de Poucet; mais elle a pu fort bicn, comme 
tant d’autres recits semblables , y ètre apportée par les Germains , afferma 
recisamente ni en Italie , ni en Espagne, ni dans les pays celtiques je ne 
trouve trace du conte ou du nom . Io non so, se questo si possa rivo¬ 
care in dubbio per la Spagna e per i paesi celtici. Ma che la leggenda 
tra noi sia conosciuta 1’ ebbe già dimostrato il mio egregio amico Dott. 
Giuseppe Pitrè (cui è noto quanto debbano gli studi demopsicologici), 
pubblicandone nel fase. Ili della Rivista di letterata popolare (luglio 1878) 
una variante toscana dal titolo di Cecino . A me poi venne fatto di rac¬ 
coglierne nelle nostre Marche, e notisi bene, in una cerchia di esplora¬ 
zione molto ristretta (il iesino e l’osimano), ben cinque varianti; una 
delle quali, eh’è quella che qui si riferisce, non solo riproduce nella 


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VARIETÀ 


232 


fGIORNALE DI FILOLOGIA 


parte più sostanziale il racconto tipo; ma ne conserva ancora il nome: 
Deto grosso; che così tra noi chiamano il pollice. 

Giovi premettere una notizia sommaria del racconto tipo, quale dal 
Paris è dedotto da tutte le varianti per lui esaminate. Le Petit-Poucct 
è un uomo, se così è lecito chiamarlo, che nato non più grosso di un 
pollice e, in alcune varianti, di un grano di pepe, di un cece, di un fa- 
giuolo o qualche cosa di simile, tale si mantiene per tutta la vita, del 
resto non molto lunga. Ma è un eroe, un eroe di destrezza e di fur¬ 
beria; un ladro audacissimo, cui V estrema esiguità come dà agio di pe¬ 
netrare per il più piccolo pertugio, così permette di celarsi ad ogni 
accuratissima ricerca. La sua vita e le sue geste possonsi ridurre a 
quattro o cinque episodi principali: l.° la nascita soprannaturale o per 
lo meno non ordinaria ; tratto che ne avverte que nous somtnes en pré- 
sence d'un recti véritablement mytique: 2.° il mestiere di bifolco, di car¬ 
rettiere o semplicemente di custode di bovi o di cavalli : che è giusta¬ 
mente a giudizio del Paris, le fond primitif de son histoire; 3.° Poucct 
ladro, e delle bestie per lo più colle quali ha che fare, voleur de hocufs; 
ma anche di pecore e, in alcune varianti, di grano, denaro e via di¬ 
cendo; 4°. e 5°. Poucet rapito o comprato egli stesso a gran prezzo da 
qualche persona, et réussissant à s’cnfuir: ingoiato da uno dei suoi bovi 
o cavalli, o da una pecora e successivamente da un lupo, scampandone 
vivo e senza danno. Una particolarità di secondaria importanza poi, 
ma che per la spiegazione del mito ha un valore incontestabile, è que¬ 
sta, che il nostro eroe guidando o involando le bestie, di cui sopra s’è 
detto, è solito di prender posto nelle loro orecchie o cacciarsi tra le cri¬ 
niere. E ciò, secondo il Paris, se rattache à la conception ivalhnne da 
Chaur Foce , in cui il conduttore del celeste carro vien collocato al di¬ 
sopra della stella di mezzo delle tre, che rappresentano i cavalli o i bovi; 
mentre altri popoli le placati non pas Zà, mais au dcvant du citar. 

Il nostro Deto grosso è anch’egli, come in quasi tutte le varianti 
di simile novella, e nella stessa toscana, miraculeusement accordé à despa- 
rents affligés d’une longue stérilité. L’incidente anzi della madre che pre¬ 
gava Iddio ecc. si riscontra ugualissimo nel principio del racconto schia- 
vone, ove altresì la preghiera è limitata al desiderio di avere un figliuolo 
pur che sia, e quand il ne serait pas plus gros qitun moincau . Mestiere 
principale del piccolo eroe della variante marchigiana, e a cui si dà una 
volta e poi vi ritorna per passarvi tutto il resto della vita, è quello di 
parare o guardare le cavalle, prendendo posto tra la criniera di qual¬ 
cuna di esse. Chi non vede qui riprodotto il tratto più caratteristico 
della leggenda del Petit Poucet in una maniera che pochissimo si al¬ 
lontana dal concetto primitivo, se non è il concetto primitivo essa stessa? 
Nel vero, dato che il nostro mito si riferisca al mito classico di Boote, 
avrebbesi per avventura nella variante marchigiana un vestigio del modo 


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romanza, n.° 5] BELLA NOVELLA BEL PETIT POUCET 


233 


più semplice e primitivo, secondo il Grimm, d’immaginare la costella¬ 
zione dell’Orsa o del carro come sette bovi, i septcm triones di Varrone, 
viaggianti pei campi del cielo. La trasformazione dei bovi in cavalli 
ognun vede che poco altera; e nella più parte eziandio delle varianti, 
esaminate dal Paris, il carro o l’aratro di cui Poucet è conduttore, vien 
tratto ora dagli uni ora dagli altri. Di più, e questo pure ne sembra 
degno di nota, il Poucet degli altri popoli è bifolco o carrettiere tem¬ 
poraneamente, mentre il nostro passa nel parare le sue cavalle la mag¬ 
gior parte della vita, e vi muore per un accidente, che può anch’esso 
esser soggetto di studio. — Sul terzo e sul quinto episodio, che il quarto 
non è riprodotto in questa variante, ma P abbiamo nondimeno in un’ al¬ 
tra nostra, lascio indietro le non poche considerazioni, che vi potrei 
fare. Per una notizia qual’è questa, ciò che si è detto è già quasi di 
troppo. Un’ultima cosa però voglio aggiungere, ed è, che se lo Schenkel 
ebbe a trovare un legame molto stretto di parentela tra la leggenda del 
Petit Poucet e il mito omerico d’Ermete, l’umile novella di Deto grosso e 
le sue varianti marchigiane potrebbero offrire più d’un argomento ad av¬ 
valorare la sua opinione. Antonio Giànandreà. 


DETO GROSSO 

C’era na olta na donna, che non ci avea nisciun fijo, e pregava Iddio che je 
ne dacesse uno magari piccolo, piccolo. Sta donna dopo tanto pregà fu esaudita, e 
je vinne finalmente sto fijo, che potea esse come un deto grosso. 

Quanno se fu fatto granne, ma senza cresce più de quauno era nato, un giorno 
fu chiamato da certi ladri che ndera a rubbà le pecore nte na stalla. Lu bbocoò 
drento da un bugio, e dicea all’altri ladri, che stera de fòri: — Ohò! quale volete, 
le bianche o le nere? — E quelli risponnea: — Sta zitto; che sente ’l padrò! — Ma 
lu, sempre più forte: — Quale volete mbò; le bianche o le nere? — Infine se ne 
ccorse ’l padrò, e ndette giò la stalla. L’altri ladri allora fujò tutti ; e Deto grosso 
je toccò a nisconnese drento la crepaccia de n muro. E1 padrò va per contà le pe¬ 
core, si era tutte, e mette la luma ntella crepaccia; e Deto grosso se mette a sgag- 
già: — Oh! m’acciechi! — Allora ’1 padrò je vinne na gran paura; e pensava che 
i ladri ce fusse ancora drento. Pija la luma, e se mette a guardò, per tutte le parte; 
ma ah! non potè vede gnente; e rva a dormì! Deto grosso scappa da quella cre- 
paocia e se nnisconne drento la lana de n castrato. La matina va fòri le pecore: 
passa n lupo, e se magna ’l castrato con Deto grosso e tutto. Ma drento al lupo 
lu ce stette poco : perché questo fece n bisogno, e lu cuscì scappò fòra com era prima. 
Allora per diversi giorni ndette a parà le cavalle, e per badalle se nnisconnea tra 
le crine. Dopo artornò a casa, e la madre je disse: — Tu n’hì fatto mai be con 
nisciù: va vvia ch’io n’ho voja de combatte con te. — Deto grosso ndette vie, e je 
convinne de gira pel monno domannanno la carità. — Quanno rrivava ntelle case, 
domannava sotto le finestre n pezzo de pa: la vergara jel portava giò; ma non lo 
vedea in velie ; e lu ndera dicenno : Che te cciechi ! me piati ? — Dopo ritornò n al¬ 
tra olta a casa de la madre, e n altra olta la madre el mannò via; e Doto grosso 
artornò in fino a parà le cavalle; e sto pòretto morì n giorno sotto na zampata 
de na cavalla. ( Casenuove di Osimo ). 

16 


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GIOHNALK I»I FILOLOGIA 


234 


RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 


1. Il Filocopo del Boccaccio , per B. Zumbini. Firenze, Succ. Le Mou¬ 
nier, 1879. In 8.° di pp. num. 65. 


Considerato come cosa letteraria il Filo¬ 
copo «è l’opera più povera di pregi d’arte 
fra quante ne abbia scritte il Boccaccio ». 
Ma da essa « j>iù che dalle altre di lui, pos¬ 
siamo intendere il primo periodo di sua vita 
e quel primo dispiegarsi delle sue facoltà in¬ 
tellettuali e morali, da cui derivò tutto l'av¬ 
venire dell’uomo e dello scrittore». Di più, 
in quel li irò si accoglie « una leggenda dif¬ 
fusa da qualche secolo innanzi per tutta Eu¬ 
ropa, ed obbietto a molte narrazioni in prosa 
e in verso»; e ciò basta per dar ragione 
della cura con cui distinti critici si volsero 
in questi ultimi tempi ad esaminarlo, e della 
importanza che fu riconosciuta al Filocopo 
non solo nella letteratura italiana, ma anche 
nella letteratura comparata. Principalmente 
il Du Méril, il Landau e poi il Bartoli dedi¬ 
carono a quest’argomento belle e dotte pa¬ 
gine; ma un lavoro definitivo sul Filocopo 
non era stato fatto ancora, e soltanto adesso 
può dirsi che sia stata pronunciata su quel 
libro l’ultima parola, nel nuovo studio dello 
Zumbini, del quale qui veniamo a render 
conto. In quello scritto l’A. ha trattato i 
seguenti cinque capi: l.° delle fonti del Fi¬ 
locopo; 2.° degli elementi onde è formato il 
suo contenuto; 3.° del suo organismo; 4.° del 
suo valore come opera d’arte; 5.° della im¬ 
portanza particolare che esso ha nella storia 
del Boccacco. 

Parlando delle fonti, FA. comincia dal- 
Faggiungere nuovi argomenti a quelli già 
addotti dal Du Méril per provare che la leg¬ 
genda di Fiorio e Biancofiore, che costituisce 
il fondo del Filocopo , fu derivata da un ro¬ 
manzo greco; mostra come i raffronti già 
fatti di quella leggenda coi romanzi greci 
sieno ancor pochi al bisogno, ed altri ne 
produce egli interessantissimi, tratti dai rac¬ 
conti di Giamblico, di Eliodoro, di Achille 


Tazio, di Eumazio e di Senofonte Efesio, fa¬ 
cendo vedere quanto tali raffronti conferi¬ 
scano per chiarire sempre più la parentela 
del Filocopo con i romanzi greci, e la « gre¬ 
cità maggiore nella narrazione italiana che 
non forse in qualsiasi altra straniera intorno 
alla medesima leggenda ». Diversamente però 
dal Du Méril, Io Z. non crede probabile che 
al Boccaccio « insieme con la materia della 
sua storia.sieno venute anche da fonte greca 
qudle favole mitologiche, onde è sparso il 
suo racconto ». A ragione egli osserva su 
questo proposito che nella maggior parte 
dei romanzi greci « gl* intervenimenti degli 
Dei nei casi umani sono pochi in propor¬ 
zione dei fatti narrati. Ciò che vi abbonda, 
sono più propriamente gli amori degli Dei 
e le loro trasformazioni, descritte ora a modo 
di episodi, ora come esempi, onde s'illustri 
Fazione principale ». Così la mitologia é 
spesso in quelli piuttosto « ornamento, che 
non forza viva ed attiva, da cui proceda o 
abbia nuovo impulso F azione dei perso- 
naggi ». « Nel Filocopo invece gl’ interve¬ 
nimenti degli Dei sono continui, superflui e 
diversissimi da quelli che hanno luogo nei 
suddetti romanzi; e, inoltre, sono imitati dai 
poeti latini, che non furono mai tolti ad 
esempi dagli scrittori erotici ». Riprendendo 
quindi la questione già sollevata dal Bartoli 
intorno alle tradizioni orali delle quali il Boc¬ 
caccio abbia potuto almeno in qualche parte 
giovarsi, egli pensa che quella probabilità 
non sia esclusa dall’avere il B. seguito un 
testo greco o di provenienza greca ; reca 
nuove testimonianze della diffusione della 
leggenda di Fiorio e Biancofiore in Italia e 
della sua popolarità già in tempi anteriori 
a quelli in cui fu scritto il Filocopo; ma ri¬ 
tiene che sieno insufficenti gli argomenti coi 
quali fu sinora impugnata la relazione, af- 


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HOMAXIA. 5 ] 


BIBLIOGRAFICA 


235 


fermala dal Le Clerc e dal Landau, fra il 
nostro romanzo e i poem ‘tii francesi che 
pubblicò il Du Méril : cosa questa ben diversa 
dal fatto « di un testo in tutto o in parte co¬ 
mune così al Fiiocopo, come ad altre reda¬ 
zioni straniere ». 

Venendo agli elementi onde il Fiiocopo 
è composto, f A. combatte « V antico e co¬ 
stante errore della critica italiaua, il credere 
che il Boccaccio abbia escluso dal suo rac¬ 
conto i solili elementi cavallereschi e il so¬ 
lito portentoso dei romanzi d’avventura, e 
posto al loro luogo le favole e il portentoso 
della mitologia pagana ». Addentrandosi nel- 
Tanalisi del libro meglio e più compiuta¬ 
mente che non fosse stato fatto per P innanzi, 
egli nota che gli elementi più o meno feu¬ 
dali e cavallereschi, quelli cioè che non sono 
essenzialmente classici e formano la sostanza 
dei poemetti francesi, « si trovano tutti, senza 
eccezione di sorta, nel Fiiocopo », e così pure 
altri ne ha comuni il Fiiocopo colla ver¬ 
sione Spagnola e colia tedesca del Fleck. 
Donde si vede che il B. non solo non volle 
escludere dal suo racconto questi elementi 
medioevali, ma ve li mantenne in tutta la 
loro ricchezza e varietà. E se altri ve ne 
introdusse di diversa natura, quali le favole 
mitologiche, osserva qui di nuovo il Z. che 
P A. « non usò quelle favole allo stesso modo 
che avevano fatto gli erotici greci, ma imitò 
e spesso trasjHirtò di peso nel suo raccouto 
le immaginazioni bell’e fatte degli scrittori 
latini »; nel che « era mosso non tanto dal bi¬ 
sogno di un meraviglioso mitologico, quanto 
dalla ammirazione particolare per l’arte dei 
poeti classici. » Da questi egli « imitò non 
solo le immaginazioni mitologiche, ma an¬ 
cora i caratteri dei personaggi, le battaglie, 
i casi amorosi e altri fatti epici ed erotici 
di ogni sorta ». Copiosi e affatto nuovi sono 
in questa parte i riscontri che il Z. rileva 
fra il Boccaccio e i classici latini, specie 
Virgilio ed Ovidio « le due grandi fonti a 
cui egli attinse »; ma più importanti ancora 
sono le osservazioni che soggiunge dopo, 
«sull’uso tutto suo proprio che delle due 
materie, l’antica della 1 ggenda e la mito¬ 
logica, fece il nostro Autore ». Quanto alla 
materia propria della leggenda, volendo per 
il primo determinare in che consistano le al¬ 
terazioni che vi sarebbero state portate dal 


Boccaccio, egli si ferina sulla « massima di 
quelle alterazioni, che si riferisce alla pue¬ 
rizia dei due protagonisti » diffusamente nar¬ 
rata nei poemi stranieri, mentre nel Fiiocopo 
n’è appena menzione. La maniera diversa 
di trattare quel primo periodo è per il Z. 
« come nna riprova del diverso concetto, che 
gli autori s’eran fatto di tutta la leggeuda ». 
« Nel primo poema francese, come uel te¬ 
desco, sono meglio che in molte altre reda¬ 
zioni conservati quelli che probabilmente fu¬ 
rono i caratteri primitivi della tradizione; 
perché, come si vede da tanti altri segni, 
ne’ loro autori era grande 1*affetto per quella 
semplice e leggiadra storia », la quale « ciò 
che avea di più mirabile era appuuto l’amore 
nato e divenuto invitto nella primissima età 
della vita, quando tale passione è ignota fili 
di nome. » Ma il B. « s’era messo a scri¬ 
vere questa storia senza che ci si sentisse 
inclinato, e sol per ubbidire a Fiammetta.... 
una leggitrice a cui l'innamoramento dei due 
bambini, per quanto egregiamente ritratto, 
sarebbe dovuto sembrare una io«ulsa novella, 
non buona nemmeno a far ridere »; e questa 
ragione spiega abbastanza « perché il nostro 
Autore parla così poco, e forse solo |>er un 
residuo di rispetto alla leggenda, della pue¬ 
rizia dei due amami. » 

Ragiona poscia del modo onde furono 
trattati nel Fiiocopo gli elementi mitolo¬ 
gici, e trova inesatta la semenza del Lan¬ 
dau, che il B. abbia « tradotto la leggenda 
di Fiorio e Biancofiore, oltre che dal fran¬ 
cese nell'italiano, dalla sua forma me¬ 
dioevale in una forma pagana ». « Questa 
forma pagana, questo apparato mitologico, 
secondo lo Z., tieue ancor molto del medio 
evo, nonostante lo studio che l’autore avea 
fatto dei poeti classici ». Giunone che scende 
a confortare il Papa contro gli Svevi; gli 
Svevi perseguitati dalla moglie di Giove per¬ 
ché, per lungo ordine d’imperatori germanici 
e romani, discendenti da Enea; la fede nei 
Numi pagani e la devozione a S. Giacomo 
di Compostella, sono bizzarri accozzamenti 
che nulla sanno di classico, che fanno invo¬ 
lontariamente cadere il B. nel comico e che 
bastano a mostrare « come debbasi esser più 
cauti nel giudicare della mitologia usata uel 
Fiiocopo , e come non sia giusto il farne un 
vero e proprio segno di riuascimento. Se iza 


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236 


RASSEGNA 


[giornale di filologia 


che gli si neghi la debita importanza, si do¬ 
vrebbe insieme riconoscere quanto ancora 
di medioevale ritenesse un simile uso, e come 
esso significasse un certo retrocedere dal 
punto, dove, adoperando la medesima mito¬ 
logia, erano giunti Dante e il Petrarca. » 

Lo scopo che aveva dinanzi a sé il Boc¬ 
caccio diverso da quello degli altri più an¬ 
tichi narratori della stessa leggenda, come 
influì nel modificare i caratteri di questa nella 
redazione italiana, cosi anche fu cagione che 
ne restasse modificato V organismo. «Egli 
volle servirsi della famosa leggenda non solo 
come materia da farne un racconto partico¬ 
lare, ma da innestarvi quanti altri racconti 
eterogenei gli venisse fatto di comporre in 
quella occasione. li qual suo scopo in tanto 
gli era più facile conseguire, in quanto quei 
racconti egli doveva comporli, e poi leggerli 
o dargli a leggere, volta p*r volta, alla donna 
da cui gliene era stato commesso 1*ufficio. » 
Colta così la vera ragione dell’opera e il 
concetto della sua composizione, lo Z. ha po¬ 
tuto molto naturalmente spiegare > a enorme 
I rolissità con cui si svolge il Filocopo « quat¬ 
tro o cinque volte p ù lungo che non sieno 
le più prolisse tra le tante redazioni stra¬ 
niere della medesima leggenda», e così anche 
la eterogeneità de’ suoi elementi, i suoi ca¬ 
ratteri, le incoerenze, le contradizioni e le ri¬ 
petizioni della narrazioue, e tutti insomma 
i difetti, le anormalità che si notano nel- 
Porganismo di questo romanzo. Né per altra 
ragione egli spiega la singolarissima geo¬ 
grafia ora fantastica ed ora reale del Filo - 
capo: il Boccaccio seguiva or questa or quella 
« secondo che gli paresse di poter trarre 
maggior profitto dalPuna anziché dall’al¬ 
tra », né si dava gran cura « che quelle di¬ 
verse indicazioni di luoghi, fatte secondo 
l'occasione con criteri opposti, non concor¬ 
dassero fra loro,... perché la maniera onde 
componeva non gliene faceva seutire né il 
bisogno né il dovere ». 

Cosi composto il Filocopo s'intende come 
potè piacere a’ suoi tempi e particolarmente 
iu quel circolo di uditori pel quale l’aveva 
scritto il Boccaccio ed al quale è probabile 
che egli lo recitasse; ma la sua fortuna do¬ 
vette ergere breve, e volendosene oggi misu¬ 
rare il valor letterario, bisogna convenire 
collo Z. che esso resta al disotto di tutt» le 


altre redazioni straniere che lo precedettero 
e massime alla tedesca del Fleck. Una sola 
parte si sottrae a questo giudizio, ed è quella 
dove « sono evidentemente ritratte, come nelle 
Questioni d’Amore, persone e costumi con¬ 
temporanei e noti per esperienza al nostro 
Autore..., e tutte le altre narrazioni in cui, 
sotto una veste mitologica o fantastica, si 
contiene una sostanza tolta anch'essa dalla 
realtà ». Questa materia essenzialmente sto¬ 
rica è esposta dal Boccaccio molto meglio 
che non quella della leggenda, e vi si pre¬ 
sente il grande narratore che non appena lo 
invade « il senso della realtà, comincia a do¬ 
mare la rettorica. » Ciò principalmente si 
osserva nelle Questioni d’Amore, dove a c'è 
una verità mirabile di caratteri, e finanche 
quella verità che diremmo topografica » ; esse 
formano la parte più piacevole della intera 
opera. Lì « perfino Fiorio e i suoi com¬ 
pagni, che sono i caratteri ideali e conven¬ 
zionali, acquistano sopra quelle scene, ri¬ 
tratte dalla realtà, una verità che nel Filo - 
copo non avevano avuta mai fino allora, e 
che poscia perdono di nuovo, quando, non 
appena finite le Questioni e ricominciato il 
racconto principale, essi ritornano sulle scene 
mute e fittizie della leggenda ». 

E nella elaborazione della materia storica 
un'altra qualità affatto propria e caratteri¬ 
stica dell' ingegno narrativo del Boccaccio 
è pur messa in rilievo dallo Z.: quella di 
moltiplicare gli episodj e di dare a questi 
tale svolgimento, che lungi dall' intrecciarsi 
al fatto. principale e di cospirar tutti ad 
un'unica catastrofe, essi via via se ne allon¬ 
tanino sempre più fino al punto di rimanerne 
indipendenti. Così nel B. si prepara incon¬ 
sapevolmente la Novella, e ciò che nel Fi* 
locopo è ancora un vizio capitale, cui si deve 
il morire della simpatica leggenda di Fiorio 
e Biancofiore, più tardi maturando diventerà 
il fattore del racconto Decameronico. Il Fi¬ 
locopo adunque, tuttoché poverissimo di pregi 
artistici, e tra le versioni della leggenda di 
Fiorio e Biancofiore la men bella, ha nom- 
pertanto un grande valore per la storia del 
primo prosatore italiano, poiché vi si sco¬ 
prono, in germe sì ma già abbastanza ,di- 
stinte, quelle qualità che più tardi faranno 
di lui un sovrano dell'arte innovata. E al 
Zuinbiui spetta tutto il merito di questa bella 


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ROMANZA, N«° 5] 


BIBLIOGRAFICA 


237 


determinazione; ma il suo opuscolo, che in 
65 pagine con rara e perfetta economia con- 
densa un lavoro pel quale ad altri forse non 
ne sarebbero bastate 300, richiama singolar¬ 
mente rattenzione anche per altri riguardi: 
per il metodo cioè rigoroso ed esatto che 
egli portò in questo studio, e per la vasta 
e profonda conoscenza di che diede saggio, 


non solo nelle letterature del medio evo. ro¬ 
manze e germaniche, ma ancora nelle lette¬ 
rature classiche, specie nella greca della de¬ 
cadenza ; ed esso ci fa sempre meglio sentire 
quanto altro debbasi aspettare per la storia 
delle lettere italiane dall'eminente autore dei 
Saggi critici e degli Studj sul Petrarca. 

E. Monaci. 


2. Grammatica italiana dell'uso moderno compilata da Raffaello Fob- 
naciari. Firenze, Sansoni, 1879. - In 16.° di pp. num. XXV - 363. 


« Ognun sa oramai quanto gli studi della 
filologia abbiano, anche nel campo delle lin¬ 
gue romanze e perciò dell’italiana, trasfor¬ 
mato i criteri ed il metodo su cui riposavano 
molte teorie grammaticali... Ora di questi 
nuovi studi, la più parte dei nostri moderni 
grammatici ed i più autorevoli non hanno 
potuto o voluto trarne profitto: altri si sono 
valsi largamente del metodo scientifico, ma 
non hanno serbato tutta quella chiarezza e 
facilità che ad uso dei non filologi sarebbe 
stata necessaria ( pref\ p. XVIII) ». In queste 
parole sta la prima ed ultima ragione del 
libro, la causa, cioè, che lo produsse e il 
fine a cui tende; v’è pure implicita l'enun¬ 
ciazione del metodo e un cenno della più 
grave difficoltà a superare. V’ha molti me¬ 
todi di grammatiche: filosofiche, storiche, 
comparate; ve n’ha di empiriche e di scien¬ 
tifiche, e per l'italiano anche quelle dell'uso 
classico e dell’uso moderno. Tutte hanno 
un ordine e un fine particolare; ma tutte 
si connettono e si compiono a vicenda, ed 
una nuova grammatica doveva tener conto 
dei resultati di tutte per esporre le più esatte 
osservazioni dell'uso secondo il sistema e i 
criteri ultimi della scienza. E per essere 
d’uso comune e specialmente scolastico, do¬ 
veva escludere gli errori ed anche le inesat¬ 
tezze tradizionali delle grammatiche ante¬ 
riori al nuovo indirizzo scientifico, senza 
pure recare un'innovazione troppo grande 
e improvvisa; ché una terminologia e un 
ordine affatto nuovo l’avrebber resa meno 
pratica ed efficace. La difficoltà era grande, 
e l’A. che l'aveva misurata (3^X) dev’es¬ 
sere ben soddisfatto d'averla vinta. La sua 
gram natica è chiara, ordinata, facile e ri¬ 


spondente, almeno nel suo complesso, ai 
criteri della scienza filologica, tanto nelle 
parti che trattano dei suoni e delle forme, 
quanto in quella che riguarda la metrica e 
il verso. Se qualche inesattezza v’è corsa, 
questa è più che scusabile in un primo ten¬ 
tativo, e le osservazioni che seguono, mirano 
soltanto a chiamare l’attenzione dell’egre¬ 
gio A. su qualche punto particolare, e si 
rimettono al suo giudizio. 

Distingue il suono chiuso e aperto di e, o ; 
avverte che «c di tal differenza non si possono 
dare regole sicure in tutti i casi (8) » e poi 
ne fissa la pronunzia « in certe parole d’uso 
frequentissimo nel discorso e in certe ter¬ 
minazioni e suffissi di formazione (9-18) ». 
Donde è tratto questo criterio di sicurezza? 
certo dalla pronunzia toscana, se non dalla 
fiorentina; ma perchè e sino a qual punto 
la moderna pronunzia toscana dev’essere di 
regola universale? non certo per la ragione 
medesima della lingua. Pertanto non sem¬ 
brano certi gli esempi : èbbi, - èbbeetc.,-etti,- 
énto, - tè, - osto. La stessa incertezza è pure 
nella pronunzia aspra (ts) o dolce (ds) della x 
nelle parole: zolle, zucca; brezza, frizzo, 
ghiribizzo, ribrezzo, sozzo, scorza, sfar¬ 
zo (29) e nel raddoppiamento della conso¬ 
nante iniziale prodotto dall'accento di vocale 
finale o penultima in: da-lloro, dove-ssei, 
come-ccredi etc. (52-3). — L'accento acuto e 
grave può essere utile in una grammatica 
per indicare il suono chiuso o aperto delle 
vocali e, o (59); ma di regola non è usato 
a tal fine nei libri italiani, ove soltanto e 
raramente si distinguono con l’accento le 
parole che cambiano il senso con la sede 
di quello. — Le declinazioni dei nomi « quanto 


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238 


SASSEGNA 


[giornale di filologia 


a diversità fra singolare e plurale» si tro¬ 
vano realmente nella nostra lingua e possono 
riuscire di molta chiarezza e comodità a chi 
studia questa per passar poi al latino (XXV) » ; 
ma è una concessione troppo grande fatta 
alla tradizione quella di dividerle empirica¬ 
mente in prima, seconda e terza (83), invece 
d’introdurre, analogamente al greco e al 
latino, la divisione per temi. — Non s’intende 
quale « amore di esattezza » consigli di con¬ 
servare nelle forme plurali di-ciao-^ta 
la £, la quale nella pronunzia non si fa sen¬ 
tire né « poco (84) » nè molto, ed è adatto 
inutile per ragione analoga di-cto,-^fo (86), 
e contraria a quella che introduce l'à nelle 
forme plurali di - ca o - ga. Nè « è necessa¬ 
rio di conservare 1’ £ quando il plurale potesse 
scambiarsi con qualche altro nome » (ivi), 
perché auche per il solo articolo niuno 
può confondere le ferocie e il feroce, le 
sagacie ed il sagace, le camicie ed il ca¬ 
mice . Maggior peso ha la ragione etimo¬ 
logica per la conservazione dell' i organico; 
ma l’uso, non potendo distinguere l’£ orga¬ 
nico da quello puramente ortografico, segue 
la pronuncia e tende a sopprimerli entrambi 
nella scrittura. È pure inutile il doppio £ 
nelle forme plurali di io (86) quando non 
sia possibile equivoco. — Parrebbe meglio 
d’escludere affatto da una grammatica per 
quanto « d’uso moderno » parole barbare 
come : bagher e gibus (93 ).— I plurali masc. 
in £ e femm. in a di nomi col sing. in o 
hanno una spiegazione in tutto etimologica 
e la loro diversità di significato, special- 
mente metaforico (95-95), fu talora intro¬ 
dotta veramente dall’uso ( bracci, braccia; 
cigli, ciglia etc.); ma assai spesso è una 
sottigliezza immaginata dai vecchi gramma¬ 
tici, che non sapevano come spiegarsi quella 
diversità. — Difettivi sono piuttosto da chia¬ 
mare i nomi che hanno uno solo dei numeri, 
che quelli che designano il loro femminile 
con voce di diversa radice (104). —Come 
le declinazioni dei nomi, così le coniugazioni 
dei verbi sarebbero state meglio distinte dal 
tema,che dall’infinito; bastava forse di chia¬ 
mare vocali tematiche quelle che sono dette 


caratteristiche (151), e distinguerle costan¬ 
temente dalla flessione. In tal modo sarebbe 
stato possibile d’escludere assolutamente la 
divisione dei verbi in regolari ed irregolari, 
la quale, per quanto solita e tradizionale, 
è contraria alla verità, e alla proprietà 
scientifica. L’A. ammette che « la distin¬ 
zione della coniug. debole e della coniug. 
forte sarebbe stata di vantaggio a quelli 
che studiano l'italiano in comparazione col 
latino e col greco;» ma teme che «a chi 
studia soltanto l'italiano sarebbe piuttosto 
di confusione che di vera utilità (186) ». 
Il greco va messo da parte: e quanto al lati¬ 
no, anche a prescindere da una comparazione 
attuale e continua, la quale richiederebbe 
la conoscenza delle due lingue, quella distin¬ 
zione introdotta nella grammatica italiana 
risponderebbe benissimo a quella che è nella 
grammatica latina, e l’analogia aiuterebbe 
a vicenda lo studio delle due lingue, fosse 
l'una o l’altra studiata per prima. Non 
sono da riguardare alcuni esempi che di tale 
rinnovamento si sono avuti (1); ché quelli, 
per esser posti a rovescio, hanno sconvolto 
un ordine, che, se non altro, era empirico 
e tradizionale, per sostituirne uno contrario 
egualmente alla scienza che ai fatti. Qual¬ 
che difficoltà sarebbe di certo nel modo di 
esporre con chiarezza la nuova teoria; ma 
cesserebbe l’altra di raggruppare in modo 
convenzionale i verbi chiamati irregolari, 
e un piccolo sforzo dell’intelletto ne rispar¬ 
mierebbe uno maggiore della memoria.— 
Non è detto con esattezza che « la terza con¬ 
iug. conserva dappertutto la sua vocale 
caratteristica £, rafforzandola, nei tempi e 
persone dove anderebbe perduta, con se 
(166) ». La forma incoativa non è un feno¬ 
meno fonologico di rafforzamento; rientra 
invece nella morfologia anche quando sia 
effetto di semplice processo analogico. — 
Le forme parallele ai participi passati della 
l. a coniug. non sono, come vengono quali¬ 
ficate: « aggettivi affini di senso e di forma 
al participio stesso, del quale o sono o pa¬ 
iono un accorciamento (169) » ; ma sono, per 
la maggior parte forme di veri participi forti, 


(1) Teorica dei terbi irregolari della Iniqua italiana. Saggio tli morfologia comparata di Lnui 
Amedeo; Torino, Lóschcr, 18T7. Cnf. 0tornale, I, ’JI'J. 


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ROMANZA, N/' 5 ) 


BIBLIOGRAFICA 


230 


parallele alle debòli, originarie come: adat¬ 
tato e adatto, confessato e confesso, ov¬ 
vero analogiche o, secondo altri sincopate, 
come: pestalo e pesto, votato e vuoto etc.— 
Più minute osservazioni non ci consente il 
limite d’una rassegna, e preghiamo l'egre¬ 
gio A. di accogliere queste come un segno 


dell'interesse che desta lo studio della sua 
grammatica, e come espressione del desi¬ 
derio che in una nuova edizione, la quale 
certo non mancherà, risponda più compiu¬ 
tamente all'utilità degli studiosi e alle esi¬ 
genze dell'uso scolastico. 

G. Navone. 


3. Italienische Grommatile mit bcrikksichtifjnng des latcinischen und der 
romanischen Schwestcrsprachen von D. r Aristide Baràgiolà. Strass- 
burg, Triibner, 1880. - In 8.° di pp. uum. XVII - 240. 


« Il libro è diretto particolarmente a quei 
lettori, i quali vogliono giovarsi della cono¬ 
scenza del latino per lo studio dell'italiano, 
sia che intendano imparare soltanto l'italiano 
moderno, sia che vogliano prendere cono¬ 
scenza anche dell'antico e porre cosi il fon¬ 
damento a studi di filologia più profondi » 
(Vorwort). L’A. ha creduto opportuno di 
riunire tre scopi in uno e fare una gram¬ 
matica che fosse al tempo stesso comparata, 
storica, e d'uso moderno. Il compito può 
sembrare subito troppo difficile, specialmente 
in quanto al metodo e all’esposizione; ed 
infatti quella triplice natura fa sì che il libro, 
a parer nostro, non ne abbia interamente 
alcuna, e i tre scopi raggiunga imperfetta¬ 
mente. Fra i libri consultati si annoverano 
le grammatiche del Cinonio, Buonmattei, 
Fornasari, Valenti ni, accanto alle opere del 
Diez, Brachet, Rónsch, Schuchardt; gli 
esempi sono tratti da Dante, Boccaccio, 
Villani, Ariosto, Firenzuola, Gozzi, Goldoni, 
Leopardi, D’Azeglio, Manzoni e De Amicis. 
Materiali così diversi, per quanto disposti e 
ordinati, non potevano fondersi, e 1*edificio 
apparisce sconnesso e screpolato in più par¬ 
ti. — La fonologia manca di base: semplici 
enunciati generali, senza la necessaria di¬ 
stinzione delle leggi, non servono né alla 
scienza né all'uso. Non giova sapere che 
una vocale, senza distinguere se iniziale o 
media, se per evoluzione propria e per po¬ 
sizione, si modifica in un modo o in un altro, 
anzi che si modifica in tutti i modi. E questo 
mostra l’A. in un paradigma da cui risulta 
che a ton. ital. viene da lat. a, e, i, o, ea, 
au ; che u lat. in pos. dà tanto u che ò; 
che o, o restano ò, ò se non s'oscurano in 


u; che i si ha egualmente da t, X, e, 2, 
mentre *, X danno pure è. è, ed è, è pro¬ 
ducono alla loro volta è, è (6). Lo stesso 
avviene per le vocali atone e per le conso¬ 
nanti :s si ha da s iniz. e med. e per con¬ 
trario s iniz. o med. s'ammollisce in se (13); 
t rimane inalterato in principio e in mezzo 
di parola, ma anche vi si cambia in d (14). 
È da aggiungere che molti esempi non sono 
addotti a dovere: au ton. (Pisaurum) non 
avrebbe dato a (PesaroJ se non avesse per¬ 
duto l’accento; la sibilante doppia di rus- 
sum non può essere considerata come quella 
scempia innanzi ad i di vesica; né saldo può 
paragonarsi direttamente con «solidus»; nè 
madre deriva da « mater ». — Assai meglio 
è trattata la morfologia. La declinazione vi 
è divisa in tre classi secondo la desinenza, 
l’esposizione è in forma di paradigma, e in 
nota sono date le forme antiche e qualche 
cenno d'etimologia, a dir vero, non sempre 
esattissimo. — La parte più importante è 
quella dei verbi. La classificazione in forti 
e deboli vi è bene applicata anche all'uso 
di una grammatica prattica; ma non le ri¬ 
sponde la divisione delle coniugazioni basata 
sulla desinenza (115) ; forse era meglio divi¬ 
derle prima secondo il tema, e mantenere 
per le derivate la divisione in classi rispon¬ 
denti alla vocale tematica. — Per spiegare la 
pluralità delle forme nella coniugazione an¬ 
tica e moderna non è necessario di ricorrere 
all'influenza letteraria (116), la quale ha 
piuttosto unificato con la scelta e con l'esclu¬ 
sione; né è esatto dire che la nuova coniu¬ 
gazione sia effetto d’una nuova e particolare 
evoluzione (117), poiché consta delle forme 
antiche più in uso o di più spontanea ana- 


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240 


BASS. BIBLIOGB. 


[OIOBNKLB DI FILOLOGIA 


logia. Né sembrano accettabili gli esempi 
addotti a pruova di quell' enunciato, perché 
le forme del pres. ind. 
mod : - o, - i, - a, - t amo, - ate, - ano 
ant : - o, - a, - a, - amo, - ati, - ano ( 119 ) 
dovrebbero essere costantemente distinte per 
le due coniugazioni) mentre le antiche sono 
oscillanti, e si potrebbe dire anche rare in 
confronto delle altre parallele, che, appunto 
perché più comuni, sono passate alla lingua 
moderna. — L'ant credre, spendre etc. non 
sono esempi di metatesi, ma di sincope vi¬ 
cino all'apocope di chieder , spender; né 
sembra che le forme dell'infinito in ari, eri, 
iri debbano ripetersi dalle forme passive la¬ 


tine ( 127 ). — Non è chiaro il perché siano 
classificati fra i verbi che hanno la forma 
incoativa vicino alla semplice: convertire, 
divertire (133); — nella prima classe delle 
forme forti il raddoppiamento della nasale 
di venni non è « effetto di un'inclinazione 
dell'italiano a quello » (145); ma piuttosto 
della vocale lunga di « veni ». 

Altri rilievi potrebbero farsi; ma questi 
mostrerebbero sempre che se è sparsa nel 
libro qualche incertezza e talora anche un 
po'di confusione, il difetto va attribuito in 
gran parte allo scopo molteplice e forse non 
ben definito di quello. 

G. Navone. 


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BULLETTINO I3IBLIOG1ÌAFICO 


1. Le origini (Iella lingua poetica italiana: principii di grammatica sto¬ 
rica italiana ricavati dallo studio dei manoscritti con uua introdu¬ 
zione sulla formazione degli autielii canzonieri italiani, del Dott. 
C. N. Caix. Firenze, Succ. Le Mounier, 1880. 

In 8.° gr. di pp. num. 284; forma la Disp. 6. ft del voi. TI delle Pubblicazioni 
del R. Istituto di studj superiori in Firenze , sez. di filo», e di filologia . — Di 
questa importantissima pubblicazione ci limitiamo per ora a dare il semplice 
annunzio, intendendo di ragionarne diffusamente nel prossimo numero. 

2. Studj di critica e storia letteraria di Alessandro D’Ancona. Bologna, 
Zanichelli, 1880. 

In 16.° di pp. num. 504. — Il volume non contiene cose nuove, ma la ri¬ 
stampa con correzioni ed aggiunte di quattro belle memorie che nel modo come 
furono pubblicate la prima volta, non erano rimaste abbastanza accessibili a tutti 
gli studiosi. Queste memorie sono: 1.» Il Concetto dell* unità politica nei poeti 
italiani (prolusione letta nella Università di Pisa); 2: a Cecco Angiolieri da Siena, 
poeta umoristico del sec, XIII (già edita nella Nuova Antologia); 3.* Del Novellino 
e delle sue fonti (edita la prima volta nella Romania)', 4.* La Leggenda d’At¬ 
tila flagéllum Dei in Italia (inserita nella Collezione Nistriana di Antiche scrit¬ 
ture italiane). 

3. I Manoscritti italiani della Biblioteca Nazionale di Firenze descritti 
da una società di studiosi sotto la direzione del prof. Adolfo Bartoli; 
con riproduzioni fotografiche di miniature, eseguite da V. Paganori. 
Sezione prima: Codici Magliabechiani; Serie prima: Poesia. Tomo I. 
Firenze, Carnesecchi, 1879-80. 

In 8.°; fase. 1-5 da p. 1 a 320 con tre tavole fotografiche. — La scuola del 
prof. A. Bartoli si distingue per una operosità veramente feconda e degna d 1 in¬ 
coraggiamento. Nel corso di un anno appena di là uscirono i bei lavori del Biagi, 
del Bariola e dello Straccali, dei quali si parla qui e nel fase, seg., e là ora si è 
cominciata la grande illustrazione di tutti i mss. italiani che si conservano nella 
Magliabechiana. Così mentre il maestro sta componendo una storia della nostra 
letteratura che fa dimenticare tutte le precedenti, i suoi allievi li vediamo con 
bella gara intenti a lavorare nello stesso campo, dissodando ed esplorando il ter¬ 
reno per ogni verso. Questa pubblicazione dei Manoscritti, di cui tenemmo pa¬ 
rola (Num. 4, p. 119) facendone conoscere il programma, ora è di già pei- 
venuta ai 5.° fascicolo, c in 320 pagg. ha data la descrizione di 90 codici. Parrà 
forse un po’di lusso in queste proporzioni, trattandosi di un catologo; tua pur 
' Ili* 


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BULLETT1N0 


[giornale di filologia 


342 


bisogna notare che in questa parte si descrivono tutti testi poetici, e che di 
ogni poesia benché brevissima si da sempre con ottimo consiglio, oltre al titolo, 
anche il primo e 1’ ultimo verso: s’intende così che non potevasi fare troppa economia 
di spazio. E le descrizioni dei mss. sono accuratissime ; qua e là è pubblicato per 
intero qualche testo più importante, e vi si dà ancora conto minuto di tutte 
quelle particolarità esterne od interne che potrebbero recare schiarimento sulla 
storia del volume. Di tavole fotografiche ne furouo date finora tre. Non sap¬ 
piamo che resterà di queste tavole da qui a dieci o dodici anni. Intanto due 
di esse offrono un saggio di due codici danteschi, 1*altra rappresenta una Danza 
Macabra inserita in una raccolta di Laude della prima metà del sec. XIY. Es¬ 
sendo stato dimostrato che l’affresco del Camposanto di Pisa ò, non dell’Orgagna, 
ma d’altro artista che visse circa il 1370, l’anteriorità della miniatura qui ri¬ 
prodotta « può ritenersi indubitata » ed essa acquista da ciò un grande valore 
per la storia dell’ arte. Nelle descrizioni dei mss. sono aggiunte di tanto in tanto 
anche indicazioni bibliografiche, e della scarsezza di esse alcuni critici mossero 
lamento. Noi la pensiamo diversamente, e se ci fosse lecito di dare un consi¬ 
glio, vorremmo persuadere gli egregi autori di questa pubblicazione a lasciare 
affatto da parte, almeno per ora, qualunque indicazione di quel genere. Se in¬ 
completa, la bibliografia ò inutile, completa poi altererebbe soverchiamente l’eco- 
uoinia del Catalogo, il quale non deve avere altro scopo che quello di far cono¬ 
scere i manoscritti. 

4. Le Novelle Antiche dei codici Pauciatichiano-Palatino 138 e Lauren- 
ziano-Gaddiauo 193 con una introduzione sulla storia esterna del 
Novellino per Guido Biagi. Firenze, Sansoni, 1880. 

In 8.° di pp. num. CCV1-258, con un facsimile; edizione di 500 esempi. — 
Con questo volume ha principio una nuova Raccolta di opere inedite o rare di 
ogni secolo della letteratura italiana , altra impresa promossa dal prof. Bartoli, 
editore il Sansoni; ed è uno dei più distinti allievi del Bartoli, il D. r Guido Biagi, 
che fa degnamente gli onori della inaugurazione. Le difficoltà che si presen¬ 
tavano ad un nuovo editore del Novellino non erano poche nò lievi, trattandosi 
di un testo, del quale profonde sono le disformità che corrono tra le antiche 
edizioni ed anche fra i codici manoscritti. Che se diversi studj e particolar¬ 
mente quelli del D’Ancona avevano dato già un buon impulso per avviare la 
critica sul retto sentiero, al Biagi peraltro spetta il merito di aver portato que¬ 
sta critica a risultati che per gran parte possono dirsi definitivi. La sua In¬ 
troduzione sulla storia esterna del Novellino ò un lavoro che fa veramente onore 
alla scuola italiana. Essa ò seguita dalla edizione di due distinte redazioni del 
Novellino che si conservano nei Codd. Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano- 
Gaddiano 193, e di tutto riparleremo più distesamente dopo che sarà pubblicato 
l’altro volume, al qual questo serve di prodromo, e che, secondo promette il Biagi, 
conterrà il testo critico del Novellino. 

5. Felice Bariolà, Cecco (VAscoli e VAcerba. Saggio. Firenze, Tipogr. 
della Gazz. d’Italia, 1879. 

In 8.° di pp. num. 133. Estr. dalla Rivista Europea — Rivista Intemazio¬ 
nale. — Molti scrissero anche recentemente di Cecco d’Ascoli, ma si può dire 
che il sig. Bariola è stato il primo a parlarcene senza essere preoccupato da spi- 


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ROMANZA, N.° 5 ] 


BIBLIOGRAFICO 


243 


rito di partito e dopo avere maturamente studiate le opere di lui e tutto ciò che 
si riferisce alle sue vicende. Egli esamina e discute accuratamente quanto fu nar¬ 
rato della sua vita, sceverando con sagacia quel che si sa di certo dal dubbio e 
dal leggendario : passa indi a trattare degli scritti dell 1 Ascolano e particolar¬ 
mente dell' Acerba, della quale da una minuta analisi accompagnata da un buono 
studio letterario, e termina con un saggio del testo di questo poema secondo la 
lezione di uno dei mss. più antichi, comparato con altri quattro mss. Il sig. B. 
lascia sperare che in seguito darà una nuova edizione dell* Acerba, e dobbiamo 
rallegrarci di questa notizia, perché egli, massime per la parte letteraria, si 
mostra molto ben preparato a un simile lavoro. Ma la parte filologica, nella 
quale non volle ancora provarsi, presenta anch’e9sa dei problemi che vogliono 
essere risoluti, principale dei quali quello della lingua in cui fu scritta l’opera; 
e non sapremmo incoraggiare l’egregio A. di avventurarsi in quella specie di 
eccletismo cui sembra inclinato (v. p. 128), disperando già di poter riuscire nella 
ricostituzione della genealogia dei codici. Senza dubbio in siffatto lavoro non è 
sempre possibile di determinare tutte le incognite ; ma riconosciuti almeno i co¬ 
dici che sono fra loro indipendenti, riconosciuto il dialetto dei copisti, e rico¬ 
nosciuti finalmente i caratteri del dialetto deir autore, non gli sarà diffìcile di 
procedere innanzi e di compiere l’opera in quel modo che dobbiamo aspettarci 
da chi vi diede principio con un saggio così benfatto. 

6. Sonecti composti per M. Johann# Antonio de Petruciis Conte di Poli - 
castro , pubblicati per la prima volta, dietro il ras. della Bibl. Naz. 
di Napoli da Jules Le Coultre e Victor Schultze. Bologna, Roma¬ 
gnoli, 1879. 

In 16.° di pp. num. XLVI-102. — G. A. de Petruciis visse nel sec. XV e avendo 
preso parte insieme con altri gentiluomini napoletani alla celebre Congiura dei 
Baroni contro re don Ferraute d’Aragona, nel 1486 fu fatto prigione e poco più 
tardi decapitato. Durante la sua prigionia scrisse i Sonecti qui pubblicati, i quali 
se non abbondano di pregi poetici, hanno tuttavia un interesse storico che non 
si può disconoscere, ritraendo essi al vivo le idee, i sentimenti e la coltura 
di un cortigiano di quei tempi. I giovani editori nel darli alla luce secondo un 
ms. assai guasto che si conserva nella Nazionale di Napoli, arricchirono il vo¬ 
lume di una diffusa illustrazione storica, e vi aggiunsero ancora alcune note gram¬ 
maticali che ci sembrano la parte men buona di questo volume. Là dove peres. 
si osserva « la confusione continua (che spesso chiamano « equivoco ») dell’* e 
dell’e» in sillaba accentata, non abbi imo veramente che o il solito effetto del¬ 
ibazione regressiva di un i finale come in piacivi, ri ecc., o uno scambio di suf¬ 
fissi come in delectivile (-ibilis per - ebilis ), ovvero affettazione di forme latincggianti. 
Così pure non ò una « originalità ortografica » di questo autore lo scrivere per es. 
disprecza , grandecze , ma anche questa è una affettazione di ortografia etimolo¬ 
gica, frequentissima nelle scritture del medio evo iu Italia c particolarmente nello 
provincie meridionali. Riguardo poi alla lezione dei Sonetti, importanti correzioni 
e supplementi pubblicò già il Miola in un ottimo articolo su questo libro, inse¬ 
rito nell 'Arch. stor . per le proc. Napol. an. 1870, e a quell’ articolo rimandiamo 
i lettori nostri, anche per ciò che riguarda una poesia spagnola clic si trova 
framezzo ai Sonecti del De Petruciis e che il M. restituiva a Diego Hurtado de 
Mendoza. 


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lì UL LETTISI) 


[gioknàlk di filologia 


241 

7. Rispetti del scc. XV. Ancona, Civelli, 1880. 

Estratto dal n.° 1 del Preludio. — Sono ventidue Rispetti che il sig. Eduardo 
Alvisi ha tratto da un formulario cancelleresco del notajo Pietro di Antonio da 
S. Croce di Valdarno (cod. Gadd. Laurenz. n.° 161). Come gli antichi cancel¬ 
lieri bolognesi scrivevano sulle pagine bianche dei loro Memoriali quelle Rime 
che il Carducci pubblicò, così fece dei Rispetti del suo tempo il buon notajo 
fiorentino. L’Alvisi ha scrupolosamente estratto dal codice e pubblicato questi 
documenti della poesia popolare quattrocentista, facondo notare il ragguaglio 
del u.° 3 colle molte lezioni moderne, e l’importanza del n.° 22 ( Venir ti possa 
il diavolo allo letto) menzionato nella Mandragola , e del quale il D’Ancona 
( Studi stilla poesia popol. p. 160) riferì solo lezioni moderne delle Marche e del- 
l’Istria. Altri raffronti da farsi sarebbero i seguenti: il n.° 2 col n.° 214 del 
Tigri ; il n.° 4 coi n.‘ 818, 824, 856 pur del Tigri; il n.° 5 col 4.° Strambotto del 
Giustiniani, il n.° 8 collo Strambotto riferito dal D’Ancona, op, cit. pag. 131 ecc. 

8. Torraca F., P. A. Caracciolo e le Farse Cavajole. Napoli, Perotti, 1879. 

In 8.° di pp. num. 39. — È questa un’altra buona contribuzione che il prof. Tor¬ 
raca offre alla storia del teatro nelle provincie Napolitane (v. Giornale , I, 109). 
Dalla Sacra Rappresentazione qui passa col Caracciolo (sec. XV) alla Farsa, e colle 
Farse Cavajole ci fa giungere fino al Ree. XVII. Del Caracciolo disgraziata¬ 
mente sembra tutto perduto, tranne gli argomenti di undici farse e alcuni brani 
di queste, che bastano per farci deplorare la loro perdita. Le Farse Cavajole, 
che appariscono nel secolo successivo a quello del Caracciolo, sarebbero secondo 
1’ A. uno svolgimento della farsa caraccioliana, che il D’Ancona definì « capricci 
semi-improvvisati, lazzi senz’arte e senz’intreccio, destinati a sollazzare gli ascol¬ 
tanti colla vivezza dei motti, la prontezza delle arguzie, i sali del dialetto *. 
Orig. del teatro ital. II, 214. Il Torraca ne trovò nella Nazionale di Napoli una bella 
raccolta compilata nella prima meta del sec. XVII, e nell’ultima parte di questa 
memoria ne fa l’analisi, dopo avere illustrata 1’etimologia del nomee la storia 
del genere, uno schietto prodotto indigeno dello stesso paese che in altri tempi 
fece gustare a Roma le Atellane. 

9. Mascarata villanesca recitata nel mese di Maggio 1X80 di M. Ales¬ 
sandro Sozzi ni da Siena , ora per la prima volta pubblicata con Pre¬ 
fazione e Note dal prof. A. Lombardi. Siena, Gati, 1879. 

In 8.° di pp. num. 35. — Elegante edizioncina del Gati, resa più pregevole 
dall’opera letteraria del prof. Lombardi. Solo ò da notare che non si sieno fatti 
rilevare colla stampa i cominciamenti metrici delle ottave e delle terzine. Le 
note sono attentamente compilate; la prefazione contiene rapidi ma utili rag¬ 
guagli sull’autore e sulla forma comica del teatro senese del cinquecento, e una 
congettura notevole sopra la probabile etimologia della denominazione di Bru- 
scello. La Mascarata oltre esser importante per la lingua villanesca, può gio¬ 
vare a conoscere alcuni costumi della gente di contado nel sec. XVI. Augu- 
liamo che il Lombardi faccia a queste seguire altre pubblicazioni congeneri, e 
che l’esito di questa edizione dia animo al Gati di accompagnare la Mascarata 
sozziniana con altri saggi dell’antico teatro senese. 


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BOMANZA, N.° 5 ] 


BIBLIOGRAFICO 


245 


10. Leggende popolari siciliane in poesia raccolte ed annotate da Salva¬ 
tore Salomone-Marino. Palermo, Pedone Lauriel, 1880. 

In 1G.° di pp. num. XXIX-435. — Questo voluire richiamerà in partieoi a r 
modo T attenzione degli storici della letteratura popolare. Fu già affermato e 
soverchiamente ripetuto che la poesia del popolo siciliano è essenzialmente lirica, 
e quasi negavasi a quel popolo la facoltà epica. A questa sentenza il Salomo¬ 
ne-Marino contrappose la Baronessa di Carini , simpatica leggenda locale ita a 
frammenti e da lui amorosamente ricomposta e studiata; indi dava nel voi. Vili 
del Propugnatore quattordici Storie popolari in poesia siciliana riprodotte da 
vecchie stampe, e finalmente nel volume qui annunziato ha fatto conoscere sessan- 
tuua Leggende verseggiate, che potè raccogliere dalla tradizione orale: tutte com¬ 
posizioni che se non provengono da analfabeti, certamente però appartengono al 
popolo, che solo le gusta e le mantiene in vita. Vi si canta del Conte Ruggeri e 
del Vespro Siciliano, della rivoluzione del 1860 e della morte di Vittorio Ema¬ 
nuele e di Pio Nono, di Gioacchino Murat e di Fra Diavolo, e poi di fate, di 
banditi, di santi, di monaci, di avventurieri, d’incantagioni, di terremoti, di ca¬ 
restie e di quant’altro la storia, o la immaginazione impresse nella fantasia di 
quelle vivacissime popolazioni. A questi interessanti materiali il S. M. aggiunse 
copiose note storiche, raffronti, e glosse per la intelligenza delle parole meno fa¬ 
cili; onde ci sembra che il volume nulla lasci a desiderare e offra nel suo con¬ 
tenuto una delle più utili e pregevoli contiibuzioni che in questi ultimi anni 
furono recate agli studj sulla letteratura dei volghi italiani. — Vd. su di esso il 
bello scritto del D’Ancona nella Rassegna Settimanale , 4 Luglio 1880. 

11. La legende de Trajan par M. Gaston Paris. Paris, lmpr. Natiouale, 
MDCCCLVIII. 

In 8.° Estr. dai Mclanges publiés par VÉcole des hautes études t da pp. 261 
a 208. — Le più antiche redazioni finora note di questa leggenda che trovò luogo 
anche nella Divina Commedia , sono dell’Vili e del IX secolo, in Paolo e in 
Pietro Diaconi. Ma la sua origine risale molto più addietro ed h riconosciuta in 
un aneddoto che riferì Dione Cassio dell’imperatore Adriano. Costui un giorno 
incontrò una donna che gli porse uua supplica. < Non ho tempo * disse egli 
sulle prime, ma l’altra: « Allora non regnare » gli soggiunse, e l’imperatore 
colpito da quella risposta, tornò addietro e le rese giustizia. Da Adriano facil¬ 
mente il popolo trasportò questo bell’aneddeto alla vita di Trajano, il quale fu 
per esso l’imperatore buono e giusto per eccelhnza; e in un bassorilievo — così 
opina il P. — lungamente conservatosi nel Forum Trajani e rappresentante l’im¬ 
peratore a cavallo con innanzi a se una donna ginocchioni, la quale doveva sim- 
boleggiare una provincia conquistata, il popolo credette di raffigurare il fatto 
della vedovella che chiedeva giustizia. Come tutti i Romani che passavano pel 
Foro, anche S. Gregorio dicono che un giorno fermasse l’occhio su quella rap¬ 
presentazione, e tornandogli a mente il bellissimo atto del principe, implorò per 
lui la liberazione dell’inferno, ecc. ecc. — Tale in succinto è la storia di questa 
curiosa leggenda: la quale se più volte era stata studiata, e particolarmente dal 
Massmann, dal D’Ancona, dell’Oesterley e dal Kòhler, soltauto però in questa 
* bella dissertazione del P. più dirsi che abbia ricevuta una illustrazione completa 
e definitiva. 


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246 


BULLETINO 


[giornale di filologia 


12. Raccolta di Proverbi Veneti fatta da Cristoforo Pasqualigo. Seconda 
edizione accresciuta e riordinata. Venezia, Coletti, 1879. 

In 8.° di pp. nura. VIII-327. — La buona accoglienza fatta alla prima edi¬ 
zione di questa raccolta che vide la luce fra il 1857 e il 58, mosse l’A. a cu¬ 
rarne un’altra che non fosse semplice ristampa, ma largamente ampliata e cor¬ 
retta sempre meglio rispondesse ai molteplici desiderj della scienza. La novella 
edizione contiene oltre a cinquemila proverbj raccolti in Venezia e nella sua pro¬ 
vincia, per la più parte dalla viva voce del popolo, ma in parte ancora da col¬ 
lezioni manoscritte e da una stampa del sec. XVI ( Le Uiece Tavole de proverbi , 
sentenze ecc.), che di veneti ne contiene circa 300. Questi Proverbj sono aggrup¬ 
pati secondo gli argomenti, e gli argomenti sono disposti per alfabeto, formando 
ben 88 capitoli che bastano a farci fare piena conoscenza con quel gentile e vi¬ 
vace popolo che ò il veneziano, e a farci gustare tutto lo spirito e il sentimento 
che esso manifesta nelle varie contingenze della sua vita. Il testo dei proverbj 
ò spesso accompagnato da varianti e riscontri, né vi mancano note che dichia¬ 
rino le locuzioni o i vocaboli men facili del dialetto. Bensì manca ai proverbj 
una numerazione, che pure sarebbe stata molto comoda per chi voglia lavorare 
su questo interessante volume. Nel fine di esso il sig. P. dà quest’annunzio: 
« Perché agli studiosi della demopsicologia non manchi alcun elemento di giu¬ 
dizio sul popolo Veneto, verranno stampati a parte i Proverbi erotici, in una 
edizione fuori di commercio. » 

13. Sul parlare dei Sardi e la derivazione dell 9 articolo determinativo nelle 
lingue neolatine. Saggio di Alessandro della Barba. Reggio d’Emilia, 
Calderini, 1880. 

In 8.° di pp. num. 55. Estr. dalla Cronaca del R. Liceo Spallanzani di Reggio 
d’Emilia, an. scol. 1878-79. — Il Liceo non ci pare il luogo più opportuno per fare 
della filologia comparata, ma questa e ora la moda corrente in Italia, e se nem¬ 
meno il nostro A. seppe resistervi, non dobbiamo imputarglielo a colpa. In questa 
dissertazione egli dà parecchi ragguagli sul dialetto Sardo, sul suo fonetismo e 
in specie sulle differenze, poco notate finora, tra Sardo parlato e Sardo scritto: 
ragguagli che si possono dire originali, poiché una dimora non breve fatta dall’A. 
nell’isola, gli permise di raccogliere da sé stesso materiali abbondanti e sicuri, 
che sarebbe buono facesse conoscere in più larga copia agli studiosi. Una mono¬ 
grafia metodica dei vernacoli della Sardegna, anche dopo il lavoro del Delius che 
si limitò al Sassarese del sec. XIII, non può non tornare utile per quanti colti¬ 
vano la dialettologia italiana. Incorando a un simile lavoro il nostro A., non dubi¬ 
tiamo che egli, dopo essersi meglio addentrato nella struttura di quelle parlate, 
abbandonerebbe da sé l’opinione che qui produce, sulla origine dell’ « articolo de¬ 
terminativo » cercando di riconnetterlo col greco e col sanscrito. Pare strano a 
lui che il Sardo abbia derivato il suo articolo da ipse, mentre gli altri popoli 
neolatini lo avrebbero derivato da ili e ; ma non variarono egualmente le lingue 
romanze in altri casi analoghi ? come p. e. nell’uso dei verbi ausiliari, di guisa 
che all’ it. sono stato, risponda il fr. j’ ai cté e il port. tenho sido e il vai. am 
fosty ove vediamo colla stessa funzione habere , esse, tenere, fieri? Né l’avere il L«- 
goduresc conservato intero l’ ipse in qualità di pronome, può fare difficoltà per 
la forma dell’articolo: perché questa, come proclitica, avendo perduto l’accento,sog- 


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ROMANZA, N.° 5 ] 


BIBLICO AFICO 


247 


giacque naturalmente ad alterazioni ben diverse, e so ed ipse (art. e pron. sardo) 
stanno di regola ad ipse lat., come lo ed egli (art. e pron. ital.) stanno di regola 
al latino ille. 

14. Vocabolario dclVuso Abruzzese del Dott. Cav. Gennaro Finàmore. 
Lanciano, Carabba, MDCCCI§XXX. 

In 8.° di pp. num. VII-306. — Questo volume, che per la eleganza con cui fu stam¬ 
pato fa onore alla tipografia Abruzzese, esce come saggio di più vasta opera destinata 
ad illustrare i vernacoli e le tradizioni popolari degli Abruzzi, e contiene non sol¬ 
tanto un Vocabolario, come parrebbe dai titolo, ma anche una bella scelta di Pro¬ 
verbi, Motti e Sentenze, nonché 209 cauti raccolti in ventidue paesi delle pro- 
vincie di Chieti, di Teramo e d’Aquila. Vi sono inoltre copiosi appunti fono¬ 
logici e morfologici sulle parlate di quella regione, e nel Vocabolario abbondano 
i raffronti delle varietà, sotto-dialettali, di guisa che nel tutt’insieme si ha qui 
un manuale che tornerà, utilissimo per la conoscenza di quel gruppo di dialetti. 
Nel Vocabolario l’A. non volle omettere la dichiarazione etimologica di molte 
delle parole registrate, e questa parte darebbe luogo a varie osservazioni. Ab - 
berrulà per es. nulla ha che fare coll’ Ungherese boritàni , ma suppone un 
lat. advolutare; amtnuccià non h da obmutescere , ma già, dal Diez fu ricolle¬ 
gato al m. a. ted. sich muzen (cnf. fr. musser , pie. viucher); stutà non ò dal 
greco ma ha base in *tutare (v. Arch. glottól. I, 36, n.); chiocchiti (= san¬ 
dalo) piuttosto che ravvicinarla al latino « caliga o calceus », era da ravvicinarsi a 
Ciocia, che è da socci. mutato genere e numero (v. Caix, Studj d'dimoi. 280), e 
chiocchia starebbe a socci , come chiappine pure abruzz. sta a sapinus. — Ad altri 
appunti darebbe luogo anche la fonologia, dove l’A. prese a base di confronto 
l’ital. letterario anziché il latino; ma e da ricordare ciò che egli dichiarò nel 
modo il più esplicito nella prefazione : non aver qui voluto presentare studj suoi 
proprj, ma soltanto dei materiali per agevolare gli studj altrui. 

15. Chrestomaihie provengale accompagnée (Tane graramaire et d’un glos¬ 
sale par Karl Bartsch. Quatrième édition, révue et corrigée. El- 
berfeld, Friderichs, 1880. 

In 8.° di coll. 600. — L’essere in pochi anni arrivato già alla quarta edizione 
è la più bella lode che possa farsi di questo libro, il quale insieme al Grundriss 
zur Geschichte der prov. Literatur forma un manuale il più completo e il più co¬ 
modo non solo per l’insegnamento nelle scuole superiori, ma anche per tutti co¬ 
loro che vogliano da soli acquistare una sufficiente conoscenza della lingua e della 
letteratura provenzale. Questa nuova edizione presenta notevoli miglioramenti 
sulle precedenti. L’A. vi tenne conto delle critiche che gli erano state dirette, 
aggiunse qualche nuovo testo, altri corresse nella lezione o nella cronologia, varj 
ne collazionò sui mss., accrebbe per alcuni il materiale delle varianti, ritoccò la 
grammatica e il glossario, e tutto insomma il volume sottopose ad una revi¬ 
sione accurata e diligente quale non era stata fatta nella terza edizione. 

16. Le debat à'isarn et de Sicart de Figneiras , Poèrae proverrai publié, 
traduit et aunoté par Paul Meyer. Nogent-le-Routrou, Daupeley- 
Gouverneur, Àvril 1880. 

In 8.° di pp. num. 53. Estr. d*\Y Anmtaire BuUetin de la Société de VHistoire 
de France , an. 1879. — Il Dèbat d'Izarn non era ignoto agli eruditi. Il Millot 


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248 


B ULLETTIXO 


[giornale di filologia 


ne aveva data una analisi e varj brani tradotti, degli estratti ne pubblicarono 
il Raynouard e il Bartsck, il David ne diede conto nella Histoire littéraire de 
la Fr. ed altri ancora se n’erano occupati. Contuttociò una edizione dell 1 intero 
testo mancava ancora, e questa è stata procurata testé dal Meyer, il quale l’ha 
inserita fra le pubblicazioni della Società per la storia di Francia come naturale 
appendice alla nuova edizione clic egli ofmpì Tanno scorso del poema sulla cro¬ 
ciata contro gli Albigesi (v. Giornale , n.° 4, p. 110). Il testo, che riproduce fe¬ 
delmente Tunico nis. ove ci fu conservato, h accompagnato da una traduzione 
in francese, e da uua prefazione, in cui l’A. discute il valore di questo poe¬ 
metto e mostra Timportanza che esso ha per la storia dell'Inquisizione nella 
Francia meridionale, e per meglio chiarire le dottrine professate dagli Albigesi. 

17. Ein spanisches Steinluch mit Einleitung und Anmerkungen zum er- 
stenmal herausgegeben von Karl Vollmoller. Heilbronn, Hennin- 
ger, 1880. 

In 16.° di pp. num. VI-34. — È un Lapidario spagnolo tratto da un ms. del 
sec. XV, che si conserva nel Museo Britannico. Nella succinta introduzione che 
gli premise, TE. ricorda gli altri lapidarj spagnoli di cui ebbe conoscenza, e 
tocca delle fonti di questo, che sarebbero le Ongnies di Isidoro e il Liber de gem- 
mis di Marbodo. I riscontri di questi due autori accompagnano il testo, il quale 
e stampato con quella cura intelligente che potevasi aspettare dall’egregio pro¬ 
fessore di Erlangen, dal quale ci auguriamo di veder presto compita la sua edi¬ 
zione del Poema del Cid . 

18. Dictionnairc de Vancicnnc ìcmgue frcnigaise et de tous ses dialectes 
du IX au XV siede compose d’après le dépouillement de tous les 
plus importauts documents mauuscrits ou imprimés qui se trouvent 
daus les grandes bibliothèques de la Frutice et de TEurope et dans 
le3 principales archives départeineiitales, municipales, hospitalières ou 
privées par Frédéric Godefroy. Paris, Vieweg, 1880. 

In 4.°, fase. I, da p. 1 a 64. — L’opera intrapresa dal signor Godefroy risponde 
ad un lungo desiderio e ad un bisogno che ogni giorno facevasi sentire più forte 
in tutti coloro che occupandosi, sia di letteratura o di filologia, sia di storia o 
di diplomatica, hanno di sovente a spiegare testi antico-francesi. 11 signor L. 
Favre credette, qualche anno fa, di poter riempire una simile lacuna stampando 
i materiali raccolti e preparati un secolo addietro dal Sainte-Palaye ; ma fu quello 
uno stupido anacronismo, che valse soltanto a far perdere un po’di lire ai meno 
accorti, e ora fa meglio risaltare i pregi del Dizionario del signor Godefroy. 
Degno seguace del Littré, egli presenta in questa pubblicazione il frutto maturo 
di trentanni di fatiche e di studio, dopo avere spogliato da sé le migliori edi¬ 
zioni moderne e quanti codici e pergamene potè vedere nelle biblioteche di Fran¬ 
cia e dell’estero contenenti scritture in lingua d'oil. La massa principale dei 
vocaboli da lui raccolti proviene da testi anteriori al sec. XIV ; tuttavia ne diede 
ancora dal sec. XV e del XVI quando gli apparivano di formazione più antica, 
o gli sembravano utili per determinare la durata che ebbero nell’uso. Le varietà 
ortografiche e dialettali vi sono raccolte in abbondanza; gli esempj copiosi, bene 
scelti, accompagnati sempre da indicazioni precise e chiare delle fonti; le spie- 


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ROMANZA, N.° 5 


BIBLIOGRAFICO 


249 


gazioni delle parole proposte con cautela e senz’ arbitrio. Tutto infine ci da a 
bene sperare in questo primo fascicolo, e giustifica il patrocinio che questa pub¬ 
blicazione, coraggiosamente intrapresa da un editore così solido e puntuale come 
il Vieweg, ottenne in Francia dai Ministero della istruzione pubblica. L’editore 
promette di darne un volume all’anno, e saranno in tutto dieci volumi, ognuno 
dei quali è distribuito in dieci fascicoli. Quando la stampa sarà inoltrata un 
po’ più, ne riparleremo. 

19. Bapport à M. le Ministre de VInstrnction Publique et dcs Iìcaux- 
Arts sur une missìon philologique dans le départcment de la Creuse 
(avec une carte) par M. Antoine Thomas. Paris, Impr. Nationale, 
MDCCCLXXIX. 

In 8.° di pp. num. 55 e una tavola litografica. Estr. dalle Archives des mis - 
sions scientifiques et littèraires , 3. e Serie, Tom. V. — Su questo bel lavoro che 
aveva per iscopo « de rechercher les limites des trois variétés principales qui se 
partagent dans des proportions inégales les patois méridionaux du département », 
rimandiamo i nostri lettori alla relazione e all’autorevole giudizio che ne dù il 
Meyer nella Romania , Vili, 469. 

20. Altfraneòsische BibliothcJc herausgegeben von D. Wendelin Foerster 
Prof, der romanischen Philologie an der Università! Bonn. Keilbronn, 
Henninger, 1879-80. 

In 16.°; voi. I di pp. num. XLVII-246; Voi. II di pp. num. 113. 

21. Bibliotheca Normannica , Denkmaler normannischer Literatur und 
Sprache herausgegeben von Hermann Suchier. Halle, Niemeyer, 1879. 

In 8.° di pp. num. LVI-109; voi. II di pp. num. 127. — La publicazione di 
testi dell'antica letteratura francese va prendendo in Germania proporzioni sempre 
maggiori. Alle opere isolate vengono ad aggiungersi intere collezioni, e due, a 
distanza di pochi mesi, ne furono di recente intraprese colà sotto la direzione di uo¬ 
mini non meno competenti che operosi. La prima b l’ Altfranzòsische Bibliothek 
diretta dal Foerster, l’altra b la Biblioteca Normannica pubblicata dal Suchier. 
Nella Altfr. B. uscirono finora le seguenti opere: voi. I, La vie de seint Josa - 
phaz , La vie des set Dormans , Le Petit Flet , tre poemetti in ottonarj rimati 
a coppia, di Chardry troverò anglo-normanno del sec. XIII. La edizione fu cu¬ 
rata dal D. J. Koch, il quale vi unì una accuratissima prefazione, cinquantasei 
pagine di note critiche ed emendamenti al testo, e finalmente un glossario delle 
forme più notevoli. Una bella recensione di questo volume diede il Mussafia 
nella Zeitschrift del Grùber, III, 591. Nel voi. II, b uscito il Pellegrinaggio di Carlo 
Magno a Gerusalemme e a Costantinopoli, del quale si parla più sotto. — Nella 
Btbh Norm . i due volumi finora dati alla luce contengono: I, Reimpredtgt, un 
sermone verseggiato in 129 strofe, seguito da altro simile di str. 122. 11 testo 
del primo b costituito criticamente in base di tre mss. e vi sta innanzi una pre¬ 
fazione elaborata dal Suchier, il quale vi discute da suo pari tutte le questioni 
filologiche che hanno attinenza con questo testo. II, Der Judenknabe f una antica 
leggenda che narra di un fanciullo giudeo liberato per miracolo dal fuoco a cui 
era stato condannato per aver communicato con fanciulli cristiani. Di questa 

17 


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250 


BULL . BIBL10GR . 


[giornale di filologia 


leggenda il signor E. Wolter pubblica qui cinque versioni greche, quattordici 
latine e otto francesi, accompagnandole con una erudita introduzione che illustra 
egregiamente questa curiosa tradizione medioevale. Ci auguriamo che qualcuna 
almeno delle nostre biblioteche non manchi di fornirsi di queste due interessanti 
collezioni, nelle quali anche gli studiosi italiani, non fosse che per il metodo 
da seguire nel dare alla stampa antichi testi, troverebbero pur tanto ad imparare. 

22. Serhs Bearbcitungcn dcs altfranzòsischcn Gcdichts voti Karls desgrossen 
Beise nach Jerusalcm und Constantinopcl herausgegeben von D. Eduàrd 
Koschwitz, Privatdocent an der Universitat Strassburg. Heilbronn, 
Henninger, 1879. 

In 16.° di pp. nura. XIX-185.— Il Pellegrinaggio di Carlo Magno a Gerusa¬ 
lemme e a Costantinopoli è V argomento di una delle più antiche ed insieme più 
interessanti chansons de geste francesi. 11 signor Koschwitz si è posto da alcuni 
anni a studiarla con singolare amore, e primi saggi di questo suo studio furono 
due belle memorie, una intitolata Ueber das Alter und dìe Ilerkunft der chanson 
du Voyagc ecc. edita nel fase. VI dei JRomanische Studien f l’altra intitolata 
Ueberlieferung und Sprache der chanson ecc. pubblicata dagli Henninger di Heil¬ 
bronn, nelle quali si discutevano le principali questioni filologiche cui da occa¬ 
sione questo poema. Ora poi nel volume annunziato qui sopra il signor K. pre¬ 
senta riuniti sei diversi racconti dell’istesso pellegrinaggio, i quali ad un tempo 
dimostrano la grande diffusione che quella tradizione ebbe una volta nei volghi 
europei, e concorrono utilmente alla illustrazione del testo più antico, il quale, 
composto a quanto paro nell 1 XI secolo, pervenne a noi in un solo codice scritto 
nel XIII in Inghilterra da un menante che di francese sapeva punto o poco, e 
che orribilmente lo deformò, n primo di detti racconti è in gallese e V accom¬ 
pagna una traduzione inglese del sig. J. Rhys ; tre sono in prosa francese e rap¬ 
presentano diverse redazioni del Galien le retoré o restoré t che b un rifacimento 
del Pellegrinaggio, della fine del sec. XV: due di queste sono tratte da mss., la 
terza riproduce una stampa popolare del 1528. Gli ultimi due sono scandinavi, 
in versi, editi dal Kòlbing, e si credono derivati da un Turpitio gallese. Tutti 
questi materiali dovevano, secondo il primo disegno del dotto editore, far corredo 
alla sua edizione della Chanson ; ma giuste ragioni poi lo determinarono a darle 
in un volume a parte, ed ha pubblicato poi nel voi. II della AUfr . Bibliothek , 
sulla quale vedi sopra, il testo critico della Chanson , lavoro sagace e coscenzioso, 
col quale il signor K. ha degnamente compiuta la sua fatica. Vedasi su di esso, 
Mussafia nella Zcitschrift fiir d. òsterr . Gymnasien , 1880, n.° 3. 


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ROMANZA, N.° 5] 


251 


PERIODICI 


1. Archivio glottologico italiano, VII, 
punt. 1.— W. Foerster, Antica parafrasi 
lombarda del « Neminem laedi ni si a se ipso » 
di S. Giov. Grisostomo, edita ed illustrata. — 
G . Fischia, Antica confessione latino-vol¬ 
gare edita e annotata. — Varietà: B. Bian¬ 
chi, Del vero senso della maniera dantesca 
« femine da conio » Inf. xvm, 60. — G. I. 
Ascoli, « Tortona » e « Tortosa »; — « To¬ 
sto»; (a proposito della etimologia discussa 
nel n.° 4 del Giornale.) — Ancora della Cro¬ 
nica deli Imperadori. — Fondazione Diez. 

2. Revue des langues romanes, A. 1879, 
n. J 7-8. — W. Foerster, Épitre farcie de la 
Saint-Etienne en vieux francais du XII e siè- 
cle. — Alart, Étude su Phistoire de quelques 
mots romans: Rana, ran, ranar, randa, ran- 
dar. — A. Bouchcrie, Vieur. — Brunier, 
L'Amour mouillé d'Anacréon trad. en lan- 
guedocìen. — A. Langlade, Les noms de la 
pierre à batir à Lansargues (Ilérault). — 
Poésies: A. Langlade, Lous las d*amour. — 
A. Henry, Lou mes d'abrieu. — A. Fourès, 
Mascarado. — L. Goirand, Couquiheto. — 
Bibliographie. — Périodiques. — Chronique. 

— N.* 9-10. — F. Pasquier, Leudaire de 
Saverdun. — A. Roque-Ferrier, Vestiges 
d'un article archalque roman conservé daus 
les dialectes du midi de la France. —■ Ch. 
Revillout, Le « Pauvre drille » de La Fon- 
taine. — A. Espagne, A-nuit = Aujourd'hui.— 
J. Bauquicr, Le jargon Chinoolc. — P. Fes- 
quet, Énigmes populaires recueillies k Co- 
lognac(Gard). — Poésies: A. Mathieu, Lou 
rescontre. — Variétés: C. C., Aire; — Sur 
un vera de Pierre Cardinal ; — Deux v >rs 
d’une danse provengale. — Bibliographie.— 
Périodiques. — J. Bauquier , Florian imité 
par Fabre-d'Olivet. — A. Glaize, Mistral à 
Toulouse.— Bouchcrie, Discours prononcè 
à la séance pub.du 3 Sept. 1879.—Chronique. 

— N.' 11-12. — L. Constane, Quelques 
mots sur la topographie du poéme provencal 
intitulé: Vie de Sainte Enimle — Mila y 


Fontatials, Lo Sermó d*En Muntaner. — 
Castets, Rapport sur le concours de philo- 
logie de la Société des langues romanes. — 
A. Roque-Ferrier, Rapport sur le concours 
de poésie. — V . Smith, Dieux complaintes 
du Velay. — Poésies: L . Goirand, A Flo¬ 
rian: remembranco d’uno visito à soun toum- 
bèu, à Sceux. — L. Roumieux, Lo roso e 
lou soulèu. — C. Malignon, Bèu-Caire. — 
A. Arnavielle, Lous gorbs. — L. de Berluc- 
Perussis, Pèr un eros que s’alestis dins uno 
capello dòu campestre prou vencau.— J. Roux , 
Sent Marsal à Tuia. — C. Gleyzes, Lous car- 
rassiés. — A. Roux, Lou vela e lanci. — 
Variétés: A. Boucherie, Le Chevalier aux 
deux épées. — Bibliographie. — Périodi¬ 
ques. — Chronique. 

— A. 1880, n. 1 1-3. — A. Boucherie, La 
langue et la littórature fran^aises au moyen 
àge et la Revue des deux mondes. — Mila 
y Fontanals, Lo Sermó d*En Muntaner. — 
D. r Mazel, Les proverbes du Languedoc, de 
Rulman. — J. Bauquier, Les proven^alistes 
du XYTII e 8iècle, Lettres inédites de Sainte- 
Palaye, Ma^augues, Cauinont, La Bastie, 
etc. — G. Clément-Simon, Proverbes re- 
cueillis dans le Bas-Limousin. — V, Smith, 
Chausous populaires historiques. — Poésies: 
P. Gaussen, La cigalo.— \V. Bonaparte- 
H yse, À Mounsegne Dubreil. — G. Azaìs, 
Lou sarralher blu, lou picou-vert e lou mer¬ 
le. — C. Bistage, Contro Pamour. — Varié¬ 
tés: D. r Noulet, Observations sur le Leudaire 
de Saverdun publié par M. Pasquier. — A. 
Bouchcrie, Oster, Esfraer; Onde. — Biblio¬ 
graphie. — Périodiques. — A. Roque-Fer¬ 
rier, Trois formes négligées du substantif 
Diable. — A. Ru/ue-Ferrier , L’article ar- 
chaique dans la vallèe de Larboust (Haute- 
Garonne). — Chronique. 

3. Romania , n.° 31. — P. Meyer, Les mss. 
fran^is de Cambridge: I, Saint John’s Col¬ 
lege. — G. Paris, Le roman du Chùtelain 
de Couci. — ./. Viridi, Le Sacrifico d’Abra- 


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252 


PERIODICI 


[giornale di filologia 


ham, mystèreengadinois.— O.Nigoles, Chute 
de l médiale dans quelques pays de langue 
d’oc. — V. Smith, Chants populaires du Ve- 
lay et du Forez. — Mélanges: li. d'A. de J ., 
« Lai » (Nota sulla probabile derivazione del 
Lai fr. dall'irl. Loid o Laid, e sopra alcune 
forme di questa composizione).— G. P.,Breri 
(Nota relativa a Tomas, l'autore del poema 
di Tristran). — F. J. Cliild, Sur le miracle 
de l’image de Jésus-Christ prise pour garant 
d’un prét. — K. Nyrop, Notice sur un nou- 
veau ms. de la Chronique de Reims. — G.P., 
Figer (etimologia). — H. Wedgwood, French 
etymologies (agacer, blaireau, boulanger, 
guignon, pilori, sentinelle, sombrer). — Ch. 
Joret , Etymologies normandes (égailler, gade, 
crevette, crevuche). — A. Thomas, Une bal- 
lade politique, 1415. — Comptes-rendus. — 
Périodiques. — Chronique. 

— N.° 32. — P. Meyer, La vie latine de 
Saint Honorat et Raimon Féraut. — A. de 
Matita iglò n, La vie de Saint Grégoire le 
Grand (testo a. fr. in versi contenente un vol¬ 
gari zzamento della vita di Gregorio Iscritta 
da Giovanni Diacono). — E. Cosquin, Contes 
populaires lorrains. — Mélanges: J. Tailhan, 
Notes sur la langue vnlgaire d'Espagne et 
de Portugal au haut moyen àge (712-1200). — 
J. Fleury, Rindon, conte haguais. — L. Ila - 
vet, Tapabor (étimol.). — Comptes-rendus.— 
Périodiques. — Chronique. 

— N.° 33. — G. Paris, La Chanson du 
Pèlerinage de Charlemagne. — P. Meyer, 
Traités catalane de grammaire, et de poé- 
tique: IV, Iaufré de Foxa. — J. Cornu, Etu- 
des de phonologie espagnole et portugaise 
(grey, ley et rev disyllabes dans Berceo, 
l'Apollonio et l'Alexandre; La 3° pers. plur. 
du parf. en -ioron dans l’Alexandre; Par- 
faitsdits fortsde la 2<\ 3® et 4 e conjugaison; 
Parfaits dits faibles de la 2® et 3® conju¬ 
gaison; Parfaits de la 4 e conjugaison; L’en- 
clitique nos dans le poème du Cid; Encore 
-tume = -tudinem). — A. Lambrior, Essai de 
phonétiqueroumaine.— Mélanges: J. Ulrich, 
Pisciare. — J. Corna, Oil = hoc illic. — J. 
Cornu, Trois passages de la Chanson de 
Roland corrigés à tort. — Ch. Joret , Etymo¬ 
logies fran^aises (ébrouer, s’ébrouer, brouée, 
br(o)uine; man; merlan; merlus; orphie). — 
G. P., Quia. — A. Dclboulle, Martin-ba- 
tou. — F. Armitage, Au, futi, vau. — J. 


Cornu, Etymologies espagnoles et portu- 
gaises (corazon, escada, escupir, espedir, 
fazilado, halagar, lexar, llevar, mienna, pa- 
lancada, prendar, quexar, sencillo.) — K. 
Nyrop, Variantes indiennes et danoises d’un 
conte picard. — Comptes-rendus. — Périodi¬ 
ques (pp. 159-63: rivista dei nn. 3 e 4 del 
Giornale). — Chronique. 

4. RomanischeStudien, n.° X.— E. Boeh- 
mer, Nonsbergisches. — E. Roehmer, Gred- 
nerisches.— F. Settegast, Calendre und seine 
Kaiserchronik. — E. Boehmer, Abfassungs- 
zeit des Guillaume de Palerne. — E. Boeh¬ 
mer, Catalanisches. — E. Boehmer, Zum 
Boeci. — E . Boehmer, Ritmo Cassinese. — 
E. Boehmer, Zur Dino-Frage. — E. Boeh¬ 
mer, Ueber zwei dem zwolften Jahrhundert 
zugeschriebene sizilische Texle. Mit einer 
Photographie. — J. Schmid, Ueber zwei Ma- 
nuscripte sizilianischerGediclite des 16. Jahr- 
hunderts. — E. Boehmer, Zur sizilischen 
Aussprache. — E. Boehmer, Die beiden U.— 
E. Boehmer, Zu Juan de Valdés. — M. Hart¬ 
mann, Boehmer, Iioschwitz, Zum Oxfor- 
der Roland. — \V. Foerster, Schicksale des 
lat. 0 im Franzòsischen. — Beiblatt. 

— N.° XI. — //. Morf, Die Wortstellung 
im altfranzòsischeo Roiandsliede. — E. Ko- 
schw itz, Der altnordische Roland im deut- 
sche ùbersetzt.— E. Boehmer, Klang, nicht 
Dauer. — E. Boehmer, Gautier's Épopées 
frangaises, zweite Ausgabe. — Beiblatt. 

— N.° XII. - G. Willenberg, Historische 
Untersuchung uber den Conjuuctiv Praesen- 
tisder erst.*n schwachen Conjugation in Fran¬ 
zòsischen.— H. Stock, Die Phonetique des 
« Roman des Troie » und der « Chronique de 
Ducs de Normandie ». — E. Koschwitz, Der 
Vocativ in den altesten franzòsischen Sprach- 
denkmàlern. — R. Heiligbrodt, Fragmeut de 
Gormuud et Isembard. Text nebst Einlei- 
tung, Anraerkungen und vollstèdigem Wort- 
index. — E. Boehmer, Wie klang o/u? — 
E. Boehmer, Dous. — E. Boehmer, Tirole- 
risches. — E. Boehmer, Eulalia. — E. Boeh¬ 
mer, Klang, nicht Dauer, 11. — Beiblatt. — 
Berichtigungen. 

— N.° XIII. - W. Foerster, Galloitali- 
sche Predigten aus cod. mise. lat. Taurinen- 
sis D. VI. 10, 12 l, ‘ n Jahrhundert. Mit einer 
phololilograph. Tafel.— W. Foerster, Zu 


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ROMANZA, N.° 5 ] 


PERIODICI 


253 




dea altfranzòsischen Predigten des heil. Ber¬ 
nhard.— E. Boehmer, Sponsus, mystère des 
vierges sages et des vierges folles. — E. Boeh¬ 
mer, Zar CJermonter Passion. — E. Boeh¬ 
mer, Zu Dante's « De vulgari eloquentia. » — 
R. lleiligbrodt, Zur Sage von « Gormund 
und Iseinbard ». — R. lleiligbrodt, Synopsis 
der Tiradenfolge in den Hdsch. des Girart 
de Rossilhon. — A. de Cihac, Sur les études 
romanes de M. Ilajdèu. — E. Koschivitz, 
E. Boehmer, W. Foerster, Beiblatt. 

— N.° XIV. — K. Vollmóller, Der Can- 
cionero Gayongos. — K. Vollmóller, Aus dem 
Oxforder Cancionero. — A. Horning, Le 
pronom ueutre il en langue d'oil. *— F. Har- 
seim, Vocalismus und consonantismus im 
Oxforder Psalter. — A. Horning, Bris, Bri¬ 
cca. — TV. Foerster, E. Boehmer, Nach- 
trag zu den gallo-italischen Predigteu. — 
E. Boehmer, Zu Juan Valdes, li. — E. Boeh¬ 
mer, Klang, nicht Dauer, III.— Beiblatt. 

— N. u XV. — E. Schivati, Philippe de 
Remi, Sire de Beaurnanoir, und seine Wer- 
ke. — M. Kupfier-Schmidt, Die Ilavelok- 
sage bei Gaimar und ihr Verhàltniss zur 
Lai d’Havelok. — A. de Cihac, Le type ho- 
mo-ille ille-bonus. — A. de Cihac, Meine 
Antwort an H. Dr. M. Gaster. — II. Varnha- 
gen, Churwiilsche Handschriften des British 
Museum. — H. Varnhagen, Altfranzòsische 
Miscellen.— E. Boehmer, Ein Brief von Cas- 
siodoro de Reyna. — E. Boehmer, Pleniso- 
nant, seraisonant. — E. Boehmer, Diakriti- 
sche Bezeichnung der Vocalbuchstaben. — 
Beiblatt. 

5. Zeitschrift Firn romaniche Philolo- 
gie, III, 2. — II. Varnhagen, Das altnor- 
mannische C: I, dasC ina Oxforder Psalter. — 
A. Tobler, Eine Sammlung von Dichtungen 
des Jacopone da Todi.— A. Coelho, Ro- 
raances populares e rimas infantis portu- 
guezes. — H. Reinsch, Les Joies nostre Dame 
des Guillaume le Clero de Normandie.— 
Miscellen: A. Gaspary, Zu Ariosts Cinque 
Canti. — E. Stengel, Zum Mystère von den 
klugen und thòrichten Jungfrauen. — K. 
Vollmóller, Mittheilungen aus spanischen 
Handschriften: London: Brit. Mus. Lansd. 
735: Obras satiricas del Conde [de] Villa¬ 
mediana. — A. Mussafia, Zu Marc. Gali. 
IV. — W. Foerster, Revision des Textes 


des Richart le biel. — A. Mussafia, Zu Guil¬ 
laume de Palerne ed. Michelant. — A. Mus¬ 
safia, Zu Roland V. 240 a , 455, 3860. — A. 
Mussafia , Aiol 7645-6 (7644-5), 8188 (8186).— 
A. Gaspary, Zu dem Ausdruck Vatteia pe¬ 
sca. — TV. Foerster, Romanesche Etymolo- 
gien (it. menzogna, ruvido, fr. moite, a. fr. 
roiste, fr. ornière, fléchir, here, son, a. fr. 
tarier, fr. charade, it. accia, arcigno). — J. Ul¬ 
rich, Deutsche Verba im Romanischen. — 
J. Ulrich, Fr. accoutrer, prov. acotrar. — 
A. Mussafia, Cateron. — A. Mussafia, Zu 
mien = meum. — A. Mussafia, Zu den Par- 
tic. Perf. auf -ect, und -est. — A. Mussafia, 
Altital. ricentare. — Recensionen und Auzei- 
gen.— Nachtritge und Berichtigungen. — E. 
Stengel, Berichtigung zu Zeitschrift III, 
114. — W. Foerster, Zu Zeitschrift 111, 160. 

— Ili, 3. — J. Aimeric, Le DialecteRou- 
ergat. — K. Bartsch, Keltische und roma- 
nische Metrik. — 0. Ulbrich, Zur Geschichte 
des franzòsischen Diphthongen oi. — Mi¬ 
scellen: A. Gaspary, Filocolo oder Filo- 
copo? — H. Krebs, Eine Handschrift von 
Lionardo Bruni Aretino’s Vita di Dante e 
Petrarca. — A. Englert, Zwei limousinische 
Schàferlieder. — G. Gróber, Bearnische Tod- 
tenklage. — M. Gaster, Die rumànische Con- 
demnatio uvae. — Recensionen und Anzei- 
gen. — Berichtigungen. — E. Stengel, W. 
Foerster , Zu Zeitschrift III , 318. 

— Ili, 4.— W. Foerster, Beitràge zur 
romanischen Lautlehre. Umlaut (eigentlich 
Vocalsteigerung) im Romanischen. — A. von 
Flugi, Ladinische Liederdichter.’— G. Ja- 
cobsthal, Die Texte der Liederhandschrift 
von Montpellier H. 196. Diplomatischer Ab- 
druck. — Miscellen: K. Grafi Coronini, Ue- 
ber eine Stelle in Dante's Inferno (I, 28, 
29). — H. Suchier, Zu den « Mariengebe- 
ten ». — TV. Foerster, Roraanische Etymo- 
logien (sp. encentar, fr. meublé, sp. lóbrego, 
nata, a. sp. hoto, fr. froisser, it. andare, port. 
eito, a. fr. crueus, fr. maquiller, it. putto, 
nocchiere). — A. Tobler, Romaniche Ety- 
mblogien (fr. ótage, a. fr. cuisen^on, ban- 
quet, malade, it. fandonia, prov. desleiar).— 
Recensionen und Anzeigen. (Gaspary dà conto 
dei n.' 2-4 del Giornale).— Zusàtze und 
Berichtigungen. — Register. 

— HI, 5. — Bibliographie 1878. 


A 


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NOTIZIE 


Il Ministero della Pubblica istruzione ha finalmente provveduto alla catedra di lette¬ 
ratura italiana nella Università di Napoli, rimasta vacante per la morte del Settem¬ 
brini, ed ha chiamato ad occuparla il prof. Zumbini. Con ciò lo Stato ha compito un atto 
di giustizia e di dovere, la scienza ha conseguito quanto di meglio poteva desiderare. 

II Comitato Italiano per la Fondazione Diez (sulla quale v. V Arch. qlottai. Ili, 425 e ss.) 
ha chiusa la soscrizione, e la somma raccolta, consistente in L. 2636, è stata trasmessa 
al Comitato di Berlino. 

Il D. r Tommaso Casini di Bologna ci annunzia che attende da qualche tempo alla pub¬ 
blicazione del Poema d’ Attila di Nicolò da Casola e che spera di cominciarne la stampa 
in breve. 

Il Sig. A. Martelli, Direttore dello Stabilimento d’eliotipia e litografia in Roma, Via 
della Vite 105, ha intrapreso una riproduzione eliotipica di quella parte del Codice Chi- 
giano C. V. 151, che contiene il Mistero provenzale di S. Arnese. Se questo saggio non 
sarà male accolto, l’editore darà altre simili riproduzioni d'interesse per gli stuqj della 
letteratura e della paleografia, dell’arte e del costume medioevale. Intanto cominciò dalla 
S. Agnese appunto perché essa richiama l'attenzione non solo dei romanisti, i quali non 
sono ancor palili delle due stampe che ne furono fatte, ma si raccomanda del pari agli 
studiosi di storia della musica e particolarmente del melodramma, nò è affatto indifferente 
pei paleografi. Si tratta del resto di un codice unico. 


4 Agosto 1880. 


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ANNUNZI 


di recenti pubblicazioni pervenute alla Direzione del Giornale 

(Supplemento del Ballettino, y. p. 106 e ss.) 


Stickney A. The Romance of Dande de Pi'adas on thè four Cardinal virtues edited 
with brief notes. Florence, Wiirtenberger, 1819. 

D’Ancona A. XIX sonetti inediti di Antonio Pucci - Estr. da] Propugnatore. 

Boehmbr E. Spons.ua mgstère des vierges sages et dea vierges foUes.-ZurUler- 
monter Passion; — Zu Dante's « De vulgart eloquentia ». — hilv. dai Roma- 

nische Studien . m . T u io-ro 

Orap A. La leggenda del paradiso terrestre. Tonno, Loescher, 1«78. 

Parecer apresentado à Academia Rral das sciencias de Lisboa sobre a 

ortoorlphica proposta pela Commissao da Cidade do Po/ to. Lisboa, i8<9. 
Flechia Q? Sulle accorciature dei nomi italiani race, da P. fan fa tu. — bsir. dalla 

DeJlunoo ^r° l tfotizia riguardante la Cronaca di Dino Compagni. — Estr. dal- 
Y Arch. stor. italiano. v 

Tiraboscri A. Usi di Natale nel Bergamasco Bergamo, Boba, 18<9 
D’Ancona A. Usi natalizi dei contadini della Romagna. Pisa, Nistri, I 818 . 

Rajna P I Rinaldi o Cantastorie di Napoli. — Estr. dalla Suora Antologia. 

La fabula del Pistello da l'agliata tratta da un’antica stampa e La qutsttone d Amora 
♦pgt/) inedito del 86C. XV. Boloffiift. Rorn^^nol^ 1 ^ 48 . , f .. 

Le Coultrb J. e Schultze V. Sonecti composti per M. Johanne Antonio de 

conte di Pollastro publicati per la prima volta dietro il Ms. della tìibl. Na - 

OAR<molli* ’C*Lette™ d ^ La " r’a Battiferri Ammannati a Benedetto Varchi. Bolo- 

FBRHAHO R <> ,U ^fcunc poesie del Saviozzo e di altri autori tratte da Ms. del sec. 

e pubblicate per la prima volta. Bologna, Romagnoli, 18 '*’• . 

Cattaneo G. La vita nuova di Dante Alighieri, Discorso. Trieste, Herrmanstor- 

Cambm .0 U. A. Gli Allòtropi italiani. — Estr. dall' Arch. glottologico. 

Pabis. G. La legende de Trojan. Paris, Imp. Nationale 18i9. 

Lumini A. L'ideale nella poesia popolare .tallona. Calamaro J« 8 - 
Thuraca F. P. A. Caracciolo e le Parse Cavatole. Napoli, Pei otti, 18 <9. # . 

GivnandreÀ A. Festa di S. Floriano martire e tiro a segno colla balestra instituito 
nel 1 453. — Estr. dall' Arch. Stor. Marchigiano. 

Meyer W. (aUS Speyer) Vita Adae et Evae herausjegebCn und crlantcrt. Munchen, 1879. 
Buchholtz II. Priscae latinitatis originum libri tres. Berolini, Dummler, 18<7. 
Koschwitz E. Sechs Bearbeitungendes altfranzosischcn Gedicktsvon Karls des Gros- 
sen Reise nach Jerusalem und ConslantinQpel. Heilbfoan, HenniugM; 18/9. 

Paul H. Vntersuchungen ueber den germanischen 1 smus. »de, N f' 

Franche D. r K.. Zur Gcschichtc der latetntschen Schitlpoeste des XII. und XIII. 

Jahrhunderts. Miiochen, Literar.-artist. Anstait, lo<9. 77 „ 

Voeqelin A. S. Herder's Cid, die franzocstsche und die spantsche Quelle. Heil- 

bronn, Henninger, 1879. . _ . ,, ; .. lfl - Q 

Mattioli A. Vocabolario romagnolo-italiano. Imola, Ualeati, Ao<y. 

Rime di Messere Tristano di Meliadus e della bella Rema Isotta. Bologna, Regia 

Ricordidefl'a inaugurazione dell monumento a Boccaccio in Certaldo il 22 Giu - 

Buchhoi.tz ? H ' zù*7en '/ifcn vl^/ahre 842.- Estr. dall’ Archiv. fùr das Studium 

Buchiioctz H. Oshìschcs Pcrfeclum. in lateinischer Inschrift. Berlin, Dummler, 1878. 
Cornu J. Iconologie du Bagnard. — Eztr. dalla Romania. 

Cornu J. Gianures phonologiques.— Estr. dalla Romania. 

CoRAZziNi F. A impunti storici e filologici sulla Valle tiberina superiore. Sansepolcro, 

Corazz^mf! Relazione ai soci promotori della Società dialettologica italiana. Be¬ 
nevento, De Gennaro. 1876. , , _ 10 _ n 

Cecconi G. Statuti di Off agno. Ancona, Tip. del Commercio, 1879. 

Lupi E. Dei caratteri intrinseci per classificare t Langobardt nelle loro attinenza 
storiche cogli altri popoli germanici. Roma, a cura della Soc. rom. di storia pa¬ 
tria, 1879. 



PUBBLICAZIONI DELLO STESSO EDITORE 


Renier Adolfo, La Vita nuova e la Fiatnmetta. Studio critico. In 16.° . L. 5 — 

Visentim Isaia, Fiabe mantovane in 16°.*5 — 

Forma il VII volume della collezione Canti c Racconti del popolo Italiano 
pubblicati per cura dei sig.« Prof. D. Comparetti ed A. D’Ancona. I volumi 
I-Vl pubblicati, contengono le opere seguenti.; 

I. Canti popolari Monferrivi raccolti ed annotati dal D. T Giuseppe Ferrare. » 2 — 
II e III. Canti delle provincie Meridionali raccolti ed annotati da A. Casetti 

e V. Ini brinai.>9_ 

IV. Canti popolari Marchigiani , raccolti ed annotati dal Prof. Gianandrea. » 4 — 

V. Canti popolari Istriani , raccolti ed annotati da Antonio Ive. . . » 5 — 

VI Novelline popolari Italiane, pubblicate ed illustrate da Domenico Comparetti. 

voi. I. .» 4 — 

Pezzi Domenico, Glottologia arici recentissima. Cenni storico-critici . . » 5 — 


ARCHIVIO GLOTTOLOGICO ITALIANO 

diretto da G. I. Ascoli 


L 'Archivio esce a liberi intervalli, per fascicoli da noumeno di sei fogli; e ciascun 
fascicolo, come ciascun volume, è posto in vendita anche separatamente. 

Se ne è pubblicato quanto segue: 

Voi. I, Proemio generale e Saggi ladini di G. I. Ascoli, con una carta dialet¬ 
tologica .L. 20 — 

Voi. II, 1: Postille etimologiche di G. Flechia; Sul De Vulg. Eloquio , di F. 
D’Ovidio: Sul posto che spetta al ligure nel sistema dei dialetti italiani 

di G I. Ascoli . . ..» 6 — 

Voi. II, 2: Rime genovesi della fine del secolo XIII e del principio del XIV, 

edite da N. Lagomaggiore.»5 — 

Voi. II, 3: Postille etimologiche di G. Flechia; P. Meyer e il franco-proven- 
zale, di G I. Ascoli; Ricordi bibliografici, dello stesso: Indici del volume , 

di F. D'Ovidio.»G — 

Voi. Ili, 1: Fonetica del dialetto di Val-Soana (CanaveseJ, di C. Migra; 

Schizzi franco-provenzali di G. I. Ascoli.» 5 .— 

Voi. Ili, 2: Postille etimologiche di G. Flechia; La Cronica deli Imperadori 
Romani, edita da A. Ceruti; Annotazioni dialettologiche alla Cronica 

deli Imperadori, di G. I. Ascoli.» 7 50 

Voi. Ili, 3: I Divariati italiani di U. A. Cankllo; Il tipo sintattico * homo- 

ille ille-bonvs » di B. P. IIasdr v; Indici del volume di F. D’Ovidio . » 7 — 

Voi. IV. 1: Dialetti romaici del mandamento di Bava iti Calabria, descritti 

da G. Morosi.»4 — 

Voi. IV, 2: Il vocalismo leccese di G. Morosi; Fonetica del dialetto di Campo¬ 
basso di F. D'Ovidio; Testi inediti friulani dei sec. XIV al XIX, pubbli¬ 
cati e annotati da V Joppi.»5 — 

Voi. IV, 3: Testi inediti friulani , pubblicati ed annot. da V. Joppi; Annota¬ 
zioni ai Testi friulani e Cimclj tergestini, di G. I. Ascoli; Articoli varj , 
di G. Flechia, G. Storm e G. I. Ascoli; Giunte e correzioni e Indici del 

del volume, di F. D’Ovidio.»8 — 

\ ol. V, 1: Il Codice Irlandese dell* Ambrosiana, edito e illustrato da G. I. 

Ascoli, fascicolo primo, con due tavole fotolitografiche . . . . » 8 — 


Antonio Costantini gerente responsàbile. 


LIVORNO, dalla Tipografìa Vigo 










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